Lettera di P. Renzo Piazza

N’djamena, 6 febbraio 08
Carissimi,

Grazie a tutti coloro che ci sono stati vicini in questi giorni con il loro ricordo, la loro preghiera e le loro parole di incoraggiamento.
Cerco di darvi qualche informazione per capire la situazione drammatica in cui versa attualmente il paese. Come tutti sanno, una colonna di ribelli, partita dal Sudan, è arrivata alla capitale sabato 3 febbraio nella mattinata, dopo aver percorso più di 800 km. Li abbiamo prima «sentiti» arrivare e poi li abbiamo visti circolare per le strade. Mattina e pomeriggio hanno cercato di impossessarsi dei punti strategici della città e la notte ci hanno lasciato dormire. All’indomani, domenica, i combattimenti sono ripresi, violentissimi, soprattutto attorno al palazzo presidenziale e davanti alla radio nazionale. Dopo un po’ di calma attorno a mezzogiorno (per mangiare e fare la preghiera…), i combattimenti si sono protratti anche al pomeriggio. La mobilità dei combattenti ci ha fatto presto capire che i luoghi degli scontri erano un po’ ovunque. Verso sera sono arrivati dei rinforzi governativi e i ribelli sono partiti, dopo aver detto alla gente che di lasciare la città perché sarebbero ritornati in forza.
Questo ha provocato la paura nella gente, che ha cominciato a scappare in massa. Prima gli abitanti dei quartieri più «caldi», o poi via via tanti altri. C’è solo il fiume che separa dal Cameroun: alcuni hanno attraversato con la piroga, (si parla di gente che è annegata…) altri sono partiti chi a piedi, chi con la moto, chi con l’auto. Un vero esodo di massa. Al di là del fiume c’è una cittadina, Kousseri (dove alle volte andiamo a fare la spesa perché in Cameroun la vita è meno cara…) che non ha strutture di accoglienza… Facile immaginare come si sono trovate 50.000 persone che scappano dalla guerra…
E chi è rimasto in città è stato testimone (o attore) di saccheggi indiscriminati, soprattutto nella zona del mercato, nei quartieri abitati dagli europei e dagli operatori internazionali e negli edifici pubblici, soprattutto quelli che sono collegati con la politica del governo.
Personalmente, me ne sono rimasto tranquillo in casa, con un confratello brasiliano, il P. Amaxsandro, ad aspettare il passaggio della burrasca. Il terzo confratello, il P. Paolino, Sudanese, si trova per il momento a Sarh.
Per grazia di Dio non abbiamo avuto grossi problemi e il nostro quartiere ha mantenuto la sua vita quasi normale.
Abbiamo avuto qualche problema per comunicare con il personale missionario: la rete di telefonia mobile è stata sospesa e non tutti hanno il telefono fisso in casa, ma pian piano siamo riusciti a raccogliere le notizie di tutti. E tutti stanno bene.
Poiché la nostra comunità è un po’ isolata rispetto alle altre, ci hanno consigliato di riunirci con la vicina comunità dei gesuiti. Abbiamo passato 2 notti con loro e questa mattina siamo ritornati a casa. Questo brevissimo viaggio ci ha obbligati ad attraversare una delle zone dove i combattimenti di sabato e domenica sono stati più violenti: davanti alla radio nazionale: carri e veicoli militari bruciati, alberi abbattuti, cavi elettrici spezzati, cadaveri ancora sulla strada… Vi risparmio i dettagli, ma penso che l’inferno non è molto diverso da quanto abbiamo visto.
Solo ieri sera, martedì, le autorità hanno dato il permesso di raccogliere e seppellire i cadaveri.
I danni causati dai combattimenti sono notevoli. In due giorni il paese ha fatto un passo indietro di 20 anni. Alle distruzioni delle armi si aggiungono i danni dei saccheggi. Tavoli, banchi, sedie, frigoriferi, condizionatori, divani e materiale didattico si trovano per le strade… poiché alla radio hanno detto che si passerà casa per casa per cercare i responsabili dei saccheggi…
Il migliore liceo della città, gestito dalle religiose del S. Cuore è stato parzialmente distrutto e le Suore sono dovute partire.

Aggiungo infine qualche storia «dal vivo».

Giovedì scorso, ho incontrato Youssouf, ex postulante comboniano, che, in bici, rientrava a casa per l’ora di pranzo. Abbiamo scherzato, ci siamo salutati e poi ciascuno a casa sua.
Sabato sera, due fratelli di Youssouf vengono a trovarmi. Mi danno un biglietto in cui mi annunciano che durante i combattimenti Youssouf è stato colpito a morte assieme ad altri due amici… Come tantissimi altri giovani hanno voluto assistere alla guerra «in diretta», senza rendersi conto dei rischi che correvano. E’ bastata una sventagliata da un’auto in fuga per troncare le loro vite.

I Gesuiti hanno 4 giovani scolastici africani in formazione a N’djamena, uno dei quali è medico. Vista la situazione, domenica hanno deciso di inviarli in un posto più calmo, al di là del fiume, dove c’è un ospedale gestito dalla missione.
Il lunedì sera, nel momento in cui siamo arrivati nella loro comunità veniamo a sapere che 3 sono riusciti a passare il ponte, ma del quarto, Jules (un ottimo collaboratore al Centro Cattolico Universitario), si sono perse la tracce. Avendo visto che alla fine del ponte dei banditi stavano «alleggerendo» i suoi confratelli, ha avuto paura ed è tornato indietro… proprio nel momento in cui riprendevano i combattimenti. Inquietudine e angoscia in tutti.
Il martedì mattina arriva una suora in motorino e ci informa che Jules si era rifugiato nella loro comunità e stava bene. Al pranzo eravamo tutti insieme : ho assaporato un po’ la gioia della risurrezione…

Il governo francese ha messo a disposizione le sue strutture per proteggere ed evacuare coloro che lo desiderano. Alcune suore francesi sono partite, una delle quali un po’ malata. Ieri pomeriggio vengo a sapere che la superiora generale delle suore Xavières, nostre strette collaboratrici, da Parigi, ha dato ordine alle tre rimaste di lasciare il Ciad. Questa non era la loro volontà, ma dovevano obbedire. Una mi ha detto: «Io prego Bakhita (abbiamo appena dedicato a Bakhita la cappella del Centro Cattolico Universitario, dove lavoriamo assieme) perché l’aereo non venga». Da parte mia ho pregato Comboni per lo stesso motivo. Hanno atteso tutta la giornata che i francesi venissero a prenderle… ma nessuno è venuto, poiché la situazione si è fatta più normale… Questa mattina siamo passati a salutarle. La loro superiora si è rimessa alla loro libertà. Adesso c’è un conflitto tra me e loro: a chi attribuire la grazia? A Bakhita o a Comboni? Abbiamo deciso che nella cappella del CCU, vicino a Bakhita aggiungeremo il ritratto di Comboni…

La Vice-console italiana mi telefona e mi dice: «La Farnesina chiede agli italiani di rientrare. Tu cosa hai deciso di fare?». Le ho risposto: «E lei, cosa fa?». Mi risponde: «Io resto, perché sono sposata con un ciadiano. Non posso lasciare mio marito». Io le ho risposto: «Anch’io sono sposato…con questa gente… Non posso lasciarla».

Riflettevo sulla nostra presenza in situazioni così difficili. La Parola di Dio oggi diceva: «Voi siete un popolo consacrato al Signore vostro Dio. Siete voi che il Signore ha scelto in mezzo a tutti i popoli della terra per essere il suo tesoro…».
Le situazioni difficili servono anche per andare al cuore delle nostre scelte e ritrovare i motivi che ci hanno spinto a deciderci per il Signore.
Una preghiera perché non ci manchi il coraggio di vivere nella fedeltà e nel servizio.


P. Renzo Piazza
febbraio 2008