di Marta Iglesias, segnalato per Jorge García

Anche il difficile compito di informare e formare è un impegno dell'Animazione Missionaria. Ci sono temi obbligati che non possiamo ignorare. L'interessante lettura che segue verte su uno di questi temi abbastanza dimenticato dalla stampa. Non ne pubblichiamo solo una frase perché suona ad apologia della violenza.

Roma, 24.01.2009
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Lo sguardo distrutto dei bimbi


La Repubblica Democratica del Congo si dissangua. Si calcola che da 1998 siano morti quasi cinque milioni e mezzo di persone e da alcuni mesi l’intensità del conflitto si è fatta più cruenta. Non è casuale che il paese abbia il 80% delle riserve mondiali di coltán. Il Congo odora sangue, confronto tra etnie, povertà, schiavitù e soprattutto denaro.

L'antica colonia belga ha tutt’oggi tanta ricchezza che, col suo sfruttamento, dovrebbe nuotare nell'abbondanza: invece quello che ha in eccesso sono solo guerre. Nel suo territorio alberga in grande quantità rame, cobalto, stagno, uranio, oro e diamanti, casiterita, wolframita e soprattutto coltán. Di questo raro minerale si estrae il tantalio che possiede una gran resistenza al calore e un’eccellente conduttività, che lo rende imprescindibile nelle nuove tecnologie: dai cellulari fino alle navi spaziali, passando per i portatili e le video console. Tutto ha bisogno del coltán.

La maggiore riserva di questo materiale si trova nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) che ne possiede il 80% del pianeta e precisamente nella zona in conflitto. E’ chiaro che non si può pensare ad una casualità. La domanda che sorge è diretta e chiara: può sopravvivere il mondo occidentale alla scarsità del coltán? La risposta è “no”. Affonderebbero le multinazionali e sopravverrebbe un collasso economico, specialmente nella crisi globale che viviamo.

Non è, pertanto, il momento buono per il governo della RDC di cambiare le regole del gioco economico: di fronte a quanti affermano che il conflitto del Congo si deve a una rivalità etnica fra hutu e tutsi, molte sono le voci che indicano invece come un conflitto economico di gran portata quello che si svolge in questo paese.

Congo democratico e senza uscite

Per capire la drammatica situazione del Congo, dobbiamo rimontare al 1998, anno in cui Ruanda ed Uganda invasero il paese. Da allora fino a 2003, durante questa occupazione si calcola che siano morti quattro milioni di congolesi, nell’indifferenza della stampa internazionale e dei paesi occidentali: ottocentomila persone massacrate in silenzio ogni anno, nel conflitto considerato il più cruento dalla Seconda Guerra Mondiale.
Nel 2003 l'ONU ottenne che si firmasse un accordo di pace e alla fine del 2006 fu scelto democraticamente -nei primi comizi liberi e democratici in quaranta anni– l’attuale presidente, Joseph Kabila.
I suoi impegni elettorali furono: mantenere la pace e ricostruire il paese; ma dopo anni di cruenti scontri aveva bisogno di denaro liquido per riattivare il Paese. Attese offerte da parte degli Stati Uniti e dall’Europa per vendere loro le sue materie prime, ma nessuno si fece avanti. Fu Cina che gli offrì di sfruttare i giacimenti e dare alla RDC il 30% dei guadagni. L'accordo era molto migliore del precedente quando le imprese occidentali gli davano per la stessa materia prima tra un 5 e un 12 percento, e Kabila firmò.

Fu allora che esplose il vespaio e tutti gli attori nella regione si misero sul piede di guerra. Primo fra tutti fu Laurent Nkunda, un generale ribelle congolese dell'etnia tutsi appoggiato dal Ruanda. E infatti, José García Botía, portavoce dei Comitati di Solidarietà con l'Africa Nera, sostiene che "Nkunda sta aggredendo il Congo perché il Governo congolese negli ultimi mesi sta negoziando contratti minerari con la Cina. Nkunda è una creatura di Kagame -il presidente del Ruanda- che ha il sostegno di paesi occidentali, come USA, Belgio e Regno Unito. Di più: ora che appaiono chiare le prove dell'appoggio del Ruanda a Nkunda e dei gravi massacri sulla popolazione civile da questi compiuti il passato 27 di novembre 2008, il Governo britannico concede al Governo del Ruanda un aiuto di 470 milioni di sterline. Una quantità enorme per un paese così piccolo!

Il ruolo dei paesi europei che appoggiano il Ruanda gioca di fatto un peso molto importante. Oltre a Regno Unito, troviamo Belgio, Olanda e ora Francia. E, per essi il Ruanda è un paese modello in Africa".

Il ruolo delle multinazionali

Contemporaneamente numerose dita accusatrici si alzano contro le multinazionali: con la complicità delle potenze internazionali sono loro ad aver dato nuove spinte al conflitto. Di fatto, un'investigazione delle Nazioni Unite porta alla conclusione che si tratta di una guerra diretta da "eserciti d’imprese" per impadronirsi dei metalli della zona, e accusa direttamente l'Anglo-America, Di Beers, Standard Chartered Bank e cento altre istituzioni.

Tutte naturalmente negano di esserne coinvolte e i governi in causa fanno pressioni l'ONU perche cessino queste accuse. Botía insiste invece "che dietro tutto ciò ci sono le multinazionali di questi paesi occidentali perché vedono con panico che la Cina incominci a firmare contratti col Governo Congolese, perché la sua necessità di materie prime è enorme. Cosicché da un lato queste multinazionali stanno portando fuori dal Congo migliaia e migliaia di tonnellate di minerali di alto valore senza pagare nulla al governo congolese, mentre finanziano guerriglie in diverse parti del paese per potere continuare a saccheggiarlo ad un costo ridotto. D’altra parte, la Cina offre, per gli stessi minerali, importanti quantità di denaro che possiede in liquidità, offrendo in principio un importante aiuto per tirare fuori il paese della miseria. Infine, bisogna ricordare che sono ormai quattordici che queste ricchezze escono dal Congo via i paesi vicini -principalmente il Ruanda che non ne possiede- e servono ad arricchire importanti gruppi mafiosi che poi lavano i frutti di questo contrabbando."
Per accrescere la confusione, il governo del Congo riceve appoggio militare dell'Angola e Zimbabwe, paesi che furono suoi alleati anni indietro, ed è più che sicuro che pure questi stanno commettendo ovunque atrocità e crimini contro l'umanità.

La cupidigia alimenta un genocidio silenzioso

Le grandi vittime di tutta questa guerra economica che si svolge nel terzo paese più grande dall'Africa sono, senza dubbio, i civili. Le cifre sono impressionanti: nessuno le conosce perché, solo ora, stanno arrivando alle prime pagine dei giornali.
Più di cinque milioni di persone sono stati massacrate da 1998 in Congo, e l’ACNUR –il Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati- confermano che ci sono attualmente 1.350.000 di rifugiati all'interno del paese: e "molti ancora non sono registrati perché si sono spostati in zone alle quali non abbiamo per il momento accesso, come nella Provincia Orientale, dove secondo le ultime statistiche i rifugiati sarebbero più di 230.000."

Donne e bambine sono violate sistematicament¬e, come arma di guerra. Nemmeno i ragazzini si salvano: sono obbligati a penetrare nelle perforazioni delle cave di coltán perché questo evita scavare miniera; a migliaia muoiono sepolti, per slittamenti, per fame ed esaurimento. Si calcola che per ogni chilo di coltán estratto muoiono due bambini. Altri sono obbligati a divenire “bambini e bambine saldato”; si arrivò alla cifra di più di trenta mila ma ne rimangono ancora tra i tre e i sette mila in servizio attivo, secondo dati di Amnesty International. I conflitti attuali hanno rimesso in moto questo macabro sistema che strappa i bambini dai loro villaggi per immetterli nella guerra. Quelli che cercano di scappare sono torturati davanti ai loro compagni per dare un esempio.

Fame, denutrizione, Aids, malaria o tubercolosi si sommano a questa situazione allarmante. Gli agenti umanitari si affannano in portare aiuto alla popolazione. Francesca Fontanini, responsabile di ACNUR in Congo, informa, dal suo posto di lavoro, che "per il momento ACNUR può realizzare liberamente il suo lavoro nei sei accampamenti che, nelle vicinanze della capitale del Kivu Nord (Goma) accolgono 135.000 persone”. Dall’inizio della crisi, ACNUR ha portato aiuti a questa gente e sta seguendo con la costruzione di un nuovo campo, Mugunga II, situato all'ovest di Goma. “Lì andrebbero 65.000 rifugiati interni che si trovano bloccati nei campi di Kibati, al nord di Goma, situato a due chilometri della linea di fuoco tra le forze governative ed i ribelli."

"Ancora più al nord di Goma, ci sono vari accampamenti per rifugiati e villaggi che sono stati saccheggiati ed incendiati, dai quali la gente ha dovuto fuggire verso la foresta o altri campi e paesi. Queste persone hanno bisogno urgente di aiuto umanitario. E il corridoio umanitario stabilito per visitare ed identificare queste persone –aperto con l'autorizzazione dei ribelli-, non sta funzionando correttamente, con grande frustrazione degli agenti umanitari."

Come risposta, furono inviati 17.000 caschi azzurri nella zona. La MONUC -come si conosce a questa missione dell'ONU in Congo- è la forza di pace attualmente più numerosa e sarà prossimamente aumentata con l'arrivo di altri 3.000 caschi azzurri. Eppure, non ha potuto difendere alla popolazione degli attacchi dall’uno e l’altro bando. Perfino la popolazione civile congolese ha fatto arrivare i suoi lamenti ai Comitati per l'Africa Nera: "Sono numerose le manifestazioni della popolazione congolese contro i caschi azzurri, denunciando non solo che non li difendono da Nkunda, ma che inoltre li hanno visti trasferire armi e viveri alle truppe di Nkunda e dare loro l'appoggio logistico, per esempio, lasciandoli usare veicoli ed elicotteri della Monuc".

Francesca Fontanini informa infine che "i fatti hanno dimostrato che gli accordi sono carta straccia. I ribelli di Nkunda affrontano tanto i soldati della RDC come ad altri gruppi ribelli nazionali e stranieri presenti nel territorio. Tuttavia, tanto i ribelli come i soldati di Kinshasa hanno commesso eccessi e abusi. Secondo l'ONU, soldati governativi sono responsabili di rapine, violazioni, morti a Goma, e i ribelli hanno commesso saccheggi e violenza nei campi di rifugiati vicini alla città di Rutshuru. La MONUC svolge un ruolo molto importante e ha il mandato di proteggere i civili, ma ci sono limiti. L'ONU non può mettersi da parte di nessuno dei gruppi belligeranti".

Soluzioni di pace pendenti

Visto il risultato, la militarizzazione non è la soluzione, e sono molti quelli che si sono messi all'opera per cercare soluzioni alternative. E’ un fatto che l'odio tra hutu e tutsi non esisteva fino all'arrivo del presidente ruandese Kagame che creò queste divisioni per dare giustificazione al suo colpo di stato del 1994. Bisogna finire quanto prima con questa visione perché lo stesso presidente cessi di essere manipolato da interessi economici e politici che vengono da altre parti.

Per questo, un gruppo di associazioni -nelle quali si incontrano hutu, tutsi e congolesi-, riunite nel Foro per la Verità e la Giustizia nell'Africa dei Grandi Laghi sta portando avanti due iniziative: uno spazio di dialogo tra le differenti etnie per cominciare un processo di ricerca di soluzioni usando come unica arma la parola e non la violenza; e una denuncia presentata all'Udienza Nazionale spagnola per accusa di genocidio e crimini contro l'umanità contro la cupola militare ruandese. E questo partendo dall’assassinio di nove cooperanti spagnoli che furono testimoni di diversi massacri. I Comitati di Solidarietà con l'Africa Nera prendono parte a questo processo e, tramite Botía, propongono diverse soluzioni.

“La prima e imprescindibile esigenza è che si sappia la verità su quanto succede. Fino a che questa verità non sarà fatta pubblica, non finirà il ciclo di violenza. La posizione del governo congolese, poi, sembra ragionevole, il suo paese ha materie prime sufficienti come per rifornirne cinesi, europei e americani. Sono le regole del gioco che devono cambiare affinché le ricchezze del Congo smettano di uscire attraverso le mafie internazionali, ma lo facciano per cammini legali. E’ una minaccia per tutti il modo come si fanno ora le cose, perché causano la morte di milioni d’innocenti. Le maggiori riserve del coltán si trovano nell'est del Congo e da 1998 tutto questo coltán è esportato solo attraverso il Ruanda, e questo è un problema: si è lasciato il monopolio di un minerale strategico come il coltán nelle mani di un Kagame affiliato a gruppi di mafiosi. Se è così, si spiega perché la volontà del presidente di un paese tanto piccolo come il Ruanda, senza risorse proprie di valore, abbia tanto potere sui dirigenti europei. ‘Kagame è intoccabile’, si è arrivati a dire negli alti comandi della politica estera francese. Ma, chiaro, non dicono perché."

I rapporti fra questa guerra e il consumismo tecnologico è quindi direttamente proporzionale: le date dell'auge di vendite della telefonia mobile coincidono con quelle del più alto numero di morti in Congo. Questa volta non possiamo lavarcene le mani: sono migliaia i morti che ci puntano addosso e direttamente un dito accusatore.

Incominciamo, almeno, per fare conoscere la verità.

Dalla Rivista Fusione , a cura della Comboni Press

Un paese che odora sangue, povertà, schiavitù e... denaro