p. Ottavio Raimondo

C’era un uomo ricco…         

Non è una favola, ma una parabola. Inizia come le favole: "C'era una volta…". Come vorrei che questa pagina fosse favola! Ed invece è una parabola, cioè una pagina "vera" per tutti i tempi, anche per il nostro.
Il ricco: vestiva di lusso, con abiti molto costosi: il suo look! Faceva continue feste e grandi banchetti; simbolo della civiltà dei consumi, dello spreco. Ma questo ricco per Gesù non ha nome, né volto. Eppure il personaggio chiave, il protagonista della parabola è lui.
"C'era anche un povero"… ha un nome: Lazzaro. Gesù glielo dà: il nome dei poveri sta scritto nel cuore di Dio; nel libro della vita. I poveri Dio li conosce per nome, uno per uno, e li ama con amore preferenziale. Cristo ama tutti, è morto per tutti. Ha preferito i poveri. Verso di essi esercitò con preferenza il ministero.
Lo descrive vicino alla porta del palazzo con tre pennellate: divorato dalla fame: mendica gli avanzi; coperto di piaghe: demolito fisicamente per denutrizione; i cani vanno a leccargli le piaghe: devastato dalla miseria.
"Un giorno il povero Lazzaro morì". E' toccato prima a lui, al povero.
"Poi morì anche il ricco". Strano: è morto anche lui! Aveva tutto: soldi, amici, medici, medicine. Per lui sì la morte è una terribile disgrazia. Non solo per quello che lascia di qua, ma per quello che lo aspetta di là.
Notate che il ricco non ha fatto nulla di male al povero; diremmo noi che non ha commesso alcuna ingiustizia. Ha peccato di omissione: peccati più simili al nulla… Chi li avverte? Chi li denuncia? Chi li confessa? Se si fosse confessato avrebbe trovato un prete compiacente che lo avrebbe assolto con qualche Pater, Ave, Gloria. Cristo no!

Manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del dito.

È proprio incallito nella sua mentalità questo uomo ricco: continua a vedere il povero come colui al quale dare ordini, colui che deve essere al suo servizio!
Chi siano i poveri e perché lo siano ce lo dice l'indagine storica e sociologica. Come porsi davanti ai poveri evangelicamente, ce lo dice il Vangelo.
Può rigenerare la società contemporanea solo una Chiesa che rigenera sé stessa mediante il Vangelo della carità.
Gesù, il Signore, non vuole che il “grande abisso” che separa il ricco e Lazzaro sia oggi l’abisso tra la Chiesa e i poveri. Sarebbe una sconfitta per tutti. L’opzione preferenziale per i poveri pertanto è la scelta necessaria per annunciare il Vangelo al mondo: una chiesa che non si identifica con il povero non evangelizza nessuno, non è né sale, né lievito, né luce.

Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti.

Ci siamo preoccupati di quelli che non vanno in chiesa, ma poco di come escono quelli che ci vanno.
Mario Pomilio, nel romanzo "Il quinto Vangelo", narra che un vescovo gli raccontò questa storiella: un rabbino incontrò Gesù e gli disse: "Penso che tu sei il Messia. Le tue parole sono piene di sapienza. Ma come è possibile che i tuoi discepoli di tutti i tempi leggano un solo libro?"
"E' vero quello che tu dici, rispose Gesù. Quello però che tu non sai è che i miei discepoli il Vangelo lo scrivono ogni dì".
Scrivere ogni giorno un quinto Vangelo, che rigenera la Chiesa e la società, è la grande sfida nell'osare un tempo nuovo.
Questo quinto Vangelo lo scrive chi si accorge del povero, lo scrive la chiesa missionaria presente nei molti sud del mondo, la scrive quella chiesa la cui ricchezza non sono i marmi preziosi ma gli impoveriti che oggi sono moltitudini in ogni angolo del pianeta.