Giovedì 22 febbraio 2018
Papa Francesco dedica il 23 febbraio ai drammi di Sud Sudan e Repubblica democratica del Congo. Digiuno e preghiera, quasi a indicare un disarmo assoluto e unilaterale che fa leva esclusivamente sul Signore. Perché col Salmo potremmo ripetere: “Chi si vanta dei carri e chi dei cavalli, noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio. Quelli si piegano e cadono, ma noi restiamo in piedi e siamo saldi” (Salmo 19,8-9). Questo è il messaggio assolutamente non velato che Papa Francesco intende opporre alla forza della violenza che genera morte, distruzione e lutto. [...]

Perché dal Francesco che disarmato (o armato della sola fede, o del solo Vangelo sine glossa) andò verso il Sultano, questo Papa ha assunto il nome e anche lo stile. D’altra parte, questo disarmo unilaterale è lo stile che ci stanno insegnando gli stessi cristiani dei Paesi per i quali il Papa ci chiede di pregare e digiunare. Alzino la mano, anche tra i nostri lettori, quanti conoscono che cosa sta avvenendo in Sud Sudan e Repubblica democratica del Congo. Prenda la parola chi riesce a dirci qual è la posta in gioco, e soprattutto chi è in grado di segnalarci quale prezzo stiano pagando i più poveri di Congo e Sud Sudan, e quali nuvole ancora più minacciose si addensino su quelle terre.

Eppure i cristiani di quei Paesi hanno scelto la strada della protesta nonviolenta, che è tutt’altro che “più sicura”, e anzi bandisce assolutamente la codardia o il disimpegno. In Congo la concentrazione di interessi è forte. Si tratta della nazione più estesa dell’Africa subsahariana, ma anche di un tesoro di risorse, materie prime indispensabili per il nostro stile di vita e per la nostra tecnologia come il coltan. Le multinazionali francesi, belghe, britanniche e statunitensi non possono permettere una transizione democratica, che non garantisca più gli stessi affari lucrosi che sono tutelati oggi dal presidente Kabila che governa dal 2001.

Anche il Sud Sudan è al centro di interessi esterni che vedono nello sfruttamento delle acque del Nilo – che attraversano quel territorio – una fonte indispensabile per la ricchezza dei Paesi confinanti, primo tra tutti l’Egitto. Per queste ragioni, sono almeno 20 anni che la comunità internazionale tace colpevolmente su questo lembo importante dell’Africa. Oggi le Chiese abbandonano prudenze e timori, e scendono in strada per chiedere giustizia. Il gesto proposto da Papa Francesco, che non a caso è esteso ai fedeli di tutte le religioni, è un segno estremo per tentare di aprire al mondo gli occhi ma anche il cuore. Perché le armi di “distrazione di massa” ci sviano l’attenzione altrove e non ce ne parlano, ma Santa Marta costituisce un osservatorio unico ed eccezionale per raccogliere il grido del mondo e ascoltare le sofferenze dei popoli, e pertanto ha un’agenda delle priorità che non corrisponde a quella dei potenti di questo mondo, fossero le Segreterie di Stato, le redazioni dell’informazione globale o Wall Street. Come si diceva nel passato, “il Papa non ha divisioni militari” e, fedele al mandato petrino, può dire soltanto: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!”. Per questo Francesco si rivolge al mondo intero chiedendo di mettere in campo le forze più profonde e più efficaci di cui l’umanità dispone. Ce lo ricorda san Giovanni Crisostomo: “L’uomo che prega ha le mani sul timone della storia”. E noi lo crediamo.

Grazie Francesco,
per aver ricordato i nostri volti, le nostre ferite e le nostre attese.

Siamo le donne e gli uomini della Repubblica democratica del Congo e del Sud Sudan che non si rassegnano alla violenza!

Grazie, Francesco!

Siamo “Donne per la pace”: ogni mese preghiamo e marciamo insieme per le strade di Juba, la capitale della nazione più giovane del mondo. Siamo di etnie e religioni diverse, ma tutte abbiamo partorito nel dolore durante i 50 lunghi anni della guerra.

Non possiamo più sopportare che i nostri figli continuino ad uccidersi per i giochi sporchi di chi svende la nostra terra e ruba le nostre risorse, primo fra tutte il petrolio.

Grazie, Francesco!
Sono Luigia Coccia, missionaria comboniana. 

Grazie, perché hai rotto un silenzio che non è indifferenza, ma complicità.
Ho vissuto nella Repubblica democratica del Congo, con donne e uomini che subiscono da 20 anni un conflitto definito di bassa tensione, ma che ha già ammazzato 8 milioni di persone. È a “bassa tensione” o “bassa attenzione”? Noi non sappiamo che cosa succede nel Kivu, ma lo sanno molto bene le multinazionali e i governi internazionali che, per alimentare la rivoluzione digitale, estraggono dal Congo l'80% del Coltan mondiale. 
La preghiera dello scorso novembre, la tavola rotonda dello scorso gennaio all'Università Urbaniana e l’invito alla preghiera e al digiuno per domani, 23 febbraio, sono momenti che spalancano una finestra mondiale sulla Repubblica democratica del Congo. 

Domenica 11 febbraio, eravamo in tanti e tante in piazza San Pietro. Quando hai salutato la comunità congolese, una giovane di Kinshasa che studia a Roma ha gridato: «Amoni biso. Il papa ci ha visti!»

Sì! Papa Francesco ha deciso di vedere il popolo congolese e di farlo vedere al mondo. 
La Chiesa del Congo esce dalla sacrestie, marcia pacificamente sulle strade, abbraccia e difende il diritto alla vita e alla giustizia: e paga un caro prezzo. «Nelle nostre mani rami di pace, la Bibbia, il rosario…Quando abbiamo visto arrivare la polizia, ci siamo messi in ginocchio, per esprimere in modo totale la nostra non violenza. Eppure, hanno sparato su di noi. Sapevamo di rischiare la vita, ma abbiamo scelto di marciare, comunque. Non possiamo lasciarci rubare il presente e il futuro».

Domani, 23 febbraio, in tanti Paesi si celebra un giorno di preghiera e digiuno per la pace in Sud Sudan e nella Repubblica democratica del Congo. L’invito di Francesco a rompere il silenzio è stato raccolto da tante e tanti.
Raccoglilo anche tu!