COMBONI COMO HOY

SS - South Sudan

Sede: JUBA (Sud Sudan)
Membri: 51 (1 vescovi, 37 padri e 13 fratelli)
Comunità: 12, di cui 7 + 1 bishop's house in Kenya e 3 + 1 bishop's house in Sud Sudan
Superiore Provinciale: P. Daniele Moschetti

La storia

Il 14 Febbraio 1858 Daniele Comboni arriva a Santa Croce, tra il 6° e 7° grado di latitudine Nord, sulle sponde del Nilo Bianco. Fa parte di un gruppo di sei membri dell’istituto veronese di Don Mazza. Inizia a studiare il Denka. Ben presto il clima e le febbri hanno la meglio sui giovani missionari. Uno, Don Francesco Oliboni, muore il 25 Marzo. Comboni stesso rischia più volte di morire. Il gruppo è costretto a rientrare in Italia. Lasciano Santa Croce il 15 Gennaio 1859. La prima esperienza missionaria di Daniele Comboni dura solo 11 mesi, ma l’Africa centrale gli è entrata nel cuore.Fino al termine della sua vita Comboni lotta per riorganizzare la missione, sognando di raggiungere ed evangelizzare proprio le popolazioni nere dell’interno, la sua “Nigrizia”. Morirà a Khartum, senza poter coronare il suo sogno.

Solo vent’anni anni dopo la sua morte, nel 1901, i primi comboniani, guidati da Mons. Roveggio, giungono al Sud, a Lul, tra gli Shilluk. Sono presto raggiunti dalle suore (1903). Una di loro, l’anziana Sr. Giuseppa Scandola, reclutata direttamente dal Comboni e partita per l’Africa nel 1877, muore offrendo la sua vita in cambio di quella di un giovane missionario ammalato, P. Beduschi. (Sia per Mons. Roveggio che per Sr. Scandola è oggi in corso, nelle sue diverse fasi, il processo di canonizzazione). Dagli Shilluk i missionari passano poi tra i Jur a Kayango e Mbili, vicino a Wau (1904).

Inizia così la storia dell’evangelizzazione del Sudan meridionale, la missione “classica” per generazioni di comboniani e comboniane. Una storia che dura ormai da un secolo. Impossibile da riassumere, la si può schematicamente dividere in tre periodi.

1901-1964

È il lungo periodo di una crescita, faticosa e prodigiosa allo stesso tempo, di moltissime comunità cristiane in tutte le regioni del Sud Sudan. Il cristianesimo promuove la formazione e crescita non solo della chiesa, ma dell’intera società sudanese. Al cammino che conduce il paese all’indipendenza (1956), si accompagna la progressiva presa di coscienza da parte dei neri del Sud di una loro identità e dignità, in rapporto alla popolazione araba e musulmana del Nord. Il desiderio di autonomia politica è rafforzato dall’opposizione al tentativo di islamizzazione promosso dal governo di Khartum. La ribellione contro il Nord si organizza e si arma. Il governo cerca di frenare e controllare la vita della chiesa con misure sempre più restrittive. Il 1964 vede l’espulsione massiccia dal Sud di tutti i missionari stranieri.

1971-1990

Nel 1971 una comunità di comboniani sudanesi ritorna a Nzara, tra gli Zande. L’accordo di Addis Abeba fra il governo e i ribelli Anya-Nya del Sud (1972) facilita il progressivo ma lento rientro di altri missionari. Date le circostanze, nel 1980 la zona del Sud viene distinta dalla provincia comboniana di Khartum. Dapprima Delegazione, il Sud Sudan diventa Provincia a sé (1985). Le alterne fortune militari e le divisioni interne dell’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (SPLA) causano lo spostamento da una zona all’altra di intere popolazioni, nel tentativo di fuggire alle calamitá della guerra. Molte missioni devono essere chiuse e abbandonate.

Dal 1990 ad oggi

Mentre, per ragioni di sicurezza, molti missionari si concentrano in Juba, altri scelgono di continuare a lavorare nelle zone “liberate”, sotto il controllo dell’esercito di liberazione. È il luglio del 1990. Nasce il gruppo del “Nuovo Sudan”. La presenza nel Sudan libero impone continui cambiamenti e spostamenti, in seguito alle alterne vicende militari nella lotta contro l’esercito governativo. Spesso, dopo aver ricominciato in un luogo, bisogna abbandonarlo perché minacciato o distrutto dai bombardamenti. Il periodo dal ’94 al ’98 è relativamente più tranquillo e permette l’apertura di varie comunità. Il gruppo del Nuovo Sudan, costituito come Delegazione nel 1995, diventa nuovamente la Provincia del Sud Sudan col 1 Gennaio 2002. Continua così la presenza comboniana a servizio di una Chiesa locale ormai adulta (la creazione di una gerarchia sudanese risale al 1974), ma tuttora sottoposta ad una pesante situazione di grande povertà, acuita dalla guerra che continua a moltiplicare le sofferenze della popolazione.

La storia dell’evangelizzazione del Sud Sudan è comune ai due istituti fondati da Comboni. Padri, Fratelli e Suore hanno condiviso tutti i momenti, le gioie e le fatiche di questa lunga epopea, dagli inizi fino all’esperienza amara dell’espulsione. E poi ancora i tentativi di rientro nel Nuovo Sudan, fino al presente. Parallelo anche il cammino di ristrutturazione interna in risposta all’evolversi della situazione, sia pure con date diverse per il gruppo delle missionarie comboniane: Delegazione del Sud Sudan nel 1985, e poi Provincia nel 1990. Sospesa con l’espulsione delle sorelle da Juba nel settembre del 1992, la Provincia del sud Sudan viene ricostituita nel Novembre del 1993.

La scelta di stabilire alcune comunità in Uganda e in Kenya, compresa la sede provinciale a Nairobi, è stata dettata sia alle suore che ai missionari comboniani dalla necessità di seguire i rifugiati sudanesi e di avere un punto di riferimento e di appoggio per le missioni nel Sud Sudan

Le sfide

Da sempre, e oggi non meno di ieri, fare missione in Sud Sudan significa vivere ed affrontare una serie impressionante di problemi e difficoltà. Eccone un elenco:

una situazione di guerra, che si trascina ormai da decenni, per ottenere l’ autonomia dal Nord; l’estrema difficoltà di trasporto e comunicazione, sia per la mancanza di infrastrutture che per la guerra; la grande povertà della gente, soggetta a ricorrenti carestie o impossibilitata a coltivare a causa della guerra; la notevole varietà di lingue e culture proprie delle diverse etnie; la sfida della prima evangelizzazione di popolazioni in gran parte ancora non cristiane, con scarsità di personale e agenti pastorali qualificati;

la situazione sanitaria, che mette a rischio la salute dei missionari, con scarse possibilità di cura in loco; l’ambiente ed il clima pesante, molto caldo e umido, e l’assenza di tante piccole cose che rendono più dura la vita di ogni giorno; infine, le difficoltà personali, acuite dall’isolamento e dallo stress causato da una situazione così pesante.

Come in ogni missione, anche in Sud Sudan si possono segnalare alcune opere particolarmente significative. Ma forse, la cosa più importante e significativa da sottolineare e per cui ringraziare Dio è proprio la continua presenza e la fedeltà alla missione della famiglia comboniana in una situazione così difficile. “Che nessuno si ritiri!”, aveva chiesto Don Oliboni, moribondo, a Comboni e ai suoi compagni nel 1858 a Santa Croce. Comboni tenne fede alla promessa. I suoi figli e figlie continuano la sua opera.