Due parole racchiudono il clima e la forza che emana da questa Seconda Assemblea Speciale dei Vescovi per l’Africa: lucidità e parresia, una parola greca che significa insieme libertà e coraggio.

Questi due termini sono come il riflesso, la seconda faccia della moneta rinchiusa nel logo che il Sinodo si è dato citando il Vangelo: Siate luce del mondo e sale della terra.

E che altro può significare la parola lucidità, in un’assemblea come il Sinodo, se non capacità di analisi, acume nella ricerca delle cause di fatti a volte sconcertanti, volontà in una parola di vederci chiaro negli oscuri fenomeni che avvolgono di tristezza e pianto il Continente africano: povertà e miseria, fame e siccità, guerre e malattie endemiche, dittature e stupri, nepotismo e corruzione, violenza e degrado ambientale e culturale, mancanza di cure mediche e di altri servizi sociali fondamentali? E anche in quelli che lo rendono a tratti emozionante e fiducioso l’avvenire: gioia di vivere e giovinezza, capacità di ripresa e allegria spensierata, lotta instancabile e ricerca inesauribile di nuovi orizzonti?

Basta leggere e spulciare fra i numerosi interventi dei vescovi per convincersene.

Attenendosi al tema indicato dall’Instrumentum laboris “Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, i padri sinodali, hanno riconosciuto i gravi problemi che affliggono il continente e con lucidità hanno puntato il dito contro le cause.

La corruzione degli uomini politici africani

La corruzione degli uomini politici africani, per cominciare, è stata definita una delle piaghe più dannose se non proprio l’ostacolo maggiore allo sviluppo -nel suo complesso significato-, e alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace.

La corruzione politica è risuonata nell’aula sinodale come un ritornello durante tutta la prima settimana di lavori. L’arcivescovo di Durban (Sudafrica), il card. Wilfrid Fox Napier, francescano, se l’è presa con “il mostro che usurpa potere contrario alla democrazia” e che “non è affatto scomparso”: non ci sono forse più i presidenti che si proclamano “a vita”, ha sostenuto, ma si vedono “sempre di più i partiti politici prendere il loro posto”. E cita paesi come Botswana, Angola, Zimbabwe e Mozambico da sempre dominati dallo stesso partito. Avrebbe potuto allargare la lista fino…al Sudafrica, dove il partito s’identifica talmente con lo stato, che il suo presidente può affermare tranquillamente: il nostro partito “governerà fino al ritorno di Gesù Cristo!”.

Non solo. Più volte i vescovi hanno ripetuto che “non di rado, i fedeli laici coinvolti attivamente nella vita politica dei nostri paesi, finiscono per assumere comportamenti e atteggiamenti dannosi riguardo ai principi fondamentali della fede e della morale cristiane” – parole di mons. Lucio Andrice Muandula vescovo di Xai-Xai –Mozambico- per denunciare la dicotomia fra fede e politica.

Lucidità che si fa denuncia

Questa lucidità nell’andare fino in fondo a scoprire la realtà delle cose si è accompagnata alla libertà coraggiosa della denuncia. Denuncia contro i predatori esterni al continente che ne saccheggiano le risorse naturali.  La Repubblica Democratica del Congo (RDC) non poteva che essere al primo posto nella fila degli esempi: “Facendo il punto sulle conseguenze delle guerre e delle violenze subite dalla RdC, siamo obbligati a condannare le menzogne e i sotterfugi utilizzati dai predatori e dai mandanti di queste guerre e violenze. Il tribalismo evocato incessantemente per giustificare queste guerre nella RdC non è altro che un paravento. La diversità etnica viene strumentalizzata come pretesto per saccheggiare le risorse naturali. Deploriamo che la comunità internazionale non faccia abbastanza per porre fine a queste guerre e a queste violenze e che non s’interessi  abbastanza alle loro vere cause: il saccheggio delle risorse naturali”, ecco come si è espresso il vescovo di Tchumbe (RDC), Mons. Nicolas Djomo Lola.

Lucidità e parresia libere da una liturgia poco “africana”

La celebrazione romana della Seconda assemblea speciale del sinodo dei vescovi per l’Africa ebbe inizio domenica 4 ottobre sotto la cupola di Michelangelo che sovrasta la basilica di san Pietro: la celebrazione eucaristica era presieduta da papa Benedetto XVI con una sacralità romano-latina che faceva sparire la gioia espansiva e contagiosa delle liturgie africane in terra d’Africa. Il Sinodo pagava così fin dall’inizio lo scotto di svolgersi a Roma e non in una delle città africane in cui ci si augurava avrebbe potuto svolgersi. Ma l’indomani, 5 ottobre, con l’inizio dei lavori in aula, i padri sinodali riprendevano il posto che spetta loro cioè quello dell’Africa, responsabile del suo cammino, matura per assumersi le sue responsabilità. Riunita in Roma, lontana dalle tensioni politiche, dalle pressioni delle differenze linguistiche e culturali, dalle immagini tetre quotidiane ritrova la sua libertà attorno a colui che è garante dell’unità e della comunione tra tutte le chiese, papa Benedetto. Un papa che partecipa e ascolta, prendendo note.

Dall’inizio si è capito che il ritrovarsi insieme tra vescovi africani offriva appunto il dono della lucidità e liberava la capacità di parresia. E, da subito, i padri sinodali hanno avuto il coraggio della verità, della denuncia e della proposta.

Ed è così che il posto della donna nella Chiesa africana è stata oggetto di profonda riflessione. L’arcivescovo di Lusaka (Zambia) mons. Telesphore Gorge Mpundu facendo riferimento all’Instrumentum laboris parlò della “dignità delle donne, la loro grande inclinazione all’umanità, il loro enorme contributo potenziale alla chiesa, sebbene il loro carisma non venga adeguatamente riconosciuto, sufficientemente utilizzato e convenientemente celebrato. Non c’è sviluppo significativo se almeno il 50% della popolazione emarginata, ovvero le donne, è sistematicamente escluso. Senza vera giustizia fra uomini e donne, lo sviluppo rimane solo un sogno irrealizzabile, nient’altro che un pericoloso miraggio”.

“Questo è il momento di fare una riflessione onesta – gli fece eco mons. Philip Sulumeti vescovo di Kakamega in Kenya - e di chiederci quali programmi concreti abbiamo messo a punto per far sì che le donne partecipino in modo responsabile autentico e attivo alla vita della nostra chiesa”. “Le donne offrono l’unica immagine femminile di Dio che deve ancora essere promossa nella chiesa africana”, ha continuato e non ha avuto paura di definire “una delle più gravi forme di struttura di peccato che opprime la nostra famiglia africana” il fatto che in Kenya le donne siano “impegnate nell’80% dei lavori agricoli e nel 90% di quelli domestici” senza formazione e senza salario.

Il dramma dei migranti

Al dramma dei migranti ha dedicato un suo intervento il cardinal Théodore-Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar (Senegal) e primo vice presidente del Secam: “Uno dei tristi fenomeni che alimentano l’immagine negativa dell’Africa attraverso i media è la migrazione clandestina di migliaia di africani verso l’Europa occidentale, in particolare la perdita di vite umane che si verifica periodicamente tra le sabbie del Sahara, e nelle acque dell’Oceano Atlantico e del Mediterraneo. Vorrei sottolineare il carattere rivelatore del fenomeno della migrazione clandestina. L’avventura così rischiosa dei migranti clandestini è un vero grido di disperazione, che proclama di fronte al mondo la gravità delle loro frustrazioni e il loro desiderio ardente di un maggior benessere”.

Il cardinale di Dakar non ha temuto di elencare le cause interne all’immigrazione -corruzione dei dirigenti, profitti sproporzionati delle multinazionali, conflitti armati locali fomentati dai commercianti d’armi- per affermare : “Sappiamo bene che non sono le barriere della polizia, per quanto possano essere invalicabili, ad arrestare la migrazione clandestina, bensì la riduzione effettiva della povertà”. Il suo appello “a tutte le forze esterne che hanno gravato e gravano negativamente sul destino dell’Africa nera” è l’esigenza perché “riconoscano sinceramente i mali causati all’Africa e s’impegnino a operare per il suo sviluppo autentico, per riparare e per farle giustizia. Ecco – concluse il cardinale - un modo per contribuire alla lotta contro la migrazione clandestina e la fuga di cervelli”.

Prima di lui il vescovo di Osogbo (Nigeria), mons. Gabriel ‘Leke Abegunrin, aveva affermato che “una delle maggiori sfide che questo sinodo dovrebbe affrontare è il destino di un gran numero di immigrati africani presenti in tutti i paesi dell’occidente. Dall’inizio della crisi economica molti dei paesi occidentali hanno elaborato leggi e strutture difensive a sostegno delle proprie economie. Purtroppo a questo scopo sono state varate leggi che si avvicinano molto a negare perfino i diritti umani degli immigrati, specialmente degli africani. Soprattutto in Italia – ha concluso – l’immigrazione clandestina è diventata un reato e l’assistenza agli immigrati da parte di organizzazioni caritative di volontari è stata ridotta”.

Una migrazione intercontinentale

Il francescano mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vicario apostolico di Tripoli (Libia) ha ricordato che in Africa “vi sono più di 10 milioni di sfollati, di migranti che cercano una patria, una terra di pace” e che “vi sono migliaia d’immigrati che entrano in Libia ogni anno, provenienti dai paesi dell’Africa sub-sahariana. La maggior parte di questi fugge dalla guerra e dalla povertà del proprio paese e arriva in Libia, dove cerca un lavoro per aiutare la famiglia oppure un modo per andare in Europa nella speranza di trovarvi una vita migliore e più sicura”. E cosa ha prodotto questa realtà? “Molti di loro si sono lasciati ingannare dalle promesse di un lavoro ben retribuito e si trovano costretti a svolgere lavori mal pagati e pericolosi oppure non ne trovano affatto. Molte donne, fatte venire nel paese, sono costrette alla prostituzione e alla schiavitù. Tutti gli immigrati illegali rischiano il carcere, la deportazione o, peggio ancora, non hanno accesso né all’assistenza legale né ai servizi sanitari”: l’emigrazione si trasforma in tratta umana e in schiavitù sociale, alimentata dalla sete di guadagno e sostenuta proprio dagli stessi africani, fratelli delle vittime.

C’è una migrazione intercontinentale in Africa “di gran lunga più importante di quella verso il resto del mondo, fino a stimare che la migrazione intera coinvolga attualmente almeno 40 milioni di persone, nella maggior parte africani”, ha insistito mons. Antonio Maria Vegliò presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, concludendo che “la crisi economica e i conflitti che colpiscono molti paesi del continente africano hanno dato luogo a preoccupanti sentimenti xenofobi verso gli immigrati, trasformati in capri espiatori per i problemi politici ed economici interni”.

L’islam argomento che richiede l’attenzione

L’islam è stato un altro degli argomenti che ha ritenuto l’attenzione dei padri sinodali. Non di scontro di civiltà, ma di dialogo islamo-cristiano si è parlato. Mons. Ambroise Ouédraogo, vescovo di Maradi (Burkina Faso) ha parlato anche a nome dell’arcivescovo di Nyamey, assente dall’aula perché ritenuto nel suo paese per il conflitto politico-sociale. “La chiesa di Dio in Niger – ha detto – fa del dialogo islamo-cristiano una priorità pastorale della sua missione evangelizzatrice. Senza pretendere di compiere atti straordinari o di prendere iniziative eccezionali, le comunità cristiane, sostenute e incoraggiate dai loro pastori, s’impegnano a ricercare e vivere la fraternità universale in uno spirito di gratuità nei confronti dei loro fratelli e sorelle musulmani, attraverso il dialogo di vita, l’ascolto e il rispetto dell’altro, il servizio reciproco in occasione degli avvenimenti fondamentali della vita umana”.

Mons. Happe, vescovo di Nouakchott (Mauritania) in un’incontro serale dell’Osservatorio promosso dalla Conferenza degli Istituti Missionari Italiani (CIMI) testimoniava con una certa fierezza che in Mauritania i cristiani sono poco più di tre mila e nessuno –eccetto un giornalista formato all’estero- originario del Paese. Eppure la Chiesa cattolica è divenuta interlocutrice indispensabile delle grandi questioni sociali e politiche. “Essere sale e lievito vuol dire trasformare la massa. Essere luce significa illuminare. E’ quanto facciamo”. La Chiesa e segno e sacramento del Regno non ha perché pretendere di essere la massa ne il mondo.

E questo apre una finestra di luce sul Sinodo. Forse non è stato sufficientemente preparato dalla base in Africa anche se la visita al Cameroun e all’Angola di papa benedetto per consegnare l’Instrumentum laboris ha risvegliato alla fine un interesse sopito. Certo i grandi media italiani e, a quanto risulta, mondiali non hanno dato molto eco a questo evento ecclesiale, ma certamente attorno al Sinodo sono nate iniziative di ogni tipo: siti web, conferenze stampa comprese quelle della Sala Vaticana, programmi radio, articoli e inchieste. E’ tutta una ricchezza che garantisce per il futuro la realizzazione sincera delle proposte sinodali. A dare voce in Italia all’Africa riunita in sinodo, ha pensato anche l’Osservatorio costituito già il 1 ottobre dalla Cimi (Conferenza degli istituti missionari in Italia) in occasione di un incontro con il pubblico italiano svoltosi nel palazzo della provincia di Roma. Scopo dell’Osservatorio era e rimane quello di “portare a conoscenza del mondo missionario, della chiesa italiana e della società civile, proposte, problematiche, prospettive e nuovi scenari, per un rinnovato impegno in Africa e in Europa”. Così è nata una rete di amici e di scambio d’informazioni sul sinodo e sull’Africa che fa sperare per un’informazione sul continente e la sua chiesa più corrispondente alla verità.

L’inculturazione, capacità creativa, inventività.

Ed è significativo che il papa le abbia rese pubbliche, rompendo una consuetudine di silenzio, ancora prima di studiarle e approvarle. E questo apre un’altra pagina di ottimismo: la partecipazione degli esperti, donne e laici, teologi e auditori, al Sinodo ha portato vento nuovo di collaborazione tra le forze ecclesiali coinvolte e lascia sperare in bene anche per l’inculturazione. Lontani i tempi del 1° Sinodo, quando i teologi africani in Roma si dovevano riunire nelle nuove catacombe per forgiare una loro parola propositiva. Lontani anche i tempi in cui inculturazione suonava a canti e danze per dare colore alla liturgia. Se è da deplorare che nell’Eucaristia conclusiva invece dell’Anafora sulla Riconciliazione si sia usata l’antica del messale tridentino, l’austerità delle liturgie romane ha prodotto l’effetto contrario da molti forse auspicato: la ricerca d’inculturazione ai livelli profondi della cultura, dell’immaginario evangelico, della diversità razionale dei popoli, del linguaggio catechetico ed altro ancora.

“L’inculturazione diviene allora capacità creativa, une inventività. E’ per questo che io chiamo il mio paradigma di ricerca una teologia dell’inventività”, diceva sorridendo lo studioso congolese Léonard Santedi.

Aveva quindi ragione papa Benedetto d’iniziare la sua omelia di conclusione al Sinodo con le parole: “Ecco un messaggio di speranza per l’Africa... E’ il messaggio che il Signore della storia non si stanca di rinnovare per l’umanità oppressa e sopraffatta di ogni epoca e di ogni terra, da quando rivelò a Mosè la sua volontà sugli israeliti schiavi in Egitto: Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo salire verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele. Qual è questa terra? Non è forse il Regno della riconciliazione, della giustizia e della pace, a cui è chiamata l’umanità intera?... Il disegno di Dio non muta. Attraverso i secoli e i rivolgimenti della storia, Egli punta sempre alla stessa meta: il Regno della libertà e della pace per tutti”.

La lettura delle proposizioni risveglia una coscienza che la grande presenza di volti africani fra le donne, gli auditori, i segretari, gli esperti, i vescovi e i cardinali anche curiali di Roma poteva far passare sotto silenzio: questa Seconda Assemblea era dei Vescovi di tutta la Chiesa e non solo dell’Africa. E in realtà le voci, gli esempi, le proposte, le iniziative condivise sono una ricchezza che l’Africa offre a tutta la Chiesa universale perché sia a servizio della “Riconciliazione, la giustizia e la pace”. Basti un esempio per tutti: gli wasimamizi wa amani, in kiswahili, letteralmente “coloro che mettono in piedi la pace”. In un continente alle prese con i conflitti e dove i tribunali civili sono il primo luogo di corruzione e prevaricazione le piccole comunità cristiane diventano non solo spiritualmente ma anche socialmente e giuridicamente luoghi dove ci si riconcilia, si costruisce la giustizia e la pace quotidiana. Non è un risveglio del messaggio di Paolo alle prime comunità cristiane? Non è forse un’indicazione che vale per tutte le comunità cristiane orbi terraque?

Ammirazione e rispetto per un arcobaleno multiculturale e multi religioso

Al sinodo hanno partecipato cardinali e responsabili dei vari dicasteri della curia romana. I loro interventi spesso non sono stati solo di ruolo o di facciata. Mons. Gianfranco Ravasi, ministro del papa per la cultura, nel suo intervento si è rivolto “con ammirazione e rispetto” “ai fratelli vescovi africani” per dire che “anche se il colore nero è il simbolo tradizionale del continente, l’Africa in verità si presenta come un arcobaleno cromatico multiculturale e multireligioso”. “Di fronte a un simile scrigno di tesori culturali e spirituali fatto di tradizioni popolari e familiari, di simboli e riti religiosi, di sapienza, memoria, folclore”, mons. Ravasi ha proposto un’osservazione emblematica: “il sinodo possa rivolgersi anche all’Occidente e al nord del mondo perché si instauri quel dialogo che in modo suggestivo mons. Monsengwo Pasinya nella sua relazione ha chiamato il partenariato non solo delle materie prime ma anche delle materie grigie. Ossia dei valori, creando spazi di comprensione e comunione e non di colonizzazione o, al contrario, di rigetto reciproco. È ciò che era accaduto nei primi secoli cristiani con l’inestimabile dono fatto alla chiesa e alla cultura occidentale da Antonio, Pacomio, Tertulliano, Cipriano, Clemente Alessandrino, Origene, Atanasio e il grandioso Agostino”.

Il presidente del pontificio Consiglio della cultura ha concluso il suo intervento citando da Ostie nere di Léopold Sédar Senghor: “Ai piedi della mia terra crocifissa da 400 anni ma che ancora respira, lasciami dire, Signore, la sua preghiera di pace e di perdono. Signore Dio, perdona l’Europa bianca che ha dato caccia ai miei figli come a elefanti selvaggi. Uccidi però, o Signore, anche il serpente dell’odio che ora leva la testa nel nostro cuore e ci spinge a combatterci tra noi africani. Uccidilo, Signore, perché l’Africa prosegua il suo cammino nella riconciliazione e nella pace”.

Gian Paolo Pezzi

Gian Paolo Pezzi