Comboni PressAfricani, antillani, americani furono arrestati e deportati per lo più a causa della loro partecipazione a movimenti di resistenza. Abbassati al rango di bestie, perché erano neri, uomini e donne furono sottoposti a ogni sorta di umiliazione. Di Serge Bilé, Editrice EMI.Questo libro svela un aspetto totalmente sconosciuto della seconda guerra mondiale: la deportazione dei neri nei campi di concentramento e di sterminio della Germania hitleriana.
Roma, 14.08.2008

Serge Bilé, nato in Costa d’Avorio e giornalista di France 3 e di RFO, ha raccolto in questo libro testimonianza allucinanti, raccontate dai sopravvissuti e dai loro compagni di sventura in Germania, Francia, Spagna, Belgio, Norvegia, e altri paesi.
Le famose leggi di Norimberga del 1935, destinate alla repressione dei “non ariani”, non riguardavano soltanto gli ebrei, ma anche i neri residenti all’epoca in Germania. Gli afro-tedeschi, sterilizzati a forza, fecero parte dei primi contingenti di deportati inviati da Hitler nei campi di concentramento molto tempo prima dello scoppio della guerra.

Importanza storica

Il libro di Bilé però “non ci parla solo di donne e di uomini neri perseguitati e sterminati nell’inferno dell’Europa nazista. Al contrario, le testimonianze raccolte riguardano anche oppressioni, discriminazione e violenze avvenute prima o al di fuori di quel regime e di quel potere”, ci tiene a sottolineare Daniele Ravenna nella presentazione. Vediamo così sfilare le repressioni e le stragi compiute dai tedeschi nella Namibia, all’inizio del XX secolo; i neri arruolati nell’esercito francese e gettati contro i panzer tedeschi nel 1940; i combattenti neri americani vittime di discriminazione nel loro stesso esercito e brutalizzati dal nemico. Sfilano anche le esperienze di guerra di coloro che sarebbero poi divenuti leader della causa nera e personalità da tutti riconosciute: Nelson Mandela, Martin Luther King, Sédar Senghor, Aimé Césaire.
Ma soprattutto si scopre come francesi, inglesi, americani abbiano fatto di tutto per far dimenticare l’apporto dato dai neri alla lotta per la democrazia e alle sofferenze per la liberazione dell’Europa.

Una testimonianza

“La storia dei campi di concentramento è, certamente, quella dei deportati che vi hanno sofferto, ma anche quella dei loro liberatori. Questi liberatori sono russi, canadesi, inglesi, ma soprattutto americani con, fra loro, molti soldati neri.
Il giorno in cui sono arrivati gli americani è stato il momento più incredibile della mia vita, racconta il premio Nobel Eli Wiesel, che si trovava nel campo di concentramento di Buchenwald. Mi ricorderò sempre con tenerezza quel grande soldato nero. Piangeva come un bambino. Piangeva di dolore, tutto il dolore del mondo, ma anche di rabbia.
Quando sono uscito dalla baracca, le SS erano fuggite, racconta un altro deportato di 17 anni. Ho visto allora persone che non avevo mai visto. E la cosa più strana è che erano nere! Si è poi avvicinato un convoglio con dei soldati neri e dei bianchi. Ci portavano da mangiare. Quello che più mi ha colpito è che i soldati neri erano molto più generosi dei soldati bianchi nella distribuzione del cibo e degli indumenti.
Se i soldati americani neri sono pietrificati da quello che scoprono, è certamente perché la vista dei corpi smunti e famelici li rimanda alla loro stessa storia e alle catene dei loro antenati. La sofferenza dei deportati è un po’ la loro sofferenza, e questo traspare dai loro primi gesti. Danno prova di una grande umanità”.

Una riflesione
Ci sono momenti storici in cui le difficoltà, le tragedie, fra esse la guerra, avvicinano persone, gruppi umani, popoli: sembra che l’armonia dell’integrazione equanime e fraterna sia alla portata di mano. “Il solo posto in cui siamo trattati bene è al lavoro, perché ci sono dei neri”, scrive uno dei detenuti nazisti il 2 luglio 1945 nel campo di Alabama.
A Mauthausen molti prigionieri erano spagnoli. Uno di essi racconta di aver incontrato lì il primo nero della sua vita e, cosa sorprendente di non averlo mai considerato tale: “L’integrazione era talmente positiva che lo si considerava come uno dei nostri. Vale a dire che non c’era razzismo. Non c’era tempo per queste cose. Nel campo vi era di fatto una solidarietà straordinaria. Non si aveva il tempo di pensare alle nostre differenze. Non c’era tempo di pensare ai comportamenti negativi del passato. Si era guariti da tutte queste cose, guariti da una falsa educazione”.
Un piccolo libro di Bilé questo che può aprire prospettive anche oggi: non c’è la guerra ma la minaccia di un disastro ecologico, l’emergenza energetica e alimentare. Abbiamo da imparare che non siamo dei partiti che fanno alleanza per vincere le elezioni e sbranarsi poi: le emergenze possono insegnarci la vera fratellanza e solidarietà che sola può assicurare il futuro di tutta l’umanità.

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Un aspetto sconosciuto della II Guerra Mondiale