Giovedì 17 maggio 2018
«Avviene tra forti ostacoli – ha detto Maurilio Assenza, direttore diocesano della caritas di Noto (Sicilia), alla riunione dei missionari del CIMI-SUAM-GPIC il 15 maggio a Pesaro –, ma il futuro è quello che Dio prepara come incontro delle genti e quindi saranno i sensibili, i resistenti, i credenti (cosa diversa dai sacrali) a guidare costruttivamente il mondo: il mistero dell’iniquità che prende forma nelle varie forme di respingimento (interiore ed esteriore) non annulla che la storia avanza verso il regno, che i ‘perdenti’ lo sono solo momentaneamente e che lo Spirito opera “comunque”!».

Chiesa dalle genti

Il Vangelo in questo cambio d’epoca

  1. Le attuali migrazioni prospettano una (possibile) terza fase dell’umanità

«“Maestra, so cosa dire ma non so da dove iniziare!”. I bambini stanno esplorando vari tipi di scrittura, oggi è la volta delle descrizioni. L’immaginario degli alunni in una classe multietnica come questa (ci sono solo tre italiani su diciotto) copre un orizzonte vasto. Anaya scrive dei coetanei poveri che vivono in strada, nel natio Camerun. Andina nel suo componimento sulla madrepatria rumena smonta le convinzioni dei compagni: “Non esiste, il dracula!” Qualcuno si cimenta più prosaicamente sul supermercato, perché mi spiega la maestra, “per alcuni è una festa persino andare all’Aushan, se gli prendono il gelato poi” […] Si sentono italiani, questi bambini. […] Abbiamo molte identità in virtù delle radici a cui siamo amorevolmente connessi […] poi ci sono le nuove identità che nascono dalla condivisione di una lingua e della vita quotidiana, dalla comune adesione ai valori e alle regole di convivenza (a cominciare da quelli costituzionali) che gli alunni assorbono ogni giorno tra i banchi. L’essere italiani che questi bambini imparano a scuola è un’appartenenza viva e mobile, proiettata sul futuro, dove l’enfasi è tutta su ciò che ci fa stare insieme, anziché sulle differenze che ci dividono»[1].

Questa testimonianza è tratta da un bel libro di Benedetta Tobagi che racconta come la scuola italiana sia salvata dai bambini stranieri perché – come recita una citazione iniziale – «il mondo esiste solo grazie al respiro dei bambini nelle scuole» (Yoreh Deah). Partirei da quello che accade, nel piccolo e invisibile (per il card. Martini luoghi dell’operare dello Spirito santo) per comprendere come, nelle attuali migrazioni, c’è al fondo il diffondersi del regno di Dio in mezzo a noi, se usiamo quella che Giorgio La Pira chiamava la storiografia del profondo, più ampia e sapiente delle storie civili ed ecclesiastiche.

Questo sguardo ci avvicina a storiografie serie che sanno scorgere come, nella storia, spesso si sono mossi i popoli e sempre hanno ricreato equilibri, in tempi lunghi certo ma capaci di integrare culture e fedi religiose in forme articolate di communitas (es. le fasi di inizio e fine medioevo, e quindi l’Europa “terra del tramonto” e del “ricominciamento” sulla spinta di sbagli e ideali). Nelle migrazioni di oggi, restando valido che comunque prima o poi porteranno a nuovi equilibri (per l’Italia aiutano giù equilibri della natalità, dell’Inps e dell’economia, per cui un bel libro documenta come sarebbe “utile” accoglierli tutti[2]), c’è qualcosa di nuovo. Si muovono, infatti, non popoli ma persone dentro un mondo globale, tanto ingiusto quanto veloce. Questo li fa diventare, non ‘barbari’ invasori con i loro eserciti che conquistano territori ricreando nuove communitas, ma corpi che si consegnano ai rischi del migrare (quanti morti nel Mar Mediterraneo!) e alle nostre reazioni, ad un immaginario collettivo virtuale e irriflessivo: per i più diventano scarti o nemici perché lambiscono la parte privilegiata di questo mondo che reagisce difendendosi dentro lo sviluppo epocale dell’individualismo moderno, o meglio della immunitas moderna. E però i migranti, sul versante di chi resta sensibile, sono invece una spinta ad una terza fase dell’umanità, quella in cui ci si incontra non come simili ma come diversi. Una chiamata, quindi, alla fraternitas e alla convivialità delle differenze che prende corpo in esperienze come le scuole interetniche e (dovrebbe essere ordinario) in quei luoghi in cui l’essere stranieri è dentro l’identità essenziale, come nel caso dei cristiani. Avviene tra forti ostacoli, ma il futuro è quello che Dio prepara come incontro delle genti e quindi saranno i sensibili, i resistenti, i credenti (cosa diversa dai sacrali) a guidare costruttivamente il mondo: il mistero dell’iniquità che prende forma nelle varie forme di respingimento (interiore ed esteriore) non annulla che la storia avanza verso il regno, che i ‘perdenti’ lo sono solo momentaneamente e che lo Spirito opera “comunque”!

  1. Le vie dello Spirito: relazione, racconto e sguardo ‘altro’ che ci risana

Dopo questo sguardo di insieme, ritorniamo un attimo sulle difficoltà e sulle vie costruttive. Sugli attuali processi migratori mancano consapevolezze vere, ci sono solo frammenti di consapevolezze perché, chi dovrebbe aiutare a farle crescere, è latitante e perché sono devastati i luoghi della crescita. Le istituzioni vivono un minimo storico di credibilità politica e quelli che si dicono politici (in realtà solo governanti) strumentalizzano le migrazioni deformando il tema della sicurezza, e in Italia persiste la distanza tra Paese reale e Paese legale (la svolta verrà solo dal basso, da una nuova resistenza); il livello delle scuole si è abbassato (per precisa volontà politica: la ‘buona scuola’ è una scuola alla buona, e non si insegna la storia); le parrocchie oscillano tra fedeltà al Vangelo e tradimento. Eppure, dove si coglie l’appello, sta accadendo che il migrante diventa invito a restare umani, ricchezza di orizzonti e di crescita, possibilità di ripensare la fede con più verità. Per questo occorrono racconto e relazione, per questo i segni pedagogici più autentici posti dalla Chiesa italiana sono “Rifugiato a casa mia”, “Presidio”, i “corridoi umanitari”.

La relazione, scrive Giovanni Salonia, «si invera e si rigenera quando ogni partner lascia progressivamente i calzari del potere e della seduzione, della dipendenza e dell’accusa, per entrare in una terra a lui sconosciuta: la ‘terra di nessuno’ dove ci si riscopre – finalmente e unicamente – compagni di viaggio. Il cuore misterioso ed inesauribile del vivere insieme si colloca là, dove si geme per generare l’unicità che alla relazione si consegna per dare vita ad una relazione che l’unicità accoglie e custodisce.[3]

Insieme alla relazione, il racconto. C’è il problema dei racconti falsi, inventati, unilaterali, razzisti, di un linguaggio corrente dal quale ci distanziamo solo ritrovando l’antico linguaggio di Adamo quando fu invitato a dare nome ad ogni cosa. Linguaggio della creazione da ritrovare attingendo a sguardi puri come quello dell’anziana donna di Sampieri cinque anni fa di fronte ai 13 morti sulla spiaggia che, mentre c’era chi scattava foto curiose, o correva indifferente gridava: “Sunu figghi ri mamma”. Linguaggio che diventa pianto e gesto di pietà (le lenzuola nuove con cui sono state avvolte le salme, i thermos di Lampedusa …). Nel nostro comunicare diventa importante la riscoperta del linguaggio originario. Che poi si condensa nel nome proprio da dare ad ogni persona, ai volti. E che permette di ascoltare dai migranti parole di correzione al nostro immaginario collettivo, come quelle di un giovane migrante del Burkina Faso:

Buongiorno madre, come state? Dopo il viaggio in Libia, sono arrivato nel paradiso agognato. Con tanta fortuna, lasciando per strada amici e fratelli, ci sono riuscito. Sapete madre, l’Italia è un paese bellissimo, con tante case, talmente tante case che non avendo più spazio le poggiano l’una sull’altra sfiorando anche le nuvole. L’Italia non ha nulla a che vedere col nostro Paese. È ricco, molto ricco. Non della ricchezza cui voi siete abituata, quella che noi diciamo di avere per il solo fatto di essere vivi o perché abbiamo realizzato un buon raccolto che ci basterà due anni. C’è la luce elettrica ovunque. All’inizio, credevo la lasciassero accese per i senza tetto, ma poi ho notato che non è così. Le lasciano accese per le macchine. Ecco mamma, i senza tetto sono persone che non hanno una casa, e le macchine (quelle che noi chiamiamo il carro di ferro), invece hanno una casa e qui la chiamano garage. Malgrado qui abbiano tanto, sono tutti cresciuti nell’illusione del possesso, della competizione, della diffidenza. Una volta, mi avete insegnato che un cuore puro e onesto non teme di aprire la sua porta quando è bussata. Madre, qui se bussate, vi guardano prima da un spioncino o da una videocamera e vi chiedono cosa volete, non avvicinandosi tra loro per parlarsi. Quanto a noi, migranti, stiamo bene ma anche un po’ male. Bene per la fortuna di essere qui, male per così tante cose che non sto qui a raccontarvi, ma state tranquilla che non starò mai tanto male da perdere di vista i miei obbiettivi. I bianchi non sono tutti come padre Alfonso, conosciuto per il bene che ha fatto nelle nostre campagne. Sapete madre, è strano, ma, malgrado tutte le differenze che abbiamo, un valore comune che ci accomuna è proprio la mamma. L’amore per la mamma è universale. Tutto il loro sistema è basato sulla religione, sul loro credo. Il guaio, è che molti di loro non credono più ed errano alla ricerca di chissà cosa come le pecore smarrite sulle nostre colline. I bianchi non sanno nemmeno come aiutarci, ma sono ansiosi di farlo e a volte lo fanno bene, altre distruggono i fragili equilibri che nemmeno vedono. Sono disperati, ma per delle ragioni diverse dalle vostre. No Madre, non disperati per la fame. Hanno un ramo nel cuore dalla nascita. Sono fragili e preziosi come il cristallo. La disperazione non arriva dallo stomaco qui, ma dalla testa o dal cuore. C’è chi soffre per il suo fidanzato, qualcuno per la vita, qualcuno per la non-vita, qualcuno perché non capisce e qualcuno perché capisce troppo. No, Madre. Non sono pazzi. Hanno superato il punto di sazietà e ora sono smarriti. Non sanno più dove vanno. Dopo aver risolto il problema della fame, loro hanno risolto il problema del divertimento, poi, hanno pensato di farlo pagare, ora, non sanno più che fare. Forse si annoiano. Non saprei. Hanno fatto dei turni di guardia che chiamano ronde per noi altri immigrati e sembra che i volontari di queste ronde siano abbastanza violenti. Invece al Sud, con gli ultimi eventi accaduti in Calabria, hanno letteralmente dato la caccia ai neri a colpi di fucile. È diventato complicato gestire il proprio tempo libero. Non abbiate paura per me Madre, il primo che mi tocca, lo faccio nero! Come immaginate, madre, scherzo. Una cosa di cui oggi sono sicuro è che su un albero tutte le foglie nascono sorelle, crescono, ingialliscono e inevitabilmente finiscono per cadere, come gli uomini sulla terra. Spero mi darete presto notizie di tutta la famiglia. Portate loro i miei saluti. Un abbraccio madre. Vostro Ouango Kiswendsida Judicael

  1. Un kairòs per l’annuncio del Vangelo! Il contributo di papa Francesco

Nel racconto e nella relazione vi è una possibilità unica di consegnare il Vangelo se – come ci sta insegnando papa Francesco – si ha la lucidità di comprendere di vivere in “un cambio d’epoca” che impegna, in attuazione della Pentecoste del nostro tempo (il Concilio Vaticano II, assimilato in una rinnovata pastorale che mette l’accento sulla gioia del Vangelo e non sul moralismo) a comunicare il Vangelo nella sua essenzialità (oltre i tanti rivestimenti culturali che spesso lo hanno irretito e deformato, a iniziare dal senso platonico della croce) e nella sua radicalità. Che fa della Chiesa un ponte tra il cuore dell’uomo e il cuore di Dio: «Il papa vuole e cerca quell’umanità che è l’impronta sconvolgente di Dio nei meandri della nostra storia. Poiché è da quella umanità oscura e sofferente, che assume volta a volta i tratti della povertà, dell’infelicità, dello sconforto, della malattia, della libertà negata, della persecuzione, della migrazione, che occorre ripartire. Ė da questa umanità che il mondo attuale, globalizzato anche nell’indifferenza, deve ripartire se vuole evitare pericolosi riduzionismi antropologici. Se il nostro mondo tematizza e accetta la “cultura dello scarto” umano, se rinuncia al primato socialmente esigente della dignità della persona finirà per distruggersi. Quella umanità, Francesco la identifica con la “carne di Cristo”.  Per il papa non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali. Pascal, nel Mystère de Jèsus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato: “quelle gocce di sangue le ho versate per te”. Nel costato aperto di Gesù si manifesta l’ospitalità attraente del Dio misericordioso»[4].

 C’è, quindi, da parte di Francesco, una chiamata al discernimento (cosa diversa di tanta mobilitazione ancora presente dentro l’immaginario ecclesiastico) e alla vigilanza (cosa diversa e più alta di tanto moralismo reattivo e respingente). Il papa chiede vigilanza soprattutto su gnosi (cristianesimo separato, intellettuale, elitario) e neopelagianesimo (cristianesimo senza invocazione e attivistico), chiede di coltivare la santità ordinaria delle beatitudini (bellissima l’esortazione apostolica “Gaudete et exultate”) e di offrire il Vangelo dentro una vicinanza all’uomo concreto: «Papa Francesco ha proposto un ri-orientamento della Chiesa: da un approccio cumulativo, preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione del contenuto dogmatico della fede cristiana, si passa ad una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà della coscienza. La parola di Dio procede nelle coscienze. Avviene sempre nuovamente. Da qui scaturiscono conseguenze profonde sul piano della figura della Chiesa e del suo rapporto con il mondo. Esse hanno anche riguardato l’assunzione del metodo sinodale come stile ecclesiale. I sinodi sula famiglia e quello in preparazione sui giovani, il Giubileo della misericordia, che ha modificato il tradizionale impianto degli anni santi, decentrando l’attenzione da Roma e rivolgendola alla periferia della Chiesa»[5] (e quando si è aperta la porta santa della Casa don Puglisi si è avviato il cammino per la presenza a Modica del segno della comunità missionaria intercongregazionale …). Una sfida che la pastorale non sempre sta cogliendo, ma laddove il terreno è buono fruttifica in abbondanza e si ci si ritrova sul solco di quella profezia che il papa suggerisce di coltivare con le sue visite sulle tombe don Milani, don Mazzolari, don Tonino Bello e con l’ascolto dei “movimenti dal basso” che nel mondo centrano l’attenzione su temi essenziali come casa, pane e lavoro.

  1. Ripensare la forma ecclesiae e la missione, paradigma di ogni azione pastorale ovunque

Il Vangelo è sempre in tensione con la forma ecclesiae che lo concretizza e anche può tradirlo: per questo «ecclesia semper reformanda est»! Quale forma ecclesiae per l’oggi della storia? Quale forma ecclesiae per la missione? Intanto sta diventando meno radicale la differenza tra Chiese già impiantate e Chiese nuove, tutte diventate Chiese in missione con differenze date dai contesti (terre di tramonto della cristianità, terre di cristianesimo che ha sviluppato i temi della liberazione, terre che devono fare i conti con le persecuzioni). Con la spinta a «darsi una nuova forma, per cui non risulti più appiattita sulla cultura tradizionale dei “popoli cristiani”, eventualmente da restaurare, ma sempre e comunque come un fermento nuovo per un mondo nuovo» (Severino Dianich). Vivendo come Chiese che si mescolano alla vita di tutti nella forma del fermento e del sale, nell’impianto ecclesiale estroverso che impegna ad una forte e intensa spiritualità (eucaristica ed evangelica) da cui scaturisce quella larghezza del cuore e della mente che mette in sintonia con il cuore grande del Padre. E cje certo fa restare comunque attenti alla “missione ad gentes”, ai confini della terra, ma anche a coloro che da noi sono (di nuovo) fuori[6].

 Siamo invitati, dal cambio d’epoca, a tornare ai “primi tempi” … nell’apostolica vivendi forma, nello stile dell’accoglienza verso tutti che attrae, nella gradualità e necessaria gerarchia delle verità e nella sinodalità. Come credenti che annunciano nella e con la vita, tutti dotati di carismi unificati dallo Spirito (da qui l’esigenza di una Chiesa non clericale) – cf. Ad gentes 4. «Tommaso porta avanti questo pensiero fino al punto da vedere operante un particolare carisma, alla luce del salmo 103 che esalta la bellezza del mattino, ogni volta che l’uomo esce di casa per andare al suo lavoro quotidiano» (Severino Dianich). Con quella costanza «generata da fedeltà e tenerezza insieme» (don Puglisi) che fa maturare una vita cristiana adulta e servizi veri nella Casa di Dio. E che rende vera e feconda la pastorale in tempi di grande liquidità e di perenne adolescenza. L’azione missionaria va pensata allora come paradigma della vita ecclesiale:

«Ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione”. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un “stato permanente di missione”. Non temiamo di intraprendere, con fiducia in Dio e tanto coraggio, una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di uscita e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia»[7].

La via è quella delle cose essenziali della fede che aiuta a fissare lo sguardo su Gesù e cercare la conformazione con lui per esserci, nei territori, come trasparenza della Parola e come Gesù «che ci ha salvato tra povertà e persecuzioni» (Lumen gentium 8). In modo che, grazie alla Parola ascoltata con obbedienza e custodita dal silenzio, la gente sappia chi è il vero pastore di un territorio e della storia (cf. documento della Cei sul volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia). Occorre esserci con ciò che abbiamo di proprio: non ricette morali o progetti culturali o manipolazioni ma con la forza attrattiva della Croce che riunisce le genti e abbatte i muri. E che ci fa popolo santo di Dio nella compagnia degli uomini!

Esemplare il sinodo minore della Chiesa di Milano, l’idea di una Chiesa dalle genti … per la forza attrattiva della Croce da pensare e vivere con processi sinodali che mettono dentro e non ai margini i migranti. Scrive l’arcivescovo Delpini nel documento preparatorio: «Siamo persuasi che possiamo sperimentare la forza dello stare insieme, del camminare insieme, nella docilità all’intenzione di Dio che si è compiuta nella Pasqua di Gesù. Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv12,32). Ci proponiamo di imparare a riconoscere dentro la storia le tracce di questo amore che ci attrae in un modo inatteso e universale, riunificandoci in un popolo, donandoci pace. Abbiamo desiderio di imparare ad ascoltare, ad ascoltarci, per discernere, per riuscire a percepire quanto sia reale e feconda la presenza dentro la storia del Dio di Gesù Cristo, superando lo smarrimento provocato dalle troppe parole, dagli stimoli disordinati, dai messaggi che saturano i nostri ambienti e ci stordiscono nella confusione»[8].

  1. La carità di tutta la Chiesa, con valenza pedagogica: l’identità della Caritas e il valore dei segni

Questa attenzione sapienziale ai migranti, dentro la forza attrattiva della Croce che ci chiama ad essere Chiesa dalle genti, diventa illuminante per ogni parrocchia che voglia effettivamente rinnovarsi e quindi diventare capace di trasmettere il Vangelo alle nuove generazioni. Una parrocchia che visita si accorgerà che, nel migrante, si condensano povertà e speranze del mondo, compreso quell’addensarsi di male quando il bisogno viene captato dall’immaginario consumista entro cui viviamo. Una parrocchia che visita e si accorge del migrante – molte volte cristiano, se musulmano spesso con una fede convinta – potrà meglio riscoprire come la fede vada vissuta nella sua essenzialità, nell’ascolto della Parola che ci fa incontrare Dio come Altro da noi, per questo offrendogli la possibilità di essere Pastore e Maestro. La verità di una fede in ascolto del fratello e della Parola sarà verificata dall’accoglienza, non ridotta a un pacco di generi alimentari dato all’ingresso ma autenticata dall’invito alla mensa delle nostre case per generare fraternità. Ascoltando i migranti ci si renderà conto delle ingiustizie del mondo di cui siamo complici e la vera penitenza genererà nuovi stili di vita. Sarà più genuina l’educazione alla fede e alla vita, sarà misurata dall’esigenza di capire veramente le ragioni della nostra speranza e di dare alla speranza il corpo di tenaci impegni per la giustizia. E qui si innesta quella che l’arcivescovo di Milano Delpini ha chiamato la tessitura del vicinato, cosa non più ovvia ma compito possibile e fecondo in ogni situazione concreta in cui ci si colloca con il cuore. Vicinato che contrasta l’individualismo pervasivo ma anche la corsa all’eclatante e al grandioso, partendo piuttosto dallo sguardo e dal saluto per far crescere dal basso una solidarietà concreta fatta di attenzione, relazioni, cura educativa, con la misura creativa della ‘decima’: una decima del tempo, una decima delle attenzioni alla propria casa che diventa attenzione alla bellezza del quartiere, una decima delle proprie capacità personali che diventano la base di un nuovo welfare ma anche di un modello di comunità che trasforma la pluralità in fraternità. Lievito di Vangelo che fermenta la pasta!

Per questo la Caritas come organismo pastorale per promuovere la carità deve essere pedagogica, credente e credibile, non assistenziale, non manageriale! Don Tonino Bello ricordava: La Caritas non è l’organo erogatore di aiuti, distributore di fondi, promotore di collette da dividere ai poveri.  È, invece, l’organo che aiuta l’organismo a realizzare una sua funzione vitale: la pratica dell’amore. È l’occhio che fa vedere i poveri, antichi e nuovi. È l’udito che fa ascoltare il pianto di chi soffre e amplifica la voce di Dio che provoca al soccorso e alla salvezza … Abbiamo diritto di annunciare e di attendere un altro mondo solo se ci saremo impegnati a far sì che un mondo altro si affermi sulla terra. Per questo c’è la possibilità di Caritas autentica solo a partire da una pastorale che lega Vangelo e vita e che distingue il livello pedagogico-pastorale, proprio della Caritas, e quello dell’aiuto. Per questo la Caritas è anzitutto diocesana e parrocchiale. In parrocchia la Caritas ha almeno due funzioni pedagogiche: conoscere e far conoscere i bisogni per coinvolgere in modo intelligente proponendo più vie e accompagnando; sviluppare osmosi con liturgia e catechesi (ma anche famiglie, giovani, aggregazioni laicali, comunità religiose) per una vita cristiana piena nella circolarità tra Parola-liturgia-testimonianza.

Con la lucidità e pazienza che esige ogni azione educativa, nel respiro ampio dell’Evangeli gaudium di una “Chiesa in uscita” che sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi … Che sa anche “fruttificare” …  quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste … Che sa sempre “festeggiare” …, si fa bellezza nella Liturgia ... [9] Per questo hanno un grande valore i segni, per dirla con don Tonino “il potere dei segni”. Così, nel cammino di Chiesa da cui provengo, sono nati alcuni segni. Dalla consapevolezza che il Padre nostro ci impegna alla fraternità è nata la Casa don Puglisi come Casa (e non servizio sociale) per mamme, non mamme e bambini, il cui segreto è rivelato ai piccoli (i nostri bambini dicono «abbiamo un segreto, il segreto della Casa don Puglisi: siamo una famiglia»). Spinti nella città dal nome di don Puglisi, sono nati il cantiere educativo Crisci ranni (dal rito pasquale per cui al suono delle campane della resurrezione i genitori lanciano in alto i bambini augurando loro di crescere e diventare grandi) e altri cantieri successivamente in varie città della diocesi come luoghi di relazione educativa ma anche da cui ripensare la città. Si sono avviati i segni dell’economia solidale, in cui si inseriscono persone vulnerabili e si crea un sistema tra accoglienza, inclusione e sostenibilità economica. Si sono attivati i processi comunitari con il coinvolgimento delle scuole per il ‘presepe della città’ (un manufatto comunitario ispirato ad una fiaba, quest’anno con 3000 bambini) e il rito Crisci ranni sempre preparato con le scuole.

E quindi, dono inaspettato e immeritato, ci è stata donata a chiusura del Giubileo della misericordia la comunità missionaria intercongregazionale che, chiarendo che non farà opere, deve costruire giorno dopo giorno segni e aiutare a maturare gesti di accoglienza, come quello della passeggiata barocca con cui accogliere i minori cosiddetti non accompagnati alla pari dei turisti che visitano le bellezze della città, e soprattutto come i percorsi in cui i migranti sono accompagnati uno ad uno, e poi le scuole di italiano, Presidio, i momenti pastorali o culturali … con profonde sintonie e con straordinari effetti collaterali dal sapore evangelico. Stiamo sperimentando, infatti, soprattutto la presenza del paradigma missionario: respiriamo freschezza pastorale e linguaggi adeguati a tempi che ci chiedono di testimoniare «la speranza che è in noi e renderne conto a chi lo chiede» (cf. 1 Pietro 3,15). Con una testimonianza di comunione tra missionari di sensibilità e congregazioni diverse, che permette di capire come si potrebbe affrontare la difficoltà di lavorare insieme nella Chiesa, privilegiando rapporti spirituali su quelli psicologici. Con una capacità di abitare le strade e aprire strade, di esplorare e abitare linguaggi appresa ai confini del mondo, e ora da ripensare ai confini di un’epoca che finisce e un’altra che nasce nell’Occidente stanco e nel mondo oppresso. Con una presenza relazionale e tensioni per il grande nodo delle ingiustizie, siamo stati aiutati a percepire i doni di Dio rispolverando stelle (come ama dire padre Vittorio), scrutando semini (Suor Rachele e la sua attenzione di donna che dove guarda vede e il “miracolo” al Carcere), portando nel cuore sponde lontane dove la fede non si può esplicitare (Suor Giovanna, Suor Irene), abitando le strade anche di sera tardi (padre Gianni), continuando a gridare contro ingiustizia e violenza (Concetta, suor Adriana).

  1. I missionari: l’amore eccedente! (accanto all’amore intuitivo e costruttivo di Chiesa)

Dentro questa comunicazione di Vangelo in segni (opere e parole, come per Gesù) si riscopre l’importanza di chi esplora le nuove terre del Vangelo, dei missionari. Quale compito per il missionario che, nell’eccesso dell’amore, si rende disponibile alla missione che raggiunge i confini della terra? A me pare quello di custodire aperture di comunione come nei viaggi apostolici di Paolo, con un’autorità particolare che viene dal carisma prima che dal ministero. Il segno della comunità intecongregazionale a Modica va in questa direzione: coloro che sono esperti di mondo aiutano ad accogliere il mondo scrutando, provocando e dilatando possibili aperture! Con il sapore del segno e dell’invito. Nell’incontrarci si è risvegliata nella nostra diocesi inoltre un’attenzione alle missioni e alla missione con nuove valenze. Già la nostra Chiesa aveva vissuto il passaggio della missione intesa come l’eroismo dei missionari e una nostra partecipazione emotivo/economica alla missione intesa come comunione con una Chiesa sorella (Butembo-Beni nel Congo). Con il missionario che fa da ponte nella reciprocità e comune dignità. Con un gemellaggio pastorale iniziato privilegiando la visita reciproca, purtroppo nel tempo perduto e trasformato in altro dal primato delle opere. Comunque potendo sempre ritrovare tracce di un rapporto con il mondo alle cui periferie cantare il Magnificat e di un impegno per la nonviolenza e la pace vissuto con molta intensità (confluito nella decisione sinodale 48) e mai sopito, malgrado la molta cenere sopra la brace. La comunità missionaria ha, non solo risvegliato queste tensioni, ma fatto fare un balzo in avanti nella consapevolezza e nella gioia, perché siamo passati a cogliere la freschezza della missione nel respiro del mondo che ci dona quelle consapevolezze che possiamo chiamare con papa Giovanni rinnovate comprensioni di Vangelo. Molti fanno notare che tale entusiasmo e consapevolezza mancavano in diocesi dai tempi degli inizi del gemellaggio voluto fortemente da Mons. Nicolosi e come sia feconda la presenza dei missionari nelle parrocchie per momenti catechetici e liturgici o nell’animazione di momenti diocesani di preghiera e riflessione.

E, a sottolineare come la missione nasce da una sovrabbondanza di amore che non si ferma all’esistente con i suoi bisogni ma sa vedere oltre laddove il bisogno è maggiore, c’è stata nella scorsa quaresima la bella esperienza di Fabio e Cristian, colonne giovani della nostra Caritas, che sono andati a visitare esperienze in Calabria e Campania per intessere rapporti tra periferie e esperienze di cura educativa, avendo come guida un nostro volontario che è diventato frate minore rinnovato e quindi tutto potendo fare radicati nella preghiera e nella povertà evangelica. Mi conferma che la missione è eccesso di amore che alcuni testimoniano perché la cenere, che spesso si accumula nelle nostre esperienze, non spenga il fuoco del Vangelo. Penso alle tre figure della resurrezione nel quarto vangelo: Maria di Magdala (missionarie e missionari), il discepolo amato (l’intuito di giovani che abbracciando il lebbroso cambiano i loro gusti) e Pietro/Mosè (l’impegno a intessere continuità che aiuta il cammino del popolo di Dio e dà consistenza ai segni). E quanto a Maria Maddalena, icona dei missionari come donne e uomini dell’eccesso dell’amore, in un recente inedito del cardinale Martini è presentata «come l’amante estatica, colei che esce appunto al di fuori di sé, al di fuori di tutte le misure umane, di tutte le convenzioni, di tutto il discorso del “politicamente corretto”, per compiere gesti di superamento e conoscere così il cuore di Dio, facendolo a sua volta conoscere»[10]. Grazie a voi missionari, grazie di vero cuore! Siate sempre fuoco di amore perché non si smarrisca la gioia del Vangelo!

  1. Il sigillo della verità: i poveri, la povertà, i martiri

Il sigillo della fedeltà al Vangelo e di una sua consegna nella verità, sono i poveri, la povertà e i martiri. Nel nostro Occidente spesso siamo come il giovane ricco: si arriva magari a maturare sensibilità ma manca qualcosa perché non si vendono i beni …. Ci vogliono l’abbraccio del lebbroso che cambia gusti, la misura di chi non arriva alla fine del mese che rende concreti, la sapienza dei poveri del mondo che completa il fatto che invece i nostri poveri spesso condensano il rancore dei beneficati di una società che assiste ma non libera perché i poveri li vuole tenere a distanza… Per i credenti in Gesù i poveri non sono optional, non sono carità verso altri, ma sono sigilli di autenticità nei rapporti e nella collocazione della Chiesa. Cito due decisioni del nostro Sinodo che, tra il 1992 e il 1996 (non c’era ancora papa Francesco), essendo stato convocato dal vescovo Nicolosi per “riscoprire Gesù lungo le nostre strade” e lasciato libero nel suo svolgersi (con i sinodali eletti durante le messe domenica), maturò la consapevolezza che i poveri vanno accolti a mensa e che solo con i poveri del mondo la Chiesa diventa profetica, segno del futuro di Dio:

«Come Gesù, noi cristiani siamo stati “unti per evangelizzare i poveri” (Lc 4,18); come Lui siamo chiamati a farci poveri nella logica dell’amore del Padre, per essere quindi Chiesa povera e dei poveri. Somigliando sempre più al suo Sposo povero, la Chiesa manifesterà nella sua stessa vita il mistero del Regno, evitando il rischio di apparire come una istituzione di beneficenza, dove i poveri siano ospiti più o meno graditi»[11].

«La Chiesa di Noto, aprendo gli occhi, soprattutto grazie al gemellaggio con la diocesi zairese di Butembo-Beni, sul dramma mondiale della povertà, della fame, delle guerre che opprimono i figli di Dio, vuole porre con umiltà segni poveri di comunione e di ricerca della pace. Tali segni non vanno misurati in base al successo e all’efficacia umana, ma esprimono l’esigenza di non conformarsi alla mentalità di questo mondo, prefigurando invece la pace del Regno messianico. Essi vogliono richiamare alla memoria la figura di Geremia, profeta solitario pur nella compagnia del proprio popolo, in mezzo a gente ridanciana che non coglieva la gravità del momento storico e il giudizio incombente (Ger 15, 17) Come lui, anche noi siamo chiamati all’annuncio della pace che Dio ha preparato per Gerusalemme, ma di cui gli uomini spesso provano terrore (Ger 33, 9)»[12].

La radice è la fede che la profezia autentica, e la profezia matura grazie ad una precisa qualità nella preghiera (come elevarsi “dis-inter-essato” e adorante) e all’accoglienza dell’altro (come apertura gratuita, effettiva ed affettiva, preveniente…). «Elevarsi come si elevano i fumi del sacrificio – scrive don Italo Mancini sulla preghiera - Dis-inter-essarsi, liberarsi dall’incondizionale attaccamento all’essere ... Nella preghiera si attua il dis-inter-esse, parola chiave del linguaggio di Lévinas a indicare la deposizione dell’io, come si depongono i re, per far luogo al “dopo di lei, signore, prego”, che diventa segno etico più che norma di galateo … a indicare che il realizzarsi dell’inter, lo stare tra noi, la coesistenza dei volti, è direttamente proporzionale al disprezzo dell’essere che identifica (dis-esse). E perché questo non sia masochismo, occorre vivere questa attitudine morale con quanto suggerisce la preghiera senza domanda, ossia “aderire alle altezze” … che in fondo vuol dire riconoscere l’anteriorità della Torah, in rapporto all’essere, in accordo con il Sal 81(82), 5 quando dice che, se viene meno la giustizia, si verifica “lo scuotimento di tutte le fondamenta della terra”»[13]. «Che cos’altro può significare: discendenza di Abramo? - scrive il filosofo Levinas sull’accoglienza - Rammentiamo la tradizione talmudica e biblica su Abramo. Padre dei credenti? Certo. Ma soprattutto colui che ha saputo accogliere e nutrire esseri umani: colui la cui tenda era aperta ai quattro venti. Attraverso tutte queste aperture, egli spiava i passanti per ospitarli»[14].

Pesaro, 15 maggio 2018
Maurilio Assenza

direttore diocesano della Caritas di Noto (Sicilia)

 

[1] B. Tobagi, La scuola salvata dai bambini – viaggio nelle classi senza confini, Rizzoli, Terni 2016, 79-81.

[2] L. Manconi, V. Brinnis, Accoglierli tutti, Il Saggiatore, Milano 2013.

[3] G. Salonia, Sulla felicità e dintorni, EdiArgo, Ragusa, 2004, 111-112.

[4] G. Brunelli, Un papa in Avvento, in: “Il Regno” 6, Il Mulino, Bologna 15 marzo 2018, 129.

[5] Ibidem.

[6] Nella lettera del 22 ottobre 2017 al Card. Filoni con cui indice un mese missionario straordinario per il prossimo ottobre, papa Francesco scrive: «La Lettera apostolica Maximum illud aveva esortato, con spirito profetico e franchezza evangelica, a uscire dai confini delle nazioni, per testimoniare la volontà salvifica di Dio attraverso la missione universale della Chiesa. L’approssimarsi del suo centenario sia di stimolo a superare la tentazione ricorrente che si nasconde dietro ad ogni introversione ecclesiale, ad ogni chiusura autoreferenziale nei propri confini sicuri, ad ogni forma di pessimismo pastorale, ad ogni sterile nostalgia del passato, per aprirci invece alla novità gioiosa del Vangelo. Anche in questi nostri tempi, dilaniati dalle tragedie della guerra e insidiati dalla triste volontà di accentuare le differenze e fomentare gli scontri, la Buona Notizia che in Gesù il perdono vince il peccato, la vita sconfigge la morte e l’amore vince il timore sia portata a tutti con rinnovato ardore e infonda fiducia e speranza. È con questi sentimenti che, accogliendo la proposta della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, indico un Mese missionario straordinario nell’ottobre 2019, al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale».

[7] Papa Francesco, Evangelii gaudium, 12-13.

[8] In: Arcidiocesi di Milano, Chiesa dalle genti. Responsabilità e prospettive. Documento preparatorio, Centro Ambrosiano, Milano 2018, 8.

[9] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 24.

[10] C. M. Martini, Maria Maddalena, Edizioni Terra Santa, Milano 2018, 29.

[11] Decisione 46 (cf. Curia Vescovile, Atti del secondo sinodo di Noto, Rosolini 2001).

[12] Decisione 48 (ibidem).

[13] I. Mancini, Frammento su Dio, Morcelliana, Brescia 2000, 385-386.

[14] E. Lévinas, Dal sacro al santo, Città nuova, Roma 1985, 31.