P.Ottavio Raimondo

Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Siamo di fronte alla meditazione più lunga sulla missione. Gesù centra la sua attenzione sulla natura della missione e sulle gioie e le fatiche che la missione stessa procura.
Nel linguaggio dell’epoca l’agnello era il popolo d’Israele, i lupi gli altri popoli. Possiamo tradurre: vi mando come il nuovo popolo di Israele in mezzo a tutti i popoli.
Ma nulla impedisce che leggiamo nell’espressione “come agnelli in mezzo ai lupi” un riferimento ai tempi messianici  descritti da Isaia, tempi di pace e di riconciliazione universale.
Gesù proibisce ai suoi discepoli ciò di cui ha bisogno un normale viandante, ciò che era abituale, in quell’epoca, per un viandante. Gesù dice ai discepoli di ieri e di oggi e quindi anche a noi, che i suoi inviati devono porre la loro totale fiducia in lui e nella comunità.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa”.

Gesù non si limita a proibire. Gesù dice che i suoi inviati devono donare la pace attraverso la predicazione e i miracoli. Ci dice che la sua pace è la pace del discepolo portatore allo stesso tempo della pace di Gesù, il maestro, e della propria pace: “la vostra pace”.
La pace di Gesù e del discepolo è giustizia, libertà, dialogo, crescita, uguaglianza. È riconoscimento reciproco della dignità umana, rispetto, accettazione del diverso come dono. È vivere il faccia a faccia. Non il teschio a teschio.
La pace di Gesù è un'acqua che viene da lontano: l'unica in grado di dissetare la terra; l'unica capace di rispondere al nostro bisogno di felicità.
Questa pace è come l’acqua di un acquedotto – che in larga parte discende dal cielo e in minima parte deriva dalle risorse idriche della terra – è una pace che deve essere portata a tutti.
In quest’impegno di portatori di pace può esserci il momento in cui l’inviato deve scuotere la polvere per non introdurre nel tempio della propria vita nulla di profano… Ci vuole coraggio, ci vuole la forza dello Spirito per scuotere dai nostri sandali, dalle nostre vite, la polvere di una società e di tante altre realtà che non sono basate sulla pace, che non sono disposte a fare spazio al sogno di Dio, al suo progetto di vita e di vita in pienezza per tutti.

Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli

Quando la nostra comunità inviava persone, giovani e adulti, a evangelizzare leggevamo questo brano del vangelo e tutti ci soffermavamo su queste tre parole chiave: rallegrarsi, esultare e essere beati. Ci ripetevamo vicendevolmente: evangelizzare è lavorare per qualcosa che non passa ma che rimane; evangelizzare è agire in consonanza con il piano di Dio; evangelizzare è dire a tutti che gli orizzonti di Dio sono orizzonti di eternità.
E concludevamo con questo slogan valido per ognuno di noi qui ed oggi: il cristiano che evangelizza è il cristiano che si realizza. Evangelizzare è fare gol. Chi evangelizza annunciando la fedeltà di Dio è discepolo autentico di Gesù la buona notizia del Padre.
E non dimentichiamo mai che non sono i bastoni, le bisacce, le borse o i sandali che fanno di te un evangelizzatore ma la fiducia che tu poni in Dio e nella comunità.
La strada dell’annuncio, la strada della missione è l’unica strada su cui il cristiano può rallegrarsi, esultare ed essere beato. Non ce ne sono altre.