Un’assemblea multietnica e multi linguistica, segno dell’universalità della Chiesa e del mondo,  partecipa al VI Congresso Mondiale della Pastorale per i Migranti e i Rifugiati, organizzato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Con circa 300 partecipanti dai cinque continenti si è svolta la seconda giornata del Congresso, oggi martedì 10 novembre all’insegna del messaggio di Mons. Antonio M. Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti: una genuina risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione deve tener conto che “è principio di giustizia garantire ad ogni essere umano la dignità di appartenere alla famiglia umana. L’accoglienza all’interno di questa famiglia, è il vero nome della giustizia”. Parole confermate dal Papa: “La Chiesa invita i fedeli ad aprire il cuore ai migranti e alle loro famiglie, sapendo che essi non sono solo un problema, ma costituiscono una risorsa da saper valorizzare opportunamente per il cammino dell’umanità e per il suo autentico sviluppo”.

Il Presidente del Senato, Renato Schifani, aveva chiesto di “non fare del tema dell’immigrazione solo un’occasione di visibilità politica”, perché bisogna “innanzitutto riconoscere che sicurezza e integrazione, legalità e accoglienza, diritto e giustizia… sollevano una questione etica e culturale”. E’ necessario evitare “un’accoglienza ad ostacoli” e urgente favorire il dialogo delle identità. “Sicurezza e integrazione sono obiettivi giusti solo se interpretati attraverso la lente della reciprocità”; i migranti da parte loro devono dimostrare “reale volontà di osservare le leggi e le regole che governano il Paese che li ospita: rispetto della legalità, delle tradizioni, della cultura”.

E’ partendo da queste premesse che P. Gabriele Parolin, Superiore dei Missionari Scalabriniani per l'Europa e l'Africa ha aperto la seconda giornata con la conferenza Una pastorale specifica per i giovani e gli adolescenti migranti e rifugiati. “Evangelizzare i giovani e lasciarci evangelizzare da loro è una priorità per la Chiesa”. Essi sono un gruppo eterogeneo dalle diverse tipologie, ma un'attenzione speciale va rivolta ai figli degli immigrati, giovani di seconda e terza generazione in Europa. Questi ragazzi avvertono la “difficoltà della duplice appartenenza”, fra la cultura della famiglia di origine e quella della società locale, alla ricerca di una nuova identità dalle pluri-appartenenze. Anche il legame con la Chiesa risulta frenato da una mancanza di chiari punti di riferimento. “Evangelizzare i giovani significa insegnare loro a nuotare controcorrente, rendendoli protagonisti di una fede che risponda ai loro bisogni vitali, tramite un linguaggio nuovo e creativo. Nella costruzione del loro futuro essi hanno bisogno di esperienze e di momenti forti, nei quali imparare a conoscere se stessi, confrontarsi con gli altri, accettare la diversità, e trovare un ruolo nella società”.

La Tavola Rotonda sulla Cooperazione tra Chiesa di origine e d'accoglienza nella cura pastorale dei migranti e dei rifugiati ha visto l’intervento dell'Arcivescovo di Tabora (Tanzania), S.E. Mons. Paul Ruzoka: la sua esperienza in Tanzania Occidentale copre 15 anni (1993-2006) -dedicati al servizio dei rifugiati del Burundi, della Repubblica Democratica del Congo e di parte del Rwanda-, ed è un lavoro di pastorale di frontiera e di coordinamento tra i pastori dei paesi di origine e quelli ospitanti. Tale impegno pastorale, iniziato a livello diocesano con l'ausilio della Caritas, ha richiesto in seguito – per le sue vaste dimensioni- la collaborazione di congregazioni, ha portato alla creazione di una Commissione Congiunta per i Rifugiati delle Conferenze Episcopali del Burundi e della Tanzania, al coinvolgimento di operatori pastorali nei campi dei rifugiati e di sfollati interni, e ad un lavoro di advocacy, che ha coinvolto funzionari del Ministero degli Affari Interni e l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.

Mons. Renato Ascencio, Vescovo di Ciudad Juárez (Messico), si è centrato sulla migrazione dal Messico verso gli Stati Uniti d’America, una realtà carica di sfide politiche, religiose, familiari e di sicurezza. I due Paesi sono uniti da una frontiera di 3.000 chilometri, che favorisce la migrazione, anche irregolare. Dopo l'Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in America, che invitava a tenere un “comportamento ospitale e accogliente ... tra le diocesi di provenienza e quelle di accoglienza”, le Conferenze Episcopali e i Vescovi della frontiera Stati Uniti/Messico hanno avviato un dialogo e intrapreso azioni concrete. Sono nate le Case del Migrante, i Centri d’accoglienza e di consulenza per la difesa dei loro diritti, l'offerta di aiuto umanitario, l'iniziativa "Kino" per la zona di frontiera, con la triplice azione umanitaria, educativa e di ricerca.

Mons. Aldo Giordano, Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa, ha invece fatto ferimento all'esperienza decennale di comunione e solidarietà, maturata dai vescovi dell’Africa e dell’Europa, su questioni legate alla mobilità umana. Particolarmente indicative e importanti le prospettive che guidano il progetto comune: cattolicità, ottica teologica, prospettiva pastorale, globalizzazione. La mobilità umana, causa e frutto della globalizzazione, va affrontata in termini “globali”. In politica, le Chiese d’Africa e d’Europa si devono presentare insieme davanti alle Istituzioni pubbliche internazionali per acquistare efficacia e autorevolezza.

I partecipanti si sono poi riuniti in gruppi di studio (16), suddivisi secondo le lingue (francese, inglese, italiano e spagnolo), per riflettere sui temi suscitati negli interventi della mattinata. Insieme ai lavori di ieri è questa la parte più produttiva e interessante del Convegno: “Auspichiamo che tutte le esperienze emerse siano raccolte dalla segreteria del Convegno e poi convogliate verso le conferenze episcopali e i centri di assistenza ai rifugiati”, ha insistito il coreano Mons.Heungsik Lazzaro You.

Nel pomeriggio c’è stata la conferenza su L'approccio pastorale verso una più stabile integrazione dei migranti e dei rifugiati nel contesto del dialogo ecumenico, interreligioso e interculturale, del Presidente della Commissione Episcopale per i Migranti di Germania, Mons. Josef Voss. L’integrazione è un processo complesso e reciproco, che riguarda non solo i migranti e i rifugiati, ma anche le società di accoglienza. Si tratta del rapporto tra persone legate alla propria cultura, religione e tradizione. Nell'integrazione va tenuto presente il dialogo ecumenico, interreligioso e culturale. La Chiesa sostiene una politica d’integrazione attenta agli interessi della società accogliente e alle necessità dei migranti e dei rifugiati. Tale integrazione poggia su tre pilastri: il dialogo, il sostentamento e la possibilità di partecipare alla vita della società. Per sua natura la Chiesa è una comunità di credenti di ogni lingua, razza e nazione, che appartengono a Gesù Cristo e per questo essa stessa è luogo d’integrazione e d’unità di tutta l’umanità.  E come tale deve proporsi come paradigma alla società. In risposta ad una domanda, ha infine ribadito che l’accoglienza cristiana non nega il diritto ad esigere con fermezza la reciprocità, citando il caso della costruzione d’una moschea in Germania condizionata al permesso di costruzione d’una chiesa cattolica in Turchia.

Sono seguiti gli interventi dei Delegati fraterni:

-          del Patriarcato Ecumenico, rappresentato dall'Arcivescovo Metropolita Ortodosso di Tallinn e di tutta l'Estonia, Sua Eminenza Stephanos. Affrontando il tema Lo straniero, migrante o rifugiato, questo altro, ha messo in risalto come lo straniero, indipendentemente dal fatto che sia rifugiato o migrante, è la figura per eccellenza dell’uomo biblico e del cristiano in cammino verso il Regno;

-          della Comunione Anglicana nella persona del Teologo Canonico Dott. Nichalas Sagovsky. E’ sempre stato obiettivo primario delle Chiese Anglicane prendersi cura dei migranti e dei rifugiati. Preoccupate inizialmente dell'assistenza agli espatriati inglesi e alle persone locali in molte parti del mondo, ora aiutano varie comunità che includono membri provenienti da molti luoghi della diaspora mondiale.

-          della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Franca Di Lecce, prima donna a prendere la parola, si è rifatta alla piaga collaterale all’emigrazione: “Migliaia di esseri umani nel mondo oggi vengono venduti e scambiati come merci da organizzazioni criminali per produrre profitti. I migranti sono oggi i nuovi schiavi, e la tratta di esseri umani è una delle forme più drammatiche e brutali di violazione dei diritti umani”.

-          del Programma per i rifugiati del World Council of Churches. Carla Khijoyan, pur rilevando, la necessità di studio e analisi del fenomeno si è centrata sull’Accoglienza dello straniero. Quest’accoglienza non è un optional per il cristiano e nemmeno condizionabile: “La presenza di Dio nello straniero è il valore aggiunto all’interpretazione cristiana del dovere d’ospitalità”.

Gian Paolo     

Gian Paolo Pezzi