Comboni Press
Un Seminario Internazionale promosso dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace.
Nei giorni 20-21 giugno, si è tenuto nei locali del Pontificio Consiglio delle Giustizie e della Pace un Seminario dal titolo ambizioso e provocante: La politica, forma esigente di carità. L’integrità di questo titolo era poi smorzata dalla sua interpretazione: Politica, democrazia e valori indisponibili nell’attuale pluralismo culturale.
Roma, 22.06.2008

Nei giorni 20-21 giugno, si è tenuto nei locali del Pontificio Consiglio delle Giustizie e della Pace un Seminario dal titolo ambizioso e provocante: La politica, forma esigente di carità. L’integrità di questo titolo era poi smorzata dalla sua interpretazione: Politica, democrazia e valori indisponibili nell’attuale pluralismo culturale.
L’idea centrale risale ad un messaggio nel papa Pio XI alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale in cui affermava che la politica è la cosa più importante dopo la religione e vi scopriva la forma suprema della carità. Un messaggio ripreso, negli ultimi anni anche dalle conferenze episcopali africane, soprattutto nella zona dei Grandi Laghi.
In due giornate di lavoro, sono state pronunciate ben 6 consistenti conferenze, senza contare una tavola rotonda con tre esponenti e i discorsi d’apertura e di conclusione del Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace.
Ricco anche il dibattito, grazie alle svariate qualifiche e provenienze della settantina di partecipanti. Erano presenti personalità impegnate nella politica e nel sociale –italiani, europei, latino americani-, ex parlamentari europei e membri di ambasciate e di segreterie di stato, esperti in etica e scienze politiche e sociali di quattro continenti.

Alcune vere e proprie lezioni accademiche.
Di storia politica, per esempio, quella del professor Andrea Riccardi: Dalle ideologie forti alla politica debole. L’esperienza dei cattolici che testimoniano e attuano nella prassi i valori indisponibili della dignità della persona e della famiglia, dei diritti umani e della libertà religiosa, dell’economia a servizio del bene comune e della pace è colma di difficoltà, ma ricca anche di opportunità.
Margherite A. Peeters ha, da parte sua, aperto una luminosa finestra sulla Nuova rivoluzione culturale globale, facendo notare uno slittamento nel linguaggio che non è solo variazione di termini intercambiabili, ma una manovra semantica che impone nell’immaginario dei popoli una nuova etica globalmente normativa pur presentandosi come dolce e consensuale. Si tratta talvolta d’un arricchimento d’umanità, ma l’ambiguità invita al discernimento: si passa infatti con disinvoltura dal soffrire con dignità al diritto di morire; dall’identità culturale alla diversità culturale, dagli sposi ai partners, dalla felicità alla qualità della vita e questo conduce insensibilmente al passaggio dai bisogni materiali e misurabili all’approccio arbitrario dei diritti.
In questo contesto, è apparso illuminante l’intervento del professor Luigini Bruni su : “La tradizione classica e cristiana del bene comune si fonda sull’idea che la società sia un corpo, un noi: siamo legati gli uni agli altri da un patto”. Oggi invece si riduce questo patto a uncontratto, con la conseguenza di ridurre il bene comune al bene immune: la comunità, luogo di benedizioni ma anche di ferite, viene sterilizzata dal contratto. Dalla fiscalità ci si aspetta allora la realizzazione dei beni pubblici e solo quelli, dimenticando che essa deve essere anche redistribuzione di ricchezza e mezzo per incoraggiare la creazione di beni meritori (i valori umani) e scoraggiare i beni demeritori.

Interventi e questioni inquietanti
Il tempo lasciato alle domande, ai chiarimenti e anche ad eventuali pareri discordanti era, all’evidenza, troppo limitato, con grande rincrescimento di tutti perché il dibattito annunciava ed apriva prospettive rimaste poi in sospeso.
Vale la pena ricordarne alcune perché sono altrettante finestre aperte alla riflessione, alla sfida e, perché no?, alla provocazione.
L’ex deputata europea francese Sra Monfort, partendo dalla sua esperienza affermava che “non è il potere che corrompe, ma l’esercizio del potere”. E’ fallace nascondersi che ogni autorità, compresa quella ecclesiastica sia priva di potere, lo è: ma è l’uso che se ne fa’, ispirato o meno al Vangelo, che lo rende sorgente di corruzione o forma di libertà. Ed aggiungeva: il grande problema del cattolico oggi è sapere se si presenta come cattolico con la quasi certezza di non essere eletto o se nasconde le sue convinzioni evangeliche per ottenere l’elezione, riservandosi poi magari di intervenire sulla base dei suoi principi.
Ricordando anche fatti del passato, come l’avventura della Giac, non pochi laici, accademici e politici, hanno lasciato intendere che l’atteggiamento della gerarchia non ha sempre facilitato il loro compito. L’equazione politico = corrotto, è ancora troppo ricorrente nella tendenza moraleggiante del clero.
Per questo anche, è stata accolta con molta soddisfazione la conferenza di Monsignor Jean-Louis Bruguès, segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica sul tema Politica, politici, virtù e santità. Soprattutto nelle risposte alle domande rivalutava la “l’ambizione”, non per il successo personale ma per il servizio, come una virtù che emana dalla “magnanimità”, la più alta delle virtù governate dalla “fortezza” che, insieme alla “prudenza”, costituiscono il bagaglio del vero uomo politico. Il rifiuto di un vero impegno nella politica si deve ascrivere a quel Crépuscule du devoir che è uno degli antivalori della nostra società moderna e ad una confusione : “Ciò che è legale non è sempre legittimo”.
La sua conclusione: “La fraternità appartiene ormai al vocabolario comune degli uomini politici”, in una “società secolarizzata … che rifiuta ogni figura paterna”, ha però provocato la reazione di, Raymond Goudjo, sacerdote dell’Istituto “Artigiani di Giustizia e Pace “ di Cotonou (Benin). Rifacendosi all’esempio di Mugabe, esprimeva la paura che questo legame fra politica e paternità possa far giustificare in Africa il perpetuarsi nel potere, e in un potere spesso dittatoriale, tanti “padri della patria”. Ritorna alla memoria lo scandalo di Gheddafi alla vigilia delle elezioni ugandesi: “Noi siamo padri della rivoluzione, lo siamo a vita. Non abbiamo bisogno di elezioni!”.

Ricco panorama, vuoti pericolosi
La risposta di Monsignor Bruguès fu convincente. L’accenno alla paternità voleva solo affermare che in politica, “la fraternità deve far riferimento ad una figura extra-politica, trascendente”. Ma la sua replica non era evidentemente esaustiva e, come quella di tanti altri interventi, faceva percepire un insieme di aspettative non soddisfatte.
Significativa, per esempio, la freddezza con cui fu accolta la relazione della Sra Laura Olga Gondjout, ministro degli Affari Esteri, della Cooperazione, della Francofonia e dell’Integrazione Regionale del Gabon. Le sue parole, costellate di brillanti scintille d’intuizioni, erano offuscate da inutili quanto ambigue esaltazioni alle virtù politiche e democratiche di Omar Bongo: un presidente difficilmente identificabile come esempio di un “Fedele laico, politicamente impegnato”.
Si percepiva quindi il dubbio che il discorso metodologicamente e accademicamente così ben strutturato non incida poi sul reale. Gli addentellati concreti non arrivarono infatti che alla problematica dell’aborto lasciando completamente in sordina atre gravi minacce per la società di oggi a cui i politici sono chiamati a dare risposte: i cambiamenti climatici, l’uso continuo delle armi, la miseria di popoli interi, impoverimento delle terre produttive, l’aumento dei costi dell’alimentazione, le emigrazioni e immigrazioni a rischio, i rifugiati e gli sfollati.
Anche dal punto di vista della riflessione pure, si accennò senza dare passi significativi all’attuale povertà di pensiero cristiano in tanti campi, all’ignoranza della Dottrina sociale della Chiesa persino nelle Istituzione accademiche cattoliche, all’emarginazione che la Politica con lettere maiuscole riceve nei diversi cammini d’iniziazione cristiana e di preparazione ai sacramenti.
Altri grossi nodi furono accennati e non affrontati. Basti citarne due.
“La difesa e la protezione del gruppo”. E’ evidente che un politico viene eletto con questa finalità e si assume questo compito. Nei conflitti di interesse fra il gruppo, come corpo elettorale di cui è espressione, e la fraternità, come utopia che il bene comune oggi è il bene di tutta la famiglia umana, con quali principi e metodologie orienterà la sua azione politica? E’ in conflitto fra essere cittadini “territoriali” e cittadini del mondo.
Il mondo della politica è oggi succube dell’emotività che occupa tutto lo spazio escludendone la ragione. Ma come si può allora, anche fra i cristiani, portare avanti una seria formazione delle coscienze? San Tommaso ci ricorda che la coscienza ben formata è la capacità di dare un giudizio etico sul “qui e adesso” della bontà o meno di un’azione. I mass media, con il loro gioco di oscurare dietro le emozioni del momento de vere ragioni dell’agire, assurgono al ruolo di generatori di una coscienza globale e indotta che rifiuta ogni messa in discussione.

La politica, spazio di costruzione della società
Nel suo discorso di chiusura, il cardinal Martino ha rilevato come uno dei frutti principali del Seminario la riaffermazione che “la politica resta uno spazio essenziale e uno strumento fondamentale per la costruzione di una società degna dell’uomo”. Il “disprezzo della politica, identificata come ambito dove fioriscono cinismo, corruzione, potere demoniaco” è alieno all’ethos cristiano.
Affermava poi che la Dottrina sociale cristiana ne risulta “strumento strategico” fondamentale nell’impegno e nell’approccio cristiano alla politica perché offre alcune “parole semplici, essenziali, ma fondamentali per ridare slancio e speranza alla politica”.
Ma rilevava pure come il “Seminario ha preso coscienza anche delle grandi sfide che, nel nostro mondo globalizzato, la politica ha di fronte”. Ne accennava due: “La questione della verità” e “La questione della autorità”. Richiamava quindi come dovere “l’esigenza e l’urgenza” delle Chiesa di educare e formare “all’impegno sociale e politico”.
Concludeva con a lettura delle Beatitudini del politico compendiate dal suo predecessore il servo di Dio Cardinal Van Thuan.
Nell’insieme dunque questo seminario, pur con i vuoti e le lacune, si costituisce un forte richiamo: l’evangelizzazione deve impregnarsi di “politica”, la lotta per la giustizia e la pace non sono optional ma parte integrante dell’annuncio cristiano, formarsi e formare sullo stampo della Dottrina sociale della Chiesa è un dovere. Per questo la pagina web riprodurrà nella sua sezione Missionari Comboniani – Giustizia e pace i documenti principali di questo seminario con le interviste che alcuni dei partecipanti hanno voluto concedere. L’integrità di questi testi si può trovare anche in www.justpax.it , il sito del Pontifico Consiglio Giustizia e Pace.

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Politica, democrazia e valori indisponibili nell’attuale pluralismo culturale