I missionari comboniani in Europa

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A cura del Gert
Dal 14 al 24 aprile si è svolta a Pesaro l’Assemblea pre-capitolare dei Comboniani che lavorano in Europa. Il Gert (Gruppo europeo di Riflessione Teologica) ha presentato il documento che è qui riprodotto.
Pesaro, 14-24 aprile 2009
 


Il processo della Ratio Missionis, oltre alla memoria storica, alle fonti ispiratrici che ci vengono dalla tradizione viva dell’Istituto, testimoniata nell’esperienza missionaria di tanti confratelli e raccolta nella Regola di Vita, aveva come obiettivo quello di lasciarsi interpellare dai segni dei tempi, dalle aspettative dei poveri e dalle urgenze delle chiese locali dove siamo inseriti, per creare un paradigma biblico/teologico - pastorale adeguato e rinnovato per rispondere con più efficacia alle sfide della missione oggi.

Per questo lavoro tutti sono stati invitati a partecipare, a coinvolgersi e a dare il proprio contributo. I gruppi di riflessione dei vari continenti fin dall’inizio sono stati invitati ad approfondire tematiche e problematiche a partire dal proprio contesto socio-politico-economico-antropologico e arricchire il processo attraverso sussidi e riflessioni. Questo purtroppo non è stato fatto in maniera omogenea e consistente in tutti i continenti.

Quanto esporrò, brevemente e non senza lacune, è quello che è stato proposto dal 2002 fino ad oggi dal Gruppo Europeo di Riflessione Teologica (GERT), e da altre commissioni, soprattutto quelle legate all’Animazione Missionaria/Evangelizzazione del continente e all’impegno di Giustizia, Pace e Integrità del Creato(1). Un contributo speciale è stato anche dato dai vari Simposi organizzati a Limone sul Garda dalla Provincia Italiana con la collaborazione delle altre province europee (2).

Infine il GERT, dopo aver preso visione del materiale che le commissioni tematiche hanno elaborato in vista del XVII Capitolo, ha proposto ai Provinciali europei e ai capitolari del continente 5 schede di approfondimento, soprattutto tenendo presente la sintesi finale del processo della Ratio Missionis (3).

L’obiettivo principale del prossimo Capitolo è quello di formulare un Piano per i nostri giorni, rivisitando il “Piano” di San Daniele Comboni, riqualificando la Missione, la Formazione e il Governo. Argomenti che saranno oggetto di riflessione e di discussione nei prossimi giorni in vista del rapporto continentale da proporre all’Assemblea Capitolare.

In questa prospettiva, condivido alcune proposte perché nel Piano dell’Istituto si metta a fuoco il ruolo e le modalità di presenza dei Comboniani in Europa.
Il Piano dell’Europa dovrà in seguito articolarsi e coniugarsi con il Piano degli altri continenti, in una visione sempre più globale. Per evitare tuttavia ogni competizione per quanto riguarda l’assegnazione del personale (questione spinosa che ha bloccato non poco i lavori del Capitolo nel 2003), affrontare le discussioni sulle espressioni tradizionali che comunemente descrivono la nostra identità, quali l’ad gentes, l’ad extra, l’ad pauperes, l’ad vitam, la rivisitazione del Carisma e la sua interpretazione, gli ambiti del nostro servizio missionario, le modalità di governo, la formazione, la spiritualità…, É bene subito dire che le proposte per il Piano acquisteranno forma e contenuto differente a seconda del punto di partenza. che prevarrà.

Se si adotta come punto di partenza l’organizzazione dell’Istituto il numero e la condizione del personale, i mezzi… Oppure si prende come punto di partenza la realtà che ci circonda, le proposte saranno diverse.
Non vi è dubbio che per fare un piano è necessario prendere in considerazione le forze sulle quali poter contare; ma è altrettanto necessario dare delle risposte alle sfide e urgenze che la missione pone oggi.
Certamente, se Comboni avesse ideato il piano a partire dalle persone sulle quali poteva contare, probabilmente non avremmo avuto il “Piano”.
Fare un piano oggi con quale obbiettivo: proiettarsi nel futuro o amministrare il presente?
Sogno e realtà che devono intrecciarsi e articolarsi, dove possibile, ma una scelta di campo va senza dubbio sostenuta. Quale approccio?

La domanda non è retorica. Già nel Concilio Vaticano II questi due approcci hanno dato seguito negli anni successivi ad una interpretazione alternativa anche se non necessariamente contrapposta della missione.
Una che prende ispirazione dalla Costituzione pastorale della Gaudium et Spes, che parte dalla realtà e dal ruolo della chiesa locale dove essa è inserita, in dialogo con il mondo e l’umanità intera in tutte le sue attività e aspirazioni, come segno e strumento di gioia e speranza per l’umanità. L’altra dal Decreto Ad Gentes che pur sottolineando il ruolo delle chiese locali, come il Concilio Vaticano II ha fatto in tutti gi altri documenti, dà enfasi all’attività degli Istituti Missionari e sottolinea l’importanza e la necessità di continuare ad occupare gli spazi geografici e far crescere il numero dei fedeli.

Questa diversità di approcci lungi dall’esaurirsi, continuano ancora oggi a generare tensioni e malintesi che la stessa Redemptoris Missio ( (1990) non ha attenuato.
Rimangono strategie differenti nell’approccio missionario: come per esempio di difesa dell’ortodossia/dottrina o di dialogo con la realtà ed altre espressioni culturali e religiose. Visione geografica della missione o visione universalista della missione. Alleanza con la borghesia o opzione preferenziale dei poveri. Necessità di mezzi e soldi per mantenere le opere o l’inserzione per una scelta di solidarietà e di condivisione di vita con i poveri…
Il nostro Istituto non sfugge a questa dinamica e a questo dilemma.
Saprà il XVII Capitolo dare una visone unitaria e non uniforme della missione come i Comboniani la sognano e la vivono nei vari contesti culturali e continentali?
Il compito è arduo, ma non è più dilazionabile, da circa un trentennio si continua a mettere come tema centrale dei nostri Capitoli Generali il rinnovamento della e nella missione… senza risultati apparentemente significativi.
In alcuni ha preso il sopravento lo scoraggiamento e la delusione, la chiusura e la difesa di metodi e strategie obsolete. Non mancano gli scettici, come pure quelli che nonostante tutto stringono i denti e guardano avanti con fiducia e ottimismo, magari in un lavoro nascosto, come quelle “pietre” che non si vedono e mantengono in piedi tutto l’edificio.

La Regola di Vita, al n° 8.2 dice: “Il comboniano non risparmia sforzi per far crescere la coscienza e l’impegno missionario della Chiesa, inquietandola se necessario, e resta sempre aperto a nuove vie di animazione missionaria”. In questo numero, non si parla esplicitamente del continente europeo, vale per tutti i continenti dove i comboniani sono presenti, anche se nella policy dell’Istituto si è sempre pensato che l’Occidente è terra di Animazione Missionaria.
Ora è proprio in obbedienza all’apertura che ci è richiesta dalla stessa Regola di Vita e dalla realtà in rapido cambiamento che siamo spinti a rivedere il concetto tradizionale di animazione missionaria e le modalità delle proposte, magari scuotendo l’immaginario e forse “inquietando”chi vuole rimanere ancorato all’antico sistema.
Le chiese locali, soggetto della missione, sempre più, almeno in Occidente, ci chiedono non solo di raccontare quello che abbiamo fatto e realizzato altrove, ma mostrare attraverso scelte concrete e l’inserimento sul territorio come viviamo la missione (4), optare per i più poveri e le situazioni così dette ad gentes, secondo il nostro carisma.

Per questo la nuova via di animazione della chiesa locale oggi ci sembra quella di dover svilupparla come una presenza missionaria; ben sapendo che ogni animazione vera, in Europa come altrove, può essere svolta solo in un contesto di evangelizzazione in senso ampio.
Così facendo pensiamo di diminuire la dicotomia che si è obbligati a vivere, vestendo camice diverse a seconda dei vari territori geografici e culturali dove siamo inseriti. Evangelizzatori in Africa o in altri Continenti… Animatori in Occidente. Disagio che il Capitolo del 2003 ha cercato di superare, o per lo meno di attutire, sottolineando che siamo missionari sempre e dovunque (5). Ciò posto avanziamo dei suggerimenti per la preparazione del Piano a livello di continente europeo

1. IL PIANO NELLA STORIA

Il “Piano” di San Daniele Comboni è parte costitutiva del nostro Carisma, ma non nel senso mitico, come lo è diventato per alcuni, i quali si riferiscono al Piano per giustificare l’immobilismo e la difesa ad oltranza di un modo di intendere la missione.
Il Piano, come ci è stato presentato da Joaquim Valente da Cruz e da Francesco Pierli (6) nel simposio di Limone del 2008, deve essere interpretato alla luce della realtà storica del suo tempo e, a partire dalla sua audacia, aprirsi ad una rilettura per la missione globale oggi, cogliendone lo spirito che l’ha motivato, la necessità di confrontarsi con le forze ecclesiali, ma anche laiche, sociali e politiche del nostro tempo. Non aver timore delle ricadute che si prospettano e che necessariamente devono essere accolte perché la missione comboniana continui nella linea della efficacia. Per questo per un piano comboniano oggi, è bene ricordare quanto segue:

  • A-. Il Piano è stato frutto di una ricerca, avvenuta nella prassi missionaria di Comboni, ma anche nel confronto con altre forze missionarie, spesso diffidenti e ostili. Sappiamo quanto Daniele Comboni abbia dovuto prodigarsi perché fosse accettato. La stessa Propaganda Fide è stata scettica, come del resto è stato Don Mazza o addirittura contrario come il padre Planque, generale della SMA (Societé des Missions Africaines). Le versioni del Piano sono state 7, a testimonianza di quanto Comboni vi abbia lavorato, disposto a modificare, correggere e arricchire a partire dalla visione storica del suo impegno per l’Africa (7).
  • B-. Il Piano del Comboni nel suo contesto storico si ispira ai canoni del pensiero del liberalismo imperante dell’epoca, anche se in una forma moderata. In questo senso possiamo cogliere l’ottimismo del Comboni analogamente all’ottimismo pratico dell’800, dinanzi allo sviluppo industriale. La centralità della persona umana: che adduce Comboni a mettere al centro del suo Piano l’Africa e gli Africani come soggetti e attori di rigenerazione.. L’autonomia delle Istituzioni, principio che Comboni applica proponendo una rete di alleanze e un movimento di coinvolgimento delle varie forze missionarie e laiche. In sintonia con tanti altri personaggi della sua epoca, come per esempio in Italia Rosmini; in Francia Felicité de Lamennais, Marc Sangnier, solo per citarne alcuni (8), Comboni portò avanti in maniera utopica il suo Piano, anche se gli interessi dei singoli e delle varie istituzioni impegnate hanno prevalso e la partecipazione al progetto comune possiamo dire che abbia fallito (e questa sfida rimane oggi in un contesto molto frammentato e fluido). La tenacia di Comboni tuttavia deve motivare a cercare alleanze con altre forze missionarie, con organismi di difesa dei poveri e degli ultimi, con movimenti laicali e di costruzione di un mondo dove ci siano pace, giustizia e salvaguardia del creato. Il piano dei comboniani oggi, a maggior ragione non potrà essere concepito senza un dialogo con queste forze che sognano un mondo diverso; aspetto che la fase del discernimento ho preso poco in considerazione.
  • C-. Il Piano di Comboni è ispirazione dall’alto, ma anche spinta dal basso. Rivisitando il Piano i comboniani sono invitati a trovare ispirazione, ma senza voler clonarlo. È importante assumere gli elementi centrali e ricollocarli in un contesto storico, sociale, politico, economico ed ecclesiale che non è più quello di Comboni. Per esempio è urgente e necessario rivedere il linguaggio; promuovere l’Advocacy per promuovere i diritti dei poveri; favorire il pluralismo ministeriale. Rivedere la struttura istituzionale dell’Istituto e del Governo: la divisione in Province/Delegazioni, oggi è diventato uno schema obsoleto e un ostacolo al servizio missionario …

    2. RIVISITARE IL CARISMA

    Il carisma è la capacità di operare nella forza dello Spirito. In quanto forza e irruzione nella storia di una persona, il carisma è una realtà dinamica che viene dato per realizzare in quella epoca storica il progetto di Dio per il mondo.
    Il Carisma allora è partecipare alla stessa unzione messianica del Cristo, e per questo diventa un evento ecclesiale. I carismi dati ai singoli interagiscono e si rispecchiano l’uno nell’altro, nel senso che il carisma dato ad una persona particolare è dato per il bene comune.
    I Carismi fondazionali, sono delle realtà vive con una storia particolare legata alla persona che ne è stata rivestita.
    Ora la vitalità di una Congregazione o Istituto si misura dalla capacità di ri-lettura e di ri-attualizzazione nella storia e nel tempo.
    Percorrendo la storia della Chiesa si constata che le Congregazioni hanno dovuto affrontare la sfida del rinnovamento e della rilettura del proprio carisma nelle varie epoche storiche, non senza lacerazioni, divisioni e scelte a volte istituzionalmente opposte.
    Il nostro Istituto è numericamente basso, e non credo che possa giungere a qualche rottura, anche se non bisogna sottovalutare questa sfida soprattutto dinanzi alla poca forza attrattiva che esercita il nostro carisma sui giovani (almeno in Europa) o che lo abbandonano, perché rimangono delusi, osservando le nostre scelte operative e soprattutto la nostra vita comunitaria.

    A partire dalla realtà europea, ecco alcuni elementi che possono essere presi in considerazione:
  • a) La compassione che sgorga dal Cuore di Cristo per i nuovi poveri dell’Occidente, con attenzione speciale agli immigrati e ai giovani.
  • b) Vivere come segno di contraddizione per la società occidentali con uno stile di vita sobrio e solidale.
  • c) Favorire la rete e il coinvolgimento di forze ecclesiali e laiche per la costruzione di un mondo più giusto, smilitarizzato, accogliente e rispettoso delle diversità culturali.
  • d) Vivere i confini, avendo il coraggio di abitare quegli spazi sociali dove il Vangelo e il progetto di Dio non è visibile, soprattutto nell’ambito dei Media , della finanza e dell’ecologia.
  • e) Assumere impegni di evangelizzazione ispirandosi agli orientamenti già intravisti nel Capitolo del 1997 (9).

    3. ADOTTARE UN LINGUAGGIO MISSIONARIO RINNOVATO

    Prendendo spunto da quanto è affermato nel rapporto finale della commissione che ha coordinato il processo della Ratio Missionis, nelle due fasi della messa a fuoco e del discernimento, constatiamo che come comboniani “stiamo dicendo le stesse cose già da molti anni senza che vi siano dei grandi cambiamenti”(10).
    Predomina il fare più che l’essere missionari… Spesso nel nostro stile missionario c’è la ricerca del proprio protagonismo piuttosto che quello della gente (11).
    Non riusciamo del tutto a comprendere e soprattutto ad accettare che è rapidamente cambiato il contesto sociale, politico, economico ed ecclesiale nel mondo in cui siamo chiamati ad operare e continuiamo ad utilizzare parametri teologici spesso ante conciliari; o che non prendono in considerazione l’evoluzione della ricerca biblica/teologica che si è sviluppata dopo il Concilio Vaticano II. Spesso vengono adoperati criteri apologetici di lettura per difendere il proprio stile e scelte missionarie, piuttosto che mettersi alla ricerca di stili di vita inculturati nei vari continenti e comprensibili all’umanità di oggi. Si continua ad usare un linguaggio che non aiuta ad esprimere la novità della missione, ma la rende ancora più frammentata e stereotipa, inadeguata a rispondere alle sfide che la realtà mondiale ci presenta.
    Anche le proposte indicate dal rapporto finale per i vari livelli (personale, comunitario, provinciale e di Istituto) ripetono iniziative e mezzi già elencati negli ultimi capitoli generali e nelle assemblee provinciali e continentali, meglio definiti dalla Regola di Vita.
    In questo modo si rischia di perdere un’occasione propizia ed accettare ineluttabilmente il declino più che la “rifondazione” del nostro Istituto, come alcuni avevano sognato con il processo della Ratio Mssionis.
    Non meraviglia, dunque, l’importanza di cambiare il linguaggio, a partire dalla stessa formula che usiamo di frequente: ‘andare in missione’.
    Se la missione è la “ratio” di ogni missionario, la missione è ovunque il missionario si inserisce per il suo servizio, indipendentemente dal luogo geografico (AC 2003, 41).
    Nella tradizione comboniana, ma anche in altri Istituti missionari e di vita consacrata, sono in uso alcune espressioni che vanno ripensate, in relazione al paradigma di missione globale; difatti il linguaggio riflette l’esperienza, ma, al tempo stesso, indica le prospettive entro cui incamminarsi.
    La missione non può essere l’applicazione di modelli, formule, strategie collaudate nel passato, ma è annuncio di novità, profezia che chiede di osare l’inaudito.

    a) In tal senso, l’orizzonte di significato dell’espressione AD GENTES oggi si è arricchito. Non è più pensabile in rapporto a coloro che vivono senza Dio o pagani, lontani, “selvaggi”, come venivano identificati nelle varie epoche passate (12), né classificabile secondo un senso geografico.
    La diversità culturale e religiosa è una realtà da accogliere positivamente, il che significa rispettare, ascoltare, imparare da uomini e donne che non appartengono alla realtà cristiana ed ecclesiale. La missione è, quindi, aperta e diretta a tutti, ad ogni uomo e donna, senza pretendere di imporre un modello o un’ideologia. Per questo, la testimonianza della novità bella e sconvolgente del Vangelo non si limita ad alcuna zona geografica, ma si dirige là dove le comunità apostoliche sono presenti.

    b) Ne consegue che l’espressione missione AD EXTRA va intesa come un movimento che colma la distanza tra me e l’altro, come relazione che sa mettere al centro la gratuità, la solidarietà per l’altro. Questa scelta dice anche un modo di essere comunità. Le comunità comboniane nel mondo non devono essere preoccupate di stabilire confini culturali, codici etici di accesso, proprietà private nell’esercizio dell’evangelizzazione. Al contrario, l’uscire da sé, sia a livello individuale sia comunitario, mentre traduce il valore dell’essere-famiglia, produce la capacità di lavorare in rete (rete ecclesiale, culturale, educativa, di progetti economici…), assieme ad altri agenti della missione.
    Queste scelte e questo orientamento lungi dall’impoverire e svuotare la specificità e l’originalità del carisma gli darebbe nova linfa in un orizzonte di missione più ampio rispetto alla logica dell’amministrare cose sacre, per essere attenti a creare condizioni di giustizia, pace, rispetto dei diritti di tutti.

    c) All’interno di questa nuova prospettiva del carisma, rimane determinante e va riaffermata l’opzione per i poveri (AD PAUPERES). Innanzitutto, nella scelta di uno stile di vita più sobrio, attento alle reali esigenze delle persone, attraverso una solidarietà-con e non solo per l’altro.

    d) In tale quadro, assume un valore nuovo la dimensione AD VITAM. Si vuole evidenziare come l’ad vitam sia una missione assunta per tutta la vita, ma anche attenta alla vita con le sue domande, dubbi, speranze, in cui testimoniare la passione per il mondo e per i volti concreti che si incontrano.
    Dentro questo spazio, la comunità apostolica nelle diverse forme di servizio territoriale, dovrà valorizzare tutte le risorse per contribuire alla crescita della dignità delle persone e delle comunità, in vista di quei valori del Regno che rappresentano il paradigma di riferimento.

    4. AMBITI DELLA PRESENZA MISSIONARIA IN EUROPA

    Gli ambiti della nostra presenza missionaria sono diversificati, a seconda delle problematiche continentali e regionali. I criteri generali sono stabiliti dalla Regola di Vita, dagli orientamenti capitolari (13) e dalla sintesi finale della Ratio Missionis (14).

    I missionari sono anzitutto servitori della Parola di Dio e dei poveri in ogni parte del mondo. Questi due aspetti saranno come le rotaie del binario per il lavoro nei diversi ambiti. C’è una urgenza missionaria di aiutare le comunità ecclesiali a fare una lettura popolare e contestualizzata della Bibbia. Le comunità ecclesiali difatti hanno una grande sete di Dio e devono essere aiutate a capire che la Parola e l’Eucarestia vogliono solo dar loro la forza necessaria, sull’esempio di Cristo, per un servizio ad emarginati e indifesi. Questo compito però non si esaurisce nell’aiuto alle comunità ecclesiali e ai gruppi missionari e giovanili, ma deve estendersi a quanti pur non avendo il riferimento esplicito alla centralità di Gesù Cristo, si impegnano a vivere e realizzare i valori del Regno.

    Per Il continente europeo ne possiamo individuare almeno 4:
     
  • a) Il primo ambito è quello della formazione missionaria del popolo di Dio, per un servizio ministeriale con un respiro universale. Siamo chiamati a presentare la nostra scelta di vita in un modo attraente e convincente, dando priorità ai gruppi giovanili e universitari, a gruppi missionari e gruppi di famiglie. Promuovere i ministeri missionari nelle sue varie forme: consacrazione a vita e per la vita oppure durante periodi prolungati tra i più poveri e abbandonati in altri contesti sociali e culturali; il volontariato; la cooperazione solidale, l’impegno nella politica e nell’advocacy anche a livello europeo
     
  • b) Un secondo ambito è quello dell’emarginazione. In primo luogo gli immigrati per una cultura di accoglienza, di rispetto, di garanzia per i diritti fondamentali e un dialogo interreligioso e culturale. Il mondo giovanile spesso costretto a vivere in regime di precariato nel mercato del lavoro, ma sempre aperto alla proposta di impegno missionario attraverso una pastorale giovanile missionaria, fatta in collaborazione con i nostri centri di PV e con le chiese locali. Le famiglie di bassa rendita e gli anziani.
     
  • c) Un terzo ambito è quello della cooperazione tra il Nord e il Sud del mondo. Il servizio missionario in Europa si declina sempre più con un nuovo ministero chiamato advocacy allo scopo di monitorare e denunciare quelle politiche promosse dall’Unione Europea (UE) e dai Parlamenti nazionali che hanno conseguenze nefaste per i poveri sia al nord, ma soprattutto al Sud del mondo. La conoscenza e l’informazione orientano allora sempre più ad un servizio a favore della Giustizia, Pace e Integrità del Creato. La denuncia però non basta, è necessario promuovere una solidarietà attraverso una cooperazione basata sulla reciprocità, la ri-distribuzione della ricchezza a livello mondiale, oggi ancor più urgente e necessaria nella crisi sistemica in atto; l’instaurazione di nuovi stili di vita, liberi da una logica di mercato ossessionato dalla produzione, dalla crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e dal consumismo.
     
  • d) Un quarto ambito è quello dei MEDIA della Comunicazione e della Cultura, ambito definito dalla Redemptoris Missio come nuovo areopago (RM 37). In un contesto sempre più globalizzato, per una presenza missionaria efficace sul territorio diventa importante conoscere e utilizzare adeguatamente questi mezzi. Adottare un linguaggio aderente alla comunicazione odierna, sempre più “cibernetica”. Senza abbandonare la comunicazione “alfabetica”, promossa dalle pubblicazioni cartacee, siamo chiamati all’uso multimediale che tocca la mente, il cuore, i sentimenti e le emozioni delle persone.

    5. MISSIONE COMBONIANA: QUALE SPIRITUALITÀ?

    Come è stato messo in evidenza nel rapporto della Commissione centrale della Ratio Missionis e sottolineato nel sussidio per una più facile lettura del testo: “la nostra spiritualità, forte e definita a livello di principi e convinzioni, in realtà è vissuta debolmente lasciando quindi spazi a forme di vita caratterizzate da individualismo, poca comunione, debole identità comunitaria e di incerta appartenenza all’Istituto” (15). Il testo dice anche che non mancano nemmeno gi strumenti, anzi c’è un’abbondanza di sussidi (uno anche recentissimo: ‘La famiglia Comboniana in Preghiera’), di manuali, di studi e approfondimenti i quali indicano che la spiritualità comboniana “…di per sé non è né debole né deficitaria, ma forte e capace di generare sempre nuova energia missionaria”.
    Questa però tarda a manifestarsi!
    Perché allora manca quella scintilla per accendere i cuori e quel soffio che inverti la tendenza e spinga l’Istituto Comboniano e rinnovare l’ardore e l’audacia missionaria di San Daniele Comboni?
    Nasce un dubbio: che sia prevalso nell’Istituto un’idea di spiritualità ancorata ciecamente alle fonti, sottovalutando il dinamismo della storia, restia a leggere i segni dei tempi e l’irruzione dei poveri nello scenario mondiale?
    Difatti una spiritualità che si alimenta alle le fonti, alle tradizioni, agli scritti, insistendo sulla pratiche classiche senza coniugarle con una lettura sapienziale dei segni dei tempi, un impegno costante di inserzione nella realtà dei poveri, di ascolto e di dialogo con altre culture e espressioni religiose di altri popoli, rischia di cullarsi sul passato e clonare modelli e stili di vita e di impegno missionari che possono perdere di senso. Questo pericolo diventa micidiale soprattutto per gli Istituti missionari, come quello comboniano, che hanno per obbiettivo di esporsi all’incognito e devono per la loro stessa consacrazione continuare la missione con e tra i popoli.

    La nostra spiritualità allora se vuole essere profondamente comboniana, prima di tutto deve essere una spiritualità cristiana; ancorata saldamente su due pilastri: Gesù, il missionario del Padre, che rimane vivo e attuante con la forza del suo Spirito nella Parola e nell’Eucarestia e i poveri.
    La passione di Gesù per il Regno e la sua prassi storica da una parte e la sete di giustizia, pace e fraternità dei poveri dall’altra devono alimentare la spiritualità del missionario. Essa si colorirà dell’originalità carismatica comboniana attraverso il prisma del Cuore di Cristo compassionevole e trafitto di amore per l’umanità e dalla scelta preferenziale dei poveri, quelli “più necessitosi e derelitti”, che Comboni nel suo momento storico e come parte del suo carisma personale (RdV 5.1) aveva identificato essere gli africani.
    In questo modo, la spiritualità sarà la scintilla che sosterrà i missionari a dedicarsi alla causa missionaria con perseveranza e intensità anche nella malattia e nella vecchiaia, pazienti e forti nel sopportare la fatica, la solitudine e l’apparente inutilità del lavoro (RdV 2.2); nella contemplazione del Cuore trafitto, come impegno di liberazione globale dell’umanità (RdV 3.3). Mettendo al centro della propria vita e dell’annuncio il Cristo crocifisso (RdV 4.1). Impiegandosi ad essere fermento di unità fra i vari agenti dell’evangelizzazione (RdV 8.1). Inquietando le chiese e i pastori; sempre aperti a nuove vie di animazione missionaria (RdV 8.2) e come inviati dalla Chiesa (RdV 9).

    Allo scopo di sostenere il rinnovamento della missione, e per il piano che abbiamo in mente di formulare, presentiamo in seguito alcune caratteristiche della spiritualità missionaria e comboniana per i nostri giorni.

    a) Una spiritualità per la vita. C’è un dato che attraversa la tradizione cristiana: la spiritualità è sempre in rapporto alla vita. Essa nasce dall’esperienza e dalla sua interpretazione e comprensione alla luce dello Spirito. Per questo è una modalità storica di percepire il Vangelo e testimoniare la novità di Gesù Cristo coniugandola con l’esistenza quotidiana, fatta di gioie, interrogativi, attese, desideri, progetti.
    In tal senso, si tratta di lasciarsi condurre dallo Spirito, oltre l’illusione sentimentale o l’emozione del momento. Il Vangelo e l’esperienza di Dio che esso trasmette, non sono riducibili ad un teorema e la spiritualità non è una ricetta pronta all’uso. Essa è un abbandonarsi alla profondità del Mistero, aperta all’avventura dell’amore, anche se la vita non risparmia fatica e smarrimenti. Di più, la spiritualità è un’esperienza di rottura, capacità continua di non adagiarsi alla vita, alla storia, alla cultura così come si presentano

    b) Nella passione per il Regno. In effetti, il paradigma della spiritualità missionaria (e comboniana) è Gesù Cristo, la cui idea-forza è la causa del Regno, cioè la missione. La prassi del Gesù storico è stata vissuta nella passione per il Regno, la cui significatività unica si è espressa nella liberazione dell’umanità, con una predilezione per i poveri, a costo anche di scardinare teorie religiose o prassi pastorali. In questa passione, emerge la sua
    discrezione messianica
    , in grado di non arretrare dinanzi al servizio della libertà e giustizia, anche là dove non viene compreso e accettato.
    Si potrebbe affermare che il suo messaggio instaura un contro-senso culturale e religioso, perché costituisce lo spazio vitale offerto ai poveri, ai peccatori, ai senza speranza.

    c) L’urgenza della contemplazione. Il rinnovamento è possibile solo se si dà importanza a spazi di riflessione contemplativa. Questi non diminuiscono l’impegno, ma lo rendono più cosciente e attento, perché il pregare sia imbevuto di storia, di quella storia che quotidianamente uomini e donne devono affrontare nella lotta per vivere in modo dignitoso. Amare il mondo non è facile se non si assume come sguardo l’orizzonte di Gesù Cristo. Una vita contemplativa, però, distante dalla fatica del quotidiano che è il vero laboratorio di salvezza, rischia di diventare sterile ripetizione di formule, riti, atteggiamenti che non corrispondono all’esperienza missionaria come annuncio di una novità e notizia interessante per la vita. Insomma, una spiritualità missionaria deve evitare atteggiamenti manichei e di separazione, perché la contemplazione non è mai statica, ma liberazione dal falso io e dalle sue proiezioni. In una parola è dinamica, in grado di leggere le domande di salvezza e di assumerle come contenuto dell’esperienza liturgica e della preghiera personale

    d) Una spiritualità della liberazione e dell’esodo. La spiritualità missionaria gioca la sua credibilità sulla forza che ha di liberare, a partire dall’opzione preferenziale per i poveri. La novità cristiana sta nell’idea e nella prassi dell’integrazione: un missionario annuncia e testimonia il Vangelo solo partecipando profondamente e attivamente al mondo che è incompiuto, in stato di creazione.
    La spiritualità missionaria diventa, allora, incarnazione nella vita quotidiana, attraverso uno stile eucaristico che è dono e impegno. Tale stile ci ricorda che la liberazione è un evento difficile, progressivo e, talvolta, faticoso. Ma, al tempo stesso, ci indica che si è missionari testimoni di libertà, se si riconosce che non si è onnipotenti, perfetti, padroni, ma ospiti e collaboratori del Regno.
    Una tale consapevolezza provoca un uso giusto dei beni e un uso gratuito della vita, che è stata donata per essere messa al servizio. In più, mostra come l’essere con i fratelli e sorelle è una condizione determinante per la qualità della spiritualità missionaria, perché è con loro che devo realizzare una relazione di amicizia e condivisione. Per quanto difficile, è l’unica reale possibilità di vivere la libertà ed essere liberi. Il missionario, di conseguenza, vive un atteggiamento di esodo permanente.
  • a) esodo da se stesso e dalle proprie sicurezze;
  • b) esodo ecclesiale: la missione è lasciare una chiesa ben stabilita con i suoi modelli teologici, per andare ad aiutare una chiesa bisognosa, o farla sorgere dove ancora non esiste, lasciandoci convertire da questa esperienza;
  • c) esodo socio-culturale: la missione è liberarsi dai condizionamenti della propria classe e cultura, che impediscono di percepire la presenza dello Spirito e i cammini del Vangelo nella cultura dove siamo chiamati a servire. La missione non è “lanciare un prodotto” (proselitismo, propaganda, “colonizzazione missionaria”), ma condividere con amore disinteressato e utile un dono gratuito che non ci appartiene” (16).

    NOTE
    1-. Vedi i testi seguenti
    1 F. WEBER – F. ZOLLI. Un progetto missionario per l’Europa.
    2 A. ZANOTELLI, Nel Cuore del sistema. Mass Media – Ecologia. Quale missione?
    3 B. DE MARCHI, L’annuncio missionario di Dio nell’Europa di oggi.
    4 V.L. REIG BELLVER, La educación a la alteridad in Europa: un reto a la missión.
    5 B. DE MARCHI, Position paper on mission.
    6 B. DE MARCHI, Come annunciare Dio all’Europa. Reinventare il linguaggio di Dio.
    7 A. ZANOTELLI, Contestualizzare le Scritture.
    8 M.A. FERREIRA, Il Vangelo come missione.
    9 GERT: Appelo del gruppo: Quale Europa?
    10 B. DE MARCHI, Today challenge to mission ad gentes.
    11 C. DOTOLO, Inculturazione. Percorso concluso?
    12 B. DE MARCHI, Altri – Alterità… e la missione.
    13 B. DE MARCHI, The new mission. Local churches subject of mission and the Missionary Institutes. (Questo lavoro é stato pubblicato in italiano anche nella rivista “Ad Gentes”).
    14 B. DE MARCHI, La Nuova missione. La missione come com-passione di Dio per il mondo.
    15 F. WEBER, La risposta ministeriale della piccole comunità cristiane come dono della missione.
    16 M.A. FERREIRA, Ad gentes in Europa.
    17 A.PELUCCHI, Nuove piste per una missione ad gentes in Europa.
    18 A. ZANOTELLI, Commento al libro di Giona
    19 A. ZANOTELLI, Missione Europa.

    2-. Fino ad oggi sono stati realizzati 3 simposi: il primo nel 2006, con il tema: Rivisitare il carisma, Nuovi approcci ermeneutici. Il secondo nel 2007, con il tema: Comboni e l’Europa, Percorsi di ieri e prospettive di oggi. Il terzo nel 2008: con il tema: Il “Piano” e la missione globale. Africa-Europa, quale reciprocità? La coordinazione dei simposi sta preparando il 4° simposio che si svolgerà alla fine del mese di giugno e inizio di luglio 2009 con il tema: Il Carisma comboniano in un mondo globale. Verso un nuovo paradigma di missione.

    3-. B.DE MARCHI, Liberare il Carisma. Provocazioni per una ermeneutica del Carisma. F. ZOLLI-C. DOTOLO, La novità della missione cristiana (Linguaggio e Prassi). A. ZANOTELLI, La missione globale. F. ZOLLI- C. DOTOLO, Missione Comboniana, quale spiritualità?. B.DE MARCHI, La Chiesa locale soggetto della missione e gli Istituti Missionari.

    4-. A titolo di esempio citiamo il documento della Conferenza Episcopale Italiana Charitas Christi urget nos del 1999.

    5-. AC ’03, 41: “Integrando sempre meglio queste dimensioni (AM – EV – FP – FDB), siamo missionari là dove il Signo re ci pone, in comunione con tutti coloro che vivono la stessa vocazione”.

    6-. J. Valente Da Cruz, Il vigore dell’Utopia, Elementi per una lettura storica del Piano di Comboni; F. Pierli, Il Piano di Daniele Comboni. Rilettura nella missione globale per la rigenerazione per l’identità comboniana.

    7-. A. BARITUSSIO, Quadro sinottico del Piano del Comboni

    8-. J. Comblin, A profecia na Igreja, Paulus, 2008, pp.181.202.

    9-. AC 1997: 58; 100; 105.5, 7; 113; 117; 118.

    10-. Relazione finale della Ratio Missionis, n° 175.

    11-. Idem n° 150.

    12-. R. Schreiter, dossier Nigrizia: Ottobre 2008, 58-65.

    13-. AC ’03 n° 43.4

    14-. Sintesi finale della Ratio Missionis , n° 109

    15-. Sussidio per la lettura del Testo: Constatazione…

    16-. F. Masserdotti, Spiritualità missionaria. Meditazioni, Emi, Bologna 1989, 54).

    Foto Comboni Press. Roma, Festa dei popoli. Firenze "terra Futura".
Suggerimenti per il Piano di presenza missionaria