COMBONI THAT DAY

Daniele Comboni, persona di spiritualità

Sabato 7 ottobre 2017
“Daniele Comboni, persona di spiritualità – battistrada nel nostro cammino di discepoli missionari” è il titolo di una breve riflessione fatta da P. Carmelo Casile che potrebbe servire ai comboniani per fare memoria del loro Padre e Fondatore in questo mese missionario e in occasione della sua festa il prossimo 10 ottobre. “La persona spirituale – dice P. Carmelo – è quella che incarna una mentalità vicina a Cristo, così che vive nel e secondo lo Spirito di Cristo. E il primo dono che lo Spirito porta, è l’Amore, che si rivela e si effonde in pienezza dal Cuore Trafitto di Gesù sulla Croce”.

DANIELE COMBONI, “PERSONA SPIRITUALE”,
BATTISTRADA NEL NOSTRO CAMMINO DI DISCEPOLI MISSIONARI

La persona spirituale è quella che incarna una mentalità vicina a Cristo, così che vive nel e secondo lo Spirito di Cristo. E il primo dono che lo Spirito porta, è l’Amore, che si rivela e si effonde in pienezza dal Cuore Trafitto di Gesù sulla Croce.

La persona spirituale, per tanto, è colei che è docile all’azione dello Spirito Santo e lo lascia progressivamente penetrare in tutto il suo essere umano, fatto di spirito, anima e corpo (cfr. 1Tes 5,23); è colei che si espone allo Spirito Santo, in modo che Egli possa penetrare sia nella sua psiche sia nel suo corpo, conformandola a Cristo.

In san Daniele Comboni troviamo il profilo di una chiara ed eloquente persona spirituale.

La sua apertura incondizionata allo Spirito Santo appare evidente in modo particolare nel testo, in cui descrive l’evento carismatico del 15 settembre del 1864: “Il cattolico, avvezzo a giudicare le cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli umani interessi, ma al puro raggio della Fede; e scorse colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comune Padre su in cielo, incurvati e gementi sotto il giogo di Satana.(…) Allora trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendice del Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, per abbracciare tutta l’umana famiglia, sentì battere più frequenti i palpiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle barbare terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegl’infelici suoi fratelli” (S 2742-2743).

Si tratta del cosiddetto “testo privilegiato”, frutto della sua intelligenza contemplativa, in cui Comboni svela nella Trinità le misteriose Sorgenti, che danno origine e sostengono il suo amore “così tenace e resistente” per l’Africa fino al sacrificio della propria vita. Il profondo “senso di Dio” vissuto abitualmente da Comboni, per la prima e unica volta diviene comunicazione di vita sul Mistero Trinitario in intima connessione con la sua passione missionaria.

Questo testo conserva l’atto di “testimonianza” di un “avvenimento carismatico”, che configura definitivamente la sua vita missionaria. È, infatti, testimonianza del suo coinvolgimento nel Mistero di Dio-Trinità, è “confessione della Trinità” da lui vissuta, che dà ragione del suo “impeto” missionario. La formulazione del testo ha il sapore di una comunicazione personale, della condivisione di una esperienza mistica.

In questa comunicazione San Daniele Comboni si rivela una persona altruista, intraprendente, instancabile nella sua attività e un credente profondamente aperto all’«autotrascendenza»: Dio è presente in lui con maiuscola, è “il Tutto” della sua vita che dà ragione della sua dedizione totale alla causa missionaria tra i popoli dell’Africa centrale (cf RV 2-5).

Anche se è un tipo estroverso, impegnato alla conquista dell’Africa a Cristo (“O Africa o Morte”), nel suo “Io profondo” è attraversato e vive un “forte sentimento di Dio” e riesce a scoprirlo e ad accoglierlo in ogni aspetto della sua vita e nelle persone che incontra, soprattutto in quelle che Dio stesso gli affida.

Il suo incontro con Dio è così profondo che il suo “Io” scompare e Comboni diventa semplicemente “il cattolico, avvezzo a giudicare le cose col lume che gli piove dall’alto” (S 2742)  in un costante atteggiamento di discernimento.

È, per tanto, una persona con una chiara inclinazione alla pietà, cioè a quella esigenza interione, sostenuta dallo Spirito Santo, che è avvertita dal credente e che lo spinge ad aprirsi al suo Dio come al Tutto della sua vita.

In virtù di questa inclinazione, Comboni non può vivere senza Dio, ha il gusto della ricerca di Dio, di ciò che si riferisce a Lui, del suo disegno di salvezza del mondo e di ciò che è da Lui preferito, cioè “i più necessitosi e derelitti dell’Universo” (Regole del 1871, Cap. I; S 2647). Per questo è disposto a giocarsi la propria vita con Lui fino alle estreme conseguenze. Così i suoi pensieri e sentimenti sono assorbiti dai pensieri e sentimenti di Dio. Dio è il suo fine ultimo; vive quindi pervaso da “un forte sentimento di Dio” e con un vivo desiderio di vivere in questo mondo in sintonia con Lui e di contemplare il suo Volto nell’Eternità.

Comboni, per tanto, è mosso, è agito da questi pensieri e sentimenti nel e secondo lo Spirito, cosicché è persona spirituale nella totalità del suo essere: egli è tutto di Dio e tutto della Nigrizia, che riceve da Dio come sposa, per la quale “parlò, lavorò, visse e morì”.

 

«L'Africa e i poveri neri
si sono impadroniti
del mio cuore,
che vive solo per loro
».
Daniele Comboni
(Gli Scritti, n° 941).

 

Per questo nella sua vita non è preoccupato di sé, anche se ha incontrato una infinità di tribolazioni; non cerca il proprio tornaconto e non si chiede: Come sto?, Come mi sento?, ma: Da dove vengo?, Chi mi chiama? Dove e a chi mi manda?, Qual è il destino finale mio e di coloro che Dio affida alle mie cure?

In Comboni, la risposta a queste domande si compendia nella certezza della sua vocazione: “Ciò che non mi fece mai venir meno alla mia Vocazione, ciò che mi sostenne il coraggio a star fermo al mio posto fino alla morte, fu la convinzione della sicurezza della mia Vocazione” (cfr. S 6886).

Mosso da questa certezza può affermare: «L'Africa e i poveri neri si sono impadroniti del mio cuore, che vive solo per loro» (S 941).

Comboni viene raggiunto e coinvolto dai pensieri e sentimenti di Dio «col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime» (S 2721). Egli vive sotto l’influsso del Lume che gli piove dall’Alto”; Dio è il suo fine ultimo e vive quindi pervaso da “un forte sentimento di Dio” e con un vivo desiderio di contemplare il suo Volto nell’Eternità e di condurre a questo porto di felicità l’intera Nigrizia, divenuta padrona del suo cuore.

Il suo corpo è mosso, è agito da questi pensieri e sentimenti che gli vengono dall’Alto e lo imbevono; così Comboni è spirituale nella totalità del suo essere: egli è tutto di Dio e tutto della Nigrizia, che riceve da Dio come sposa, per la quale “parlò, lavorò, visse e morì”.

Lo Spirito Santo conferma i pensieri e i sentimenti di Comboni con la sua consolazione, con la Pace, quella pace che il mondo non può dare ma che neppure può togliere, che è aperta alla solidarietà liberatrice, e quindi alla consegna missionaria di sé per la rigenerazione della Nigrizia: consegna di sé e rigenerazione della Nigrizia formano un unico cammino per arrivare assieme (Comboni e la Nigrizia) alla Eternità. Perciò Comboni esclama: «Io sono sempre allegro, e già consacrato a Dio, disposto a tutto quello che Dio vorrà da me» (S 1034).
P. Carmelo Casile MCCJ
Casavatore, ottobre 2017