Sabato 21 luglio 2018
Quando si affronta il tema della condizione dei migranti, dei rifugiati, dei profughi, degli itineranti, ecc., l’espressione «segni dei tempi» viene fuori in modo naturale. Nei paragrafi successivi, l’accento sarà, tuttavia, posto sull’azione sociale, pastorale e politica che si svolge nel vasto ambito della mobilità umana, in modo particolare nelle attività legate alla Chiesa Cattolica. Senza entrare nei dettagli, seguiremo il metodo del vedere-giudicare-agire.

ELEMENTI PER UNA PASTORALE DEI MIGRANTI[1]

Padre Alfredo J. Gonçalves, CS

Quando si affronta il tema della condizione dei migranti, dei rifugiati, dei profughi, degli itineranti, ecc., l’espressione «segni dei tempi» viene fuori in modo naturale. Infatti, è così che la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) designa il fenomeno di questa «moltitudine di apolidi» che, oggi più che mai, percorre le strade del mondo, per non parlare di coloro che muoiono o semplicemente scompaiono nelle acque del Mediterraneo, tra le sabbie del deserto o in qualche frontiera anonima.

Tuttavia, è evidente che non si tratta di un argomento il cui monopolio appartiene alle istituzioni, siano esse pubbliche, private o religiose. Si tratta, piuttosto, di un’enorme sfida che coinvolge diverse istanze, a livello di relazioni internazionali, rapporti tra i governi, all’interno della società civile, delle chiese, delle organizzazioni non governative, enti e movimenti sociali, e via di seguito.

Nei paragrafi successivi, l’accento sarà, tuttavia, posto sull’azione sociale, pastorale e politica che si svolge nel vasto ambito della mobilità umana, in modo particolare nelle attività legate alla Chiesa Cattolica. Senza entrare nei dettagli, seguiremo il metodo del vedere-giudicare-agire.

  1. Fotografia della mobilità umana

Negli ultimi decenni del XX secolo e dall’inizio del XXI, la maggior parte degli studiosi hanno iniziato a parlare di cambiamento di paradigma. Non si tratta di un periodo di cambiamento, sostengono alcuni, ma di un cambiamento di epoca, che scuote non solo il volto sociale e politico delle acque, ma soprattutto le correnti sotterranee dell’economia e dei valori culturali. La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo di oggi, documento approvato dal Concilio Vaticano II nel 1965, ci aveva già messo in guardia: “L'umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all'insieme del globo” (GS, nº 4).

Gli spostamenti umani di massa costituiscono, in generale, una sorta di termometro che misura la temperatura di una tale trasformazione. Infatti, nel corso della Storia, questi movimenti spesso precedono o seguono movimenti di carattere strutturale, dal punto di vista sociale ed economico, ma anche politico e culturale. Formano delle specie di onde occulte, segni visibili di fenomeni invisibili. Più di un secolo fa, in occasione delle cosiddette migrazioni storiche, causate dalla Rivoluzione Industriale, papa Leone XIII presentava la Rerum Novarum (1891), un documento inaugurale della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), che utilizzava espressioni come «ardente brama di novità» e «trepida aspettazione» (RN, 1). Entrambe riflettono in modo sorprendente e significativo il movimento incessante dei migranti in tutte le direzioni.

  1. Cifre e traiettorie

Le cifre relative al fenomeno migratorio sono generalmente la causa della controversia tra sociologhi, esperti di demografia e studiosi in generale. La ragione è semplice: in molti Paesi, la maggior parte degli immigrati sono irregolari, la qual cosa li spinge a "nascondersi per proteggersi". Da qui la difficoltà di ottenere statistiche attendibili. L’istruzione Erga Migrantes Caritas Christi, pubblicata nel 2004 dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itinerantis, afferma nella sua presentazione: “Le migrazioni odierne costituiscono il più vasto movimento di persone di tutti i tempi. In questi ultimi decenni tale fenomeno, che coinvolge ora circa duecento milioni di esseri umani, si è trasformato in realtà strutturale della società contemporanea, e costituisce un problema sempre più complesso, dal punto di vista sociale, culturale, politico, religioso, economico e pastorale” (EMCC, Presentazione).

Nascono due considerazioni. La prima è che, dieci anni dopo la pubblicazione di questo documento, nel 2014, l'ONU calcolava che 232 milioni di persone vivono fuori dal loro paese di origine. Se a questa cifra aggiungiamo il numero di migranti interni e/o temporanei e quelli che si spostano ogni giorno per motivi di lavoro, le cifre tendono ad aumentare considerevolmente. Il Consiglio Norvegiese per i Rifugiati (CNR) ha constatato — tra l’altro, nel suo ultimo rapporto ufficiale, pubblicato nel 2012 — non meno di 45,2 milioni di rifugiati nel mondo. In breve, se aggiungiamo i migranti per ragioni sociali ed economiche, i rifugiati, gli esuli e gli espatriati, i nomadi e tutti coloro che viaggiano, via aerea e via mare, ... otterremo una cifra non trascurabile rispetto alla popolazione mondiale.

La seconda osservazione riguarda il concetto di "realtà strutturale", utilizzato dal documento. Infatti, un’analisi attuale dell’economia mondiale e della società moderna o post-moderna non può ignorare il fattore «migrazione», se non vuole correre il rischio di diventare anacronistica. Gli storici e altri studiosi famosi, come Eric Hobsbowm, Alain Touraine, Boaventura Santos, Manuel Castells, Antonio Negri, Jürgen Habermas — tra gli altri —, dedicano lunghe pagine a questo tema della mobilità umana. Per alcuni, gli spostamenti di massa sono pian piano diventati una sorta di finestra dalla quale osservare la società attuale e il mondo. In altre parole, sono una chiave di lettura privilegiata per qualunque studio che voglia essere serio e attuale.

Dove hanno origine i più importanti flussi migratori e verso dove si dirigono? Il maggior numero di migranti tende a lasciare i paesi periferici (o sottosviluppati) verso i paesi centrali (o sviluppati). Si trarra dunque di un movimento dall’emisfero Sud — Asia, Africa e America Latina — verso il nord, alla ricerca di nuove opportunità. D'altra parte, molte persone, molte famiglie lasciano i paesi dell’Europa dell'Est, dell’ex «cortina di ferro», dell'ex Unione Sovietica, per cercare di costruirsi un avvenire nei paesi occidentali. Tuttavia, il quadro generale degli spostamenti umani non è così semplicistico da adattarsi a questo schema. Accanto a queste tendenze significative, milioni di persone si spostano in tutte le direzioni immaginabili, in modo temporaneo o definitivo. Lo stesso fenomeno esiste a livello nazionale e regionale. Secondo il sociologo paraguaiano Tomás Palau, «il movimento dinamico e plurale di persone all’interno di quel che si definisce "il complesso delle frontiere", dove si incrociano le frontiere di due o più Stati, è uno dei sintomi più importanti dell’economia mondiale». Trattenuti negli aeroporti da leggi sull’immigrazione sempre più severe e selettive, i lavoratori forzano le frontiere del loro paese d’origine, nel tentativo di passare ad ogni costo dall’altra parte. Una prova di ciò è quanto accade alla frontiera tra il Messico e gli Stati UNiti, in mezzo al mare che separa l’Africa del Nord e l’Europa del Sud o alla foce del fiume Iguaçu, dove si incontrano tre frontiere (Brasile, Argentina e Paraguay) — per citare solo alcuni esempi. Si tratta di un’"avventura" macabra che lascia una scia di cadaveri insepolti, tra le sabbie del deserto e le acque del Mediterraneo, così come tra i tortuosi sentieri della foresta.

Va ricordato, inoltre, che si potrebbe definire migrazione di prossimità geografica: si tratta, infatti, del movimento costante di lavoratori che si spostano da una regione all’altra o da un paese all’altro, alla ricerca di un lavoro, spesso temporaneo. Migrano verso culture agricole, progetti governativi o cantieri di costruzione di opere pubbliche. La triplice frontiera tra il Cile, la Bolivia e il Perù ne è un esempio. È importante sottolineare inoltre il dramma delle "persone costrette a spostarsi" dalla violenza, in tutte le sue forme, come nel caso delle migliaia di colombiani che si trovano tra due fuochi: da un parte la guerriglia, dall’altra l’esercito. Nel primo caso, si assiste a una migrazione di resistenza, che consiste nel lasciare temporaneamente per non doverlo fare in modo definitivo ; nel secondo caso, si tratta di un’evasione verso i centri urbani o verso altri paesi limitrofi.

  1. Nomi e volti

Più delle cifre, delle tabelle e dei dati statistici, è importante tenere conto della realtà delle persone, con i loro nomi, i loro volti, le loro storie e la loro sorte. La mobilità umana  riunisce lavoratori che si spostano da soli e famiglie intere, uomini e donne, giovani e bambini, che fuggono contemporanemante da qualcosa o che sono alla ricerca di qualcos’altro. Fuggono dalla povertà, la miseria e la fame, la violenza e i conflitti armati, la discrimnazione, i pregiudizi e la persecuzione politica, ideologica o religiosa.... Cercano un luogo che li accolga come cittadini e che essi possano considerare come patria.

Possiamo utilizzare tre aggettivi per classificare la migrazione di oggi. Essa è, al tempo stesso, più grande, più complessa e più varia. Essa è più grande rispetto ai movimenti del passato. Come abbiamo visto, il numero delle persone che si spostano cresce progressivamente sulla superficie del pianeta. La rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni ne è una causa. Lo storico Peter Gay ha scelto il treno e il movimento come due grandi metafore del XIX secolo, con enormi spostamenti transatlantici. Secondo lui, tra il 1820 e il 1920, almeno 62 milioni di persone hanno lasciato il vecchio continente europeo verso le nuove terre d’America, dell'Australia e della Nuova Zelanda. Che dire allora di quello che accade ai nostri giorni!

La migrazione è inoltre più complessa. In passato, le persone si sdradicavano dal paese che le aveva viste nascere e crescere e nel quale avevano seppellito i loro antenati, ma lo facevano, in generale, per trapiantarsi altrove e per mettervi radici da coloni. L'origine e la destinazione dei flussi migratori erano più o meno previste, determinate. Oggi, la tendenza si traduce in una migrazione che si ripete e che si compone di diverse tappe, a volte senza che chi migra metta radici lì dove arriva:  una sorta di spola senza fine, con orizzonti e prospettive diverse. I movimenti migratori tendono a navigare secondo i flussi e riflussi delle ondate create dall’economia mondiale. Un vero e proprio "esercito di riserva" che non vive, ma che “si accampa” — come aveva già denunciato Karl Marx. Si spostano a seconda dei venti e delle nuove possibilità di occupazione o sotto-occupazione. Si tratta di un movimento circolare, pendolare, secondo alcuni.

Infine, il fenomeno migratorio è più diversificato. Nuove persone, razze, popoli e nazioni fanno parte del contingente di migranti. Il pluralismo culturale e religioso della società contemporanea si riflette anche nei diversi volti dei migranti. In alcune città come New York, Roma, San Paolo, Parigi o Londra — tra le città più cosmopolite — gli abitanti incrociano quasi quotidianamente «i mille volti dell’altro», e possono entrare in contatto con lingue, bandiere e costumi diversi. Oggi è difficile, o addirittura impossibile, trovare un paese che non sia in qualche modo interessato dal fenomeno della migrazione. Alcuni come luogo di origine, altri come luogo di destinazione e altri ancora come zone di transito, per non parlare di quei paesi che possono svolgere, allo stesso tempo, le tre funzioni, come nel caso del Messico e del Guatemala, del Portogallo, dell'Italia e della Turchia.

  1. Radiografia del fenomeno migratorio

Non è sufficiente, tuttavia, fare una fotografia. Ogni medico che si rispetti, se desidera davvero guarire il suo paziente, deve cercare di conoscere le cause profonde della sua malattia. Conoscere il male è la conditio sine qua non per poter prescrivere la cura giusta. Ciò vale anche per il fenomeno della migrazione. Nella maggior parte dei casi, ci troviamo di fronte a degli spostamenti forzosi, che possono essere evitati con politiche adeguate, nei paesi di origine o nel paese di transito e di destinazione. In una parola, si tratta di un problema che può essere risolto con le relazioni nazionali e internazionali.

Ne consegue la necessità di fare una radiografia della mobilità umana. Solo così si possono a volte eliminare apparenze che ingannano. È altresì importante ascoltare le storie di ogni migrante, conoscere i valori di ogni cultura, approfondire lo studio della realtà della migrazione. La radiografia rivela non solo la parte epidermica, ma anche le ossa, gli organi interni e il cuore. In questo modo, come vedremo, potremo sviluppare una pastorale più efficace.

  1. Motivazioni immediate

Chiediamo ad ogni migrante perché ha lasciato la sua patria per migrare verso un’altra regione o un altro paese ; cosa l’ha spinto a fare un passo così rischioso e a volte senza ritorno. Le risposte possono essere le più diversificate. Alcuni diranno che avevano il desiderio di conoscere altri luoghi, altri parleranno di una prolungata siccità o di una grave inondazione; altri ancora mostreranno le cicatrici di un conflitto armato o ricorderanno con tristezza membri della propria famiglia rimasti vittime della violenza. Molti diranno semplicemente che hanno deciso di seguire un parente o un amico che li aveva preceduti;  successivamente loro stessi hanno chiamato i loro cari e, così, la rete familiare si è ricostituita.

Un gruppo considerevole lascia il proprio paese per ragioni di salute, alla ricerca di luoghi in cui l’assistenza sanitaria sia migliore, più veloce e con strumenti moderni. Molti giovani di entrambi i sessi, dopo la scuola primaria e secondaria cercano luoghi dove poter continuare gli studi superiori, per imparare una professione e trovare un’occupazione. Tuttavia, i termini «lavoro», «avvenire migliore» e «vita migliore» appaiono praticamente in tutte le risposte.  Allo stesso modo, si parla spesso di «fuga di cervelli». In questo tipo di visione emergono, in modo assolutamente naturale, i cosiddetti fattori di espulsione e di attrazione (push and pull factors), ma la prima risposta del migrante e quella di chi l’ascolta possono essere ingannevoli. Le motivazioni immediate nascondono di solito cause più profonde. Anche qui la fotografia ha bisogno di essere sostituita da una radiografia.

  1. Cause remote

In gran parte dei flussi migratori, il contesto sociale ed economico di origine è caratterizzato da una duplice contraddizione. Da una parte, ci sono degli isolotti di ricchezza in un oceano di povertà e di miseria, in cui una grande concentrazione di reddito si trova accanto a una grande escusione sociale. La linea che divide il primo e il terzo mondo attraversa, in verità,  ogni paese e persino ogni regione. D’altra parte, dagli inizi degli anni ’70, assistiamo a una crisi prolungata e strutturale del sistema capitalistico di produzione che aumenta il movimento circolare di enormi masse di persone nel mondo intero. La crisi colpisce, in primo luogo, le persone più vulnerabili, che sono obbligate a partire alla ricerca di migliori condizioni di vita in terre lontane, seguendo la scia del capitalismo.

Prendiamo l’esempio di coloro che affermano di avere abbandonato la propria patria a causa della siccità. In linea di principio, la risposta non è falsa, ma è incompleta. Se è vero che l'assenza prolungata della pioggia obbliga le persone a lasciare la propria regione o il proprio paese, è altrettanto vero che da sola essa non determina un esodo di massa. La siccità segna il momento della partenza, ma dietro questo flagello vi è una struttura agraria ed agricola che da molto tempo priva le persone di ogni tutela. Ciò è provato dal fatto che i grandi proprietari terrieri, con o senza pioggia, restano. Allora, ciò che causa la partenza non è la siccità, ma «il contesto» in cui vivono: in altre parole, le condizioni ingiuste e disuguali della proprietà fondiaria.

Lo stesso accade per altri tipi di risposte o di analisi superficiali. Nel contesto della mobilità umana in generale, la visione immediata, superficiale o semplicemente ciclica nasconde spesso cause più profonde e strutturali. Nella grande maggioranza dei casi, le radici della migrazione si trovano nella situazione sociale ed economica sfavorevole alla permanenza nel luogo di origine. La mancanza di lavoro o di un salario dignitoso, la precarietà del sistema sanitario pubblico e dell’istruzione, rapporti di lavoro simili alla schiavitù,  la cultura patriarcale nella quale le donne sono totalmente sottomesse alla forza maschile, lo sfruttamento del lavoro minorile (da non confondere con la sana iniziazione dei bambini a svolgere certi servizi in seno alla famiglia) — sono tutti esempi di una tale situazione.

In alcuni paesi e in certe regioni, sembra di trovarsi ancora nel Medio Evo pur essendo in pieno XXI secolo. Il capitalismo rivela così uno dei suoi volti più lampanti e perversi; paradossalmente ci troviamo di fronte a una contraddizione: con la rivoluzione tecnologica in corso, le innovazioni tecnologiche sempre più avanzate coesistono con forme di lavoro che sono state condannate e bandite da molto tempo grazie alla lotta sindacale nel corso della storia. Come ha dichiarato il sociologo José de Souza Martins, forme non capitalististiche possono trovarsi accanto a un sistema di produzione capitalista.

Le altre cause degli spostamenti di massa sono legate — come abbiamo appena visto — alle persecuzioni politiche, ideologiche o religiose che obbligano le persone a fuggire. Esse sono legate anche ai pregiudizi, alla xenofobia, alla discriminazione etnica o religiosa, a un conflitto armato all’interno di un paese (ad esempio, il Libano) o tra due diversi stati belligeranti (ad esempio, Israele e Palestina, Russia e Ukraina), a scontri tra fazioni ribelli e forze armate (come in Colombia), alla violenza sotto numerose forme, in particolare la tratta degli esseri umani gestita dalla criminalità organizzata, alla lotta per il controllo delle drogue e il traffico d’armi (ad esempio, Messico, Colombia e Brasile), al lavoro stagionale che, nel corso degli anni, può portare a una migrazione permanente.

  1. Uno sguardo biblico, teologico e pastorale

Esistono tre modi di leggere il fenomeno della migrazione alla luce della Parola di Dio. Il primo consiste nel prendere un racconto biblico o un libro in particolare — rispettivamente l’episodio dei Discepoli di Emmaus o il Libro di Ruth — e, a partire da questo approccio, cercare di approfondire il tema. Il secondo modo consiste nel prendere dei testi biblici che fanno riferimento al tema della migrazione e intessere a partire da essi una riflessione di carattere teologico spirituale o pastorale.  Infine, il terzo consiste nel leggere tutta la Parola di Dio nella prospettiva della mobilità umana, ponendo l’accento su una teologia o una spiritualità del cammino. Senza sottovalutare gli altri modi, noi seguiremo il terzo, considerando solamente alcuni testi paradigmatici dell’Antico Testamnto e uno del Nuovo Testamento, per illustrare l’esperienza di un popolo in cammino.

Guardare il migrante con gli occhi di Dio

In merito all’antica alleanza, possiamo rivolgere il nostro sguardo su ciò che gli esperti chiamano il «credo storico» del popolo di Israele: Deuteronomio 26,5-10, nella sua versione più elaborata, ed Esodo 3,7-10, una versione più primitiva. Si tratta, com’è noto, dell’esperienza che ha contribuito alla fondazione d’Israele come Popolo di Dio. Confrontando le due versioni, troveremo quattro verbi alla prima persona singolare, tutti attribuiti a Dio, che ci mostrano un filo conduttore che si presenterà lungo tutta la Bibbia. «Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele».

Le quattro forme verbali — osservare, udire, conoscere e scendere — indicano che, al momento della loro «esperienza fondatrice», gli Israeliti hanno sviluppato la teologia e la spiritualità di un Dio che non solo è attento alla situazione concreta del popolo nel paese della schiavitù, ma che, soprattutto, scnde per raggiungerlo lungo il cammino dell’esodo e del deserto e, più tardi, lungo quello dell’esilio e della diaspora. L’atto di scendere si realizzerà pienamente con il mistero della sua incarnazione. Qui, è importante sottolineare la sensibilità e la solidarietà di un Dio che si fa prossimo e che, di fronte all’oppressione del Faraone, prende posizione a favore di coloro che soffrono e di coloro che sono umiliati. In breve, si tratta di un Dio che privilegia i poveri, non solo perché sono poveri o perché sono necessariamente «buoni», ma perché sono vittime di circostanze storiche indesiderate.

Il movimento profetico non fa altro che mettere in luce, a sua volta, questa stessa teologia e spiritualità nel turbolento periodo della monarchia e dell’esilio. La combinazione dell’alleanza tra  la liberazione e la promessa si riveste di nuovo vigore. Da qui il triplice accento profetico: il richiamo a non opprimere lo straniero che vive a casa vostra, né il vostro stesso fratello dal momento che «voi stessi siete stati schiavi in Egitto»; la denuncia di fronte alle diverse forme di oppressione, perché voi, «capi di Giacobbe, voi governanti della casa d'Israele: Non spetta forse a voi conoscere la giustizia? Nemici del bene e amanti del male, voi strappate loro la pelle di dosso e la carne dale ossa. Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle di dosso, ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi …» dice il profeta Michea (Michea 3,1-2). Infine, l'annuncio di «nuovi cieli e nuova terra» (Isaia 65,17-25), che è come il respiro di un popolo oppresso che attende la promessa della Gerusalemme celeste.

Quanto al Nuovo Testamento, possiamo soffermarci su due testi fondamentali. Da una parte, all’inizio del suo ministero pubblico, il profeta itinerante di Nazaret (John P. Meier) prende il Libro di Isaia per annunciare quel che possiamo definire il «programma di Gesù» (Lc 4, 16-20; Is 61, 1-2). Egli rivela sin dall’inizio della sua predicazione la sua predilezione per gli oppressi, gli schiavi, i prigionieri e i poveri, riprendendo, con altre parole, le espressioni «l’orfano, la vedova e lo straniero» dell'Antico Testamento. L'opzione preferenziale per i poveri ha le sue radici nel cuore del Maestro, perché egli ama in modo particolare gli emarginati, gli impotenti, i migranti e gli esclusi: «Ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25,35).

D'altra parte, l'evangelista Matteo interrompe abitualmente il racconto per introdurre dei brevi riassunti e mettere in evidenza qualcosa che non deve essere dimenticata. «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi ...» ci dice il testo. E continua: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Mt 9, 35-38). Due osservazioni: in primo luogo, la nostra attenzione cade sul verbo « andare attorno », che dimostra la pratica pastorale di Gesù e, da solo, potrebbe essere utilizzato per un buon ritiro di conversione. Gesù non si limita a incontrare le persone nel tempio (o sulla porta delle chiese), va incontro ai pellegrini. Inoltre, a proposito delle «folle stanche e sfinite», possiamo porre l’accento in particolare sul numero di migranti che vagano per le strade di tutto il mondo, spesso orfani, soli e smarriti.

Guardare Dio con gli occhi dei migranti

Colui che cammina molto, impara presto ad alleggerire non solo il proprio bagaglio, ma anche la propria anima. Ogni lungo viaggio ci insegna a mettere da parte il superfluo e a conservare solo l’essenziale. L’atto di migrare e di migrare ancora, aiuta a discernere ciò che è essenziale da ciò che è negoziabile. La strada — soprattutto se percorsa una, due o diverse volte — ci insegna la saggezza di sbarazzarci di ciò che è pesante e di rallentare il passo per concentrarci sulla meta, sull’orizzonte dell’esistenza umana. In una parola, i piedi del pellegrino sviluppano una mistica naturale, quella di relativizzare "le cose" in termini di quantità e assolutizzare "una/la sola cosa", ciò che è più importante, come possiamo constatare nell’episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42). Inoltre, secondo il concetto del cor inquietum di sant’Agostino, il migrante rappresenta la condizione di ogni essere umano, pellegrino sulla terra, alla ricerca della patria ultima.

Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), ci sono semi del Verbo nel cuore di ogni persona e di ogni cultura. Spostandosi da un luogo all’altro, i migranti sono portatori di questi semi. Secondo il beato G.B. Scalabrini — "padre e apostolo dei migranti" — come gli uccelli e i venti trasportano il polline che feconda la vita, così i viaggiatori portano con loro lungo le strade espressioni e valori che fecondano la tradizione culturale di altri popoli. Ecco perché la migrazione non cessa di essere uno strumento di evangelizzazione che tende a promuovere la purificazione reciproca e permanente delle culture, come ci ricorda il documento di Aparecida. Inoltre, il migrante non può mai essere considerato unicamente come vittima dello sfruttamento del  mercato del lavoro. Se è vero che, da una parte, è generalmente un forte candidato a svolgere i servizi più pesanti, più pericolosi e peggio pagati, d’altra, è altrettanto vero che la sua indomabile e imbattibile testardaggine fa di lui un protagonista e un profeta del futuro. Attraverso vie inospitali e ostili o «in mezzo ad acque fin qui sconosciute» — secondo l’espressione del poeta portoghese Luís de Camões — lo sguardo rivolto verso Dio diventa il faro del "fragile vascello" di ogni migrante.

In questa prospettiva, la fede e la speranza del popolo migrante è generalmente una luce che mostra nuovi orizzonti per la storia, sia essa personale, familiare o collettiva. Nel suo bagaglio, seppur povero e limitato, è raro non trovare un simbolo della religione dei propri avi, come la Bibbia  o il Corano per i musulmani. In questo modo, l’atto di migrare mette in movimento, di per sé, non solo le attese del migrante e della sua famiglia, ma anche la propria Storia. Da una parte, lo spostamento forzoso denuncia in origine l’incapacità di molti paesi di garantire una vita dignitosa ai propri abitanti. Dall’altra, annuncia, attraverso il fenomeno del transito e della destinazione scelta, l’urgente necessità di cambiamenti strutturali nelle relazioni nazionali, regionali e intrernazionali. In breve, non è esagerato affermare che l’espressione di  Martin Luther King I have a dream (Ho un sogno) diventa una forza motrice nella vita del migrante. Parafrasando Euclides da Cunha, "il migrante è in primo luogo e prima di tutto una persona forte".

  1. Sfide e prospettive: cosa fare?

Dopo un breve quadro della realtà della migrazione (parti I e II), seguito da alcuni elementi biblici, teologici e pastorali che illuminano e orientano (Parte III), l'obiettivo di questa ultima parte è quello di mostrare delle piste di azioni sociali, pastorali e politiche. Più che "reinventare la ruota", cerchiamo di porre l’accento su alcune attività che, nella maggior parte dei casi, si stanno già realizzando nella Chiesa in generale e nella Pastorale per i Migranti in particolare.

  1. Accoglienza e documentazione

L'accoglienza è il DNA della Pastorale per i Migranti. È l’apertura del cuore, delle porte e degli spazi ecclesiali e culturali  all’altro, «lo straniero, il diverso». Accogliere significa, soprattutto, promuovere un aiuto immediato per coloro che arrivano in un nuovo luogo. Questa assistenza significa, caso per caso, preoccuparsi  della dimensione personale, familiare, sociale, giuridica, educativa, sanitaria, psicologica... È per questo che esiste una rete di Case dei Migranti sparse alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, tra il Messico  e il Guatemala o tra il Cile, la Bolivia e il Perù e in alcune città con un gran numero di migranti (San Paolo, Santiago, Manaus). È inutile aggiungere che, molto spesso, è fondamentale insegnare la lingua locale.

L'accoglienza è accompagnata da un lungo iter di regolarizzazione dei documenti. Senza di essi, tutte le porte si chiudono, a cominciare dall’accesso a un lavoro dignitoso e a un contratto regolare. Il lavoro, a sua volta, apre una serie di possibilità. Ancora una volta, i migranti possono contare su una rete di centri di accoglienza e di orientamento, che si avvalgono della collaborazione di assistenti sociali, avvocati e altri professionisti che possono facilitare loro una più rapida integrazione nella società. I modi rozzi con cui la maggior parte delle autorità di polizia federale trattano i nuovi arrivati sono ben noti. La presenza di un professionista dà maggiore fiducia ai migranti. 

  1. Diritti dei Migranti

L'impegno per la difesa dei diritti dell’uomo in generale e dei diritti dei migranti in particolare, è una delle caratteristiche dell’azione sociale e pastorale nel mondo della mobilità umana. Molti immigrati rimangono per mesi, anni o addirittura decenni (se non tutta una vita) nella situazione precaria di immigrati clandestini o irregolari. In questa condizione di irregolarità sono vulnerabili ed esposti a ogni sorta di sfruttamento lavorativo, sessuale e diventano facili prede della rete mondiale della criminalità organizzata.

Conosciamo bene il peso della parola «clandestini» in realtà come gli Stati Uniti, o come in Europa, in Australia, in Giappone, per citarne solo alcune. Essa traduce concretamente l'insicurezza, l’instabilità, la paura e, alla fine, il processo di rimpatrio. Sfortunatamente, per quanto riguarda il trattamento degli immigrati sprovvisti di documenti regolari, lo stesso avviene nei paesi in via di sviluppo o emergenti. È per questo che urge poter contare su una tutela giuridica per la conquista e/o la difesa del diritto alla vita e del diritto alla dignità umana.

  1. Parrocchie multiculturali e plurietniche

Da un punto di vista strettamente pastorale, nelle parrocchie di accoglienza, è necessario salvare e promuovere i valori culturali e religiosi dei migranti. Non è difficile creare spazi per incontri multiculturali o plurietnici, come la festa del santo patrono, la festa nazionale ecc. Qui si nasconde, tuttavia, un’ambiguità che spesso si traduce in una trappola capace di confondere i meno attenti. La preservazione della lingua d’origine, delle espressioni culturali e religiose aiuta a cementare e mantenere la coesione del gruppo etnico, in particolare nei casi di discriminazione, di pregiudizi e di ostilità. Tuttavia, in questo processo di salvataggio culturale vi è il rischio di creare dei ghetti che impediscono una rapida e naturale integrazione. Utilizzando un linguaggio metaforico, gli angeli della tradizione religiosa possono trasformarsi in demoni, in promotori di divisione e isolamento. La sfida consiste nel trovare l’equilibrio tra il rispetto dei diversi gruppi etnici e la graduale integrazione nella società del paese di accoglienza.

Preservare e promuovere i valori di ogni persona, di ogni popolo e di ogni cultura esige in primo luogo uno spazio dedicato alla storia individuale e collettiva. In questa linea, le riunioni di immigrati per gruppo etnico sono spesso estremamente rivelatrici. Si presuppone che la migrazione rappresenti un’esperienza che lascia delle ferite, alcune delle quali non cicatrizzeranno mai. Lo sradicamento e l’esposizione al sole torrido lungo il viaggio hanno conseguenze inevitabili. Normalmente, l’individuo che parte soffre quanto coloro che restano nel paese di origine. Raccontare la propria storia — come ci dice la Psicologia — è un modo per esorcizzare le ombre che oscurano il cammino. Verbalizzare la sofferenza permette di liberarsi del peso ereditato dal passato. Lo stesso vale per la storia di un gruppo nel suo insieme. È importante, pertanto, promuovere un tempo e uno spazio per quei migranti le cui strade si incrociano e possono scambiarsi le loro esperienze e così arricchirsi reciprocamente.

  1. Presenza al momento della partenza e dell’arrivo

Così come i movimenti migratori tendono a stabilire un ponte di sopravvivenza tra la patria e il paese di arrivo, gli operatori e i leaders che accompagnano i migranti possono impegnarsi a costruire, attraverso la corrispondenza, un ponte sociale e pastorale tra il luogo di partenza e il luogo di arrivo. Cercare di unire le due estremità del ponte attraverso visite regolari, missioni popolari, scambi di informazioni e di personale: ecco un modo per mantenere e rafforzare la fede e gli sforzi dei migranti nella loro lotta per una vita giusta e dignitosa. Se i migranti hanno difficoltà ad andare in chiesa, questa deve rendersi presente là dove essi si trovano.

Questa presenza della Chiesa, sia alla partenza che all’arrivo non è una novità dei tempi moderni. Infatti, alla fine del XIX secolo, il vescovo GB Scalabrini fondò un Istituto religioso (con un ramo maschile e uno femminile) e un istituto secolare per accompagnare gli emigrati italiani, sia nella sua diocesi di Piacenza e in altre regioni d'Italia, che dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina, in Australia, e in altri posti. Il fine — diceva —, era portare loro "il sorriso della patria e il conforto della fede". Aggiungeva inoltre che "per i migranti, la patria è la terra che dà loro il pane”, e concludeva che "le migrazioni allargano il concetto di patria oltre i confini materiali”.

  1. Centri di studio e di pastorale

Al fine di svolgere un lavoro più efficace e di maggiore incidenza sociale e politica, è necessario fare una lettura scientifica e attuale del fenomeno della mobilità umana. A tal fine sono nati i Centri di Ricerca sulle Migrazioni, presenti oggi in Europa, Asia, Africa, America del Nord e del Sud. In collaborazione sinergica con altre istituzioni accademiche, tali centri svolgono ricerche, studi e organizzano conferenze, riunioni, corsi e seminari per coinvolgere il maggior numero di persone, ma anche per sensibilizzare la Chiesa, la società civile e le autorità nei confronti del dramma dell’immigrazione. È evidente che una tale lettura approfondita dei flussi e delle tendenze, delle cause e delle conseguenze della migrazione resta strettamente legata ai precedenti elementi. Essa permette non solo di aumentare le attività pastorali, sociali e politiche, ma pone altresì l’accento sui cambiamenti necessari per l’emanazione di nuove leggi sull’immigrazione.

A tale proposito, è importante sottolineare la creazione del  Forum Internazionale su Migrazione Pace. In occasione della sua V edizione (Antigua, Bogotà, Messico, New York e Berlino), tale Forum ha presentato un duplice obiettivo: da una parte, separare il concetto di migrazione dall’ideologia della sicurezza nazionale e della criminalità organizzata, sottolineando prima di tutto il potenziale che essa rappresenta per la costruzione della pace. Dall’altra, fare in modo che le autorità politiche, i ricercatori universitari e altre personalità si impegnino e agiscano maggiormente a livello sociale e politico a favore dei diritti dei migranti.

 

[1] Il presente testo, nella sua quasi totalità, con il titolo « Sollecitudine pastorale verso i migranti», è stato utilizzato, in origine, per un progetto della "Missione internazionale e interculturale", sotto la responsabilità di Lazar Thanuzraj Stanislaus, SVD.