Una serie di tre articoli –I tre pilastri- per approfondire la nostra realtà di "consacrati a Dio per la missione": reciprocità  tra consacrazione e missione, non l'una o l'altra, ma l'una fondamento dell'altra.

I TRE PILASTRI DELLA VITA MISSIONARIA COMBONIANA

Consacrazione-Comunità-Missione

I

Amati e consacrati da Dio

Introduzione

Quando andiamo “ad gentes”, nasce nelle persone che incontriamo il desiderio di sapere chi siamo, da dove veniamo, che cosa intendiamo fare e perché lo facciamo. La rivelazione della nostra origine, e del nostro curriculum vitae, delle nostre intenzioni, costituiscono la lettera di raccomandazione o il certificato di garanzia della nostra vita e del nostro messaggio, che ci apre la via ad un incontro fecondo con loro.

Ma questa rivelazione non può avvenire immediatamente per mezzo di un certificato di garanzia burocratico, ma per via esistenziale, cioè per mezzo della testimonianza nella condivisione della vita.

Il missionario, per tanto, porta la sua lettera di raccomandazione scritta nel suo cuore; è una lettera che ha la sua origine in Dio che dà al missionario la missione e la capacità di esercitare questo ministero, e che porta il sigillo di Cristo e del suo Spirito; è una lettera che egli scrive e perfeziona nella comunità da cui proviene, e che viene letta dalla gente gradualmente tramite la qualità delle relazioni e la dedizione competente e generosa agli altri…

Come lettera di Cristo il missionario è una "sequentia sancti Evangelii", cioè una pagina di Vangelo aperta, dove tutti sanno leggere, anche gli analfabeti…

Il comboniano è chiamato ad essere lettera di Cristo personalmente e comunitariamente mediante Daniele Comboni, «testimone di santità e maestro di missione».

Le note che seguono, hanno lo scopo di offrire ai confratelli in modo semplice una sintesi dei contenuti basici di questa lettera, che ha la sua fonte nella consacrazione missionaria religiosa secondo la Regola di Vita dei MCCJ.

La comprensione, accettazione e integrazione dei contenuti basici della RV, ci permette di approfondire e mantenere dinamica la nostra identità di missionari comboniani e quindi di situare l’azione missionaria, alla quale siamo consacrati, in coerenza con questa identità.

Una profonda consapevolezza della propria identità è previa ad ogni tipo di analisi della realtà, è punto di partenza imprescindibile per discernere le urgenze missionarie del mondo di oggi, per interagire con l’identità del popolo o gruppo umano a cui siamo inviati, e di altri agenti pastorali, con i quali condividiamo la missione. Questa consapevolezza nella relazione con l’atro da una parte ci porta a rafforzare la nostra identità e, dall’altra, a sentire come arricchimento la presenza e l’apporto che ci viene dall’atro e a individuare i punti di aggancio per l’azione missionaria.

Per ottenere questo obiettivo, è indispensabile rimanere radicati o ritrovare le radici della nostra vita missionaria comboniana, e dedicarci a coltivarle, così da coniugare armonicamente l’essere e il fare dei membri dell’Istituto, che è composto di Sacerdoti e Fratelli.

La connessione con le radici o le sorgenti della nostra identità ci mantiene in un cammino di continua crescita in Cristo e di identificazione con il carisma dell’Istituto, necessari per mantenerci fedeli alla nostra vocazione e da qui rispondere alle esigenze sempre nuove della missione della Chiesa nel mondo di oggi (cfr. RV 99).

“Ogni persona è potente della potenza in cui si costruisce accogliendosi come dono dalla sua sorgente. Ognuna può dire, con Maria, in verità: Io santifico nel cuore l’Onnipotente che ha fatto in me cose grandi; lo lodo nel fiat del mio volermi secondo il fiat della Parola in cui mi ha costituito sua immagine” (Mongillo).

1. I tre pilastri della vita missionaria comboniana

La vita umana è fondata e si sviluppa intorno a tre pilastri. Il primo è Dio. L’uomo, infatti, riceve da Dio il regalo dell’esistenza e vive in Lui e intorno a Lui (cf At 17, 28), è umano nella misura in cui riceve la vita da Dio come fondamento e significato di tutto il suo essere; il secondo pilastro della vita dell’uomo è negli altri: essere uomo è con-vivere, nascere da una famiglia, maturare in un ambiente di amicizia, rapportarsi con gli altri; il terzo è la sua stessa attività: è il lavoro, che lo fa capace di creare il suo ambiente: un mondo di verità, di vita, un mondo di bene, di fraternità universale.

Lo stesso si può dire della vita cristiana. Essa si fonda e si sviluppa sui medesimi pilastri. Il primo è Dio: per mezzo della fede ci uniamo, ci radichiamo in Dio che, secondo il suo eterno disegno d’amore, ci redime e ci accoglie come figli nel suo unico ed eterno Figlio (cf Ef 1, 3-6); il secondo è la carità: è l’impegno della comunione, dell’amore tra persone che diventano Chiesa, comunità di fratelli, perché “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rom 5, 5); il terzo è la speranza: è il cammino che ci fa creatori, cioè persone che, nutriti dalla più ferma speranza nel Crocifisso-Risorto, cercano un mondo nuovo e propongono agli uomini il messaggio dell’Apostolo: Ecco, ora è il momento favorevole per la trasformazione dei cuori, ecco adesso i giorni della salvezza (cf 2Cor 6, 2 in GS nn. 82-83).

Su questi stessi pilastri nasce e si sviluppa la Vita Consacrata.

In essa il principio o il primo pilastro è la “Consacrazione”, che è determinata dall’iniziativa dell’amore gratuito di Dio che chiama e dalla fede in Lui come risposta a questa chiamata. La Consacrazione, per tanto, è vita aperta e incentrata in Dio, vita focalizzata nell’incontro intenso con Lui; vita di gratuità e di gratitudine, di particolare presenza e manifestazione del Mistero di Dio in una persona.

Il secondo pilastro è la carità, l’amore verso i fratelli nella vita comunitaria. La persona consacrata, infatti, in virtù del dono ricevuto, si sente spinta e s’impegna a creare comunità con un gruppo di fratelli, animati dalla stessa intensa presenza del Mistero e ricerca di Dio. Questa spinta viene dal fatto che il dono ricevuto è dono da donare, da con-dividere, in riconoscenza e amore a Dio, che per primo ci ha amati. Il dono del Signore fatto a me non esclude gli altri, ma attraverso di me è destinato a circolare anzitutto tra tutti coloro che vivono assieme a me. “Dio mi dona, mi si dona, perché io mi doni a mia volta. La mia cooperazione al dono di Dio consiste nel mio farmi dono per gli altri, dal momento che il mio Signore è pure il loro Dio”[1]. La condivisione del dono ricevuto genera tra i consacrati un modo di rapportarsi, di accogliere, di condividere, di essere solidali, che è attualizzazione di quella primitiva comunità cristiana in cui i rapporti interpersonali sono illuminati dalle parole di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri; rimanete nel mio amore… non vi chiamo più servi…ma vi ho chiamati amici” (Gv 13, 34 e 15, 9. 15). Per questo la Vita Consacrata è vita condivisa, di comunione, vita comunitaria, che è segno visibile dell’umanità nuova nata dallo Spirito e diventa annuncio concreto di Cristo: “Siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che Tu mi hai mandato” (Gv 17, 23).

Il terzo pilastro, o meglio, la meta della Vita Consacrata è una missione da compiere in favore degli uomini che abitano assieme a noi in questo mondo che è di Dio: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16, 15). La missione del cristiano di andare, racchiusa nel cuore del Vangelo e risuonata solennemente nel giorno di Pentecoste, ha un suo segreto custodito anch’esso come perla preziosa nel Vangelo: Rimanete nel mio amore. Andare e rimanere: sono le due coordinate evangeliche in cui si muove la Vita Consacrata, e da cui trae quotidianamente la sua linfa vitale. Questo “andare in tutto il mondo” è la continuazione del dono di sé agli altri vissuto nell’interno della comunità che ora, dall’interno della comunità, si estende a tutti gli altri esseri umani. In questo gesto di donazione gli altri sono percepiti anch’essi come dono di Dio per noi, con cui con-vivere e con-dividere i doni, che abbiamo ricevuto dal Signore. In questo cammino nel mondo, l’impegno fondamentale è la lode di Dio, la testimonianza di Gesù a livello personale e comunitario e l’annuncio esplicito del suo Nome alle nazioni. Per questo la Vita Consacrata è sempre vita missionaria e per alcuni è vita missionaria “ad gentes”.

Per tanto, radice e fondamento della Vita Consacrata è precisamente la “Consacrazione”. È vero che tutti i cristiani, uniti a Gesù per il Battesimo, siamo consacrati a Dio, siamo uomini nuovi, unti dallo Spirito Santo. Tutti abbiamo la maggiore età che abbiamo ricevuto nella Confermazione. Per questo in un primo momento la Vita Consacrata è semplicemente vita cristiana. Tutti i cristiani sono morti mediante la fede al mondo vecchio; tutti hanno ricevuto nel Battesimo il dono dello Spirito, che li sigilla conformandoli a Gesù. Per questo noi missionari religiosi dobbiamo semplicemente impegnarci a vivere come cristiani. Ciò che ci interessa prima di tutto è ciò che ci unisce agli altri. Con tutti i cristiani del mondo siamo consacrati, condividiamo l’“universale vocazione alla santità” e siamo quindi chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità[2].

Ma pur essendo una sola, la Consacrazione cristiana ha diverse forme di realizzazione e quindi diverse forme di manifestarsi: dal martirio ai consigli evangelici praticati nelle diverse forme di Vita Consacrata fino alla Vita Religiosa, dallo stato sacerdotale a quello laicale e coniugale.

La Vita Consacrata, per tanto, ed in essa la nostra vita missionaria comboniana, nasce dalla vita cristiana e si sviluppa nella triplice dimensione della Consacrazione, della Comunione e della Missione della vita del popolo di Dio.

La Consacrazione per la missione nasce nel seno di un “popolo consacrato”, dalla partecipazione al suo itinerario di fede, per rendere visibile un Dio che vuole “stare con gli uomini”; un Dio che attraverso Gesù, e in Gesù, si manifesta come colui che, “nell’intimo” di se stesso è un’eterna relazione d’amore trinitario e ci invita a condividerla. La Vita Consacrata appare così come frutto di un disegno mirabile che ha la Trinità stessa come protagonista.

Ha, infatti, sorgenti cristologico-trinitarie (VC 14), è “spazio umano abitato dalla Trinità” e trova la sua migliore autorivelazione nella fraternità delle persone consacrate (VC 41), che sono spinte “a prendersi cura dell’immagine divina deformata nei volti dei fratelli e sorelle” e rivelano così il Mistero di un Dio che si mette a servizio dell’uomo (VC 75d).

Come persone consacrate, anche noi, missionari comboniani, riceviamo dalla Vita Consacrata così come sorge nel seno della vita cristiana, una serena consapevolezza della nostra identità e un fondamento sicuro per l’approfondimento della nostra storia a servizio di Dio-Amore, che dà il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cf Gv 3, 16).

 

2. Radice biblico-teologica della consacrazione missionaria

La consacrazione è la categoria biblica che percorre tutta la Bibbia; è l’evento, la scelta storica di Dio, che sostiene, caratterizza e ci aiuta a capire la Storia della Salvezza dai suoi inizi fino alla consumazione finale nella Parusia.

La consacrazione, infatti, è un evento intrinsecamente unito alla vocazione, inizia nella creazione, prosegue con l’elezione di Israele, è portata alla sua pienezza in Cristo Gesù nella Chiesa e diventa consumazione (dono-esperienza) per tutti e per tutto il cosmo nella risurrezione finale, nella Parusia.

La missione è l’iniziativa storica di Dio per portare a compimento questo suo disegno.

Nel dinamismo della Storia della Salvezza, la consacrazione è una categoria biblica, che si riferisce anche a persone singole, divenendo così interpretativa di un’intera esistenza umana.

La Bibbia, infatti, ci presenta la consacrazione come un dialogo che si instaura per mezzo della vocazione tra Dio e la persona chiamata, la quale mediante il dinamismo di un percorso interiore anche laborioso arriva a cogliere il senso definitivo, progettuale della sua esistenza. Scardinare la consacrazione dalla Parola-Chiamata di Dio, dalla sua matrice biblica significa sottrarla all’azione di Dio nella storia e renderla soltanto un fatto emotivo-affettivo-psicologico in balia della precarietà umana, o un fatto morale, che perde la sua vera radice e significatività. È proprio ripartendo dalla Storia della Salvezza, dalla Parola-Chiamata che la consacrazione trova la sua radice e vitalità profonda...

3. Al principio era la consacrazione

Secondo i primi capitoli della genesi (1-3 => Ef 1, 3-14), la storia della salvezza comincia con la creazione, che è il risultato dell’iniziativa gratuita ed efficace di Dio, da cui si origina tutto quello che esiste, separando e distinguendo un caos informe attraverso la Parola e lo Spirito. La creazione nasce così “consacrata”, cioè buona e bella perché è di Dio, in perfetta armonia con il disegno del suo Creatore.

A sua volta anche l’uomo è creato da Dio “consacrato”, cioè, in una situazione di creatura chiamata e posta da Dio nell’esistenza e nella possibilità concreta di divenire ciò che deve essere secondo il disegno di Dio stesso. La creazione, infatti, è un gesto divino che nella sua essenza è una relazione profondamente gratuita che proviene dall’essere infinito di Dio, che è Amore.

La consacrazione, per tanto, fa parte della natura dell’uomo chiamato all’esistenza per iniziativa gratuita di Dio, costituisce la sua condizione originaria, lo rimanda continuamente alle sue radici divine, lo proietta a cercare la sua piena realizzazione nel dono totale di sé a Dio: “È iscritto nel fondamento della nostra anima che veniamo da Dio e che solo in lui possiamo trovare la nostra patria definitiva. La nostalgia di Dio è il compasso innato della nostra vita che ci orienta verso di lui per insegnarci ad ascoltarlo, a guardarlo e a confidarvi”[3].

Essendo strutturata come una relazione di alleanza, è fondamentale la reciprocità del dono di sé: Dio è dono per l’uomo e l’uomo è chiamato ad essere dono per Dio. È un evento, per tanto, che investe l’uomo lungo tutta la sua esistenza temporale, e per sempre.

Essa è… Dio stesso, che si realizza come Amore nelle creature umane, fatte a sua immagine e somiglianza; ed è anche l’uomo che, vivendo il suo orientamento verso Dio, realizza la sua esistenza come libera risposta al dono ricevuto, in armonia con il creato, in comunione e solidarietà con tutti gli altri uomini e donne e in unità con se stesso.

La consacrazione del creato e dell’essere umano da parte di Dio non è un evento definivo e statico, ma iniziale e in via di compimento. Avviato il processo della creazione, Dio condivide il suo potere creatore con l’uomo, affidandogli il compito di portare a compimento la propria consacrazione di essere umano creato a immagine di Dio, e quella del cosmo uscito dalle sue mani divine “bello e buono”, vivendo come suo cooperatore, in alleanza con Lui, ma rimane presente e operante nella vita umana e nelle realtà terrestri per mezzo del suo Spirito: il limite inerente alla creazione, nell’uomo e nel cosmo, e la stessa presenza del male che improvvisamente emerge dalla storia, devono misurarsi con la sua presenza.

In effetti, quando l'uomo volle dimostrare la sua autonomia assoluta e prescindere da Dio, rinunciò alla comunione di vita con Lui e rimase prigioniero delle tenebre della disubbidienza al suo Creatore (Gn 3, 1-8;  GS 13), Dio non rinunciò al suo disegno di amore verso il genere umano: sulle rovine prodotte dallo stesso uomo per aver rifiutato Dio come suo principio e fine ultimo, continuò ad aleggiare lo Spirito divino con la sua forza vitale e creatrice. Essendo Dio fedele e infinito nel suo amore, continua ad amare l’uomo, anche se peccatore, rivolgendogli adesso una chiamata, nella quale l'amore divino è rivestito di misericordia, cioè, ordinato a liberare e fortificare l’uomo, rinnovandolo dal di dentro, nel suo cuore ferito dal peccato (Gn 3, 9-11).

È possibile che non ci rendiamo conto del gesto creatore continuativo da parte di Dio e della sua importanza per l’umanità. In fatti, l’intervento di Dio, dopo il peccato, non si esaurisce nel castigare l'uomo e la donna. Il castigo è la conseguenza inevitabile del peccato commesso e, per tanto, ha come autore lo stesso peccatore. Da parte sua, Dio constata assieme all'uomo gli effetti devastatori del peccato, ma non manifesta la volontà di vendicarsi contro l'uomo peccatore, anzi quello che vuole è restaurare nell’uomo la consacrazione che era stata violata quando il peccato entrò nel suo cuore attraverso la porta della libertà mal usata.

Comincia così l’ordine della gratuità della alleanza redentrice e salvifica, che è la replica di Dio all’impero del peccato. Infatti, Dio invita l'uomo peccatore a riprendere, in comunione con Lui, il suo ruolo nella conduzione della storia, che sarà perturbata dalla ferita della sofferenza in conseguenza del peccato (Gn 3, 6.17-19), ma nello stesso tempo illuminata dalla speranza del ritorno all’Eden, cioè, allo stato di consacrazione originale nell'intimità filiale con il Creatore.

Così, la storia dell'umanità prende la caratteristica di una promessa di salvezza, di un ritorno, di un processo di liberazione: Dio rilancia verso nuovi orizzonti la sua creatura decaduta, mettendola nella prospettiva della salvezza in Cristo Gesù, che è visita misericordiosa e gioiosa di Dio agli uomini (Gn 3, 14-15; Gv 1, 1-18; Lc 9, 11-19, 45). La promessa è un intensificarsi della presenza di Dio nella storia, è come una corrente di vita sotterranea che emerge con gesti sempre più risolutivi nel cammino della salvezza. Comincia così l'opera di restaurazione dell’umanità, nella quale Gesù, nato dalla Donna, sorge come il «Sì» di Dio Padre alla promessa, il vincitore per eccellenza, assoluto, in testa all'umanità contro l'avversario. Gesù è colui che distrugge il dominio di Satana nel cuore dell'uomo e, per tanto, nella società umana.

4. La consacrazione scandisce la Storia della salvezza

Cadendo nel peccato, l’uomo si è allontanato dal suo iniziale orientamento verso Dio, dalla “unzione” iniziale da portare a compimento vincendo le ombre e le contraddizioni inerenti al divenire della creazione. L’effetto più devastante fu la dualità che da allora in poi cominciò a sperimentare in sé. Vivendo riferito a se stesso, l’uomo venne a trovarsi in una contraddizione radicale con l’amore “fontale” da cui proviene e con quell’amore universale per il quale era stato creato.

Ma Dio non rinuncia al suo disegno d’una umanità “consacrata” nel suo amore e concepisce un progetto per ri-consacrarla, in cui si serve di persone che Lui stesso elegge e “consacra”.

Ha inizio così la Storia della Salvezza, scandita dalla “consacrazione” come “riserva” di persone con una missione da compiere per radunare insieme i figli di Dio che si erano dispersi. È una consacrazione che è “benedizione” anzitutto per l’eletto, ma che è sempre un compito affinché la benedizione di Dio possa raggiungere tutta la terra, superando le barriere del peccato; mai è un premio esclusivamente personale, anzi a volte diviene “privilegio” di morire per gli altri.

Al vertice di questa storia di “vite consacrate”, vengono creati da Dio due Cuori, perfettamente consacrati e autenticamente vergini, Cuori tipo nell’opera divina di ri-consacrazione del mondo:

      il Cuore di Cristo, Immagine del Padre e in cui il Padre ripone tutta la sua compiacenza; “Volto umano” dell’Amore trinitario, amore puro, pieno, comunione perfetta; Cuore vergine-povero-obbediente, santificatore e redentore dell’umanità, in cui rifulge la sua donazione incondizionata al Padre, l’universalità del suo amore per il mondo e il suo coinvolgimento nel dolore e nella povertà degli uomini;

      ed il Cuore di Maria, Cuore Immacolato fin dalla Concezione della Madre sempre Vergine di Cristo Gesù, associata al Figlio nell’opera della Redenzione e da Lui costituita Madre dell’umanità intera; Cuore di Maria di Nazaret, donna che cammina nel silenzio e nell’ascolto, docile nelle mani del Padre e alla voce dello Spirito, esempio di perfetto amore e modello di consacrazione totale alla persona e all’opera del Figlio suo.

Sono i due Cuori che hanno modellato san Daniele Comboni nella sua vita di “consacrato” per la rigenerazione o ri-consacrazione dell’Africa e lo hanno reso «testimone di santità e modello di missione».

5. L’elezione e la consacrazione d’Israele

La consacrazione come “riserva-missione” ha la sua origine nella elezione e consacrazione d’Israele, il cui compimento si effettua nel Popolo della Nuova Alleanza.

Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati (cf 1Tim 2, 4; RV 57).

Questo piano di salvezza comincia da Dio, e da Dio solo; per realizzarlo, egli “chiama” e “consacra”.

Prima di tutto chiama le Nazioni: tutti i popoli sono chiamati a entrare ed essere partecipi della salvezza (Ez 18, 23.32; 33, 11; Sap 1, 13; 11, 23‑12, 1), affinché coloro che lo cercano lo possano trovare e così tutti i suoi figli, ovunque dispersi, si ricongiungano a Lui, Creatore e Redentore dell’umanità.

Per realizzare questo disegno, Dio chiama ed elegge Israele, che diviene un popolo consacrato al Signore, il Popolo dell'Alleanza. Così, per iniziativa divina, Israele è una Nazione, un popolo “santo” fin dall’alba della sua storia: Es 19, 5-6; 22, 30; Dt 4, 20; 7, 6-8; 14, 2.21; 26, 19; 28, 9; Is 62, 12; Ger 2, 3, ecc. ...

In questa vicenda biblica i protagonisti sono il Signore Dio, le nazioni e Israele; Dio, tutta l’umanità e Israele quale sacramento e primizia dell’Alleanza salvifica intesa fin dal principio e finalmente proposta da Dio a tutti gli uomini e a tutte le donne della storia (cf Is 19, 16-25)[4].

Il primo passo nella formazione di questo popolo dell’Alleanza è la “chiamata” di Abramo: la sua avventura di fede segna l’inizio d’Israele come popolo consacrato a Dio e abbraccia la totalità delle nazioni. Per la sua docilità alla voce del Signore, Abramo è entrato come collaboratore nel disegno divino: Dio l’ha costituito principio del suo Popolo e nello stesso tempo depositario delle sue promesse di benedizione per tutti i popoli: Gen 12, 1-3.

Al centro dell’avventura missionaria di Abramo c’è l’“alleanza”, che Dio stabilisce con lui e con la sua discendenza; sigillando quest’alleanza con un sacrificio (Gn 15, 7-21) e con la circoncisione (Gn 17), Dio sottolinea il fatto che Abramo e i suoi discendenti saranno davanti a Lui in una situazione o relazione particolare: da questo momento in poi Dio sarà il “Dio di Abramo”, un Dio vicino, amico, legato ad Abramo di generazione in generazione in virtù della promessa fattagli, impegnato nell’avventura umana a fianco degli uomini e donne di tutti i tempi.

A questo punto emerge il significato e la peculiarità della “consacrazione” d’Israele: nella sua esperienza religiosa, non arriva a Dio attraverso ragionamenti astratti, ma entrando in un rapporto d’amore con Lui, che tocca e impregna tutta la vita dell’essere umano.

Una tappa decisiva nel cammino d’Israele come popolo consacrato è costituita dalla stipulazione dell’Alleanza al Sinai (Es 19, 3-6).

Nella traversata del deserto, Israele gode della più intima esperienza con Dio al punto che la sua storia si arresta per fondersi con la storia di Dio (Dt 9‑11). Sul Sinai, infatti, Dio lo elegge gratuitamente a essere fra tutti i popoli della terra il privilegiato popolo di Jahvè, un regno di sacerdoti, una nazione santa. Esso resterà isolato e non annoverato fra i popoli della terra (Num 23, 9), perché ‑dice il Signore‑ “Io non ho conosciuto che voi tra tutte le stirpi della terra”.

Da questo momento viene consacrato a una nuova esistenza con una esclusiva missione di salvezza fra le Genti[5]. Il vero significato della storia di Israele è realizzarsi come amico e cooperatore di Dio.

Questa nuova esistenza, professata nell’Alleanza, prende corpo in una relazione di reciprocità tra Dio che si fa presente nella vita del popolo e il suo popolo che è introdotto nel mistero di Dio, nei suoi disegni di salvezza. Tutto ciò comporta una osmosi continua tra Dio e l’uomo, una bilateralità tra due amici in continua attuazione esistenziale. Il Dio che si è rivelato, non è un Dio chiuso in se stesso, come una specie di egoismo trascendentale, ma un Dio che si dà, che stabilisce una relazione di amicizia, una alleanza con l’uomo. Si tratta di una donazione reciproca che, se si interrompe, è causa di rovina per il popolo dell’Alleanza.

Per tanto, la consacrazione è l’aria che il popolo respira nell’Alleanza, la stessa vita del popolo e, perciò, è un fatto irrinunciabile e irreversibile: «Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo».

La storia della vita consacrata d’Israele, cominciata con Abramo e professata formalmente sul Sinai dopo l’esperienza della schiavitù in Egitto, anche se per le sue infedeltà viene ridotto ad un “resto”, termina con l’ultima pagina dell’Apocalisse, dopo aver raggiunto il suo culmine e compimento nella persona di Gesù.

Israele, il popolo eletto per santificare il nome di Jahavè, è il tramite missionario della sua benedizione (Cfr. Gen 12,1-3). Comincia così quell’avventura che viene chiamata storia della salvezza: la storia particolare di salvezza di tutte le nazioni, mediante la diaconia d’Israele.

È “storia particolare”, cioè è la storia dell’Alleanza tra Dio e l’umanità scritta in una determinata geografia nell’ambito della mezza luna fertile dell’Oriente Medio e incisa nella carne, nella psiche e nella lingua di un popolo che Dio ha chiamato e chiama ad aprire illimitatamente i suoi confini a tutti i popoli della terra per contenerli nel proprio destino[6].

La storia universale di salvezza, infatti, non è quella di un principio astratto, applicabile alle nazioni di tutte le latitudini, ma quella di una ricchezza singolare, concreta, che ha la sua fonte inesauribile in Dio e perciò diviene luogo del proporsi e del compiersi del disegno salvifico di Dio per tutti i popoli. Una storia, che costituisce la risposta di Dio alla situazione di inquinamento prodotta dal peccato, che dilaga in tutta l’umanità producendo una progressiva e totale confusione dell’ordine morale, che ridonda nell’intera creazione.

Per tanto, la vera svolta salvifica per gli esseri umani comincia da Dio che è l’unico che può salvare e che, nella sua misteriosa sapienza, adotta la strategia della radicale sproporzione tra i mezzi e il fine che si propone. La risposta che Dio offre ad una situazione di degradazione che investe tutta l’umanità, è affidata a un uomo solo, straniero e pellegrino; prosegue con la storia di un gruppo di nomadi pellegrini verso la patria che è “una terra di pellegrinaggio”, “una terra dove si è forestieri”[7] e raggiunge il culmine quando un uomo solo viene crocifisso sul Calvario fuori delle mura di Gerusalemme e consegna il suo spirito a Dio. È attraverso la precarietà che la salvezza divina raggiungerà tutti gli uomini e tutta la terra.[8]

È attraverso il mistero della solitudine volontaria, del cuore incorrotto, appartenente in maniera assoluta a Dio, che parte la riscossa della pace e della riconciliazione, della comunione e della solidarietà universale.[9]

Così Israele comincia a vivere come Popolo di Dio in mezzo alle nazioni pagane con una missione specifica e universale: quella di essere testimone di un Dio che allaccia un’alleanza con gli uomini e di compiere la riunione di tutti i popoli, guidati dalla luce del Signore: Is 2, 2-5; 66, 18-24.

Israele appare, per tanto, come un popolo che vive la tensione tra l'elezione esclusiva e il destino universale, tra la forza che l’attira verso il centro di se stesso come nazione santa e la forza che l’apre al mondo. Questa tensione è l’atteggiamento che caratterizza il Magnificat della Vergine Maria: lo sguardo verso se stessa (alla luce di Dio) diventa sguardo verso la storia (“tutte le generazioni”).

In vista della sua consacrazione-missione, Israele ha ricevuto un insieme di beni soprannaturali, di privilegi divini: Rom 9, 4-5:  l'adozione a figli (Es 4, 22);  la gloria di Dio (Es 24, 16), che dimora in mezzo al popolo (Es 25, 8);  le alleanze con Abramo (Gen 15, 1), Giacobbe-Israele (Gen 32, 29), Mosè (Es 24, 7-8);  il culto reso al solo vero Dio;  la Legge, espressione della sua volontà; le promesse messianiche (2Sam 7, 1) e l'appartenenza alla stirpe di Cristo.

Questi beni sono come talenti affidati al Popolo eletto affinché sia il popolo dell’Alleanza, chiamato alla speranza quando Dio benedisse Abramo e la sua discendenza, e alla testimonianza dopo che gli fu consegnata la Legge del Sinai. In virtù di questa relazione peculiare con Dio, Israele si converte nel popolo testimone e della speranza messianica a servizio dell’umanità.

6. Punti di riferimento più significativi nella vita consacrata di Israele.

Nel quadro globale della consacrazione-missione del popolo della Prima Alleanza appaiono alcune sottolineature o punti di riferimento molto significativi, che permettono chiarire ulteriormente il significato della stessa consacrazione

6.1. La consacrazione d’Israele come sequela

Un punto costante di riferimento nel cammino d’Israele come popolo consacrato è la sequela: il popolo è chiamato a seguire Dio.

Il paradigma di questa sequela è l’esperienza del deserto.

In fatti, quando i figli d’Israele, si trovano nella terra della schiavitù, Dio appare a Mosè, per affidargli l’incarico della liberazione del suo popolo (Es 2‑3). Dio vuole che questa liberazione si realizzi proprio attraverso la via della steppa, dove il popolo ebraico deve assicurare la propria sussistenza soltanto con il ricorso a Lui. Dio stesso fa strada al suo popolo, e nella vastità del deserto non rimane altra speranza e salvezza all’infuori di seguire Dio, che dà sempre il segno di cominciare la marcia o di fermarsi attraverso la nube o la colonna di fuoco, in cui è nascosto Dio stesso (Es 13, 21-22; 40, 36-38).

La mancata obbedienza a questo segno provoca difficoltà nella marcia del popolo; ogni volta che il popolo farà appello alle proprie forze, si vedrà travolto e decimato dal furore e dalla potenza devastatrice del deserto (Es 13, 17‑40, 38), perché è precisamente nella sequela, nell’abbandono, nella fiducia, nella donazione totale a Dio che Israele si realizza come il privilegiato popolo di Jahvè, un regno di sacerdoti, una nazione santa. All’infuori di questa comunione con Dio c’è il vuoto del fallimento.

6.2. La consacrazione d’Israele e il Tempio

Un altro punto di riferimento nel cammino d’Israele come popolo appartenente e seguace dell’unico Dio, è la stessa terra d’Israele, che è appunto una Terra Santa, in cui si distinguono “luoghi santi”, tra cui emerge il Tempio.

Infatti, ad un certo momento della storia d’Israele, è costruito e s’impone il Tempio (cf 1Re 5‑9).

“Al centro del mondo si trova la Terra d’Israele e, al centro d’Israele, si trova Gerusalemme; il centro di Gerusalemme è la Dimora del Dio vivente, il Tempio. E il centro del Tempio è il “Santo dei Santi”. L’ombelico dell’universo dove l’uomo trova la vera vita, la montagna designata da Dio ad Abramo come il luogo dell’amore donato, dove fu legato Isacco. Luogo scelto dall’eternità per la redenzione: è il monte Moria dove Dio apparve e fece luce.

La tradizione ebraica vede in esso il punto esatto su cui Salomone, il re della sapienza, fece costruire il primo Tempio (verso il 970 a.C.), circa nove secoli dopo che Abramo accettò di offrire a Dio l’unico figlio del suo amore.

Il Tempio è “quel luogo”, “hammaqom”, in cui risiede e si manifesta agli uomini la presenza di Dio. Dalla dimora del suo santo Nome, il Santissimo ascolta ed esaudisce la preghiera, bagna di pioggia la terra, perdona i peccati, concede la vittoria sul nemico, dispensa la sua misericordia anche agli stranieri venuti a causa della grandezza del suo Nome, perché tutti i popoli della terra riconoscano il suo Nome e lo temano, come fa il suo popolo, Israele, e sappiano che il Tempio porta il suo nome (2Cr 6, 32-33). “Il mio Tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56, 7)”[10].

È il luogo dove l’uomo esce dalla sua profanità e s’incontra direttamente con Dio, e Dio, quasi superando le barriere della sua trascendenza, si mette a disposizione dell’uomo. Il popolo, per mezzo dei suoi pellegrinaggi e delle grandi feste, tutte centrate sul Tempio, esce dalla sua vita normale, s’incontra con Dio, viene purificato, offre i suoi sacrifici per il peccato e per tutto ciò che può aver indebolito l’Alleanza; in virtù di questo contatto con Dio, si rinnova e ritorna alla sua vita quotidiana, con la ferma volontà di essere “se stesso”, cioè il Popolo di Dio nel quotidianità della vita davanti alle Nazioni.

Nel contesto del Tempio risalta la funzione del Sacerdozio, che è costituito precisamente per sostenere e fomentare la fedeltà all’Alleanza, la reciprocità tra Dio e il suo popolo. Il sacerdote, infatti, offre sacrifici per togliere gli ostacoli davanti alla reciprocità che il popolo ha rotto con i suoi peccati, giacché ogni peccato è considerato come uno spazio rifiutato alla presenza di Dio nella vita del popolo. Quando il popolo prende coscienza di ciò, va dal Sacerdote, il quale agisce come mediatore e colma li vuoto che si era creato.

Un elemento importante, unito al Tempio e al Sacerdozio, è l’aspetto di novità, che contrassegna l’incontro con Dio. Infatti, quando il popolo si presenta davanti a Dio nel Tempio, si rinnova. Questo rinnovamento non si limita al semplice mettersi in ordine, togliendo gli ostacoli del peccato, ma comporta “qualcosa di nuovo”, che è “quel qualcosa di più”, che il popolo riesce a captare riguardo al Mistero di Dio e che lo lancia verso nuove prospettive, esigenze, conoscenze, cammini e mete. Dio si comunica, e l’Infinito non può essere accolto in una sola volta dal cuore umano, che è finito, ma con capacità di continua espansione. Per questo, Dio, offrendo e chiedendo sempre più, spinge i cuori umani a penetrare sempre più nel suo Mistero.

7. Consacrazioni specifiche e particolari

Nell’orizzonte della chiamata di tutti i popoli alla salvezza, all’interno del dinamismo della consacrazione-missione d’Israele, popolo di consacrati, vi sono consacrazioni particolari specifiche, per cui non è possibile farsi un concetto univoco della realtà della consacrazione. È significativo il caso di Mosè che, accusato in nome di una pretesa pari consacrazione universale, di voler monopolizzare l’idea di santità, viene difeso da Dio stesso (cf Nm 16, 3.19-35).

Infatti, nell’esperienza religiosa d’Israele, troviamo consacrazioni specifiche e quindi diverse le une dalle altre, che si riferiscono a luoghi, oggetti e persone.

Si tratta di distinti livelli di consacrazione e in un certo senso concentrici, che partono dalla consacrazione fondante e vanno oltre, assumendo nella relazione con Dio “qualcosa di proprio” senza essere in opposizione né in concorrenza con le altre. Così, mentre c’è la Terra Santa, la Città Santa, il Tempio e il Sancta Santorum, riguardo alle persone c’è il Popolo consacrato, i primogeniti, i leviti, Mosè, i re, i profeti...

Riguardo elle persone[11], il passaggio da un livello all’altro avviene attraverso un complesso sistema di “ascesa” per mezzo di un susseguirsi di separazioni che, partendo dal popolo, raggiungono una determinata persona. Così all’interno della chiamata dei popoli della terra alla salvezza, il popolo d’Israele è separato, però, malgrado l’elezione, non possiede la santità necessaria per accostarsi a Dio (cf Es 19, 12 e 33, 3 con Lv 19, 2); così all’interno del popolo eletto, la tribù di Levi è separata dalle altre per il servizio liturgico; all'interno della tribù di Levi, la famiglia di Aronne è separata per i riti sacrificali e costituisce quindi propriamente una casta 'sacerdotale’ di tipo ereditario; all'interno di questa famiglia, uno veniva scelto per essere il 'Sommo Sacerdote’, al quale spettava l'atto più elevato del culto, l'incontro con Dio.

Il Sacerdote, a sua volta, per il fatto di essere stato eletto, non era ancora in grado di passare interamente, lui stesso, nel mondo divino; per accedere al luogo sacro e offrire il 'sacrificio', doveva compiere una serie di riti per distanziarsi dal mondo umano ed accedere a quello divino: allontanamento dallo spazio profano, bagno e unzione rituali. La mediazione si considera riuscita se vengono osservate scrupolosamente tutte le regole di purità, non ultima quella relativa alla vittima sacrificale, che rappresenta il Sacerdote stesso, il quale è, a sua volta, rappresentante dell'intero popolo.

È questo il retroterra indispensabile per capire il concetto, così centrale nell’A.T. della santità di Dio, a cui si accede per mezzo della consacrazione: essendo Dio santo, per entrare in relazione con lui bisogna diventare santo, passare cioè dal livello profano dell’esistenza ordinaria al livello sacro della realtà divina.

Una consacrazione diversa da quella legata alla vita dei Leviti, la troviamo in quella dei profeti, i quali sono considerati “consacrati” senza appartenere all’ambito levitico. Ma c’è anche quella legata al nazireato, che impegnava per tutta la vita (Sansone: Gdc 13, 5-7.14; 16, 17;  Samuele: 1Sam 1, 11) o solo per un certo periodo (Nm 6, 1-21). Questa forma si trova anche nel NT per Giovanni il Battista (Lc 1, 15) e, come voto temporaneo, per Paolo (At 18, 18) e alcuni giudeo-cristiani (At 21, 23-26).

7.1. Consacrazione e unzione sacra

Il termine consacrazione al quale corrispondono i termini “santo, unto, messia, cristo, cristiano”, è nato dall'uso biblico dell'unzione sacra. Dalla comprensione di quest'uso riusciamo a scoprire il senso delle consacrazioni particolari nel seno d’Israele e della consacrazione e missione di Gesù e dei suoi discepoli fino a noi.

Il titolo di “unto” significava l’effettiva consacrazione a Dio come Sacerdote o Re o la semplice elezione da parte di Dio per compiere una missione nella realizzazione del piano di Dio riguardo al suo popolo o alla umanità intera, soprattutto se ciò esigeva il dono dello Spirito, senza necessariamente includere l’unzione materiale, come era il caso della “unzione profetica”. Dalla seconda accezione deriva un senso più ampio e metaforico del termine “ungere”, che diventa sinonimo di “eleggere” in vista di una missione da compiere, soprattutto se questa elezione esige il dono dello Spirito, senza necessariamente includere l'unzione materiale.

 

Punto di partenza della consacrazione è la santità. Questo termine suggerisce l'idea della trascendenza totale e della assoluta perfezione morale. È questa la condizione speciale ed esclusiva di Dio, alla quale l'uomo accede per mezzo della consacrazione.

Tuttavia l’unzione del re occupa un posto unico tra i riti di consacrazione e, per tanto, nella comprensione de significato della consacrazione particolare.

7.2. Significato dell’unzione regale

Il significato del rito dell’unzione consisteva nel sigillare con un segno esterno il fatto che questo uomo era stato eletto da Dio per divenire suo strumento nel governo del popolo. Questa unzione instaurava una relazione speciale tra l'unto e la divinità e lo rivestiva di autorità divina.

Il Re israelita, per tanto, stava in intima relazione con Jahvè. Per l'unzione e gli altri riti di investitura era trasformato in un altro uomo (1Sam 10, 6) e rivestito con la santità ed inviolabilità di Dio stesso: 1Sam 24, 1-7; 26, 9.11; 2Sam 14.

Il Re è un rappresentante del Dio di Israele, un Angelo di Jahvè (2Sam 14, 17). Egli diventa partecipe dello Spirito di Jahvè, come si vede, per esempio, nel caso di Davide: “Samuele prese il corno dell'olio e lo consacrò con l'unzione... e lo Spirito del Signore si posò su Davide da quel momento” (1Sam 16, 13).

Il rito dell'unzione che consacra il Re, esprime che questi è sigillato indelebilmente dallo Spirito, che gli conferisce una maestà sacra (1Sam 10, 1-16; 16, 13), rendendolo partecipe dello stesso Spirito di Dio.

Da questa connessione tra l'olio e lo Spirito è originato il simbolismo dell'olio dei Sacramenti: i santi oli comunicano al cristiano la Grazia multiforme dello Spirito Santo, che ha fatto di Gesù l'Unto o Consacrato per eccellenza ed il Figlio di Dio.

L'olio dell'unzione regale merita, in sommo grado, la designazione di olio della gioia. Quando è versato sul capo del Re, diviene una immagine della Grazia di Dio che scende e si sparge su di lui (Sl 133, 2), dandogli una vita ed una forza nuova per realizzare ciò che sta oltre le sue possibilità umane. In fatti, il Re è destinato a stare sulla soglia tra la volontà di Dio e la volontà degli uomini, ed è chiamato a portare il Popolo di Dio a compiere la volontà divina.

In somma, la regalità umana del Re di Israele è solo una partecipazione a quella di Jahvè, che è il fondamento di tutta la sapienza governativa.

Per una comprensione più approfondita del significato dell’unzione regale, c’è da tener presente che nell’ambito biblico il Re è il capo del popolo di Dio, a cui compete il ruolo primordiale di mediatore tra Dio e gli uomini. Perciò anche se non riceve il titolo di Sacerdote e non è membro della classe sacerdotale, appare come un patrono dell’istituzione sacerdotale e l’intero culto sacerdotale dipende da lui. A volte però esercita funzioni cultuali (2Sam 6, 17; 1Re 8, 14.52ss). Inoltre il Salmo 110, 4 gli attribuisce il titolo di Sacerdote comparandolo a Melchisedek. Tutto ciò ci permette di parlare di un sacerdozio regale.

La consacrazione regale esprime l’essenza di ogni consacrazione particolare. A partire da essa, “essere consacrato” significa prima di tutto che un membro del Popolo di Dio, eletto da Lui stesso, diviene sua proprietà totale ed esclusiva in virtù di un nuovo titolo, che consiste in una più intima ed intensa comunicazione divina in vista di una missione da compiere (cf. RV 20; 46).

Questo significa che i consacrati sono “persone riservate” da Dio e a Dio per il suo piano di salvezza e, nello stesso tempo, Dio diviene la loro unica “eredità”. Qui sta l'elemento-base comune a tutte le persone consacrate dell’A.T. (= Sacerdoti, Re e Profeti), che dà la fisionomia alla figura del Messia promesso, il Consacrato per eccellenza, e che attraverso di Lui continua nel N.T. e nella Chiesa fino ad oggi.

7.3. L'Unto passa ad essere il Redentore promesso

I Salmi parlano in continuazione del “Messia” (= l’Unto), riferendosi certamente anche ai discendenti storici della dinastia davidica: Sl 2, 2; 18, 51; 20, 7; 28, 8; 84, 10; 89, 39.52; 132, 10.17.

Ma nella misura in cui questa regalità andava decadendo, sorse la figura di un Re ideale, sovrumano, e gli stessi testi dei Salmi andarono guadagnando una nuova interpretazione.

È soprattutto questo Messia che è presentato come un altro Jahvè, perché Egli è il “Dio potente”, il “padre per sempre”, il “Principe della pace”, annunciato da Isaia (9, 5).

Di fatti, all'epoca di Gesù, il termine Messia-Cristo era impiegato per designare il discendente di Davide promesso e sperato, il Messia per eccellenza: Gv 1, 41; 4, 25.29; Lc 9, 20; Mt 22, 42; 26, 63.

E la tradizione cristiana, che si esprime nella liturgia di Natale, dando questi titoli a Gesù, mostra che Egli è il Messia atteso, il vero Emanuele.

In conclusione, dall'orizzonte della vocazione di tutti i popoli alla salvezza, dal primitivo piano della consacrazione-missione di Israele, ci sono nel seno dello stesso Israele persone che vengono chiamate e separate per mezzo del dono di una consacrazione particolare, che consiste in una più intensa iniziazione al Mistero di Dio in vista di un servizio da prestare alla comunità e all’umanità intera: alla comunità, perché si mantenga fedele all'Alleanza ed alla missione ricevuta; all'umanità intera, perché si renda disponibile all'ascolto del messaggio di salvezza mediante la diaconia d’Israele. Queste persone divengono, in modo particolare, punti significativi di riferimento, nel cammino d’Israele come popolo consacrato a Dio.

Così dalla consacrazione-missione di un popolo, nascono nel seno di questo stesso popolo le consacrazioni-missioni particolari in prospettiva comunitaria ed universale.

8. La consacrazione nelle dinamica dell’incontro con Dio

A questo punto possiamo tentare di approfondire il significato della consacrazione particolare nel contesto della consacrazione di Israele e delle consacrazioni particolari che si verificano al suo interno.

Un dato molto evidente è che nella consacrazione particolare la persona prescelta viene profondamente coinvolta nell’esperienza di un Dio personale e amico. Dio si manifesta al consacrato nella realtà di una profonda amicizia, che si concretizza nella apertura di un dialogo che non conosce limiti. Ha così inizio una esperienza spirituale, che ha come protagonista e oggetto primario lo stesso Dio. È il frutto di un incontro con Dio trascendente e signore di tutto. La consacrazione è “lo stesso parlare di Dio; è Dio che parla; non tanto ciò che Egli dice, ma ciò che Egli è e che, nel suo parlare, dà di se stesso”, aprendosi alla persona chiamata e facendola partecipe di “un qualcosa” della sua infinita ricchezza e del suo disegno di salvezza in un modo così intenso e personale che la persona rimane sigillata nel suo “io” profondo.

Per tanto, l’essenza della consacrazione consiste in una partecipazione più personale e intima del credente al Mistero di Dio, che opera in lui una trasformazione interiore, inaspettata e determinante. Dio si fa presente alla persona in modo nuovo, radicale e definitivo, operando in essa una trasformazione simile a una nuova creazione, che raggiunge il più intimo dell’essere della persona, contrassegnandola con il Sigillo di Dio. È questo il senso del cambiamento del nome e del nome nuovo, imposto da Dio.

Da ciò si deduce che la consacrazione non è un fatto transitorio, ma un atteggiamento permanente del cuore umano, vissuto mediante l’attuazione della fede e un esercizio spirituale fatto di attenzione costante alla Parola di Dio e ai suoi interventi nella vita di ogni giorno. Per mezzo di questa attuazione, il consacrato diviene progressivamente capace di scoprire l’azione di Dio e la sua presenza negli avvenimenti della sua stessa vita e della storia umana, lasciandosi guidare giorno per giorno dalla volontà di Dio.

Per tanto, la prima manifestazione di Do si prolunga in un dialogo progressivo nel segno della gratuità di Dio che si dona e della risposta libera e riconoscente del consacrato, in un incontro di amici in continua attuazione esistenziale (cf RV 20; 81-82; 85), dove il disegno di Dio si adatta alle reticenze, inquietudini, ripensamenti o involuzioni affettive dell’uomo, così che questa nuova iniziazione al mistero di Dio diviene un fatto permanente e fa del consacrato un “professionista della fede, uno specialista di Dio”, o più semplicemente un uomo di Dio.

Nello sviluppo di questo rapporto d’appartenenza reciproca, Dio presenta al chiamato una missione soprannaturale da compiere, della quale va prendendo coscienza gradualmente, con chiarezza sempre maggiore, e che lo mette in atteggiamento di totale disponibilità: “Eccomi, manda me!”. Relazione a Dio e ai fratelli, amati da Dio, costituiscono i due elementi inseparabili dell’esistenza consacrata: non l’uno o l’altro, ma l’uno come fondamento dell’altro.

Vivere da consacrato, per tanto, “vuol dire sentirsi scelto da Dio Padre, vuol dire che la propria storia personale va molto al di là della contingenza ed è molto più che un susseguirsi di episodi legati al caso. “La mia vita è molto più che mia proprietà”, ha un significato e un valore da cui dipendono la vita, la gioia, il futuro di molti. Attraverso la consacrazione, la vita di una persona viene deprivatizzata e lanciata al di là del recinto del proprio giardino. È l’attuarsi di una storia guidata da Qualcuno che vuole offrire salvezza a delle persone concrete e per mezzo di esse al mondo. Così Dio trasforma la vita di una persona in una incarnazione della sua volontà di salvezza e di provvidenza per quella gente con la quale la vita è condivisa”[12].

Secondo la nostra RV, la consacrazione come vita centrata nell'incontro con Dio (RV 46) per l’evangelizzazione come ragione della propria vita (RV 20; 56), come disponibilità per quei servizi richiesti per l’annuncio del Regno di Dio e per la crescita della comunità ecclesiale, costituisce il fondamento della comunità missionaria comboniana (RV 10; 23) e sta alla base della convivenza fraterna di Sacerdoti e Fratelli (RV 10-11). Uniti da questo elemento comune della consacrazione per il servizio missionario (RV 10.1), Sacerdoti e Fratelli arricchiscono la comunità attraverso la varietà e complementarietà dei servizi (RV 11; 11.1-2).

9. Consacrazione, comunità e missione

La consacrazione presenta Dio come salvatore dell’umanità e autore di un Popolo a Lui consacrato, che sia segno e strumento di questa salvezza. Perché questo Popolo raggiunga il suo fine, Dio lo arricchisce di persone consacrate per un titolo nuovo e speciale d’appartenenza a Lui e alla stessa comunità d’Israele. Così la consacrazione particolare approfondisce la comunione di destino e di missione con tutto il Popolo di Dio e con la sua missione nel mondo.

Questo stile dell’agire di Dio ci rivela la solidarietà che intercorre tra gli esseri umani. Nessuno può pretendere di essere l’uomo, ma solamente tutti insieme, di tutti i tempi, lo siamo. È il mistero della dimensione corporativa e inclusiva delle elezioni di Dio: di Abramo, di Israele, di Maria, di Gesù..., fino a noi[13].

Constatiamo, così, che l’avventura di Dio con l’uomo comincia da Dio solo, cioè è puro dono, totale gratuità. Per questo motivo non ci può essere missione se prima Dio non prende, non fa suo e non abilita con una specifica consacrazione colui che vuole mandare per una specifica missione.

Oggi c’è la tendenza a presentare la vocazione missionaria come una risposta ai bisogni del mondo. Certamente è una dimensione irrinunciabile della vocazione che troviamo già nella Sacra Scrittura. Ma la Scrittura enfatizza pure chiaramente che l’incontro con un mondo povero e infelice, che non può salvarsi da solo ed ha bisogno di essere salvato, è assolutamente insufficiente per trasformare l’uomo in portatore della salvezza di Dio; è efficace, quando questa visione è già una visione soprannaturale, perché illuminata dalla fede e dal contatto abituale dell’uomo con Dio, che dirige lo svolgersi della storia. Dio non dice a Mosè: “Pensa alla miseria di questo popolo”, ma: “Io ho visto la miseria del mio popolo” (Es 3, 7). Ecco lo specifico della vocazione e della missione soprannaturale. Perciò non c’è vocazione e non si può parlare di autentica missione, se non viene da parte di Dio un ordine: “ed ora vá; sono io che ti mando” (Es 3, 10). Il tipo di servizio che Dio chiede sarà legato alla vocazione specifica che a ciascuno rivolge; ma rimane evidente che l’autenticità, anzi la possibilità stessa di questo servizio, dipende dal fatto che il chiamato, messosi ormai incondizionatamente nelle mani di Dio, si lascia da lui incondizionatamente usare[14].

Affermare questo nesso intrinseco tra consacrazione e missione, non è emarginare l’attività missionaria, ma fondarla. Infatti, ciò che definisce la nostra particolare identità e determina la nostra missione è la nostra particolare appartenenza a Dio, che sfocia nel servizio specifico che compiamo.

Si può concludere, per tanto, che il concetto autentico di missione implica inevitabilmente la consacrazione, come il concetto autentico di consacrazione implica inevitabilmente la missione; consacrazione e missione si richiamano a vicenda e sono inseparabili: non esiste consacrazione senza missione, come non esiste missione senza consacrazione; sono due facce della stessa realtà, così che quando si sottolinea espressamente l’una è sempre supposta l’altra.

“La consacrazione è la libera iniziativa con cui Dio va incontro all’uomo per santificarlo, unirlo a sé e affidargli un incarico a favore dei suoi simili. Non esiste consacrazione che non sia ordinata ad una missione; ed è esercitando che si vive e si attualizza la consacrazione”[15].

Inoltre, consacrazione e missione nascono sempre nel seno del Popolo di Dio in funzione della sua missione. La consacrazione, infatti, è dono di Dio al credente, che Dio stesso ha eletto per sé e che destina ad una opera specifica nella realizzazione del suo disegno di salvezza. Essa, per tanto, instaura una relazione nuova non solamente con Dio ma anche con il Popolo a Lui consacrato e con il mondo in continua evoluzione, e sottopone il consacrato a continue verifiche dei suoi atteggiamenti personali a partire dalle esigenze della comunità dell’Alleanza e del mondo (cf RV 16 e Preambolo RV).

Dio, per tanto, al consacrare l'eletto, non lo fissa su interessi individuali, ma lo apre ad una prospettiva comunitaria e missionaria. Dio “consacra” persone per realizzare il suo piano di salvezza. Così la consacrazione, pur essendo un fatto personale, nello stesso tempo è intrinsecamente unita alla finalità che Dio ha stabilito nella creazione e nella redenzione dell'umanità.

Ogni vocazione ha un compito universale e sarà compresa pienamente nella rivelazione finale del Regno di Dio. La consacrazione è legata al piano di Dio e inserisce il consacrato nel grandioso e discreto movimento che, a cominciare dalla creazione fino alla Parusia, realizza il piano divino di riunire tutte le cose sotto il potere di Cristo.

Per tanto, non ha senso concepire la consacrazione in senso intimista o individualista: non c'è autentica consacrazione fuori del contesto universale dell'elezione del Popolo di Dio, fuori della comunione e partecipazione nella sua storia e nella sua missione.

Per evitare questo scoglio, è necessario mantener viva la coscienza circa il fatto che il dono della consacrazione si inserisce nel dinamismo relazionale della persona. La struttura della persona, per sua natura aperta all’incontro con gli altri, si arricchisce e si espande integrando la dimensione comunitaria e missionaria della consacrazione. Chi non mette impegno per realizzare questa integrazione, finisce per negare la propria natura di essere umano creato da Dio come essere sociale. “Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l’uomo cresce in tutte le sue doti e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, i mutui doveri, il colloquio coi fratelli”. (GS 25a; cf RV 36; 36.1).

Per tanto, se il consacrato rimane chiuso nelle sue preoccupazioni individuali e personali, anche se sono apostoliche, dimostra che ancora non è riuscito a captare o si è lasciato sfuggire il messaggio e il dinamismo universalista e comunitario che sono insiti nell'intimo di ogni vocazione umana e divina.

L’orizzonte comunitario e universalista inerente alla consacrazione non promuove soltanto il bene e la felicità altrui, ma promuove anche la realizzazione della stessa persona consacrata, che viene spinta a integrarsi progressivamente, a partire dalla sua comunità, in vocazioni che ampliano sempre più gli orizzonti personali e la cerchia comunitaria (cf RV 84; 60; 66; 66.2; 68 ecc.).

Il missionario, accogliendo coscientemente il dono della consacrazione, vive la donazione di sé agli altri come suo impegno fondamentale, che gli dà senso di pienezza di vita e gioia nel darsi, e lo trasforma in strumento di comunione tra le Chiese, le culture e i popoli.

La vita comunitaria dei consacrati sorge in quest’orizzonte e si presenta umilmente e semplicemente come un segno del Regno di Dio che viene.

p. Carmelo Casile

 


[1] F. ROSSI DE GASPERIS /A. CARFAGNA, Prendi il libro e mangia! 2.Dai Giudici alla fine del Regno, EDB,  p. 23.

[2] Cf Lumen Gentium, cap. V, “L’universale vocazione alla santità nella Chiesa”, nn. 39-42.

[3] Franz Jalic, Desiderio di Dio, Ed. Ancora 2000, p. 257.

[4] F. Rossi de Gasperis - A. Carfagna, Prendi il libro e mangia! 2. Dai Giudici alla fine del Regno, EDB, p. 24.

[5] Pia Compagnoni, Terra Santa, Milano 1972, p. 102.

[6] Antonella Carfagna, I canti Della terra del mio pellegrinaggio, EDB, 2009, p. 9

[7] Cf Gen 17, 8; 28, 4; 36, 7; 37, 1; Es 6, 4; Ez 20, 38.

[8] Francesco Rossi de Gasperis - Antonella Carfagna, Prendi il libro e mangia! 1. Dalla creazione alla terra Promessa, EDB 1997, p. 37.

[9] F. Pierli - M. T. Ratti, o.c., p. 94-95.

[10] Da: Sulle orme di Gesù-1, Ed. audiovisivi, Paoline, p. 16.

[11] Cf VV. AA., CRISTO SOMMO SACERDOTE DEI BENI FUTURI, Ed. Esperienze – Fossano, pp. 32-33.

[12] F. Pierli - M. T. Ratti, o. c., p. 49.

[13] De Gasperis - Carfagna, o. c., p. 37.

[14] Arnaldo Pigna, “La vita consacrata”. Nodi Teologici e Soluzioni, Edizioni OCD 1996, p. 144.

[15] Agostino Favale, Il ministero presbiterale, LAS - ROMA 1989, p. 249.

Carmelo Casile