P. Ottavio Raimondo

Il popolo stava a vedere, i capi invece lo deridevano … e anche i soldati lo deridevano.

Il popolo guarda in silenzio, i capi scherniscono, i soldati si prendono gioco. E Gesù muore in compagnia di coloro ai quali aveva dedicato una speciale attenzione: i “malfattori”.
Fuori dal contesto della croce non si può capire la vera natura della regalità di Cristo.
Come si può accettare un re che regna senza un esercito che lo difenda?
Un re il cui regno non si basa sul potere, ma sul servizio?
Un re che dalla croce, supplizio riservato agli schiavi,  diventa sorgente di vita e di vita in abbondanza per tutti?
Il silenzio del popolo è rassegnazione; lo scherno dei capi è sicurezza; il prendersi gioco dei soldati che offrono aceto è disprezzo. Ma l’ultima parola non appartiene alla rassegnazione, alle sicurezze umane, al disprezzo: né allora, né oggi, né domani.

“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi”

Nasce spontanea questa domanda di uno dei due condannati. Quasi sentiamo verso di lui quella stessa  tenerezza che certamente ha sentito Gesù e che non gli ha detto: - tu non sarai con me.
Nel vangelo non c’è la risposta a questa domanda. La risposta dobbiamo darla noi.
Proviamoci e rispondiamo: - Si, tu sei il Cristo. Tu sei colui che salva sé stesso e noi abbandonandosi nelle braccia del Padre e ponendoci nelle stesse braccia; aprendoci cammini nuovi di dono; cammini d’amore e di speranza.
Tu non ci chiedi di impegnarci nella lotta contro le potenze del mondo per liberare Dio dalla loro presa, ma di far correre nella nostra vita quel suo amore che guarisce ogni fratello che vive ingannato e impaurito. 
Tu non lotti contro il mondo, ma dai la vita per il mondo. La vita come lotta è esattamente ciò che porta il mondo alla violenza e alla menzogna. La vita donata guarisce quell’infinita competizione che crocifigge la verità Questa è stata la tua missione, Gesù falegname di Nazaret; questa è la nostra missione di oggi e di sempre. Donaci il tuo Spirito perché ce ne sentiamo responsabili e orgogliosi.

“In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”

Nella cappella della comunità comboniana di Pesaro, dove vivo, c’è una magnifica vetrata. Al centro la figura di Gesù con la ferita visibile del costato e con in mano il rotolo che ci ricorda il testo di Luca 4,18: “Lo Spirito del Signore è su di me… e mi ha inviato…”. Alle sue spalle c’è Maria con una mano sul braccio di Gesù in atteggiamento di presentare il figlio quasi dicendo come a Cana (Giovanni 2,5): “Fate quello che vi dirà…”. Alla destra di chi guarda troviamo san Carlo Lwanga martire d’Uganda. Accanto san Daniele Comboni che guarda verso l’orizzonte lontano e posa la mano sinistra sulla spalla di un africano in segno di grande solidarietà e amore..Dall’altro lato troviamo san Paolo l’apostolo delle genti con il libro delle sue lettere in mano. L’ultimo a sinistra è san Pietro Claver con in mano le catene, lui che tante catene ha tolto agli schiavi che giungevano al porto di Cartagena in Colombia provenienti dalle coste africane. Davanti a Gesù ci sono cinque giovani che rappresentano i cinque continenti che, dopo aver accolto il vangelo, offrono i loro doni segno delle loro culture.
Questa vetrata, al termine di un anno in cui abbiamo riflettuto insieme ogni domenica sui testi del vangelo di Luca, è per ciascuno di noi l’invito a sentire che quelle parole pronunciate da Gesù come risposta al “malfattore” (non “ladrone”!) sono per ciascuno di noi, per ogni popolo e cultura.
E non dimentichiamo che il paradiso è già qui “oggi” nella misura in cui nessuno cerca di salvare sé stesso ma vive la sua regalità come dono senza esclusioni di tempo o di spazio; un dono di sé che non è risposta agli atteggiamenti di chi ci circonda ma solo e sempre la buona notizia di un Dio che vuole vita e vita in pienezza per tutti.