Tre articoli –I tre pilastri- per approfondire la nostra realtà di "consacrati a Dio per la missione": reciprocità  tra consacrazione e missione, non l'una o l'altra, ma l'una fondamento dell'altra.

 

 I TRE PILASTRI DELLA VITA MISSIONARIA COMBONIANA

Consacrazione-Comunità-Missione

III

CHIARIMENTI – CONFRONTI - PROVOCAZIONI

1. Consacrazione, Vita consacrata, Vita religiosa, Stato di vita

“La consacrazione è la libera iniziativa con cui Dio va incontro all’uomo per santificarlo, unirlo a sé e affidargli un incarico a favore dei suoi simili. Non esiste consacrazione che non sia ordinata ad una missione; ed è esercitando che si vive e si attualizza la consacrazione”[1].

La consacrazione è una realtà in cui convergono due versanti: il primo divino e l’altro umano.

Per esprimere questa realtà si usa il verbo “consacrare” o “consacrarsi”, secondo il versante da cui viene vista. Chi consacra è Dio, si è consacrati da Dio; la creatura umana “si consacra a Dio”, in quanto si impegna a corrispondere alla chiamata e all’azione consacrante di Dio.

Consacrare, dunque, dal versante divino, è l’azione di Dio che opera nella creatura, ne prende possesso, la trasforma, vi pone il suo Sigillo, la costituisce sua esclusiva proprietà e la plasma in modo da renderla idonea a compiere la particolare missione che le vuole affidare. La consacrazione, per tanto, riferita alla persona umana che è consacrata da Do, designa una azione divina che unisce la persona a Dio stesso mediante un vincolo tanto stretto che tale persona rimane separata dal suo mondo e da ciò che possedeva, e riservata al Signore in una particolare reciprocità. Da qui ha origine il duplice aspetto della consacrazione: l’uno negativo, di rottura; l’altro positivo, di instaurazione di una particolare reciprocità in virtù della quale la persona è riservata da Dio per una vita in alleanza con Lui e tutta dedita a Lui (LG 44a; AG 18a).

Consacrarsi (“consegnarsi”, “dedicarsi”; cfr. RV 2; 20) è l’atto con il quale la persona, attratta e abilitata dal dono di grazia che Dio le fa, si consegna totalmente a Lui, cioè si mette nelle mani di Dio e si lascia prendere da Lui in modo tale che dal quel momento non appartiene più a se stessa, ma si considera totalmente espropriata di se stessa e totale possesso di Dio, in piena e totale disposizione sua.

Si tratta della consacrazione personale, in cui è sempre presente un aspetto oggettivo ed un altro soggettivo, che concorrono simultaneamente nel dinamismo della consacrazione, perché il primato dell’iniziativa divina non elimina l’apporto dell’uomo, ma lo esige: la consacrazione è atto di Dio che opera nell’uomo e nel contempo atto dell’uomo che risponde all’iniziativa di Dio.

L’aspetto oggettivo (divino) indica l’azione di Dio, che prende l’iniziativa e si impossessa della persona rendendola particolarmente partecipe di «Qualcosa di sé », del suo Mistero, da cui segue come effetto la trasformazione della persona stessa, la quale risulta, così, «consacrata» o «sigillata».

La consacrazione, per tanto, strettamente parlando è opera di Dio, perché solo Dio è capace di introdurre una creatura nel suo mondo, comunicandole qualcosa di sé o delle su prerogative.

L’aspetto soggettivo (umano) consiste in quelle azioni che il consacrato pone liberamente e responsabilmente con la finalità di personalizzare il dono della consacrazione con la corrispondenza nelle opzioni concrete della vita. Tali azioni si esplicano nella libera accettazione, gratitudine, offerta di se stesso con le proprie capacità, accettazione di una missione da compiere, ecc.

L’aspetto oggettivo è il principale e il fondamentale ed è caratteristico della religione biblica, la quale non consiste in uno sforzo da parte dell’uomo per mettersi in contatto e raggiungere Dio; ma è Dio che gratuitamente, per puro amore, viene a cercare l’uomo e si offre a lui, per salvarlo, per consacrarlo, per santificarlo e farlo strumento del suo amore misericordioso. Per tanto, nel contesto cristiano la consacrazione indica, anzitutto ed essenzialmente, il movimento discendente che viene da Dio e va verso l’uomo, e non quello ascendente, che va dall’uomo verso Dio.

Nell’ottica biblica, per tanto, la consacrazione particolare di un cristiano, che ha le sue radici nella consacrazione battesimale, è chiamata Vita Consacrata.

Tuttavia il primato assoluto dell’iniziativa divina non elimina la collaborazione dell’uomo, che è ugualmente necessaria e diviene effettiva per mezzo della vita ascetica. Infatti, essendo l’uomo intelligenza e libertà non esiste consacrazione personale se essa non chiama in causa l’intelligenza e la libertà dell’uomo. Il risultato è che l’uomo possiede Dio nello stesso tempo in cui si trova posseduto da Lui e destinato a fare della sua vita un atto di culto e di servizio al Signore.

La collaborazione dell’uomo nella consacrazione si basa nell’esercizio della virtù della religione, per mezzo della quale la creatura umana tende a Dio e gli dà l’omaggio interno ed esterno, che gli è dovuto in quanto è suo Principio e suo Fine. Quando nel parlare o nel vissuto della consacrazione si mette l’accento sull’esercizio della virtù della religione, allora si parla di Vita Religiosa, la quale costituisce un esercizio eminente, ufficiale e permanente della virtù della religione come risposta al dono della consacrazione nella Chiesa.

La consacrazione allora designa uno stato di vita o condizione ecclesiale nuova in cui il soggetto si viene a trovare, proprio in conseguenza della consacrazione ricevuta e professata con vincoli pubblici. Per questo nel linguaggio tradizionale il termine «Religione» designa un Ordine o Congregazione (“entrare in Religione”) e la parola «Religioso» designa i suoi membri.

1. 1. Un equivoco pericoloso

È necessario notare che circola un malinteso concetto di consacrazione in concomitanza con quello di vocazione.

Di fatti, passando dal contesto religioso a quello profano o laico, la parola vocazione acquista un significato molto differente: da un concetto che aveva per centro e protagonista Dio si è passati ad un concetto che ha unico protagonista l'uomo. Nel contesto profano la vocazione non è una chiamata di Dio che coinvolge l'uomo in un progetto che lo trascende, ma la risposta dell'uomo alle sue esigenze interiori, in vista della propria realizzazione. Per tanto, uno non riceve una vocazione ma se la dà; e come se la dà così se la può cambiare. Il fatto che si parli di "temporaneità" della vocazione sacra è conseguenza di questo concetto secolarizzato o laico della vocazione.

Allo stesso modo la consacrazione non è l'atto di Dio che prende possesso dell'uomo trascinandolo a sé e trasformandolo interiormente perché possa vivere le esigenze di un mondo trascendente, ma è l'atto dell'uomo che si dedica così intensamente ad un determinato compito o progetto da lasciarsene totalmente assorbire. In questo senso, ad esempio si dice che uno si "consacra" alla educazione dei giovani, alla ricerca scientifica, all’azione umanitaria, ecc.

Per il credente questo discorso è un'autentica contraddizione di termini; in effetti, se la consacrazione nell’ambito della vita del credente cristiano dice sempre rapporto con Dio in Cristo che è il consacrato per eccellenza, non si riesce proprio a capire come si possa parlare di consacrazione quando si fa riferimento solo ad un progetto o attività umana. Ma c'è di più. Quando si parla di consacrazione personale si vuole dire che la persona è totalmente presa, sequestrata, espropriata; ora non c'è nessun progetto che possa giustificare una cosa del genere. Perché questo sia possibile è necessario che al centro ci sia Dio, e si instauri un rapporto di tipo sponsale con Lui. La conclusione è che si finisce col concepire la vita religiosa non come una "consacrazione" incondizionata a Dio per essere a sua disposizione, bensì come adesione ad un progetto nella cui attuazione uno pensa di realizzarsi. L’estrema conseguenza di tutto questo si verifica quando una persona consacrata (per motivi i più svariati) non si ritrova più nel progetto abbracciato: il suo abbandono sarà presentato addirittura come una esigenza della fedeltà dovuta a se stessi.

2. Consacrazione e missione

La consacrazione, con il suo aspetto di rinuncia, in nessun modo significa il disprezzo o il disinteresse per gli altri uomini, perché la stessa luce di Dio, che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, illumina il cuore del consacrato e gli fa vedere il mondo e soprattutto l’uomo nella sua dignità e valore definitivo; ma non come un mezzo necessario per andare verso Dio (= dedicarsi agli altri per amore di Dio), ma come termine o oggetto di un amore che scaturisce dalla pienezza dell’esperienza di Dio (= darsi agli altri con l’amore di Duo). Donarsi totalmente a Dio significa entrare con tutte le proprie capacità nel dinamismo dell’amore divino che ha come meta la salvezza di tutti gli uomini. Ed è precisamente per questo motivo che la consegna di sé a Dio, sommamente amato, è nello stesso tempo un consentire incondizionatamente a convertirsi in sacramento del suo amore per gli altri, cioè, un consacrarsi al servizio della realizzazione della volontà salvifica di Dio. La libera donazione che il consacrato fa di se stesso a Dio, il quale lo unisce più strettamente a sé per farlo strumento della sua salvezza, lo mette nella condizione di non appartenere più a se stesso, ma di appartenere all’Altro, al cui servizio si mette, per raggiungere gli obiettivi della missione che gli affida.

Pertanto, non è possibile contrapporre consacrazione e missione, giacché la missione entra nella consacrazione e la consacrazione condiziona la missione. Non esiste consacrazione senza missione, come non esiste missione senza consacrazione; la consacrazione è sempre inerente alla missione e quando si parla sottolineando la missione, è sempre presupposta la consacrazione. La vita del consacrato si caratterizza per un movimento bipolare: verso Dio e verso gli uomini. Non deve dimenticare Dio quando si dedica agli uomini, né deve perdere di vista le necessità degli uomini quando si dà a Dio. Il vero amore di Dio e il vero amore degli uomini non sono antagonistici, ma convergenti, perché sono il riflesso di un unico amore. È impossibile amare cristianamente il prossimo senza amare Dio, e amare cristianamente Dio senza che questo stesso amore si riversi anche sul prossimo. Le due espressioni di un unico amore si incontrano, si armonizzano e crescono insieme, l’una attraverso l’altra, sicché amando il prossimo ci si unisce a Dio, e mando Dio non si può essere indifferenti od ostili verso il prossimo. Ciò che occorre è imparare ad amare non soltanto a parole ma con le opere ed in modo veritiero (cf. 1Gv 3, 18)[2].

Tuttavia in ordine di importanza e non di tempo, il primo movimento essenziale e fondamentale è la consacrazione totale all’amore di Dio, esperimentato come valore supremo ed unico, sufficiente e beatificante. Dio chiede al consacrato di rinunciare a tutto e vivere di Lui e per Lui solo, lasciandolo libero di inviarlo a servire dove e come Lui voglia, e non come vorrebbe lo stesso consacrato.

D’altro lato, la consacrazione comporta rinuncia a beni che in generale sono mezzi per lo sviluppo normale della persona umana, e il vuoto che il loro sacrificio crea, può essere colmato solo da Dio. Perciò, se Dio non è esperimentato come l’unico necessario e sufficiente, non si può rinunciare a tutto il resto, che secondo la normale provvidenza divina è necessario per raggiungere Lui stesso (Cf Regole 1871, Cap. X).

Per tanto ridurre la consacrazione ad un semplice mezzo per dare più efficienza all’attività missionaria e assumerla in virtù del suo valore funzionale, costituisce un errore di prospettiva, che risulta in una diffamazione di Dio stesso da parte del consacrato. Difatti, «la vita di un uomo, che in modo assoluto e perentorio viene a rompere tutte le relazioni col mondo e con le cose più care secondo la natura, …. se non avesse un forte sentimento di Dio ed un vivo interesse alla sua gloria…», vista da quelli di fuori, avvalla l’idea che l’apostolato è lo sfruttamento infame di un uomo da parte del suo Dio: un Dio austero che fustiga il suo eletto, imponendogli uno stato di vita e ritmi di lavoro che sterilizzano la sua vita nelle dimensioni più vitali.

Nella vita consacra ciò che viene prima non è tanto il progetto di fare qualcosa, ma il sentirsi attratto da Qualcuno e consegnarsi a Lui nella fede, mettendosi a sevizio del progetto del suo amore sull’umanità.

Quando si parla di consacrazione personale nell’ambito della vita religiosa, si vuol dire che la persona è totalmente presa, sequestrata ed espropriata; per tanto, è evidente che non può esistere nessun progetto che giustifichi una tal cosa, se non c’è al centro una relazione ed un incontro personale con lo stesso Dio; caso contrario, si verifica che la persona è finalizzata e strumentalizzata per un progetto e, perciò, alienata; e questo Dio non fa né lo chiede a qualcuno.

Per tanto, la consacrazione comporta un consegna libera e incondizionata di me stesso a Dio in un progetto che Lui mi indica e che mi va rivelando progressivamente, perché Dio è Vita infinita e perciò novità continua ed io sono una creatura sua con capacità di crescita aperte all’Infinito di Dio stesso…

D’altra parte, la consacrazione mai può essere un progetto, anche se di origine divina, nel quale io penso di realizzarmi autonomamente; se fosse così, invece di mettermi a disposizione di Dio per la realizzazione del suo Progetto, metto ed uso il Progetto di Dio come mezzo per la mia realizzazione personale. E una tal cosa è una idolatria.

3. Vita consacrata, pratica dei consigli evangelici, stile di vita

La Vita Consacrata nel suo dinamismo di vita centrata nell’incontro con Dio in Cristo e totalmente dedita alla missione della Chiesa al mondo, si concretizza e si rende visibile nella pratica dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza.

La materia dei consigli evangelici è certamente comune a tutti i cristiani come mezzo per raggiungere la perfezione della carità verso di Dio e verso il prossimo, ma non per tutti sotto la stessa forma.

Di fatti, questi impegni comuni, nella vita consacrata, sono chiamati consigli riguardo al modo o allo stile di viverli, che è uno stile più radicale, effettivo e pubblico, che appare nei Vangeli e nelle prime comunità cristiane.

È vero che la Vita Consacrata nelle sue varie forme di realizzazione, compresa la Vita Religiosa, non si fonda in testi del Vangelo che la presentano direttamente e a parte; ma nasce dal Vangelo, dove essa trova modelli concreti, e soprattutto la dottrina ispiratrice, la quale non è altro che la globalità del Vangelo carico di un dinamismo e di una tensione verso un modo assoluto di vivere la fede in Cristo (cf. LG 43; PC 2a)[3].

Allo stesso modo, la distinzione tra precetti e consigli evangelici non si trova espressamente nei Vangeli, ma è una distinzione reale ed attuale, che ha come fondamento la Tradizione della Chiesa, e che costituisce uno sforzo per comprendere la vita cristiana perfetta (cf. Eb 6,1), la quale «maggiormente conforma il cristiano al genere di vita verginale e povera, che Cristo Signore si scelse per sé e che la Vergine Madre sua abbracciò» (LG 46b).

In effetti, il Vangelo non ci propone una teoria di vita cristiana, ma fatti di vita, dai quali nascono le esigenze radicali della sequela di Gesù. La chiamata di Gesù è sempre una parola che impegna l’uomo nella sua totalità ed esige una obbedienza radicale. Tutte le volte che l’unità profonda della vita del cristiano è minacciata, che il suo cuore corre il rischio di rimanere diviso, gli è chiesto e non consigliato che compia gesti radicali: «Strappati l’occhio…, tagliati la mano…, va’ e vendi tutto…, ecc.». Poco a poco non mediante una riflessione astratta ma attraverso l’esperienza spirituale, la Chiesa ha dedotto dall’insieme della dottrina evangelica e ha messo in risalto le grandi linee di uno stile di vita cristiana, nel quale questi atteggiamenti radicali sono liberamente assunti come una situazione o forma di vita permanente. È in questo senso che si può parlare di professione dei «consigli evangelici».

Di fatto, Gesù venuto per tutti, occupato a chiedere a tutti la conversione pur rimanendo nella vita abituale, chiama solo alcuni a seguirlo in un modo speciale. Nasce così il gruppo dei Dodici che entrano con Gesù in un nuovo tipo di esistenza che realizza l’opzione radicale per Lui e per il suo Regno. E questo gruppo divenne per la Chiesa nascente un segno e prototipo di vita al seguito di Gesù secondo i consigli. Il Libro degli Atti degli Apostoli presenta i primi cristiani che cercano di introdurre nella loro nuova situazione la vita di comunione, che avevano vissuto i Dodici con il loro Maestro e che comportava una vita di comunione fraterna, la partecipazione nella frazione del pane, e la condivisione dei beni (cf. At 2,42; 4,32-34). Una lettura attenta degli Atti fa capire anche che queste descrizioni non corrispondo esattamente alla realtà vissuta, ma esprimono un ideale che si proponevano di raggiungere (At 5,1-11; 6,1-6).

Tuttavia, è di somma importanza il fatto che l’ideale di vita della prima comunità cristiana sia stato concepito secondo questo modo radicale di vivere il Vangelo. È per questo che tutte le volte che la vita consacrata cominciò o ha dovuto essere riformata, si è fissata sempre in questo esempio (cf. PC 1; 2; Regole del 1871, Cap. I).

Fin dalla prima generazione cristiana troviamo la presenza di vergini e di asceti in diverse chiese locali.

Gi Atti (21, 8-9) ci parlano delle quattro figlie di Filippo «evangelista», che erano vergini e profetesse e vivevano nella casa paterna. Si tratta di un genere di vita che si ispira al Vangelo e che si va diffondendo sempre più nella Chiesa.

Uno stile di vita così radicale fu assunto nelle origini del cristianesimo anche dalle vedove (1Tim 5, 3-15).

Ciò che il gruppo dei Dodici è stato per i primi credenti, la Vita consacra lo è oggi nella Chiesa e per la Chiesa: è in qualche modo la «memoria evangelica» del Popolo di Dio, una “evangelica testificatio”, una “sequentia sancti evangelii” nel qui-e-ora.

Questo stile di Vita Consacrata comporta sempre la chiamata di Dio e il progetto del consacrato di centrare la sua vita in Dio per Cristo Gesù mediante la pratica dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza (= dimensione teologale-ascetica) e la missione evangelica nel mondo (= dimensione ecclesiale e di servizio). In questo stile di vita la persona o le persone che lo assumono, organizzano il modo di vivere la loro vita cristiana come consacrati dentro la comunione ecclesiale e, per tanto, è uno stile aperto a molte forme, secondo l’impulso dello Spirito Santo e le aspirazioni e sensibilità religiose delle persone che lo accolgono.

La Vita Consacrata è chiamata religiosa, quando lo stile di vita consacrata è sigillato con la Professione pubblica dei consigli evangelici e con l’accettazione di una Regola di Vita, che incarna e regola questa professione nella Chiesa. Così alla dimensione teologale-ascetica e missionaria della Vita Consacrata si aggiunge la dimensione ecclesiale-istituzionale.

In virtù del sua dimensione pubblica la Vita Religiosa, nell’interno della Chiesa e in mezzo al mondo, è destinata a essere una catechesi in atto della vita battesimale e le comunità religiose dovrebbero essere motivo di attrazione per tutti i credenti, chiamando tutti alla propria responsabilità cristiana e stimolandoli a vivere la sequela di Gesù Signore in pienezza.

La pratica dei voti, infatti, non consiste in una rinuncia cercata per se stessa; l’importante non è il «Vendi quello che possiedi», ma il «Sì» al «Seguimi», cioè l’entrare in un cammino di conformazione a Cristo Gesù, nel quale il discepolo assapora la libertà di amare incondizionatamente e si rende disponibile a servire il Regno di Dio in forma radicale.

      Seguire Gesù nella povertà significa acquistare come unica ricchezza Cristo stesso, in cui il Padre si è compiaciuto e nelle cui mani ha deposto ogni cosa.

      Seguire Gesù nella verginità è avere come Sposo e Fratello il Signore Gesù, che è venuto perché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza.

      Seguire Gesù nell’obbedienza è scegliere come cibo e bevanda, come sostentamento della vita, la volontà salvifica di Dio, che si manifesta con potenza in Cristo Gesù, il quale opera come il Padre suo opera.

Questa irruzione di vita nuova, mantiene il religioso in continua tensione verso la pienezza della vita in Cristo, che diviene energia che attrae l’umanità verso Dio e zelo che dà alla carità del religioso le dimensioni del mondo.

Infatti, l'esplicitazione del dono di sé in questi tre voti non è arbitraria: manifesta che il progetto religioso coglie la persona in quello che essa ha di più radicale, nei suoi dinamismi fondamentali, nelle strutture essenziali della sua esistenza, nelle sue relazioni primordiali: rapporto all'altro nella sessualità e nell'amore, rapporto alla natura nell'appropriazione dei beni materiali, rapporto a se stesso nell'affermazione della propria autonomia. Ora questi tre grandi istinti con i quali l'uomo edifica se stesso e costruisce il suo mondo (famiglia, lavoro, politica) sono segnati dall'ambiguità e facilmente degenerano in tre forme di egoismo disumanizzante. Per questo ogni cristiano sente il bisogno di regolarli e accettare certe forme di rinuncia. Il religioso sceglie di regolarli nel modo radicale e pubblico che corrisponde alla misura e forma del dono totale di sé al Signore nella consacrazione: egli trasforma così il bisogno coniugale dell'altro in amore di amicizia per tutti, il desiderio di possesso in volontà di condividere, l'istinto di dominazione in offerta di servizio, sotto il segno di Cristo supremo Amore, unico Necessario e solo Signore.

Allora i voti vissuti con costante impegno e generosità fanno del religioso un uomo-per-gli-altri, un fratello universale, in totale disponibilità per il bene di tutti e carico di energia trasformatrice delle relazioni umane. Con la professione religiosa, per tanto, viene inaugurata una nuova cultura che ha come base il celibato assunto con un cuore dilatato e con coscienza del suo significato anche umano, la povertà appoggiata alla fatica del lavoro quotidiano e all’impegno di far causa comune con i poveri, l’obbedienza di persona libera e responsabile.

Vissuta così la professione religiosa non diminuisce «l'umanità» del religioso, ma la rinforza, cosicché non ha bisogno dello spauracchio delle sanzioni del Codice di condotta…

La professione pubblica dei tre voti dunque non allontana il religioso dagli altri membri della Chiesa né dagli uomini del mondo, ma costituisce per l'ambiente un segno e uno strumento di umanizzazione di fronte ai tre flagelli dell'erotismo, dell'ingiustizia e della violenza: è un fatto che la verginità educa al senso del vero amore, anche coniugale; la presenza di poveri volontari educa all'uso retto e giusto dei beni e alla salvaguardia del creato, e quella di obbedienti all'uso della libertà nel senso del servizio fraterno.

La vita comunitaria dei Religiosi supera certamente le possibilità ordinarie della vita cristiana, tuttavia la sua finalità profonda consiste nel sottolineare il fatto che la vita cristiana è insignificante, se non esiste una unione vitale di tutti in un solo corpo, nel quale ciascuno, secondo le sue possibilità, è artefice di comunione e partecipazione.

I Religiosi si presentano anche come gli specialisti della preghiera e dell’apostolato, per ricordare a tutti i cristiani che debbono mantenere continuamente vivo il loro sacerdozio battesimale nell’esercizio dell’adorazione e del ministero della evangelizzazione e della umanizzazione del mondo.

4. Vita Consacrata missionaria religiosa

Vita consacrata e Vita Missionaria sono due carismi distinti, ciascuna con il proprio dinamismo, ma sono anche interdipendenti, fino alla perfetta integrazione nella persona del religioso missionario o del missionario religioso.

Questa distinzione è chiara nella dottrina del Concilio Vat. II quando afferma che: "Cristo Signore chiama sempre dalla moltitudine dei suoi discepoli quelli che Egli vuole, per averli con sé e inviarli a predicare alle genti. Di fatti sono insigniti di una missione speciale coloro, che forniti di naturale attitudine, e capaci di qualità e di ingegno, si sentono pronti ad intraprendere l’attività missionaria, siano essi indigeni o stranieri: si tratta di religiosi, sacerdoti, laici” (AG 23ab; EN 53; cfr. AA 2).

Essendo la vocazione cristiana per sua natura anche vocazione all’apostolato (cfr. AA 2), tutti i membri e categorie del Popolo di Dio possono ricevere il dono della vocazione missionaria “ad gentes”, e quindi anche i religiosi.

Il religioso ha obblighi missionari specifici più stretti e impegnativi degli altri cristiani, perché la sua vita è centrata in modo peculiare sull’esperienza di Dio e sulla sua volontà salvifica. Il religioso, in virtù della sua professione, partecipa di Dio, il Grande Povero, l’«Amore fontale», che si riversa su tutte le creature; vive una vita nascosta con Cristo in Dio (Mc 13, 14; Col 3, 3), giacché sposò il Signore (2Cor 14, 2) e lo serve (Mc 15, 41 Lc 23, 49). Per questo vive intento a conformare il suo cuore alle ispirazioni profonde del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; per questo la Professione religiosa è essenzialmente missionaria e partire “ad gentes” è una conseguenza logica del suo dinamismo interno. È vero che non tutti i Religiosi sono chiamati a realizzare la loro missionarietà “partendo”; tuttavia ogni Religioso è chiamato a vivere costantemente la tensione missionaria universale, che è iscritta nel suo cuore per la duplice ragione di essere battezzato e di essere religioso. Sia che parta “ad gentes” sia che rimanga nella sua Chiesa di origine, l’anelo missionario universale deve permeare la vita di ogni Religioso.

Per tanto, punto di partenza della Vita Missionaria può essere la stessa Vita Religiosa, in quanto attuazione della consacrazione, che sempre è missione: nasce così la Vita consacrata religiosa missionaria, che costituisce una possibilità in tutti gli Istituti Religiosi. Nella vita consacrata, Dio si comunica in modo speciale al fedele, mettendolo in uno stato di totale disponibilità a Dio stesso e ai fratelli nella Chiesa in spirito di servizio, che nel vasto campo di azione può concretizzarsi anche nella attività evangelizzatrice "ad gentes". Per tanto, la vocazione missionaria è una realtà che può far sì che Istituti Religiosi assumano il carisma missionario attraverso alcuni dei suoi membri che sentono la chiamata alla vita missionaria (cfr. AG 23 e 27; EN 69). Anzi il Concilio insiste perchè gli Istituti Religiosi prendano coscienza dell'urgenza del problema missionario e del relativo dovere di impegnarvisi, siano essi Istituti di vita contemplativa, sia di vita attiva (AG 40; 18; 27; 45; GS 84).

Ma accade anche che la visione del campo di lavoro con mancanza di operai, susciti nel cristiano la Vocazione missionaria “ad vitam”: nasce così la Vita Consacrata Missionaria nell’ambito di uno stile di Vita consacrata personale o comunitaria senza Professione pubblica dei consigli evangelici.

Ma il desiderio di vivere con radicalità la consacrazione missionaria, può portare ad assumere la Vita Religiosa, che dà origine ad Istituti Religiosi esclusivamente missionari. Nasce così la Vita Consacrata Missionaria Religiosa, che è lo sviluppo della consacrazione missionaria, quando impegna le persone fino ai limiti estremi della loro generosità, che si manifesta nella professione dei consigli evangelici.

In questi Istituti consacrazione e missione sono interdipendenti ed inseparabili; tra l’una e l’altra non esiste contrapposizione, né successione tra “prima e poi”: c’è compenetrazione e reciprocità in persone e istituzioni mosse dallo Spirito Santo a rendere presente Cristo Salvatore nel mondo; i vantaggi pratici che offrono all'apostolato missionario sono frutto di questa realtà profonda che impegna la vita delle persone e si traduce in uno specifico stile di vita.

Lo stile di vita è quel modo di vivere, essere e operare, che nasce dalla consapevolezza della propria identità, dei compiti e delle differenti dimensioni della propria vita, e che dà un’impronta personale ai propri gesti e azioni. È quindi la trasparenza della persona consacrata che affronta il presente con il senso del limite e il gusto dei valori che professa, con competenza e disponibilità, con adesione alla storia e senso vivo dell’eternità. Il religioso fa così della propria vita consacrata un segno dei tempi, che risplende nelle azioni quotidiane, in cui la vita spirituale non la vive in spazi “a parte”, ma intrecciata con i compiti e gli imprevisti di tutti i giorni. La routine quotidiana diviene allora una opportunità di crescita e di fedeltà al dono della consacrazione e un laboratorio da dove la sua vita consacrata si mantiene come un dono significativo per tutti.

5. Missionari religiosi, Sacerdoti e Fratelli

Nella Chiesa ci sono stili di vita, carismi e ministeri diversi. Ma qualunque sia l’ufficio, modo di vivere o carisma di ciascuno, l’unica cosa importante e decisiva non sta lì, ma nella santità, alla quale siamo chiamati tutti i cristiani senza distinzione, come dice con molta chiarezza il Concilio Vat. II:

«Se nella Chiesa non tutti vanno per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ugualmente la bella sorte della fede per la giustizia di Dio» (LG 32c).

Nella santità sta la gioia piena dell’uomo, la sua pienezza e la sua perfezione, come dice ancora il Concilio:

«È chiaro dunque a tutti, che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG 40b).

Infatti, Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, l’ha fatto suo interlocutore, con capacità per il divino; impresse nell’uomo una scintilla di eternità che gli è congeniale e che mai lo abbandona. Perciò c’è nell’uomo un dinamismo insaziabile, un vuoto che solo l’Assoluto può colmare. Si spiega così il fatto che il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio.

In questo cammino verso la santità, Dio chiama ciascuno con il proprio nome, cioè, vuole stabilire una relazione unica, come unico è l’amore di un padre per ciascuno dei suoi figli, anche se chiama tutti loro a vivere nella sua casa, nell’unità della famiglia; la risposta può essere soltanto personale ed è logico che in ciascuno si concretizzi e si viva in modo diverso, secondo il proprio genio, capacità, carattere, formazione, usanze e situazioni di vita. Nella Chiesa tutti sono chiamati a percorre lo stesso cammino. Perciò il Concilio ribadisce:

«Nei vari generi di vita e nei vari uffici un’unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e seguono Cristo» (LG 41a).

Il sacerdozio ministeriale è a servizio di questo cammino verso la santità, alla quale sono chiamati tutti i cristiani.

Il sacerdozio ministeriale «è la visibilizzazione o la rappresentazione sacramentale dell’unica potestà con cui Cristo continua a generare e a fortificare il sacerdozio profetico e regale dei fedeli, mediante il servizio della Parola, dei sacramenti e della guida della comunità, cui sono resi idonei i ministri della Chiesa attraverso il rito dell’imposizione delle mani»[4].

L’efficacia di questo ministero, per tanto, è indipendente dalla santità del ministro, la sua santità non ha un’incidenza diretta sull’efficacia intrinseca dei sacramenti, giacché il Sacerdote mediante la sua ordinazione è costituito in uno stato di servizio particolare, che lo abilita a compiere nel modo adeguato la funzione di mediazione di Cristo-Sacerdote, unico autore della grazia. Una funzione dunque che è ordinata a servire la santificazione degli altri.

Perciò un Sacerdote santo di per sé non comunica più grazia per il semplice fatto di essere santo, tuttavia la santità del Sacerdote certamente è integrativa e garanzia di fecondità per il ministero sacerdotale, perché predispone il soggetto a ricevere la grazia e a farla fruttificare sempre di più.

Il nesso tra la santità e il ministero del Sacerdote radica nella sequela di Cristo iscritta nelle esigenze fondamentali della vita cristiana. Prima di diventare ministro di Cristo, il sacerdote è un battezzato arricchito come tutti gli altri fedeli di una vocazione e di una grazia che lo inducono a cercare la perfezione proposta da Gesù ai suoi discepoli: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (cfr PO 12a). L’ordinazione sacerdotale non elimina né assorbe le potenzialità di crescita spirituale del ministro che procedono dalle esigenze fondamentali della vita cristiana; il sacerdote continua ad essere un cristiano con tutte le dinamiche di sviluppo che si radicano in tale condizione di vita.

In questo impegno comune di santità battesimale, nella vita del Sacerdote si inserisce la dinamica relazionale della consacrazione sacerdotale. In effetti, in virtù dell’imposizione delle mani, riceve un “carisma”, un dono dello Spirito Santo, per mezzo del quale entra in una personalissima relazione ontologico-sacramentale con Cristo, capo del Corpo Mistico, di cui attualizza nel tempo la consacrazione e la missione. Tale relazione si chiarisce nella misura in cui il Sacerdote è consapevole e dà il suo assenso al dono ricevuto. È una relazione che, vissuta e coltivata nel tempo, agisce nel nucleo più intimo della persona del ministro e diviene fonte della sua vita spirituale e centro propulsore, che nel piano psicologico-esistenziale ed operativo lo stimola a configurarsi a Cristo, ad assimilare i suoi sentimenti, a imitare i sui esempi, a rivivere i suoi atteggiamenti, mentre visibilizza il suo sacerdozio profetico e reale[5]. Il Sacerdote, donando la sua vita per il Signore e per i fratelli, si va conformando all’immagine di Cristo e così rende testimonianza di fedeltà e di amore generoso[6].

Se il desiderio e la buona volontà del Sacerdote sono tali da non impedire alla grazia di trasformare il suo cuore di Sacerdote, allora il processo di appartenenza e di conformazione a Cristo trova un cammino privilegiato di potenziamento e di sviluppo, incarnandosi in uno stile di vita consacrata. Darà così una colorazione ed un’impronta particolari alla sua spiritualità ed ai compiti specifici che eserciterà nell’attività apostolica e sarà sempre più “segno” e “trasparenza” del Signore risorto con una luminosità di vita capace di condurre le persone all’incontro con il Signore Gesù e che non sottragga nulla al suo potere assoluto.

Così la consacrazione religiosa diviene per il missionario Sacerdote una scuola di vita cristiana intensa, che lo porta a lasciarsi rinnovare costantemente dallo Spirito Santo, ricevuto nel Battesimo e nell’ordinazione sacerdotale, perché sia sempre più consapevole di ciò che realizza e imiti ciò che commemora; e conformi la sua vita al mistero della croce di Cristo[7], sviluppando e sostenendo la sua identità e il suo modo specifico di seguire Cristo, attingendo al patrimonio spirituale di una Famiglia religiosa.

Per il comboniano Sacerdote la consacrazione religiosa diviene un cammino di totale dedizione alla missione universale della Chiesa, «qualificata dagli ideali e dall’esperienza del Comboni come sono vissuti nell’Istituto» (RV 81; cfr. RV 1).

Analoga considerazione si può fare riguardo al missionario Fratello.

La consacrazione religiosa, infatti, non va vista solo come chiamata e conferimento di una missione da compiere, ma anzitutto come elezione e incontro personale con Dio in Cristo Gesù, nel quale “si coglie la profondità di un amore infinito che tocca le radici dell’essere” (VC 18b).

Tuttavia sembra che ci sia una tendenza a considerare i missionari Fratelli a volte come un gruppo generico di ausiliari nel servizio missionario, a volte come un gruppo specializzato al servizio della missione nel versante della promozione umana o nella struttura amministrativa dell’Istituto; ultimamente questa visione è prevalente e tende a identificare il Fratello come «un professionista».

La prima visione è obsoleta e ingiusta verso il missionario Fratello e lo stesso Dio, che lo arricchisce di una autentica vocazione missionaria con la mediazione di san Daniele Comboni, ed è quindi ingiusta anche verso l’ispirazione originaria del Fondatore.

La seconda visione certamente contiene aspetti costitutivi dell’identità del missionario Fratello. Tuttavia, quando si sottolinea unilateralmente la professionalità, l’identità del Fratello viene alterata, perché si debilita la dinamica relazionale con il Signore che nasce dalla reciprocità tra consacrazione e missione, fino al punto che la consacrazione sparisca dall’orizzonte del missionario Fratello, che viene così ridotto a semplice funzionario della missione attraverso l’Istituto.

Questo stravolgimento svuota la consacrazione missionaria della sua efficacia in favore dell’efficienza; inoltre, mettendo l’efficienza professionale come unico criterio decisivo della vita del missionario Fratello, questa perde il suo significato nella misura in cui le persone si trovano alle prese con una capacità professionale ritenuta debole.

Le conseguenze sono gravi riguardo al Fratello che si “secolarizza” all’interno della sua vita consacrata, e riguardo alla missione stessa, perché si opaca il ruolo di segno luminoso e trascinatore della persona consacrata (cf LG 44c), come ha sottolineato Paolo VI nell’Esortazione apostolica dal significativo titolo “Evangelica testificatio”: «La tradizione della Chiesa ci offre, fin dalle origini, questa testimonianza privilegiata di una ricerca costante di Dio, di un amore unico e indiviso per Cristo, di una dedizione assoluta alla crescita del suo Regno. Senza questo segno concreto, la carità che anima l’intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del Vangelo di smussarsi, il “sale” della fede di diluirsi…. Chi oserebbe sostenere che la Chiesa potrebbe fare a meno di questi testimoni eccezionali della trascendenza dell’amore di Cristo, o che il mondo potrebbe senza suo danno lasciar spegnere queste luci?» (ET 3).

Il missionario Fratello vive in pienezza la sua vocazione nella misura in cui armonizza la dinamica della consacrazione con le attività professionali richieste dalla missione.

Infatti, la vita religiosa e la vita missionaria “ad gentes” sono due realtà distinte, perché si può essere religioso senza attività missionaria diretta, o missionario senza vita religiosa. Tuttavia, la missione postula sempre la consacrazione, e la consacrazione missionaria religiosa non fa altro che unire esistenzialmente queste due realtà, così che nel missionario religioso sono reciprocamente implicate, i due fini (= vita centrata in Dio per Cristo e annuncio evangelico) sono intrinseci l’uno all’altro e si relazionano e si sviluppano l’uno mediante l’altro e non sovrapponendosi.

Quando un gruppo di cristiani si propongono di vivere i propri compiti ecclesiali nel dinamismo della consacrazione religiosa, non c’è posto per confronti, non ha senso l’emulazione e meno ancora la rivalità e il protagonismo imprenditoriale. Se ciò avviene, bisogna domandarsi se non siamo davanti ad un segno che la nostra risposta al dono della consacrazione si è debilitato, e allora si sente il bisogno ricercare altre soddisfazioni umane.

Nelle Congregazioni clericali nelle quali ci sono anche Fratelli, sono apparse e ancora possono esistere incomprensioni, malumori e clima di lotta di classe, che possono creare complessi di inferiorità nei religiosi Fratelli, e soprattutto spirito di superiorità nei religiosi Sacerdoti, considerandosi gli unici veri missionari. Questa mentalità affiora nel linguaggio, quando per designare l’Istituto Comboniano si usa l’espressione escludente “Padri Comboniani” invece di quella includente: “Missionari Comboniani”.

Comunque sia, situazioni di questo genere rivelano la mancanza di una ecclesiologia di comunione e partecipazione nella corresponsabilità, la mancanza di docilità allo Spirito Santo e la perdita da parte degli uni e degli altri del genuino senso della loro vocazione, ridotta anche se inconsapevolmente a puro utilitarismo, riferendola soprattutto al mercato del lavoro, con le esigenze di produttività o con lo sviluppo delle attitudini oggettive del Sacerdote o del Fratello.

Il cammino per trovare una risposta a questo conflitto, si trova nel fatto che la vocazione missionaria «non nasce dall’orbita degli uffizi strettamente Sacerdotali: è l’adempimento dell’ingiunzione fatta da Cristo ai suoi discepoli di predicare il Vangelo a tutte le genti» (Regole 1871, Cap. I); che la consacrazione religiosa sia per il Sacerdote come per i Fratello è forma e dinamismo della missione, è mistero previo dell’amore di Dio, che al comunicarsi diviene capacità operativa nel missionario; è lo specifico del missionario, che rivela la Sorgente da cui nasce la donazione incondizionata di se stesso a Dio per il servizio missionario (cf. Regole 1871, Cap. X).

Palo VI, nella sua Esortazione apostolica “Evangelii nutiandi”, offre un apporto decisivo per dare una soluzione a questo conflitto, quando afferma che i religiosi «con la stessa natura del loro essere si collocano nel dinamismo della Chiesa, assettata dell’Assoluto di Dio, chiamata alla santità. Di questa santità essi sono testimoni. Incarnano la Chiesa in quanto desiderosa di abbandonarsi al radicalismo delle beatitudini. Con la loro vita sono il segno della totale disponibilità verso Dio, verso la Chiesa, verso i fratelli» (96a).

Né i Sacerdoti né i Fratelli siamo chiamati a cercare oggi il fomento delle “opere” per il nostro prestigio, per competere con i poteri umani (socio-politici, economici, ecc,…) e per soddisfare il nostro “individualismo competitivo” all’interno della comunità ecclesiale e religiosa, siamo invece chiamati a impegnarci ad essere presenti come “comunità di fratelli” in mezzo ai gruppi umani o comunità cristiane come coloro che servono: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 27).

Gesù, infatti, non rimane fuori dalla vita di coloro che lo amano e lo annunciano al mondo. Sta in mezzo a loro, perché così arriva a tutti. Tutti si relazionano con Lui, stabilendo vincoli di unità e di uguaglianza, che fa di essi ۫«un piccolo Cenacolo di Apostoli, un punto luminoso che manda fino al centro della Nigrizia altrettanti raggi quanti sono i zelanti e virtuosi missionari che escono dal suo seno; e questi raggi che splendono insieme e riscaldano, necessariamente rivelano la natura del Centro da cui emanano 187 (Regole 1871, Cap. I).

Per tanto, la consacrazione a Dio per il servizio missionario esige l’accettazione della complementarietà dei carismi. In realtà, nella Chiesa, tutti abbiamo qualcosa di tutti. Il mio non è solo e prima di tutto mio; è anche degli altri e soprattutto degli altri (cf 1Cor 12, 7). E al rovescio: nel carisma o nel ministero dell'altro io riconosco una parte del mio io. C’è una fondamentale complementarietà e solidarietà nel Corpo della Chiesa perché questa è comunione e partecipazione. Nell’opzione e nel lavoro dell’altro, distinti dai miei, io non vedo una posizione rivale, ma in essa riconosco una nostalgia nascosta del mio io. L’altro è sensibile a determinati compiti e necessità che sono anche mie, sia perché mi sono complementari sia perché mi esprimono in un’altra situazione.

Lo stesso unico Spirito è colui che anima tutti i compiti ecclesiali. Perciò tutti possiamo riconoscerci nel lavoro dell’altro: l’altro opera con lo stesso Spirito che opera in me. C’è diversità di funzioni, ma uno è lo Spirito (1Cor 12, 4-6), lo Spirito che ci unisce tutti nello stesso corpo (1Cor 12, 13). Da qui nasce la conclusione che nessuno può dire a nessuno: “Non ho bisogno di te” (1Cor 12, 21ss), giacché chi dice questo o agisce in modo marginante, lascia di essere membro del corpo.

Viene così scartato dalla radice il fondamento di ogni comparazione, che nasconda gelosie o rivalità. Nella Chiesa tutte le funzioni sono necessarie e tutte tendono allo stesso fine: anticipare il Regno di Dio in questa terra con la speranza di viverlo un giorno in pienezza.

In conclusione: per tutto questo, eccomi: sono missionario comboniano religioso, Sacerdote o Fratello, e religioso anzitutto, ma valorizzando in tutta la sua importanza il ministero sacerdotale e i ministeri laicali.

Religioso anzitutto, perché l’essere religioso non è altro che un modo di vivere la vita cristiana, e il primo compito è essere cristiano. Ancora di più, è il più importante, l’unico decisivo. Infatti, Gesù non lo si incontra per il fatto che uno è missionario, Sacerdote o Fratello, anzi ha senso soltanto la vita missionaria sacerdotale o laicale di colui che l’ha incontrato e ha centrato la sua vita in Lui (cr. RV 21.1). La vita religiosa è una iniziativa gratuita di Dio, con la quale chiama, trasforma, fortifica ed invia; questa iniziativa per chi la riceve con libertà e gratitudine, diviene una scuola per imparare ad essere cristiano, cioè, per incontrare il Signore, stare con Lui ed essere da Lui inviato al mondo (cfr. RV 21).

Religioso anzitutto, perché ciò che viene prima è formare parte del Corpo di Cristo, del “Cenacolo di Apostoli”, e ciò si esprime adeguatamente mediante la vita comunitaria, nella quale i fratelli si accettano come dono del Signore. I fratelli nella comunità nessuno se li sceglie; sono con-vocati dall’Alto e vanno all’incontro l’uno dell’altro. E ciò che per prima cosa ci chiede il Signore che ci con-voca, è vivere unanimi e concordi come figli dello stesso Padre. La comunità viene sempre prima delle funzioni che in essa nascono.

Religioso anzitutto, perché le comunità sono segno dell’umanità nuova nata dallo Spirito. In effetti, lo Spirito agisce nella comunione. L’ambiente naturale mediante il quale lo Spirito agisce, prima ancora che l’autorità, è l’ascolto dei fratelli, il contrasto di opinioni e la ricerca di un consenso tra coloro che pensano in modo distinto, ma cercano di agire con un cuore concorde. Di fatto, il mezzo del quale si serve lo Spirito per suscitare “autorità”, è la comunità.

Entrare in un ministero ordinato o no, non elimina né assorbe la potenzialità di crescita spirituale del missionario, ma esige il suo sviluppo, che radica nei sacramenti dell’iniziazione cristiana e presuppone un’esperienza personale con Cristo e la adesione al suo Vangelo.

4. Consacrazione – missione nella RV dei MCCJ

Sappiamo che l’«Istituto delle Missioni per la Nigrizia», fondato da san Daniele Comboni nel 1867, comincia la sua esistenza come un gruppo di persone riunite in un “un piccolo Cenacolo di Apostoli” in virtù della consacrazione missionaria, da cui scaturisce l’impegno individuale e comunitario fino al martirio per la “rigenerazione della Nigrizia».

Nelle Regole del 1871 il genere di vita proposto da Comboni ai suoi missionari, anche se non è legato alla forma giuridica della consacrazione religiosa e quindi è ”senza voti”, tuttavia è pensato in riferimento al contenuto della consacrazione religiosa, perché sia una dedizione totale alla causa della rigenerazione della Nigrizia. A Comboni interessava in modo particolare questo contenuto, perché da sempre nella storia della spiritualità la consacrazione religiosa era considerata come un secondo martirio.

Comboni partecipa in prima persona nel piano di vita da lui pensato e proposto ai suoi missionari. Il Capitolo X delle Regole del 1871 può essere considerato come una condivisione della vita di consacrazione missionaria vissuta da Comboni Fondatore. Per Daniele Comboni la vita del missionario è vita di consacrazione a Dio per “la sua gloria e il bene delle anime”, vissuta tenendo lo sguardo fisso in Gesù Cristo Crocifisso, vivendo fino al martirio gli atteggiamenti del Cuore di Gesù (cf. RV 3.2)[8].

La dedizione totale di sé a Dio per la causa missionaria è l’elemento costitutivo del carisma di Comboni, del nascente Istituto e quindi di ogni suo membro. Consacrazione-Missione costituiscono il tessuto della vita missionaria comboniana; il rapporto esistente tra Consacrazione e Missione è l’asse attorno a cui deve ruotare la vita del “cenacolo di Apostoli”. Se questo asse si rompe, si diluisce il significato più vero e profondo della consacrazione missionaria comboniana sia nella sua dimensione spirituale sia apostolica.

Sembra, a volte, tra noi Comboniani di oggi, che la consacrazione si trovi in una situazione di penombra, soprattutto perché è legata alla forma giuridica della “vita religiosa”. Allora si sente ribadire che la vita religiosa non era presente all’inizio della nostra storia come missionari, e quindi per noi è qualcosa di laterale in rapporto alla missione, e costituisce un ostacolo all’apostolato. Nasce così la tendenza a vivere separatamente la vita religiosa e la vita missionaria, dando enfasi all’una o all’altra secondo i propri punti di vista. Quando entriamo nel discorso della necessità di tornare alle radici, sorge spesso la questione se siamo prima religiosi e poi missionari o viceversa, a quale delle due realtà bisogna dare il primo posto, ecc.

Bisogna prendere atto che questo disaggio non è esclusivo del nostro Istituto, ma proviene dal fatto che per molto tempo nella Chiesa si è considerata la vita di tipo contemplativo o monastico come l’ideale a partire dal quale bisognava comprendere ogni specie di vita religiosa, anche quella di vita attiva: l’essenziale era costituito dall’insieme delle “osservanze” di preghiera, di ascesi, di vita comune. Avvenne allora che nelle Congregazioni dedite all’apostolato, l’azione apostolica non fu integrata alla consacrazione nella vita religiosa, ma fu considerata come una specie di aggiunta necessaria certamente, ma più o meno artificiale, poco amalgamata alla “vera” vita religiosa di osservanze, e dunque capace di esporre il religioso a delle sollecitazioni di ordine diverso e quindi a porsi la domanda se viene prima la vita religiosa o la missione. Si temeva perfino che la vita missionaria potesse far perdere la vocazione religiosa…

Daniele Comboni, come Fondatore si tirò fuori da questa ambiguità, fondando la vita dei suoi missionari sulla consacrazione per la missione. Dava così un nesso intrinseco tra la vita spirituale dei suoi missionari e il loro apostolato, e ci rispondeva fin da allora che ciò che viene prima è una buona coerenza tra questi due elementi. Ma ciò non impedì che la mentalità dualistica tra consacrazione e missione si infiltrasse tra le fila dei suoi missionari e continuasse poi quando l’Istituto fu trasformato in Congregazione religiosa fino ad oggi….

È naturale che quando ciò avviene e nella misura in cui avviene, nascono disagi a livello individuale e comunitario. Non c’è dubbio che davanti a questa situazione di tensione, per mantenere e approfondire l’identità dell’Istituto Comboniano nei suoi membri e nelle sue strutture, è indispensabile una visione chiara e unitaria della vita missionaria comboniana nelle sue dimensioni esistenziali e nelle sue dinamiche apostoliche.

La via per arrivare a questa chiarezza e visione unitaria ce la indica lo stesso Comboni, nel suo ideale di consacrazione per la missione. Costatiamo, infatti, che Comboni, nel suo vissuto personale e nell’insieme dei suoi scritti, si rifà in modo diretto al Vangelo e agli Apostoli quali fonti di ispirazione della sua consacrazione per la missione, e si richiama sovente alla storia della Chiesa e in special modo delle missioni, privilegiando l'esemplarità dei santi missionari, come san Francesco Saverio, san Pietro Claver, e anzitutto l'apostolo delle genti san Paolo.

Questa è una indicazione molto interessante, perché ci permette di arrivare alle sorgenti del suo ideale di consacrazione missionaria. In pratica Comboni va a ritroso nella storia della Chiesa e della missione e trova l'ispirazione per la sua consacrazione nella Chiesa degli apostoli, e nello stesso Vangelo, di cui cita spesso i contenuti missionari. Per questo considerava i suoi missionari «uomini apostolici», le sue missionarie «donne del Vangelo», e insieme gli uni e le altre «operai evangelici». La sua consacrazione era quindi fondata sull’origine evangelica della missione e nella forma di vita di Gesù con gli Apostoli, ancorata a sua volta a un vivo senso della Chiesa. Inoltre, da una lettera al padre gesuita Boeteman si vede chiaramente come Comboni era in forte sintonia con il contenuto della consacrazione religiosa (S 5984), che da sempre nella storia della spiritualità era indicata come un secondo martirio. E quando parla del martirio nella vita del missionario include prima di tutto questo martirio che si vive nella vita quotidiana (S 6382).

Con questo modo di procedere, Comboni in pratica si riallaccia alle origini della vita religiosa, cioè al Votum religionis[9], che consiste in un unico voto radicale; sappiamo infatti dalla storia che i voti, in quanto tali, sorsero molto tardi (sec. XIII).

Il Votum religionis non esprimeva un vincolo d’obbligo, ma l’aspirazione, la volontà di vivere una radicale donazione di sé direttamente a Dio (= consacrazione). Il segnale di questa donazione è dato nel quotidiano della vita, adottando un peculiare modo di esistenza che manifesta l’amore assoluto verso Dio nel servizio ai membri della Chiesa e l’intero genere umano (= missione). Si tratta di un voto unico e inglobante, che si esprime in un determinato stile di vita che radicalizza l'esperienza cristiana comune a tutti i battezzati, sottolineando singoli aspetti importanti del Vangelo, come la vita di verginità, povertà e obbedienza, il servizio dei malati, l’evangelizzazione, ecc.

Da principio erano cristiani di tutte le classi sociali che assumevano il Votum religionis; poi vennero i primi anacoreti dell'Egitto e i cenobiti d'Oriente e d'Occidente.

In quest’ottica, «consacrazione implica, sì, l’idea di segregazione totale per Dio. Ma Dio non è un essere che manchi di persone e di cose. Egli è infinito e autosufficiente. Non ha bisogno di nulla per sé. Se qualcuno, consacrandosi riserva se stesso a Dio, egli è rimandato al mondo in nome di Dio. Non è Dio ma il mondo che ha bisogno di salvezza e di strumenti che la realizzino e la rendano visibile. Il concetto di segregazione-consacrazione racchiude contemporaneamente quello di missione nel mondo in nome di Dio. Essere consacrati significa essere segregati dal mondo per essere inviati al mondo in modo più profondo con una missione specifica, secondo un particolare carisma» (L. Boff).

Nella vita consacrata, per tanto, entrano in rapporto di reciprocità la dimensione spirituale e la dimensione della attività apostolica; da questo rapporto nasce una particolare organizzazione o stile di vita, e quindi l’adozione di mezzi propri e rispondenti al servizio da compiere.

Ci troviamo così in pieno nella visione che dà il Concilio Vat. II, che finalmente spezza il dualismo tra vita religiosa e attività apostolica, quando propone ai religiosi la dottrina sulla natura stessa e sul ruolo della Vita religiosa nel nostro tempo. Fa questo mettendo come fondamento la consacrazione in quanto intimo rapporto con Dio “sommamente amato”, per mezzo del quale il religioso è votato, consacrato al servizio della Chiesa, all’edificazione del Corpo di Cristo. In altre parole, il religioso si dona nella stessa misura, cioè radicalmente, alla Persona di Dio e al suo piano di salvezza. Per tanto la missione non è un aggiunta ma costituisce un elemento essenziale della consacrazione, che si esprime nel dono totale di sé a Dio con la professione dei consigli evangelici (LG 43-44; PC 1).

In questa prospettiva, nel vasto campo di azione della Chiesa, la vocazione missionaria è una realtà che può motivare la vita consacrata religiosa in se stessa e dare origine a Istituti Religiosi esclusivamente missionari, o far sì che Istituti Religiosi assumano il carisma missionario attraverso alcuni dei loro membri che sentono la chiamata alla vita missionaria (cfr. AG 23 e 27; EN 69).

È significativo, in modo particolare, il fatto che i numeri 23 e 24 del Decreto Conciliare “Ad Gentes” tracciano il profilo spirituale della vocazione del missionario in consonanza con gli elementi che la Lumen Gentium (cfr. 42 e 43) e il Perfectae Caritatis indicano come costitutivi della Vita Consacrata.

Per tanto, nell’Istituto Comboniano, l’azione apostolica rientra nella natura stessa della consacrazione dei suoi membri e si integra nel loro perseguimento della santità (=”santi e capaci”). L’attività apostolica forma la trama stessa della vita religiosa che è loro propria secondo la specificità del carisma comboniano. La loro consacrazione deve incarnarsi, essere vissuta ed esprimersi nella loro azione.

La consapevolezza della reciprocità consacrazione-missione è, quindi, l'elemento catalizzatore della vita personale di ogni membro dell'Istituto e deve determinare la struttura della Comunità Comboniana. Missione e consacrazione sono una realtà unitaria, nel Comboniano si unificano. La missione si alimenta nella consacrazione e la consacrazione si esprime nella missione. Missione e consacrazione sono, nel Comboniano, i due elementi costitutivi del suo “essere consacrato" a Dio per portare il suo Nome alle nazioni (cfr. RV 20).

Ci aiuta ad approfondire questa rapporto di reciprocità tra consacrazione e missione il n. 8 del PC, che riconosce all’azione apostolica tutto il suo valore soprannaturale e la include negli elementi essenziali della vita religiosa attiva. Quindi il missionario trova l’unità della sua anima e della sua vita non nelle osservanze e nemmeno nell’azione come tale, ma nella sua carità apostolica attinta al Cuore di Cristo, al quale egli si è consacrato (cfr. RV 3-5; 21-22). Tutte quelle realtà che mettono in movimento questa carità (= incontri, attività, avvenimenti, ecc.), sono per lui fonte di santità, perché lo rimandano al suo Signore da cui riceve questo impulso della carità e lo unisce quindi profondamente a Lui. Nello stesso tempo egli vi si dedica con tutta la disponibilità del suo cuore consacrato. Dall’integrazione tra azione apostolica e consacrazione nasce l’elemento unificatore della vita del missionario. Questo elemento non è direttamente l’azione apostolica svolta in spirito di “funzionario”, ma il “senso apostolico”, che anima quest’azione, e quindi tutto il resto della sua vita. Il “senso apostolico”, infatti, è l’unione spirituale cosciente a Cristo apostolo, che il missionario ottiene «col tener sempre fissi gli occhi in Gesù Cristo, amandolo teneramente e procurando d’intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime( (Regole 1871, Cap. X). Per tanto, la perdita del“senso apostolico” manda in frantumi inevitabilmente sia la vita spirituale sia l’attività missionaria.

È chiaro allora che il missionario si santifica non malgrado la propria azione, ma nella e mediante questa azione stessa, perché, stando alla parola dello stesso Gesù: “Colui che rimane in me e nel quale io rimango, costui dà molti frutti” (Gv 15,5), nella crescita nell’unione con Lui (= la santità del missionario) e nella docilità attiva al mandato apostolico da Lui stesso ricevuto (dedizione apostolica). A questo punto, vita spirituale e vita apostolica sono partecipazione negli atteggiamenti interiori del Cuore di Cristo (cfr. RV 3.2), per cui non c’è “prima il religioso e poi il missionario” né il missionario che è “dentro religioso e fuori missionario”, ecc., ma il missionario “integrale” (= spirito, anima e corpo, cfr. Tes 5,23), sempre ed in ogni luogo e circostanza. Sembra essere questa l’opinione dello stesso san Paolo, condivisa in pieno da san Daniele Comboni. Per Paolo, infatti, l’«uomo interiore» o «spirituale» non è affatto l’uomo disincarnato o chiuso in se stesso o occupato soltanto a pregare; è il cristiano che, in tutti i movimenti della sua vita, si lascia condurre non già dalla sua natura spontaneamente egoista (= la «carne»), ma dallo Spirito Santo e per questo è “spirituale”, cioè va dove lo Spirito lo spinge nella totalità del suo essere. Il missionario religioso è veramente tale, quando è consapevole che il significato della sua consacrazione non si esaurisce nella sua santità personale, perché esiste un nesso intrinseco tra la sua santità e la vitalità e missione apostolica della Chiesa (cfr. LG 44; PC 1).

La professione dei voti, per tanto, non è un semplice vincolo giuridico che lega il missionario all’Istituto come un operaio alla impresa che gli dà lavoro, ma costituisce la base teologica ed evangelica dell’impegno personale e comunitario, che diviene continua spinta nell’incontro con Dio in Cristo (cfr. RV 46) e quindi nel seguire e conformarsi al Cuore di Cristo e alla missione da Lui ricevuta (Cfr. RV 3; 21-22).

Ciò significa che la vita religiosa non si identifica con i vincoli giuridici derivanti dalla professione religiosa: essi sono una realtà e sono necessari per la sua stabilità e per il raggiungimento del fine comune per il quale i suoi membri si trovano riuniti, ma il loro significato va oltre la semplice funzionalità. I vantaggi pratici, infatti, che derivano all’apostolato missionario dai vincoli religiosi, sono frutto della base evangelica-teologica della professione dei consigli evangelici, che impegna costantemente le persone fino ai limiti estremi della loro generosità. Tra la vita religiosa e l’attività apostolica non esiste contrapposizione, né successione tra “prima e poi”: c’è compenetrazione, reciprocità e identificazione in persone e istituzioni mosse dallo Spirito Santo a rendere presente Cristo Salvatore nel mondo.

Quanto detto sopra ci consente di affermare che san Daniele Comboni è un autentico maestro di vita missionaria consacrata religiosa, che in qualche modo ha anticipato i tempi. Egli, infatti, è un Fondatore che, attento sia al Mistero di Dio sia all’evoluzione del mondo, ha percepito con vigore il progetto di Dio per la “rigenerazione” dell’Africa Centrale e la vocazione divina di impegnarsi in questa missione con dedizione totale, cioè di consacrarsi a Dio per questa missione.  La sua visione e la sua vita di missionario totalmente votato alla causa missionaria, la possiamo leggere tra le righe dell’insegnamento del Concilio Vat. II sulla Vita Consacrata, che successivamente è stata sviluppata nel magistero della Chiesa ed in modo particolare nella Esortazione Apostolica post-sinodale “Vita Consacrata” di Giovanni Paolo II (cfr. soprattutto i nn. 22-23; 25; 42; 45; Cap. III, Servitium Caritatis. La Vita Consacrata epifania dell’amore di Dio nel mondo).

A questo punto si può notare come Comboni, pur non avendo dato fin dal principio al suo Istituto una struttura religiosa, in realtà la consacrazione missionaria vissuta e proposta da Comboni era inclusiva di quella legata ai voti religiosi e nello stesso tempo più radicale per via di quella disponibilità, nello spirito della croce, a morire a ogni istante «per la salvezza degli africani»: infatti «quelli che ne fanno parte — precisava — devono avere tutte le virtù dei religiosi e quella di essere ad ogni istante disposti alla morte per la salvezza degli africani» (S 5984)..

Questa forma di vita missionaria consacrata vissuta e proposta dal Comboni, che fin dall’inizio era ben definita nella sua dimensione spirituale, aveva bisogno di esprimersi e crescere in una forma istituzionale stabile, in modo da assicurare la possibilità di vivere pienamente la consacrazione per la missione nella duplice dimensione della vita spirituale e della funzione apostolica.

Una prima fase verso questa stabilità furono le Regole che Comboni si prodigò di dare al suo Istituto, corroborandole con un giuramento per missionari sacerdoti e laici (S 5824), ma era certamente nel desiderio di Comboni che questa prima fase fondazionale potesse concludersi col «mettersi in mani di padri scelti della Compagnia di Gesù, i quali pure, perché pratici di Missioni, avrebbero da comporne la costituzione alla quale ogni membro avrebbe da legarsi con voto semplice e formare così una Congregazione di Missionari per l'Africa Centrale»[10].

Questa è la testimonianza che ci proviene da Dichtl, missionario del Comboni, scrivendo al Card. Simeoni da Graz, il 29 giugno 1884, e da Strassgang, il 5 novembre 1887. Probabilmente questo desiderio del Comboni, testimoniato dallo stesso Sogaro[11], Dichtl lo trasmise al Card. Simeone, questi ne parlò a Leone XIII nel contesto del momento che stava vivendo l’Istituto di Verona, e Leone XIII ha dato a Sogaro il mandato di trasformare “L’Istituto dei Missionari per la Nigrizia” in Congregazione religiosa, secondo il desiderio di Mons. Daniele Comboni.

Allora si può pensare che la trasformazione dell’Istituto in Congregazione Religiosa, avvenuta nel 1885, è stato un evento che va colto non come un semplice fatto giuridico imposto dall’esterno, ma come un evento in una storia che si sviluppa: un evento che ci allaccia all’esperienza di consacrazione del Comboni, e con lui ci fa risalire allo slancio della donazione totale a Dio che si esprimeva nel Votum missionis e ci coinvolge nel rinnovamento della vita consacrata promosso dal Concilio Vat. II e dal successivo Magistero ecclesiale fino ad oggi.

A questo punto possiamo chiederci: ha un senso parlare di vita religiosa e di vita missionaria, come se fossero due realtà in concorrenza tra di esse?  Non si corre così il rischio di perdere la visione unitaria delle dimensioni essenziali e della dinamica della vita missionaria comboniana e così arrivare a vivere in una specie di dissociazione spirituale, indebolendo la propria identità e il senso di appartenenza all’Istituto?

La risposta si può trovare nel fatto che, se torniamo alle origini, lì troviamo un Comboni che “si consacrò all’Africa” e che visse “votato all’Africa” fino alla morte; un Comboni che visse una vita consacrata a Dio per la missione nella pratica dei consigli evangelici, in cui coinvolse i missionari dell’Istituto per le Missioni della Nigrizia da lui fondato.

In quest’ottica i “voti” religiosi che furono introdotti nell’Istituto Comboniano con le prime professioni nel 1887, conferiscono tutta la loro radicalità alla fedeltà e alla dedizione totale alla missione e quindi si collocano sulla linea di uno sviluppo positivo della forma di vita consacrata delle origini, vissuta già da Daniele Comboni e dai suoi missionari con lo slancio della pratica dei consigli evangelici.

Questo sviluppo è chiaramente visibile nell’attuale Regola di Vita, che in effetti ci porta a riscoprire le radici evangeliche, cristologico-trinitarie e missionarie della professione dei consigli evangelici e così superare una concezione puramente giuridico-funzionale dei voti nella vita religiosa, di cui il nostro Istituto ha sofferto e forse soffre tuttora le conseguenze.

Nell’ottica della RV, basata sull’esempio di vita del Fondatore e sulle sue parole, la consacrazione missionaria nasce nel comboniano come incontro con il Cuore di Gesù, che lo coinvolge nel suo amore al Padre e agli uomini (RV 2-5; 20; 46).

Il missionario vive quest’incontro, lo approfondisce e lo esprime in modo peculiare nella professione pubblica dei consigli evangelici. Per mezzo di essi, infatti, egli conforma la sua vita al Cuore di Cristo, “il quale, vergine e povero, redense e santifico gli uomini con la sua obbedienza fino alla morte di Croce” (RV 22; 1; 10).

La professione dei consigli evangelici, per tanto, è la manifestazione visibile del Votum missionis, cioè della consacrazione missionaria, in quanto impegno interiore di dedizione totale al Signore per la causa missionaria. Una dedizione imparata e vissuta sotto la guida di san D. Comboni, che porta il missionario ad una peculiare conformazione con la persona e la missione del Signore Gesù. La professione religiosa assume e nello stesso esprime un significato e un valore di segno in rapporto all’apostolato, in quanto è ordinato alla comunione con Gesù e alla missione in nome di Gesù (RV 21-22; AG 23-24).

Confrontandoci, per tanto, con il carisma e la spiritualità e con la prima proposta di vita del Comboni ai suoi missionari e con la Regola di Vita attuale, ci troviamo di fronte ad una visione di vita consacrata missionaria religiosa genuinamente comboniana, integrata nelle sue varie dimensioni e stimolante per noi di fronte alle sfide della missione oggi.

È significativa la forte sintonia che possiamo riscontrare tra la RV e gli ultimi documenti ecclesiali: Vita Consacrata, Novo Millennio Ineunte e Ripartire da Cristo.

Dal Concilio Vat. II ad oggi i vari interventi del magistero ecclesiastico, presentano la Vita Consacrata come evento carismatico e vita di consacrazione–comunione-missione. Inoltre arricchiscono la teologia dei consigli evangelici con un taglio cristologico-trinitario, molto articolato soprattutto nell’Esortazione Apostolica Vita Consacrata. L’insieme dei contenuti di questi documenti è molto impegnativo non solo dal punto di vista teologico-spirituale, ma anche pastorale e missionario e converge nella lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, dove la Vita Consacrata è messa nell’orizzonte della Missione nel Terzo Millennio e nel contesto delle urgenze che ne derivano per i missionari oggi.

La nostra Regola di Vita e i vari Documenti dell’Istituto, in sintonia con il magistero della Chiesa e con lo sviluppo della Vita Consacrata nel dopo Concilio, evidenziano il dinamismo carisma-consacrazione-comunione-missione e presentano la vita dell’Istituto come una vita integrata da queste dimensioni. Inoltre la RV ci offre una visione integrata delle varie dimensioni della missione o del servizio missionario: l’evangelizzazione, l’animazione missionaria e promozione vocazionale, la formazione (Parte Terza: Il Servizio Missionario dell’Istituto)[12].

L’identità comboniana, per tanto, è qualificata e si sviluppa nella relazione dinamica tra crisma - consacrazione – comunione- missione e mediante una visione integrata delle varie dimensioni del nostro servizio missionario.

Per questo, nell’Istituto Comboniano missione e consacrazione nella forma attuale di vita religiosa sono una realtà unitaria, nel comboniano si unificano, entrano in rapporto di reciprocità, sono vita missionaria consacrata religiosa, cioè consacrazione missionaria attraverso i consigli evangelici vissuti con voto pubblico (RV 22; 10). La missione si alimenta nella consacrazione e la consacrazione si esprime nella missione. Missione e consacrazione sono nel Comboniano i due elementi costitutivi , i due poli, del suo “essere consacrato” da Dio e del suo “consacrarsi” a Dio per la missione (Cf. RV 1; 20).

La consacrazione fonda l’essere, la struttura esistenziale del Comboniano, cioè il suo essere-in-Cristo; la missione è l’attuazione di questa maniera di essere cristiano nella Chiesa, è il “fare” del Comboniano. L’attività missionaria del Comboniano è la consacrazione in atto; in questa attività la testimonianza personale e comunitaria dei consigli evangelici e la pratica della carità secondo lo spirito delle beatitudini è la prima attività dei missionari comboniani (cf. RV 58).

La consacrazione però è una realtà dinamica, che si svolge nella quotidianità della vita, e perciò è continua novità e continua conversione (EN 15; RV 85; 99), causate dall’adesione alla continua chiamata di Dio nell’intimo del cuore e attraverso gli avvenimenti della storia (RV Preambolo; 1; 16; ecc.).

p. Carmelo Casile


[1] Agostino Favale, Il ministero presbiterale, LAS - ROMA 1989, p. 249.

[2] Cf. Agostino Favale, Il ministero presbiterale, p. 251s

[3] Joseph Aubry, in Vocazioni comuni e vocazioni specifiche, p. 352, nota 7

[4] PO 2cd; A. Favale, Il ministero presbiterale, LAS – Roma 1989, p. 229

[5] A. Favale, Il ministero presbiterale, p. 249

[6] Cf. Prefazio della Messa del crisma

[7] Cf. Rituale della Ordinazione

[8] Per approfondire questo argomento sono illuminanti i capitoli VIII e IX dello studio di P. A. Baritussio, Daniele Combni. Regole del 1871, Bibliotheca Comboniana 1994, pp. 119-128.

[9] - Cfr. A. Boni, Professione dei Consigli Evangelici e Vita in Comune. Problemi e prospettive, in Per una presenza viva dei Religiosi nella Chiesa e nel Mondo, ELLE DI CI, pp. 526-7.

 [10] Cf. Consiglio Generale, Lettera per il Centenario delle prime professioni religiose 1887-1987, Roma 26 giugno 1987, p. 2

[11] Cf. Rapporto di Sogaro a SCHBÖRN, Cairo 12 dicembre 1893

[12]Cf.  Lettera del P. Generale, MCCJ BULLETIN Aprile 1002, p. 5

Carmelo Casile