(Articolo pubblicato sull'Osservatore Romano)

La canonizzazione del Beato Daniele Comboni riafferma l’importanza della missione nella vita della Chiesa. Daniele Comboni è "l’Apostolo dell’Africa Centrale". Egli dedicò tutte le sue energie, il suo tempo, i suoi talenti per fare in modo che la Parola di Dio potesse risuonare sempre in questa parte del mondo. Egli si è impegnato attivamente per la "rigenerazione dell’Africa con l’Africa". Ai suoi tempi questo modo di pensare era considerato futile e pericoloso, ma per lui era impegno irrevocabile per l’Africa. Per questo il suo "motto" era "o Nigrizia o Morte!" e il servizio missionario l’anima del suo ministero.
Questa celebrazione è per noi una sfida perché possiamo rinnovare il nostro impegno per la missione. La missione non è qualche cosa di facoltativo. Infatti la missione appartiene alla natura stessa della Chiesa. Parlare della missione non è parlare di una delle attività della Chiesa, ma del senso e del significato della chiesa nel mondo. Parlare della missione è parlare dell’origine e dello scopo della Chiesa in relazione al disegno di Dio per il mondo. La Chiesa è missionaria per natura e l’evangelizzazione è un dovere fondamentale di ogni cristiano.

Nei Vangeli, leggiamo che Gesù ha istruito i suoi apostoli per inviarli in missione. Essi devono essere pronti a ridonare quanto hanno ricevuto. La generosità missionaria, il dono di se stessi, del proprio tempo, dei propri servizi, delle proprie risorse al servizio del "Regno di Dio" diviene possibile solamente quando ci accorgiamo che tutto quello che siamo e abbiamo, compresa la nostra vita, è dono di Dio.
Essere cristiani, è una vita di cosciente ricevere e donare a Dio. Sfortunatamente spesso noi prestiamo più attenzione al ricevere che al dare. Come figli di Dio noi riceviamo il dono della fede, riceviamo la Parola di Dio, riceviamo il perdono, riceviamo i sacramenti, riceviamo una nuova vita nello Spirito. Tuttavia noi completiamo il circuito della grazia di Dio solo quando andiamo a condividere queste stesse benedizioni con coloro che ancora non le hanno ricevute. Daniele Comboni stesso asseriva che gli Africani non devono semplicemente ricevere il Vangelo. Egli non li considerava come dei bambini che devono essere imboccati e totalmente guidati. Egli credeva che essi erano adulti maturi, anche se bisognosi di aiuto per poter aver fiducia in se stessi. E’ per questo motivo che Daniele Comboni era un precursore e difensore del clero locale e dell’inculturazione della dottrina e della liturgia.

Il sentiero della missione è meravigliosamente espresso nel vangelo di Marco. L’evangelista fa notare che ci sono due aspetti nella chiamata di Gesù: stare con lui e imparare da lui; ricevere la sua grazia e la sua benedizione ed essere mandati a proclamare il messaggio; condividere con gli altri quanto abbiamo imparato da Gesù e diventare a nostra volta una grazia e benedizione per gli altri. Così noi abbiamo bisogno innanzitutto di stare con Gesù. Dobbiamo prima di tutto permettere a Gesù di abitare nei nostri cuori. Dobbiamo prima di tutto conoscere la sua persona e il suo messaggio prima di poter andare ed essere suoi messaggeri.

Missione, evangelizzazione, mandato, testimonianza, condividere la fede con gli altri, diventa possibile solo se noi cresciamo in spirituale intimità con Gesù. Ora la santità di Comboni sorpassava di gran lunga il suo zelo missionario. Egli sapeva che la preghiera era l’anima della sua attività missionaria. Egli conosceva l’importanza dell’appoggio della preghiera per mezzo dei "Cenacoli di preghiera per la missione". Daniele Comboni insomma è un bell’esempio di un uomo che ha lavorato sodo e ha fermamente confidato nella forza del Signore.
Possa questa canonizzazione essere un incoraggiamento non solo per coloro che vogliono andare "ad gentes". Ognuno di noi è missionario nel proprio cuore. Uno potrà non salpare i sette mari o scalare montagne o colline per portare il dolce nome di Gesù. Potrà forse non lasciare nemmeno la sua casa. Gesù ha istruito gli apostoli ad incominciare con "le pecore perdute della casa d’Israele." Questo significa che gli apostoli devono incominciare dai territori conosciuti. Dopo egli li manderà ad ammaestrare tutte le genti (Mt.28:19), ma per il momento devono limitare i loro viaggi apostolici in mezzo al loro popolo. Così dobbiamo ricordare che la missione, come la carità, incomincia da casa nostra. Il luogo da dove dobbiamo iniziare sarà per noi proprio tra i membri sbandati e tiepidi delle nostre famiglie e delle nostre parrocchie e comunità. Dobbiamo ancora trovare una via per ripagare il Signore della fede che abbiamo ricevuto. Non è necessario andare chissà dove. Dobbiamo solo guardare attorno a noi, ai fratelli che hanno fame di Dio, ai fratelli che hanno bisogno di essere guidati e sostenuti, ai fratelli che vogliono conoscere ciò che è buono e vero.
Così dovunque andiamo è territorio di missione. Siamo chiamati ad annunciare Gesù ovunque ci troviamo. Quando ci confrontiamo con la nostra responsabilità di cristiani in questo modo, molti di noi incominciano a domandarsi dove mai troviamo il coraggio e la forza di condividere la nostra fede con gli altri.
La forza di cui abbiamo bisogno non la troviamo su questa terra. Viene direttamente dal cielo. Ma Gesù non ci manda nel mondo a mani vuote. Egli sa che in missione dobbiamo confrontarci con governanti e autorità, con gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (Eph. 6:12). Perciò egli ci investe in anticipo di potere e autorità su ogni situazione umana e spirituale che possiamo incontrare nel lavoro di annunciare il regno di amore e di pace. Per questo motivo, egli ci inviò lo Spirito Santo a infonderci forza, coraggio e sapienza per annunciare la buona novella.

Mentre ci rallegriamo per la canonizzazione del Beato Daniele Comboni, chiediamo a Dio di mandarci altri lavoratori zelanti nella vigna. Possa la buona semente sparsa da Daniele Comboni continuare a portare frutto al cento per uno. Possa l’Africa, come l’Asia dalla quale provengo, produrre un frutto abbondante in questo terzo millennio. Il Signore conceda a tutti noi di accogliere la sua chiamata ad annunciare la Sua Buona Novella fino agli estremi confini della terra. Potremo conseguire questo scopo unicamente affidandoci alla grazia di Dio, a imitazione del nostro nuovo santo.

Lasciatemi concludere con una preghiera:

Signore Gesù, come la comunità degli Apostoli si è radunata nel tuo nome nel primo giorno di Pentecoste, noi ci raduniamo attorno a te per chiederti di pregare con noi e per noi:
- perché possiamo riascoltare il nuovo mandato per la missione dato a noi.
- perché tutti possiamo capire cosa significa essere veramente missionario oggi;
- perché molti di noi oggi, e specialmente i nostri giovani, possano intraprendere l’impegno della missione con totale dedizione e dono di sé:
-- missione nella nostra terra, dove il vangelo deve essere annunciato da capo, perché ai nostri giorni non è ancora stato annunciato,
-- e missione ad gentes, missione a miliardi di fratelli che non hanno ancora conosciuto il tuo Figlio, che non hanno ancora avuto la gioia inesprimibile di amarlo e di sapere che sono da lui amati.

Insegna a ciascuno di noi, secondo la propria chiamata, a corrisponderti nella grazia dello Spirito Santo.
Insegnaci come Maria, a custodire il nostro FIAT nel profondo del cuore, in modo da divenire portatori del Suo Figlio al mondo.

Signore, presenta l’offerta di noi stessi, come missionari, al Padre che ha fatto questo mondo e la sua storia, ha creato l’universo e il suo santo destino. Solo il suo amore e la sua gloria possano riempire questa nostra terra e nulla si consideri più nobile e più bello che "proclamare al mondo il suo dolce e potente nome e annunciare al mondo il suo amore." Amen.

CARD. JAIME L. SIN
ARCIVESCOVO DI MANILA (Filippine)
 

Card. Jaime L. Sin