Riduzione dalla parte prima del libro di Jonathan J. Bonk,
Missions and Money – Affluence as a Western Missionary Problem

2. IL CONTESTO DELLA RICCHEZZA DEL MISSIONARIO OCCIDENTALE



Il fatto e l’estensione della ricchezza del missionario occidentale


La consapevolezza e l’ammissione dei missionari occidentali della relativa ricchezza personale non è niente di nuovo. Infatti, anche uno studio superficiale della storia delle missioni rivela come luogo comune un’autocoscienza di superiorità da parte dei missionari, derivante dal fatto – ritenuto prov-videnziale – di un vantaggio economico.
E’ impossibile capire le strategie ed i risultati degli sforzi missionari cristiani occidentali negli ulti-mi duecento anni, senza la massiccia superiorità economica e materiale goduta dai missionari, nei confronti della maggioranza del popolo abitante i paesi comunemente designati come “campo mis-sionario”.
Le dimensioni statistiche di questa disparità economica – anche se non la tragica incarnazione nella sofferenza umana – non sono difficili da documentare.Una varietà di risorse, ciascuna dal suo lato, rivela il divario economico che separa le popolazioni delle nazioni ricche da quelle povere.
Il fatto che un abbondante 78% di tutti i missionari Nord Americani serve in alcune parti dell’Africa, America Latina o Oceania – precisamente quelle parti del nostro globo dove risiede la maggior parte dei poveri del mondo – suggerisce che la maggior parte dei missionari gode di una incredibile superiorità economica e materiale nel contesto sociale in cui hanno scelto di esercitare il loro mandato.
Quando si ricorda che gli studi di benessere relativo nazionale, indipendentemente da quanto sia so-fisticata la metodologia di ricerca, non riflettono la ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza all’interno del paese stesso, e che i missionari di regola hanno tendenza a concentrarsi sul popolo di più basso livello sociale e scala economica della società, si vedrà chiaramente che la disparità tra i missionari occidentali ed il popolo tra cui lavorano è spesso molto più grande di quanto indicato dalle statistiche.
E’ chiaro che gli Stati Uniti ed il Canada sono nazioni ricche. E’ anche chiaro che i missionari in-viati da queste nazioni, senza riguardo alle loro risorse personali, sono ricchi secondo lo standard dei popoli del mondo.. Rimane il fatto che la maggior parte delle persone tra cui lavorano i missio-nari nord americani gradirebbero scambiare il loro posto con il missionario; ed al contrario, pochi sono i missionari nord americani che accetterebbero di cambiare il loro posto con le persone tra cui lavorano. Infatti un missionario – anche molto giovane – può prendere per evidente l’equipaggiamento materiale, la sicurezza, lo stile di vita e le future opzioni che sono dietro ai sogni più strani della gente. Membri e missionari della Chiesa nord americana sono, senza dubbio, un “Popolo dell’Abbondanza”.
Il missionario proviene da un mondo, dove i salari e le spese sono immensamente più elevati di quelli prevalenti nel suo nuovo campo di lavoro. Egli è visto come il rappresentante di una organiz-zazione ricca e potente. All’arrivo nel suo campo, mette in atto un nuovo standard di valori econo-mici.… Alla media nazionale, il missionario appare non tanto come l’esponente di una nuova reli-gione o via di salvezza, quanto come una possibile sorgente di miglioramento economico personale.

Il contesto storico e culturale della ricchezza del missionario

L’abbondanza materiale ed economica è stata un marchio del modus vivendi dei missionari occi-dentali negli ultimi due secoli. In acuto contrasto con la loro controparte del primo secolo, dipinti da S. Paolo come “messi all’ultimo posto, come dei condannati a morte nell’arena” (1Cor. 4,9), i mis-sionari dall’Europa e dall’America hanno – con alcune notevoli eccezioni – sempre più manifestato un livello di ricchezza e di sicurezza materiale al di là anche dei sogni della maggior parte della po-polazione del mondo.
Un articolo apparso in un numero di “Los Angeles Times Magazine” si riferisce ai moderni missio-nari americani – con i loro “computer, forza aerea e milioni di dollari di sostegno economico, come a una “nuova razza”. L’autore aveva ragione sulla ricchezza dei missionari del Nord America, ma si sbagliava pensando che si trattasse di una “nuova razza”. Infatti è soltanto in questi duecento anni che le missioni cristiane sono giunte ad essere viste come prerogativa dei cristiani ricchi. E’ vero che agenzie dall’Occidente operano da una base finanziaria sostanzialmente cospicua – a volte da quartieri generali “degni di multinazionali”, usando tecnologie care per generare piattaforme di mappe, grafici, statistiche e strategie. Ma questo è stato un marchio della missiologia occidentale dal famoso Enquiry di William Carey di duecento anni fa.
Mentre i missionari che viaggiavano dalle rive occidentali nel secolo scorso non avevano né compu-ter né una flotta aerea, essi erano, per lo standard di quel tempo, altrettanto ben equipaggiati. Anche la più modesta spedizione missionaria nell’Africa Orientale, per esempio, richiedeva l’impiego di centinaia – a volte anche migliaia – di portatori nativi, non raramente per mesi per trasportare i beni dei missionari. E il loro standard di vita, anche se modesto e perfino di cattivo gusto per lo standard dei missionari contemporanei Europei ed Americani, era abbastanza impressionante da evocare lo stupore, l’ammirazione e l’invidia degli Africani.
Tentativi di spiegare gli scopi, i metodi e la realizzazione dei comportamenti missionari cristiani occidentali durante i passati duecento anni, non possono essere adeguatamente capiti senza una cer-ta comprensione del più largo ambiente socio economico, del quale essi erano semplicemente una pia espressione. Attraverso il diciannovesimo e fino al ventesimo secolo, una potente confluenza di correnti ideologiche, economiche e politiche percorsero il già inondato occidente del globo. Con-forme alla natura delle inondazioni, anche questa interessò per il bene e per il male ogni cosa sul suo passo, e ci fu ben poca cosa che si potesse fare contro di essa. Alcuni erano trasportati e distrutti dalla corrente; i sopravissuti – tra questi i missionari occidentali – erano trasportati inesorabilmente con essa, come pezzi galleggianti, ovunque l’inondazione li portò. In confronto con la potente vita-lità di questo flusso sradicante, anche i tentativi di resistenza più energici erano deboli e necessa-riamente inefficaci.
Tra le idee che influenzarono la teoria e la pratica missionarie dall’inizio dell’era moderna, proba-bilmente nessuno può indovinare il potere pervasivo della credenza occidentale nella inevitabilità del progresso. La legge del progresso era, nelle parole di uno storico, “la prima grande lezione che la storia ci insegna”.
Non soltanto i missionari cedettero nella inevitabilità del progresso, ma essi videro se stessi come suoi veri emissari.
Gli assunti occidentali riguardanti il progresso e la civilizzazione sono soltanto parti di un retrosce-na contro il quale la ricchezza relativa dei missionari deve essere vista. La sovrabbondante ascen-denza razziale, materiale e politica delle nazioni “cristiane” era non semplicemente un fatto, ma – nel pensiero missionario – un fatto provvidenziale. Il razzismo missionario era di un genere infini-tamente più benigno di quello degli scienziati del diciannovesimo secolo, è vero. Ma essi erano raz-zisti, nondimeno. “Il missionario, osservava il ben conosciuto Segretariato degli Esteri della Società Missionaria di Londra, appartiene ad una razza superiore in energia e affermando il diritto di guida-re e governare, una razza la cui ricchezza è evidente al mondo.”
“Quando il pagano diventa un cristiano, ha osservato un missionario nel Vecchio Calabar cento anni fa, cessa di essere egoista, brutale un essere terra-terra com’era”. La civilizzazione segue così ne-cessariamente l’arrivo del cristianesimo, argomentò un contemporaneo, che il miglior modo di con-vogliare le benedizioni di una è di introdurre nell’altro, ed inoltre, perché i peggiori vizi del pagane-simo sorgono dalla loro religione, e sono perpetrati da essa.
Non ci può essere nessun dubbio che ciò che queste persone, ed altri come loro, hanno detto, fosse vero. La condizione umana in Calabar, per esempio, era così miserabile quasi da sfidare la descri-zione. Non soltanto l’Africa occidentale era “la tomba dell’uomo bianco”; era anche la tomba di de-cine di migliaia di uomini neri. Non c’era niente di idillico nella vita in Africa dei missionari all’inizio del diciannovesimo secolo. Bastonature, esecuzioni di massa e torture delle più indiscri-minate erano all’ordine del giorno. Neonati gemelli erano massacrati come una cosa del tutto nor-male; alla loro morte i capi non erano mai seppelliti da soli, ma prendevano con loro nella vita futu-ra scorte di schiavi, vedove, sudditi e bambini; guerre intertribali erano brutali ed endemiche; donne sposate erano beni personali, disponibili a volontà; sudiciume, tanfo e malattie erano un elemento integrale della vita di città. La conversione alla fede cristiana portò un miglioramento di queste con-dizioni in dovuto modo.
La convinzione che il progresso era inevitabile, e che in più, ogni vero progresso ed alta civilizza-zione derivassero dalla fede cristiana, permeò la teoria e la pratica delle missioni. Era una convin-zione inoltre, consolidata dall’esperienza pratica sul campo. Le descrizioni missionarie delle condi-zioni terribili ed oppressive che osservarono in India, Africa e Asia abbondano. Ci può essere solo un piccolo dubbio sull’accuratezza essenziale sul loro conto; e la profondità del loro orrore, la cru-deltà e l’ingiustizia che osservarono non dovrebbe essere triviale. Oggi, il mondo occidentale conti-nua a registrare shock alle ingiustizie, tortura e atrocità descritte nelle pubblicazioni di organizza-zioni come Amnesty International.
Con espressioni del tipo di Harry H. Johnston “fu più volte impressionato dallo splendido lavoro che è stato ed è compiuto da ogni tipo di missionario cristiano nei confronti dei popoli Neri, scuri o Gialli di razza non caucasica…”, i missionari possono essere stati gratificati, ma probabilmente non sorpresi. Essi lo hanno conosciuto direttamente, ed i loro ammiratori lo hanno ripetuto per anni. Na-turalmente, lo standard contro cui i risultati missionari erano misurati era la civilizzazione occiden-tale stessa. Fino a che il pagano adottava le idee ed i valori occidentali, desiderava ed pensava atti-vamente una cultura materiale occidentale, imitava le istituzioni politiche, sociali e religiose occi-dentali, e si sottometteva senza mormorare al dominio occidentale – fino a qui gli sforzi missionari erano giudicati con successo. Questa evidenza costituiva una realizzazione della promessa del loro Signore a coloro che avrebbero cercato il Suo Regno e la Sua Giustizia innanzitutto (Mt. 6,33).
I missionari occidentali, la maggior parte dei quali ora proviene dagli Stati Uniti, sono classificati nei ranghi di ”popolo eletto”, cittadini di una nazione ancora sufficientemente ricca, potente e auto-confidente da avere la sua propria via nel mondo; un paese, inoltre, imbevuto di un senso di missio-ne – che uno scrittore riferisce come “il complesso del Capitan America”.
Prima della Prima Guerra Mondiale, il pessimismo non era ancora di moda, eccetto in pochi circoli intellettuali. Il diciannovesimo secolo e la prima parte del ventesimo fu un periodo di ottimismo scientifico e sociale attraverso il mondo europeo. Ma l’incredibile e sanguinosa lotta tra le nazioni “illuminate” rivelò un inizio di peccato nella civilizzazione occidentale, fino a quel momento sco-nosciuto e probabilmente irriconoscibile dai missionari provenienti dalle terre occidentali. Questa fine separazione di incertezza britannica ed europea fu condotta più a fondo nella psiche missionaria dal vergognoso patto del 1938 tra Hitler e Chamberlain. Il conseguente barbarismo indiscriminato della Seconda Guerra Mondiale – con il suo eccidio di sei milioni di Giudei fatto dalla nazione più civilizzata del mondo, ed il suo annullamento di un intera città di civili giapponesi fatto dalla più cristiana nazione occidentale – convinse molti che la civilizzazione di cui facevano parte era, dopo tutto, profondamente immorale. Fu con uno shock che strappò l’anima che la verità cominciò ad apparire: non erano gli Africani, gli Asiatici, gli Arabi o gli Indiani – ma la loro pretesa di essere dei civilizzatori – che camminava nella tenebre.
L’America è ora largamente guardata, anche dai suoi stessi cittadini, come una versione nazionale di Dr. Jekyll and Mr Hide – un dolce e benevolo carattere a casa, regolarmente metamorfosandosi in un sinistro e cinico crudele sostenitore dell’oppressione più dura all’estero.
Una volta confidentemente salutata come una nazione “cristiana”, l’America si è rivelata essere né cristiana né civilizzata – semplicemente auto-giustificante e potente. E molti missionari sono diven-tati, in un profondo senso letterale, alieni a casa ed all’estero, una crescente razza rara di persone marginalizzate, a disagio in un mondo che non è più casa loro.
La parola che forse maggiormente meglio assume i valori che influenzano tutti i nord americani . inclusi i missionari – dall’infanzia lungo tutta la vita è il consumismo, la via vitale costruita sul principio che il grande obiettivo della vita umana e la sua attività è “più cose, cose migliori, cose più nuove”; in breve, questa vita consiste nell’abbondanza del possesso.
Il consumismo è – usando un’espressione di Robert Ballah – “un‘abitudine” del cuore, che colpisce ogni cosa che gli Americani siano o facciamo. Quando è combinato con l’equazione popolare di “progresso” con applicazioni tecnologiche, e “civilizzazione” con abbondanza, il consumismo occi-dentale arriva a giustificare quasi inevitabilmente crescenti alti standard di vita missionaria.
La cultura in cui i missionari Americani sono nati e cresciuti, ha instillato in loro il bisogno di molto più di quello che i loro predecessori del diciannovesimo secolo potevano sognare. Sostenuti da chiese che, per la maggior parte parte, sono da tempo giunte a soccombere allo spirito del tempo che li circonda, i missionari occidentali non hanno avuto molto successo nella loro personale ed isti-tuzionale resistenza al fenomeno “di Laodicea”.

La giustificazione razionale della ricchezza missionaria

“Non è una disgrazia essere poveri, ma è altamente sconveniente” (Twain)

“I nuovi missionari che arrivano in missione sono spesso sorpresi dall’agiatezza generale che cir-conda i vecchi missionari sul campo”, riconosceva un missionario in un Capitolo che affrontava il tema della “Vita Missionaria Lussuosa”.

Ragioni economiche per la ricchezza missionaria
“La missione più a buon mercato è la missione che può mantenere i suoi missionari il più a lungo, e trarre da loro il miglior servizio di cui sono capaci”, era la conclusione di Griffith John, un veterano di sessanta anni di servizio missionario nella Cina Centrale. Né longevità, né efficacia erano conce-pibili senza che i missionari fossero, nella sue parole, nutriti e riparati convenientemente, e …così forniti sono capaci di lavorare senza distrarsi. A una simile conclusione giunse un ben conosciuto medico americano missionario in Turchia: “L’economia missionaria – disse – ha a che fare con la produzione e la conservazione della forza vitale del missionario”.
Fino a che Alphonse Laveran non chiarì la causa della malaria nel 1880, e Sir Ronald Ross non in-dicò il parassita che infetta le zanzare anofele, l’Africa era considerata “la tomba dell’uomo bianco” ed il “cimitero dei missionari”. Fino ad allora leoni, leopardi, serpenti velenosi, elefanti arrabbiati e coccodrilli erano riconosciuti da tutti come minacce alla salute; le zanzare erano semplicemente un fastidio.
Era chiaro che il missionario più economico ed efficace, senza dubbio, era quello vivo; il missiona-rio vivo era quello in salute; il missionario in salute era quello comodo; il missionario comodo era quello la cui vita all’estero maggiormente si avvicinava a quella a cui era abituato in patria. Infatti soltanto a queste condizioni la “forza vitale” del missionario poteva essere prodotta e conservata.
Nel corso ordinario degli eventi, il missionario che può dare la vita di servizio più lunga alla causa, è quello che avrà l’influenza più forte sul popolo tra cui vive, e che produrrà i risultati più ampi nel-la sua vita.
Se questo parere stona stranamente con le parole di Cristo a proposito di salvare e dare la propia vi-ta (Lc. 9,24), incapsula comunque il senso comune economico che ha caratterizzato il movimento missionario dall’Occidente sin dalle origini duecento anni fa.

Ragioni familiari per la ricchezza missionaria
“Una dei più difficili problemi da risolvere nel lavoro delle Missioni cristiane presso i pagani è, ciò che deve essere fatto per i figli dei missionari.”

Ragioni sociali per la ricchezza missionaria
“Nei suoi viaggi il missionario dovrebbe sempre avere l’apparenza di un gentiluomo. Non c’è nes-suna necessità per togliere gli abiti civili perché la civiltà è stata lasciata indietro; al contrario, ha il compito di portare con sé l’impressione di una società migliore di quella in cui sta andando; dun-que, egli dovrebbe sempre essere pulito ed in ordine nella sua apparenza, e scrupolosamente attento che il suo atteggiamento sia ordinato. Un Europeo disordinato sarà sicuramente criticato da un nobi-le Arabo, se non addirittura dai nativi.”
Per il bene o per il male, la stretta connessione storica tra missionari e l’altamente visibile potere occidentale economico, sociale ed imperiale ha reso estremamente difficile per loro dissociarsi dallo stato e ruoli assegnati ai privilegiati.
L’avversione per il lato spiacevole associato al valore diminuito in una società è una ragione poten-te per mantener ed anche aumentare la ricchezza missionaria occidentale.

Argomenti strategici per la ricchezza missionaria
L’espansione, sia dell’Europa che del Cristianesimo, fu facilitata dalle nuove applicazioni meccani-che e la crescente ricchezza associata alla Rivoluzione Industriale. C’erano macchine che produce-vano un’abbondanza di merci la cui vendita spinse gli Europei fino ai confini della terra. Le mac-chine resero i trasporti e le comunicazioni più veloci e così ridussero le dimensioni della terra in modo che fu possibile per gli Europei, inclusi i missionari cristiani, di percorrerla. Il monopolio del-le nuove macchine permise agli occidentali di guadagnare il dominio della maggior parte della terra, e di imporre la propria volontà sugli altri popoli. Dalle macchine derivò la ricchezza una parte della quale, in realtà una piccolissima parte, fu dedicata dagli Occidentali alla diffusione della fede. Fu l’esaltazione del potere e della ricchezza resa disponibile e delle porte aperte dalle macchine che contò in parte in questo abbondante ottimismo del diciannovesimo secolo col quale la diffusione del cristianesimo fu così strettamente associato.
Senza una grande provvista di denaro non soltanto gli sforzi missionari dall’occidente sarebbero stati severamente troncati, ma è possibile ipotizzare, che sarebbero cessati. Le strategie occidentali, iniziando con il sopporto degli stessi missionari occidentali, sono intensamente influenzate dal de-naro. Negarsi l’accesso alla ricchezza occidentale sarebbe stato un atto di suicidio per il movimento missionario.
“L’associazione per una vita più semplice” (fondata nel 1933 in India), sentì presto che se volevamo portare avanti un lavoro efficace e volevamo mantenere un seguito tra i nostri discepoli in India, a-vremmo dovuto semplicemente accettare il livello di spese che i missionari avevano in generale. Se dovevano fare il loro lavoro, dovevano tenere del personale di servizio. Se non avevano personale avrebbero passato parte del loro tempo a fare i servizi di casa e resterebbe poco tempo per il lavoro del Signore. Inoltre la creazione di questa associazione portò molta frizione nel corpo missionario. I missionari che non appartenevano a questa associazione sembravano dire “state cercando di mo-strarci in cattiva luce”. Così, dopo due-tre anni semplicemente abbiamo abbandonato ogni progetto di realizzare un buon, solido, lavoro missionario carico di speranze.
La letteratura missionaria è stata usata spesso per attirare l’attenzione della gente; la ricchezza mis-sionaria è stata spesso lo strumento per attirare questa attenzione. C’è qualcosa nel vantaggio pecu-niario personale che ispira una grande autocoscienza nel trattare con coloro che sono più poveri. Come osservava un Indù convertito al cristianesimo recentemente, “è facile per i missionari occi-dentali identificare la ricchezza con la giustizia, e la povertà con l’errore.”
Storicamente il mostrare la ricchezza missionaria giocò un ruolo significativo nell’impressione ini-ziale fatta sui non-Occidentali. In Africa centrale, per esempio, i missionari della Società Missiona-ria di Londra erano immensamente ricchi secondo lo standard locale, e presto funzionarono non sol-tanto come insegnanti religiosi, ma anche come padroni, capi e magistrati. All’inizio, i missionari erano in qualche modo lusingati e divertiti dall’effetto che la loro ricchezza aveva sugli Africani, la maggioranza dei quali non aveva mai visto un Bianco prima di allora. In qualche modo misterioso, il loro livello di vita superiore costituiva, pensavano, un’evidenza irrefutabile in favore della verità e vitalità del loro vangelo.
Gli argomenti in favore della ricchezza missionaria occidentale sono forti, sensibili ed efficaci. Suf-ficientemente efficaci da persuadere la maggior parte dei missionari che la ricchezza personale, quando è appropriata e usata con moderazione cristiana, è – a livello economico, familiare, sociale e strategico – infinitamente preferibile all’alternativa.

da Jonathan J. Bonk