P. Ottavio Raimondo

Ti renderò luce delle nazioni (I lettura: Is 49,3.5-6)
Grazie a voi e pace da Dio Padre nostro (II lettura: 1 Cor 1,1-3)
Ecco l’agnello di Dio (III lettura: Gv 1,29-34)

Il Vangelo di Giovanni

 ‘L’Agnello di Dio’. Queste sono le parole che vengono pronunciate nel rito romano prima della distribuzione dell’Eucarestia, perché Gesù viene chiamato ‘agnello’ e perché porta via il peccato del mondo, vincendolo e togliendogli sostanza e realtà? Isaia (53,7) paragona il servo di Jahvè  ad un agnello che viene condotto al macello. Gesù fu crocifisso durante una festa di Pasqua ebraica e dovette sembrare proprio il vero agnello pasquale attraverso cui si realizza il significato dell’agnello pasquale nell’uscita dall’Egitto: liberazione dalla mortale tirannia egizia e via libera all’esodo verso la libertà della promessa. La parola aramaica talja  significa ‘agnello’,‘giovanetto’ e ‘servo’, e l’ingresso nei peccati degli altri è la discesa negli inferi, non da spettatore, ma con-patendo e, con una sofferenza trasformatrice, convertendo gli inferi e travolgendoli, aprendo le porte dell’abisso. Quanto è vero che tutti noi siamo tenuti prigionieri da potenze senza nome, che ci manipolano. Ma il bello è che in questa discesa, Gesù non tralascia nulla dell’identità di coloro che sono caduti e la lotta è la ‘svolta’ dell’essere, che produce una nuova qualità di umanità, prepara un nuovo cielo, ma soprattutto una nuova terra. Quindi il Battesimo, l’iniziazione cristiana, è un dono di partecipazione alla lotta di trasformazione del mondo, intrapresa da Gesù, l’Agnello di Dio, che è avvenuta nella sua discesa e nella sua risalita.

Le comunità cristiane di Giovanni

I membri delle comunità del vangelo di Giovanni, provenienti dal giudaismo, erano persone che avevano scoperto che:

-          Dio non è il Dio da cercare ma il Dio da accogliere;

-          Il peccato non è perdonato né vinto dalla legge e dall’organizzazione religiosa del tempo, ma solo grazie a Gesù si realizza il nuovo e definitivo esodo dal “peccato del mondo”

Le comunità di Giovanni avevano alle spalle una triste eredità che continuava a minacciarle: l’eredità di una legge pesante, complicata, insostenibile; una legge che in un modo o in un altro continuava a fare di loro dei trasgressori, bisognosi di un perdono che veniva gestito dai professionisti del tempio: i capi e i sacerdoti. Questi  troppo spesso approfittavano della loro posizione per manipolare, dominare le coscienze e i portafogli.

Si capisce allora perché le prime comunità riportano le parole del Battista che definisce Gesù come: “Colui che toglie il peccato del mondo!”. Attenti che non dicono “i peccati” ma “il peccato”.

Le comunità cristiane di oggi, all’inizio del terzo millennio

Noi comunità cristiane del terzo millennio siamo chiamati a vedere Gesù come colui che viene verso di noi e che toglie il peccato del mondo.

Cos’è questo peccato del mondo? Possiamo definirlo come l’ostinato rifiuto della pienezza di vita. Il peccato è il rifiuto di far spazio alla vita.

Il peccato è scegliere la morte attraverso scelte che isolano, allontanano e non permettono di accogliere Colui che viene a darci la vita.

Vedendo Gesù, noi comunità cristiane d’oggi, dobbiamo vedere “lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”. Gesù è per noi l’uomo nuovo consacrato e inviato dallo Spirito “lo Spirito del Signore è su di me”. Lo Spirito è “Signore e datore di vita”, di una vita che tracima e raggiunge i confini del mondo, ogni persona, ogni gruppo umano, cultura e religione.

E infine ciascuno di noi deve testimoniare, come un giorno Giovanni il Battista: “… io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. 

Beati noi, beate le nostre comunità, se nella nostra vita sono presenti questi tre elementi: vedere Gesù che viene verso di noi e perdona il peccato del mondo; vedere lo Spirito che scende e rimane su Gesù; testimoniare che Gesù è il Figlio di Dio.

La nostra vita è troppo bella, è splendente di una bellezza che non ci permette di tacere.

Sono validi ancora oggi gli orientamenti che la Congregazione di Propaganda Fide dava ai missionari di Indocina nel 1659: “Non fate nessun tentativo né cercate in alcun modo di persuadere quei popoli di cambiare i loro costumi, il loro modo di vivere, le loro consuetudini, quando non siano apertamente contrari alla religione ed alla morale… La fede dovete portare, fede che non rigetta né offende il modo di vivere e le consuetudini di nessun popolo, quando non siano cose prave; anzi vuole che tali cose siano conservate e protette”.

Durante una trasmissione televisiva la presentatrice domandava all’intervistato: “ Ingegnere, perché porta la croce al collo”? La risposta non si fece attendere: “Perché lui è il Signore della mia vita”.

Chi annuncia Gesù non conquista ma testimonia perché tutti, noi compresi, intraprendiamo l’esodo “dal peccato del mondo”, il cammino della vita, della vita in pienezza, per noi e per ciascuno.

Suggerimento:  Partecipo a qualche iniziativa della Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani (17-25 gennaio). Mi documento visitando il sito:

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/sub-index/index_weeks-prayer_it.htm

p. Ottavio Raimondo, oraimondo@emi.it – 348-2991393