Commento al Vangelo della XXVII Settimana del Tempo Ordinario

Immagine

Siamo tutti disposti a discutere di religione. Soprattutto se, come noi, abbiamo qualche cartuccia nel fucile, se da anni frequentiamo preti e parrocchie, se abbiamo fatto qualche corso di spiritualità o cose del genere. Allora diventiamo dei draghi nel discutere di catechesi o di pastorale, dei limiti dei preti e dei vescovi e di cosa dovrebbe fare la Chiesa per scrollarsi di dosso il peso della storia. [...]

XXVII Settimana del Tempo Ordinario 
Commento al Vangelo, di Paolo Curtaz

Lunedì della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 10,25-37: Chi è il mio prossimo?

Siamo tutti disposti a discutere di religione. Soprattutto se, come noi, abbiamo qualche cartuccia nel fucile, se da anni frequentiamo preti e parrocchie, se abbiamo fatto qualche corso di spiritualità o cose del genere. Allora diventiamo dei draghi nel discutere di catechesi o di pastorale, dei limiti dei preti e dei vescovi e di cosa dovrebbe fare la Chiesa per scrollarsi di dosso il peso della storia. E se ci capita di incontrare qualcuno in ricerca o disposto ad ascoltare ecco che sfoderiamo le nostre capacità di evangelizzazione. Ma sempre e solo in teoria. La teoria che nutre le riunioni, che allunga i tempi, che contrappone le posizioni. Teoria che nutre le lunghe dispute rabbiniche su come organizzare i tanti precetti da rispettare. Teoria che il dottore della legge conosce bene e che vuole sfoggiare davanti al falegname improvvisatosi profeta. La questione che pone era una di quelle classiche dibattute con i rabbini. E Gesù risponde a modo, secondo la prassi più diffusa. Ma si tratta pur sempre e solo di teoria. Allora Gesù scende nel dettaglio, stana il religioso: tu cosa faresti? Dio fa così: ci obbliga a rendere concreta la teoria.

Martedì della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 10,38-42: Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore.

Betania è un piccolo villaggio che sorge sul monte degli ulivi, poco distante da Betfage. Ci si passa salendo da Gerico, la strada che abitualmente i galilei percorrevano per andare a Gerusalemme. Ed era il secondo villaggio che si incontrava passando dal torrente Cedron attraverso gli ulivi, a meno di mezz’ora dalla spianata del tempio. A Betania Gesù si rifugiava, spesso, per stare con questa famiglia conosciuta chissà come: un fratello e due sorelle coetanei del Maestro. E a Betania, spesso, Gesù si rifugia, da solo, senza i suoi discepoli. Forse Gerusalemme è una città troppo dura per uno come lui, abituato alla minuscola Nazareth. Una città caotica, aggressiva, dura, ostile alle novità, specialmente in ambito religioso. A Betania Gesù si rilassa, trova chi lo ascolta, smette i panni del profeta per indossare quelli dell’amico. C’è chi lo ascolta senza entrare in polemica, c’è chi lo coccola preparandogli un buon pasto. Che bello sarebbe fare della nostra vita una piccola Betania, un luogo in cui Gesù possa venire senza imbarazzo, a sedersi in casa nostra senza problemi. Un luogo dove poter stare in amicizia…

Mercoledì della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 11,1-4: Signore, insegnaci a pregare.

Insegnaci a pregare, Signore, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli. Siamo affascinati dalla preghiera, da quella finestra sul mondo interiore che è la preghiera e che può cambiare la qualità della vita di una persona. Affascinati da chi, come i monaci, vive la preghiera come dimensione quotidiana e continua. Affascinati da chi ci indica un mondo altro, alto e un modo altro, alto. Ma non sappiamo pregare, siamo onesti. Non sappiamo fare altro che balbettare qualche richiesta, bussare timidamente (a volte sfrontatamente) alla porta del Signore, poco convinti di ciò che chiediamo, convinti erroneamente che la preghiera si riduca ad una richiesta. Non è così: guardando il Maestro ci accorgiamo che la preghiera, intimo dialogo con Dio, è anche ringraziamento, lode, intercessione, richiesta di perdono… E ci accorgiamo di quanto sia piccina la nostra preghiera, senza orizzonti, senza fiato, senza fede. Insegnaci a pregare, Signore, cioè insegnaci ad avere una corretta idea di Dio e di noi stessi, insegnaci a vedere le cose come tu le vedi. E il Signore risponde: quando pregate dite padre…

Giovedì della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 11,5-13: Chiedete e vi sarà dato.

Come pregare, allora? Come fare per non ridurre la preghiera ad una lista della spesa cui Dio, gentilmente, dovrebbe adeguarsi? Gesù inizia una splendida catechesi sulla preghiera, sullo stile e sul modo di pregare del discepolo. La preghiera va rivolta con insistenza. Ma, attenzione bene, nella parabola il giudice iniquo non è Dio ma il mondo che non fa giustizia ai discepoli. L’insistenza, però, è essenziale. Quante volte abbiamo una vita di preghiera a dir poco altalenante: ci rivolgiamo a Dio solo quando abbiamo bisogno, in caso di necessità, e nella stragrande maggioranza del tempo che avanza non pensiamo proprio mai a Dio. La preghiera è un atteggiamento continuo, dell’anima, del cuore che guarda verso Dio. Ma, e questa è la grande lezione dataci dal Signore, ci rivolgiamo ad un padre, non ad un despota. Un padre che sa bene di cosa abbiamo bisogno, non scherziamo. E che non si sognerebbe di dare una serpe ad un figlio che gli chiede un uovo! Allora perché chiedere, se Dio sa? Perché il nostro cuore si apra al desiderio di ricevere ciò che chiediamo.

Venerdì della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 11,15-26: Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.

Bella storia: Gesù viene accusato di essere… un indemoniato. Geniale, vero? Visto che caccia i demoni e i farisei non sono disposti ad ammettere il potere che ha, ecco che si inventano l’assurda storia dell’indemoniato. E Gesù invece di mandarli a stendere come avrei fatto io, argomenta. E ci dice due cose magnifiche. Anzitutto che non dobbiamo temere perché abbiamo un uomo forte che protegge la nostra casa interiore, il Signore Gesù. E va bene ribadirlo in questi tempi in cui demonio fa molto tendenza, anche fra i cattolici, ahimè. Esiste il demonio, e ci mancherebbe, ma molto spesso non è lui che va coinvolto per le nostre scelte quanto piuttosto la nostra scarsa combattività. Lasciamo stare il demonio ai santi, noi mediocri facciamo peccati da noi stessi! Non abbiamo paura del demonio perché il Signore custodisce la nostra casa. In secondo luogo Gesù ci ammonisce a non voler essere troppo perfetti nella fede: quando pensiamo, finalmente, di avere superato un limite, un peccato che ci tormenta, ecco che rischiamo di finire travolti dalla tenebra! La consapevolezza del nostro limite ci permette di dimorare nell’umiltà!

Sabato della XXVII settimana del Tempo Ordinario
Lc 11,27-28: Beato il grembo che ti ha portato! Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio.

Cuore di mamma mediterranea quello che interrompe Gesù nel mezzo della predicazione lasciandolo spiazzato. Tipico di chi, ingenuamente, un po’ invidia una mamma per il fatto di avere un figlio così famoso! E Gesù ne approfitta per catechizzare e per ricordare a tutti che la beatitudine non nasce dalle gratificazioni (legittime e oneste) che possiamo avere ma dall’avere scoperto la volontà di Dio in noi e nell’osservare la Parola. Troppo spesso puntiamo tutte le nostre risorse nel conseguire degli obiettivi lavorativi o affettivi, nell’essere apprezzati e riconosciuti. È una cosa normale, e legittima se le cose che desideriamo sono buone. Ma non bastano a colmare il nostro infinito desiderio di infinito. Solo riconoscendoci cercatori di Dio, solo diventando uditori della Parola che si manifesta nella Scrittura e negli eventi possiamo scoprire in quale disegno di Dio possiamo essere inseriti. Chiediamo al Signore la grazia dell’ascolto, la capacità di diventare uditori della Parola. Così che anche noi possiamo gioire dell’appartenere alla grande famiglia dei discepoli del Signore!

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Sap 7,7-11 Sal 89 Eb 4,12-13 Mc 10,17-30: Vendi quello che hai e seguimi.

Cosa pensa il mondo della ricchezza? Senza cadere nel populismo o nel moralismo possiamo affermare con crudezza e realismo che in questo terzo millennio a comandare ogni scelta, a orientarla, è ormai l’economia. 
Gesù non condanna tout court la ricchezza, né esalta la povertà. Lo dico perché spesso noi cattolici scivoliamo nel moralismo criticando i soldi (degli altri) e invitando a generosità (sempre gli altri). Gesù ama il giovane ricco, lo guarda con tenerezza, vede in lui una grande forza e la possibilità di crescere nella fede. Gli chiede di liberarsi di tutto per avere di più, di fare il miglior investimento della sua vita.
Gesù frequenta persone ricche e persone povere, è libero. Ma ammonisce noi, suoi discepoli: la ricchezza è pericolosa perché promette ciò che non può in alcun modo mantenere. Dunque, dice Gesù, la ricchezza può ingannare, può far fallire miseramente una vita, la pienezza è altrove, non nella fugace emozione di avere realizzato il sogno di possedere il giocattolo prezioso cui anelo. Ma la povertà non è auspicabile, la miseria non avvicina a Dio ma precipita nella disperazione. Perciò il Signore ci chiede di avere un cuore libero e solidale: la povertà è scelta dai discepoli perché ci è insopportabile vedere un fratello nella miseria.