Nella radicale dedizione alla Missione, il "cammino di santità" di Mons. Daniele Comboni.
(Articolo pubblicato sull'Osservatore Romano)

La vita di santità di Mons Daniele Comboni (1831-1881), che il Papa Giovanni Paolo II ha proclamato "Santo" il 5 ottobre 2003 davanti alla Chiesa universale, porta il marchio della Missione, specialmente della prima evangelizzazione, cioè della missione ad gentes. 

Daniele Comboni si è santificato per la missione e nella missione per la rigenerazione dell’Africa, che egli considerava il continente più abbandonato e bisognoso d’evangelizzazione. Dio ha chiamato Comboni alla santità attraverso il cammino speciale e proprio della missione.

Vocazione universale alla santità

Ogni santo è un riflesso personalizzato e una partecipazione dell’unica santità di Dio, che è per antonomasia il Santo, il "tre volte Santo" (cfr. Is 6,3). Egli chiama tutti alla santità e a ciascuno elargisce gratuitamente un dono particolare di grazia, per farlo crescere e tendere alla perfezione della carità, ognuno secondo il proprio modo di essere e stato di vita. La santità di Dio è infinita e ogni santo vive e manifesta un aspetto di questo immenso mistero. La santità è unica nella sua sorgente – solo Dio è Santo! – ed è multiforme nelle espressioni di santità comunicata e partecipata.

Questa dottrina del Concilio Vaticano II sulla "vocazione universale alla santità nella Chiesa" (cfr. LG, cap. V, n. 39-40ss), trova immediato riscontro nella vita dei Santi e nei loro processi di canonizzazione, come pure nella vita cristiana dei fedeli. Giovanni Paolo II, nella sua Lettera programmatica per il nuovo millennio, ha rilanciato con forza tutta la comunità dei credenti sul cammino della santità: "Additare la santità resta più che mai un’urgenza della pastorale… E’ ora di riproporre a tutti con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria" (cfr. Novo Millennio Ineunte 30-31).

Queste premesse teologiche ci aiutano ad inquadrare il percorso tipico e personale della santità di vita di Beato Daniele Comboni: la sua è una santità che è nata, cresciuta e maturata come una passione travolgente per la Missione in favore dell’Africa. La santità del Comboni ha il contrassegno essenziale della Missione: Comboni è un grande santo perché è stato un grande missionario; ed è stato un grande missionario perché era un grande santo.

La Missione: un cammino di santità

Tali affermazioni sono possibili nella misura in cui la Missione è riconosciuta come via sicura di santità. È lo stesso Giovanni Paolo II che ci conferma in questa verità, la quale, nella pratica, è antica e comprovata nella vita di grandi evangelizzatori, ma è recente nella formulazione teologica dell’enciclica Redemptoris Missio (7 dicembre 1990): "La chiamata alla missione deriva di per sé dalla chiamata alla santità. Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità… L’universale vocazione alla santità è strettamente collegata all’universale vocazione alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione… La spiritualità missionaria della Chiesa è un cammino verso la santità" (RMi, n. 90).

Sulla base di questa dottrina, ci è permesso di stabilire un’equivalenza fra "santità e missione", e "missione e santità". La santità vera si apre necessariamente e sfocia nella missione. La missione esige la santità dell’evangelizzatore e, allo stesso tempo, quando la missione è vissuta in pienezza, è un cammino che porta alla santità.

Sono molti i cammini di santificazione tradizionalmente riconosciuti, che, se percorsi con fedeltà, portano alla perfezione dell’amore. Così: il servizio della lode a Dio, l’esercizio della carità verso il prossimo, la pratica della povertà, la ricerca e predicazione della verità, la vita nell’obbedienza, il servizio amoroso ai malati, l’educazione dei giovani e dei poveri, la fedeltà a Cristo e alla Chiesa fino al martirio; come pure altri cammini di vita conformi al Vangelo di Gesù. Su ognuna di queste strade sono fiorite figure meravigliose di santità in ogni epoca della storia: da Agostino a Benedetto, da Francesco a Domenico, da Ignazio a Vincenzo, da Agnese a Cecilia, da Caterina a Teresa d’Avila, e tutti gli altri.

Dopo la chiara e innovativa dottrina della Redemptoris Missio, dobbiamo aggiungere, fra questi cammini sicuri verso la santità, anche la via della Missione. Vi è, infatti, una piena coincidenza fra le esigenze della missione ad gentes e i requisiti e segni della santità, a tal punto che chi risponde alle esigenze della missione raggiunge senz’altro la santità, senza nulla aggiungervi.

Daniele Comboni non è il primo a percorrere questa via di santificazione, ma è certamente un esimio modello di santità raggiunta attraverso il cammino della Missione. Per questo, e ancor più dopo la Redemptoris Missio, egli va considerato come un santo evangelizzatore di piena attualità agli inizi del millennio e un modello ispiratore di santità per gli evangelizzatori del futuro.
 
Una missione cristologica

Passiamo ora in rassegna alcuni contenuti della missione realizzata dal Beato Daniele Comboni, per evidenziarne i segni di santità.  

La passione missionaria di Comboni per la rigenerazione dell’Africa nasce e cresce dalla contemplazione di Cristo crocifisso e risorto. Comboni ha trovato nel mistero del Cuore di Gesù e della Croce lo slancio per l’impegno missionario. Il suo amore incondizionato per i popoli dell’Africa aveva la sua origine e il suo modello nell’Amore salvifico del Buon Pastore, che offrì la vita sulla croce per la salvezza del mondo intero. Comboni sottolinea ripetutamente che Cristo è morto in croce anche per i popoli dell’Africa, e perciò la missione africana è possibile e urgente.

Da una lettura dei testi e delle opere di Daniele Comboni per ricercarvi le motivazioni teologiche della sua missionarietà, emerge subito, gigantesca, la persona del Cristo, Dio e uomo, il Redentore morto e risorto per la salvezza di tutti i popoli. Nella teologia di Comboni appare anche uno schema più ampio e articolato, che si opuò riassumere in questi punti: Cristo è il missionario del Padre, la Chiesa è missionaria di Cristo, Comboni si sente missionario di Cristo e della Chiesa. Vi è quindi una sequenza: dal Padre a Cristo, alla Chiesa, a Comboni. Di professione Comboni non è un teologo, ma un pastore e un missionario. Quindi non ci si aspetta che esponga il suo pensiero in forma sistematica, ma ad un’attenta lettura sarà facile cogliere la solidità biblica, teologica ed ecclesiale delle sue motivazioni missionarie, pur nel contesto storico della teologia del secolo XIX.

Comboni decide di impegnarsi a "fare causa comune" con gli africani, perché ha scoperto che Cristo, per primo, è morto anche per quei popoli. Da El Obeid (Sudan) scrisse al Card. Alessandro Barnabò, Prefetto di Propaganda Fide nel 1873: "Sotto il glorioso vessillo del S. Cuore di Gesù, che palpitò sulla Croce anche per queste povere anime, il nostro grido di guerra fino all’ultimo respiro sarà questo: O Nigrizia, o Morte" (Daniele Comboni, Gli Scritti, EMI, Bologna 1991, n. 3412).

Alla fine di un lunghissimo rapporto scritto al Card. Alessandro Franchi, Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, in data 29 giugno 1876, dopo aver dato risposte e spiegazioni a varie critiche e difficoltà espresse sul suo conto, Comboni conclude fissando lo sguardo sul Cuore di Cristo: "Ad ogni modo, io dopo tanti patimenti, mi sento più e più forte di prima colla grazia di Dio: la convinzione, che le croci sono il suggello delle Opere di Dio, mi conforta; e fidandomi in quel Cuore Sacratissimo, che palpitò pure per la Nigrizia, e che solo può convertire le anime, sentomi vieppiù disposto a patire e sudare fino all’ultimo respiro, e a morire per Gesù Cristo e per la salute dei popoli infelici dell’Africa Centrale; fermo nella persuasione che il Sacratissimo Cuore di Gesù da tutta questa procella saprà trarre gran bene, a pro della sant’Opera per la redenzione della Nigrizia" (O. cit., Scritti 4290).
 
"Sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo"

Comboni vuole trasmettere ai suoi missionari questa sua incrollabile fiducia nel Cuore di Cristo; perciò li invita a "tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo". Questo è un orientamento fondamentale per i membri dell’Istituto delle Missioni per la Nigrizia, che Comboni-fondatore stabilisce nelle Regole del 1871: "Il pensiero perpetuamente rivolto al gran fine della loro vocazione apostolica deve ingenerare negli alunni dell’Istituto lo spirito di Sacrifizio. Si formeranno questa disposizione essenzialissima col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime. Se con viva fede contempleranno e gusteranno un mistero di tanto amore, saran beati di offrirsi a perder tutto, e morire per Lui, e con Lui" (O. cit., Scritti 2720-21-22).

Il tono di queste raccomandazioni essenziali per i candidati alla Missione rivela immancabilmente un aspetto autobiografico: espressioni quali gli occhi fissi su Gesù Cristo, amarlo teneramente, viva fede, contemplare, gustare un mistero di tanto amore, beati di offrirsi e altre, ci riportano all’esperienza personale di fede e di vita dello stesso Comboni. Sono parole nate dalla sua continua frequentazione del mistero del Dio-amore, del Salvatore morto in croce e risorto per la vita del mondo intero.

Comboni, nella sua qualità di fondatore di Chiese locali e di Istituti di missionari e di missionarie, era convinto che l’Africa esige missionari "santi e capaci", come egli stesso diceva. Anche per Comboni, non è sufficiente rinnovare i metodi pastorali, organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali; non basta neppure esplorare con più acutezza i fondamenti biblici e teologici della fede; "occorre suscitare un nuovo ardore di santità fra i missionari e in tutta la comunità cristiana", come scrisse più tardi Giovanni Paolo II (RMi 90).

Comboni ritorna spesso sulla contemplazione del Cristo morto per la salvezza di tutti, perché vuole attirare l’attenzione sul fatto che Gesù ha sacrificato la vita anche per i cento milioni d’africani (era questa la cifra che si calcolava ai suoi tempi).

L’esperienza contemplativa e missionaria del Comboni ci collega alla consegna che Giovanni Paolo II affida alla Chiesa in missione nel terzo millennio, là dove le addita come "nucleo essenziale… la contemplazione del Volto di Cristo" (Novo Millennio Ineunte 15), con l’avvertenza che "la nostra testimonianza (di Cristo) sarebbe insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto" (NMI 16).

Contemplare il volto del Padre, il volto del Figlio, volto dolente e volto del Risorto, il volto della Chiesa e il volto dell’uomo (cfr. NMI 24, 25, 28 e altri) non sono che momenti diversi di un’unica, permanente contemplazione, come risulta chiaro anche nella dottrina e testimonianza del Comboni. Frutto necessario di tale contemplazione era, per Comboni, l’impegno a vita nella missione africana. E’ lo stesso frutto missionario che segnala Giovanni Paolo II: "Ora il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino: Andate…" (NMI 58). La contemplazione del volto di Cristo porta il missionario a fare il passaggio: dal Volto di Cristo ai volti degli uomini, in modo preferente i volti degli ultimi e degli abbandonati, fino a vedere il volto del Crocifisso nei crocifissi della storia d’oggi e di tutti i tempi. 

Fedeltà a Dio nella missione fino alla morte

In Comboni la passione missionaria per l’Africa è permanente e radicale. La Nigrizia fu il primo e unico Amore della sua vita, come ripeteva in vari modi: "No, non allignò mai nel mio cuore nessuna passione, fuorché quella dell’Africa… Quello che mi importa è unicamente (e questa è stata l’unica e vera passione della mia vita intera, e lo sarà fino alla morte, e non ne arrossisco per nulla) che si converta la Nigrizia" (O. cit., Scritti 6983 e 6987), scrisse 40 giorni prima di morire. E ancora: "Guai a me se non evangelizzo la diletta Nigrizia" (cfr. Summarium, p. 76); "O Nigrizia o morte" era l’espressione con cui terminava i suoi discorsi (cfr. Summarium, p. 46).

Tre mesi prima di morire scriveva da El Obeid (Sudan): "Io sono qui esposto alla morte a servire il mio Gesù fra le pene e le croci, contento di morire per salvare i poveri neri, e per essere fedele alla mia vocazione ardua, difficile e santa" (O. cit., Scritti 6814; cfr. Summarium, p. 93).

E ancora, una settimana dopo: "Vedendomi così abbandonato e desolato, ebbi cento volte la più forte tentazione… di abbandonar tutto… Ebbene, ciò che non mi fece mai venir meno alla mia Vocazione… ciò che mi sostenne il coraggio a star fermo fino alla morte… fu la convinzione della sicurezza della mia Vocazione, fu sempre e toties quoties perché il P. Marani mi ha detto ai 9 ag. 1857, dopo maturo esame: ‘la vostra vocazione alle missioni dell’Africa, è una delle più chiare che io abbia vedute’" (O. cit., Scritti 6886).

Nella fedeltà alla causa della Nigrizia si fa concreta la fedeltà di Comboni a Dio, il Padre che tutti ama senza discriminazioni. Per Comboni, la missione è una questione di fedeltà a Cristo morto in croce per tutti i popoli; e di fedeltà alla Chiesa, chiamata a crescere presso tutte le nazioni. Quella di Comboni è una fedeltà nuziale per la sua Africa abbandonata, con la quale egli ha giurato di "far causa comune" fino alla morte, come disse nell’omelia di ingresso a Khartoum nel 1873, in qualità di Pro-Vicario Apostolico del Vicariato dell’Africa Centrale (Cfr. o. cit., Scritti 3158-59).

"Far causa comune": evangelizzazione e sviluppo 

"Far causa comune" per Comboni voleva dire, concretamente, abbandonare i suoi cari, affrontare viaggi faticosi e scomodi, sopportare i gravi disagi del clima e delle malattie tropicali, lottare contro la schiavitù, promuovere la dignità della donna, superare le incomprensioni e calunnie sorte anche nell’ambiente dei suoi missionari e collaboratori, fino a dare la sua vita nel centro dell’Africa, bruciato dalle febbri, in una morte prematura a soli 50 anni! Comboni ha maturato fino a raggiungere un amore sponsale e mistico per la sua Africa, divenuta ormai la sua croce e la sua gloria, come scrisse da Khartoum il 4 ottobre 1881, in quella che è forse la sua ultima lettera, appena sei giorni prima di morire: "Che avvenga pure tutto quello che Dio vorrà. Dio non abbandona mai chi in lui confida. Egli è il protettore dell’innocenza ed il vindice della giustizia. Io sono felice nella croce, che portata volentieri per amore di Dio genera il trionfo e la vita eterna" (O. cit., Scritti 7246). 

L’espressione "far causa comune" rispecchiava il suo eccezionale senso di stima per gli africani in un secolo in cui imperversava la tratta degli schiavi; indicava il coinvolgimento totale di Comboni a fianco e a favore dei popoli africani fino a dare la vita; voleva dire, in particolare, "salvare l’Africa con l’Africa", secondo il motto del suo "Piano per la rigenerazione dell’Africa", nel quale egli progettava la partecipazione organizzata di tutta la Chiesa e dei governi cristiani, assieme alla creazione di istituti e università per la formazione di africani e africane, allo scopo di farne le guide della loro società.

Nelle parole comboniane "far causa comune" c’è anche tutta la problematica moderna sul binomio "evangelizzazione e promozione umana", cioè "Vangelo e sviluppo integrale della persona", includendovi anche lo sviluppo solidale dell’umanità. Comboni aveva una concezione cristiana e moderna dello sviluppo, che, secondo lui, non poteva essere pieno se mancava il Vangelo. Per realizzare la rigenerazione dell’Africa, egli considerava indispensabili la predicazione del Vangelo di Cristo e la missione della Chiesa, "perché solo Gesù Cristo e la Divina sua Sposa sono i veri civilizzatori delle popolazioni infedeli", come scriveva nel 1878 al Card. Giovanni Simeoni, Prefetto di Propaganda Fide (O. cit., Scritti 5085).  

All’inizio e alla fine di una lunga ed erudita relazione (quasi 40 pagine) sulla storia delle scoperte africane, inviata nel 1880 al rettore degli Istituti Africani di Verona, Comboni spiega chiaramente: "Fede cattolica e civiltà cristiana nell’Africa centrale, ecco il sublime apostolato della grand’Opera della Redenzione della Nigrizia… La Fede cattolica, colla predicazione dei suoi dogmi, delle sue massime, dei suoi insegnamenti e della sua morale divina, porta sempre con sé, genera, e partorisce la vera civiltà cristiana… Gesù Cristo è l’unico principio di redenzione e di vita, la vera sorgente della civilizzazione e della salvezza dei popoli indefeli, l’incrollabile fondamento della vera grandezza e prosperità delle nazioni civili del mondo" (O. cit., Scritti 6214-6215).

La Chiesa, per Comboni, è lo strumento e il veicolo per la costruzione della civiltà cristiana: "Quella potenza prodigiosa, che dispiegherà in tutto il suo splendore la luce della vera civiltà cristiana su tutti i punti del grande continente africano, sarà la Chiesa cattolica colla predicazione del Vangelo, perché Gesù Cristo solo è via, verità e vita; e la fede di Gesù Cristo, le sue massime, i suoi insegnamenti, e la sua morale divina sono il principio della vera civiltà, la sorgente della vita, il fondamento della grandezza e prosperità di tutti i popoli, e di tutte le nazioni dell’universo" (O. cit., Scritti 6334). 

Tutto era finalizzato alla missione 

La missione africana era lo scopo della sua vita e, per lui, l’Africa era un problema urgente, non poteva più aspettare. L’esistenza di Comboni fu travagliata e, si potrebbe dire, vissuta di corsa, perché la sua Africa non poteva più continuare a "giacere nelle tenebre e nell’ombra di morte". Era necessario smuovere tutta la Chiesa, le istituzioni religiose, le istanze civili e i governi europei, per realizzare il "Piano per la rigenerazione dell’Africa".

La messa in opera di questo enorme piano di mobilitazione della Chiesa e dei poteri civili in favore dell’Africa non impediva al Beato Daniele Comboni di mantenere il suo cuore sempre posto in Dio, suo unico tesoro. I contenuti delle sue virtù eroiche sono gli stessi della sua vita di missionario apostolico: ha esercitato la fede, la speranza, la carità e le virtù cardinali facendo il missionario della Nigrizia. 

Anche le sue devozioni essenziali erano orientate e finalizzate alla Missione.

Ispirandosi nel Cuore di Cristo

Comboni era un devoto appassionato del S. Cuore di Gesù, un militante dell’Apostolato della Preghiera e un propagatore della rivista Messager du Sacré Coeur. Fin dagli anni della prima formazione nel Collegio di S. Carlo a Verona, fondato dal P. Nicola Mazza, l’adolescente Comboni cominciò ad assimilare importanti valori cristiani, fra i quali la devozione al S. Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria. Daniele Comboni fu sempre sensibile alle forme di culto al Cuore di Cristo, fino a farne il segreto della sua spiritualità missionaria e il motivo ispiratore del suo apostolato. Nella Basilica di S. Pietro a Roma, nel settembre del 1864, riceve l’ispirazione del suo "Piano per la rigenerazione dell’Africa", nel contesto delle celebrazioni per la promotrice della devozione al S. Cuore, Margherita M. Alacoque. 

Appena fu nominato Pro-vicario, decise di consacrare il suo immenso Vicariato dell’Africa Centrale al Cuore di Gesù, il quale è diventato così il "Padre della Missione" e il "Sovrano dell’Africa Centrale". Per tale consacrazione, avvenuta il 14 settembre 1873, mobilitò tutti i suoi missionari, amici e benefattori, a pregare intensamente. L’esito della missione è assicurato, diceva, "perché l’Opera è affidata al S. Cuore di Gesù, che deve bruciare tutta l’Africa Centrale, e riempirla del suo fuoco divino… Gesù Cristo è il re dei galantuomini, ed ha sempre mantenuto la sua parola. Egli al petite… quaerite… pulsate ha sempre risposto e risponderà sempre accipietis… invenietis… aperietur. Dunque la Nigrizia vedrà la luce, ed i suoi cento milioni d’infelici risorgeranno a novella vita pel S. Cuore di Gesù" (O. cit., Scritti 3211-3212).

All’indomani della solenne consacrazione del Vicariato al S. Cuore, scriveva al Card. Alessandro Barnabò, Prefetto di Propaganda Fide: "La festa dell’Esaltazione di S. Croce del 1873 segna un’epoca novella di misericordia e di risurrezione per l’Africa Centrale… E noi aprimmo il cuore, non già ad una dolce speranza, ma all’infallibile certezza che il Cuore di Gesù, che versa a torrenti le sue grazie in questi tempi di universale calamità per la Chiesa e pel mondo, nell’infinita sua pietà si è degnato di esaudire i nostri ed i voti di parecchie centinaia di migliaia di pii associati all’Apostolato della Preghiera..." (O. cit., Scritti 3411).

Maria "prezioso conforto del missionario" 

Comboni nutrì una filiale devozione alla Vergine Maria, che egli, già nel primo viaggio africano (1857), chiama: "prezioso conforto del missionario" e la "vera Regina della Nigrizia, la madre della Consolazione". Anche la devozione mariana è vissuta in chiave missionaria. Davanti alla Madonna della Salette (1868), Comboni consacra tutta la Nigrizia alla Madre di Dio, atto che ripeterà cinque anni dopo a Khartoum. E nel suo "Postulatum pro Nigris Africae Centralis", presentato ai Padri del Concilio Vaticano I (1870), conclude con la speranza che nel diadema della Vergine Immacolata possa brillare presto anche la "nigricans margarita" del popolo dei Neri, ormai conquistato a Cristo (Cfr. o. cit., Scritti 2314).

Per Comboni, San Giuseppe è "Protettore della Chiesa Universale, ed economo della Nigrizia". A lui si rivolge con disinvolta confidenza: "S. Giuseppe è stato, è e sarà sempre il Re dei galantuomini, ed un maestro di casa, ed un economo di molto giudizio, ed anche di buon cuore" (O. cit., Scritti 3434).

Innamorato della croce

La vita di Comboni – come del resto quella di tutti i Santi – fu costellata di sofferenze e di croci, soprattutto da quando intraprese il cammino dell’Africa, nel suo primo viaggio missionario, arrivando emblematicamente fino alla "Stazione di Santa Croce" (1857-1859), nel cuore del Sudan meridionale. All’insegna della croce sono sorti gli Istituti missionari da lui fondati in Italia (1867 e 1872) e in Egitto, come pure i centri di prima evangelizzazione in quella missione sudanese che ormai da tanto tempo molti giudicavano come impossibile. Ma Comboni non indietreggia, convinto che la sua è Opera di Dio e che "le opere di Dio devono nascere e crescere appiè del Calvario", come spesso ripeteva. E’ del 1868 una lettera al Card. Barnabò, Prefetto di Propaganda Fide, in cui scrive: "Già vedo e comprendo che la croce mi è talmente amica, e mi è sempre sì vicina, che l’ho eletta da qualche tempo per mia Sposa indivisibile ed eterna. E colla croce per sposa diletta e maestra sapientissima di prudenza e sagacità…non temo…" (O. cit., Scritti 1710).

A conclusione di una lunga relazione sullo Stato del Vicariato dell’Africa Centrale, inviata alla Società di Colonia nel 1877, Comboni manifesta la sua fede nella misteriosa efficacia missionaria della Croce: "La Croce ha la forza di trasformare l’Africa Centrale in terra di benedizione e di salute. Da essa scaturisce una virtù che è dolce e che non uccide, che rinnova e discende sulle anime come una rugiada ristoratrice; da essa scaturisce una grande potenza perché il Nazzareno sollevato sull’albero della Croce, tesa una mano all’Oriente e l’altra all’Occidente, raccolse i suoi eletti da tutto il mondo nel seno della Chiesa" (O. cit., Scritti 4974). 

Si conservano numerose altre pagine che manifestano quanto Comboni sia stato un innamorato della Croce, e quanto si sia sentito, specialmente negli ultimi tempi della sua esistenza, crocifisso con Cristo, unendovi l’offerta della sua vita per la salvezza del popolo africano.

Animatore della preghiera

Il segreto di così straordinaria energia spirituale era la preghiera, che per Comboni è "il pane quotidiano dei nostri missionari". Era convinto che "l’onnipotenza della preghiera è la nostra forza". Alla fine della sua vita, Daniele Comboni poteva affermare enfaticamente: "Peccato è il non fare mai meditazione. Ma io rare volte l’ho lasciata nella mia vita, ma da molto tempo non l’ho mai e poi mai lasciata, nemmeno in deserto e neanche una volta… Così pure l’Ufficio… non l’ho mai lasciato, mai, meno quando fui gravemente ammalato, o stava 40 giorni senza dormire un’ora" (O. cit., Scritti 6474).

Il servizio missionario della santità

A conclusione di questo breve profilo della santità di uno dei più grandi missionari della Chiesa - il "Francesco Saverio dell’Africa", come fu definito alla sua morte - risulta chiaro che il Beato Daniele Comboni è arrivato alla santità vivendo intensamente la Missione. La sua santità, nutrita ed arricchita con la Missione, era poi riversata e finalizzata alla Missione. Risulta, quindi, evidente anche il valore esemplare di Comboni per le future generazioni di evangelizzatori: la Missione, vissuta in pienezza, è per se stessa un cammino di perfezione e luogo di santità. 

Un anno fa, nell’omelia per la beatificazione di nuovi Beati, il 20 ottobre 2002, Giornata Mondiale per le Missioni, Giovanni Paolo II lanciava nuovamente il suo appello a tutta la Chiesa missionaria: "Il primo servizio alla Missione è la ricerca sincera e costante della santità". Il Beato Daniele Comboni, con la santità della sua vita, ha dato a tutta la Chiesa un luminoso esempio di questo primordiale servizio alla Missione.


Card. Josè Saraiva Martins
Card. Josè Saraiva Martins