P. Ottavio Raimondo

Chi può immaginare che cosa vuole il Signore! (I lettura: Sap 9,13-19
Accoglilo come fratello carissimo (II lettura: Fm 9b-10.12-17)
Chi non rinuncia a tutto, non può essere mio discepolo (III lettura: Lc 14,25-33)

Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre… non può essere mio discepolo.

La gente è molta e Gesù parla a tutti, apertamente.
Come può non affascinare un Gesù così schietto? Così sincero?
Doveva averne di fiducia nelle persone, e perché no, nei poveri!
Gesù dice loro che l’elezione è gratuita ma la risposta deve essere intessuta di distacco e disponibilità.
I criteri ultimi delle nostre scelte non sono i vincoli familiari e sociali ma i criteri del Vangelo.
San Daniele Comboni scriveva: “A quali sacrifizi assoggetta il Signore questa mia vocazione! So che m’attirerò la maledizione, e le imprecazioni di molti, che veggono più in là men d’una spanna; ma per questo io non  voglio lasciare di seguire la mia vocazione”.
E in altra occasione scriverà: “Addio caro padre, cara mamma; voi siete e vivete sempre nel mio cuore… poiché voi sapeste fare un’opera eroica, che i grandi del secolo, e i grandi del mondo non sanno fare. Cianci il mondo… vi dica imbecilli: voi avete riportato una vittoria che vi assicurò la vostra eterna felicità”. E, non dimentichiamolo, Daniele era l’unico figlio ancora vivo. Gli altri sette fratelli erano morti in tenera età.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo

Il discepolato esige decisione, rinunce, rotture. È una decisione che si prende e si riafferma, con la serietà di chi costruisce una torre o fa i calcoli per la battaglia. Gesù la sua croce l’ha presa: mettendosi in cammino decisamente verso Gerusalemme e, in questo cammino, vivendo la sua identità di inviato a portare buone notizie ai poveri. Se Gesù avesse accettato di pensare a sé stesso, ai suoi familiari e al suo lavoro, sarebbe morto di morte naturale.
Se si fosse accontentato di osservare le leggi civili e religiose, di compiere le prescrizioni del culto del tempio e di ossequiare il potere romano, sarebbe morto di morte naturale.
Ma allora che cos’è per noi cristiani del 2010 prendere la croce (non le croci!)?

Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
La sequela di Gesù richiede un impegno serio che coinvolge il discepolo nelle sue relazioni familiari e nella sua vita personale, ma anche nella sua relazione con i beni.
Il miglior discepolo è quello meno attaccato ai beni
Il possesso egoistico dei beni e la sequela di Gesù si escludono reciprocamente.
Le ricchezze sono pericolose… allontanano dagli altri e ci impediscono di essere liberi per seguire il maestro.
Preghiamo perché la “Chiesa dei poveri” non sia solo una formula accattivante ma diventi coscienza profetica e consapevolezza critica.
Con la stessa chiarezza e delicatezza Gesù aggiunge: chi si tira indietro è una costruzione non riuscita, un re sconfitto, un sale andato a male.
Leggi queste righe, rileggile per gustare la tenerezza con cui Gesù ti parla dicendoti che non vuole che tu sia costruzione non riuscita, re sconfitto, sale senza sapore.
La sua non è una minaccia ma un invito e un augurio. Lui non si è tirato indietro e, per questo, risplenderà per sempre come pietra fondante dell’edificio della vita; come Signore della storia, come colui che dà sapore a ogni persona e ad ogni cultura, all’universo intero.
Discepolo di Gesù risplendi e brilla camminando nella libertà, senza mai tirarti indietro.

p. Ottavio Raimondo, missionario comboniano 348-2991393 oraimondo@emi.it