Giovedì 19 luglio 2018
La storia di Birahim Diop sembra quella raccontata dallo scrittore francese Jean Giono nella novella L’uomo che piantava gli alberi. Ma a differenza del protagonista di quell’opera, un agricoltore che, lavorando per decenni, arriva a creare una foresta dove prima non cresceva nulla, Birahim esiste davvero. E fa crescere le sue piante a Ronkh, nel nord del Senegal, non lontano dal confine con la Mauritania.

ALTRE AFRICHE
di Davide Maggiore

La storia di Birahim Diop sembra quella raccontata dallo scrittore francese Jean Giono nella novella L’uomo che piantava gli alberi. Ma a differenza del protagonista di quell’opera, un agricoltore che, lavorando per decenni, arriva a creare una foresta dove prima non cresceva nulla, Birahim esiste davvero. E fa crescere le sue piante a Ronkh, nel nord del Senegal, non lontano dal confine con la Mauritania. È lì che mi è capitato di incontrarlo, in un campo ai bordi di quel villaggio che non ha nulla di particolarmente appariscente. Fatta eccezione per il vento che, in assenza di barriere naturali, si insinua ovunque. E fa avanzare il deserto, mi spiegava Birahim, calcando con la voce sui termini tecnici, per sottolineare meglio la gravità del problema: “È l’erosione eolica, porta via dal terreno le componenti fertili. E la colpa è della deforestazione: ora qui non c’è nulla. Ma una volta, proprio qui, la terra era fertile, c’erano piante e uccelli e altri animali”.

A cambiare le cose è stato l’intervento umano sregolato: alberi tagliati per ottenere carbone, il combustibile più economico e più diffuso tra le famiglie della zona. Ma anche ambiziosi progetti d’irrigazione, con canali che hanno reso coltivabili alcune aree, impoverendone però altre. Un problema che non riguarda solo il Senegal e che anzi – complici gli effetti del cambiamento climatico globale – preoccupa da anni i Paesi della regione. Tanto da spingere l’Unione Africana e l’Onu ad appoggiare il progetto della Grande Muraglia Verde: una barriera vegetale che, a queste latitudini, dovrebbe attraversare l’Africa in tutta la sua larghezza in modo da fermare il deserto. La gigantesca iniziativa, non immune da critiche, procede però a rilento, anche per via dei costi. Ed è negli spazi vuoti che lavorano le mani di Birahim.

Birahim, che conosce per esperienza le caratteristiche delle varie piante che offrono riparo ai suoi campi, e le necessità del terreno. E che è consapevole della pazienza richiesta dal suo compito. “Piantare anche solo un albero – non si stancava di ricordare – richiede lavoro: c’è da scegliere il tipo, pensare all’irrigazione e all’energia per far arrivare l’acqua qui”. Ma gli anni trascorsi, una decina, hanno premiato i suoi sforzi e ora sul terreno recuperato crescono pomodori, cipolle, fagioli e peperoncini. E le possibilità sono infinite, perché – recita un’altra delle tesi di questo agricoltore tenace – “l’albero si adatta a tutte le idee”, antitesi del deserto che non fa sopravvivere nulla.

Come l’uomo che pianta gli alberi di Giono, Birahim ha visto passare il tempo, ma non ha mai dubitato di poter vincere la sua battaglia contro il vento e la sabbia. In attesa di sapere se la Grande Muraglia Verde diventerà mai realtà, guardava la sua, piccola, lungo il canale che segna il confine del suo podere e concludeva: “Io faccio qualcosa; dopo di me, altri potranno fare meglio”.
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