Roma, giovedì 27 ottobre 2011
I vescovi della Repubblica Democratica del Congo in vista delle elezioni del 28 novembre.
La trasparenza del voto, la sicurezza nel Paese, la salvaguardia delle risorse naturali, l’assistenza alle vittime di violenze sessuali: sono le quattro raccomandazioni contenute nel documento intitolato Arringa per il consolidamento della pace e della democrazia attraverso un processo elettorale sereno, scritto dalla Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, in collaborazione con l’Agenzia cattolica per lo sviluppo oltremare, in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari del 28 novembre. La democratizzazione ha conosciuto un momento determinante con le elezioni del 2006 che hanno dotato la nazione africana di organismi repubblicani credibili, ponendo fine a una lunga crisi di legittimità istituzionale caratterizzata da numerosi episodi di corruzione e da molteplici conflitti armati. Cinque anni dopo, la Repubblica Democratica del Congo si trova ad affrontare un nuovo processo elettorale, chiamato stavolta a consolidare la pace e la democrazia.

 

I vescovi — il documento è firmato da monsignor Fridolin Ambongo Besungu, presidente della Commissione episcopale Giustizia e Pace, e da monsignor Marcel Utembi Tapa, arcivescovo di Kisangani — si rivolgono alla comunità internazionale affinché vigili, con osservatori neutrali, sul delicato passaggio politico. La situazione, scrivono, è contrastante: da una parte, è positivo l’avanzamento delle operazioni tecniche organizzate dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (incaricata di registrare gli elettori e le candidature, di raccogliere le urne e le cabine di voto, di far firmare ai partiti politici il codice di buona condotta); dall’altra, la campagna elettorale sembra svolgersi in un clima di tensione e di violenza che rischia di produrre nel Paese nuovi conflitti armati. Creano terrore alcune milizie locali che operano nelle province orientali, ma sono soprattutto i due gruppi stranieri delle Forze democratiche per la liberazionedel Ruanda e dell’Esercito di resistenza del Signore a seminare morte e desolazione. Il primo movimento sopravvive grazie allo sfruttamento illegale delle risorse naturali (minerali in particolare) ed è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani (soprattutto stupri di massa). «Le multinazionali occidentali che comprano questi minerali bagnati di sangue — affermano i presuli — sono colpevoli tanto quanto coloro che uccidono con le armi».

Anche l’Esercito di resistenza del Signore (la cui folle intenzione è di creare uno Stato teocratico sulla base dei Dieci comandamenti e della tradizione locale Acholi) si è macchiato di innumerevoli crimini: omicidi, mutilazioni, rapimenti, riduzione in schiavitù sessuale, arruolamento di bambini-soldato, distruzione di villaggi. Questioni — si legge nell’arringa — che non sembrano più attirare una grande attenzione da parte della comunità internazionale. Eppure, per esempio, la militarizzazione dello sfruttamento delle risorse naturali costituisce la principale causa di insicurezza nell’est della Repubblica Democratica del Congo: «Oltre all’assenza di un quadro giuridico vincolante sia per le multinazionali sia per i contrabbandieri alle frontiere, si pone il problema della messa in sicurezza, della regolamentazione e della protezione dei diritti delle popolazioni che vivono dello sfruttamento artigianale dei minerali».

La Chiesa cattolica è da tempo fortemente impegnata per il ritorno della pace nel Paese. Lo fa a fianco delle popolazioni maggiormente colpite, portando un aiuto umanitario d’urgenza, agendo nei settori della sanità (in primo luogo con la lotta alla malaria e all’Aids) e della scuola, là dove lo Stato non è in grado di intervenire. Lavora altresì alla riconciliazione delle comunità, dopo i tanti anni di guerra che hanno lacerato il tessuto sociale. Riguardo il processo elettorale in corso, la Chiesa ha elaborato il programma «Elezioni e temi principali di gouvernance», assieme a tutte le altre confessioni religiose, per preparare il dispiegamento di trentamila osservatori nazionali in vista delle elezioni del 28 novembre. Un ruolo importante viene rivestito anche nella ricerca di una soluzione globale e duratura alla piaga dei gruppi armati che terrorizzano il Paese: nel 2010 è stata creata una «Rete regionale e interconfessionale dei leader religiosi per la pace», presieduta dall’a rc i - vescovo di Kisangani, che ha organizzato numerosi incontri per informare la popolazione.

A conclusione del loro documento — presentato nei giorni scorsi a Bruxelles dove delegazioni della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo e dell’Agenzia cattolica per lo sviluppo oltremare hanno partecipato a un dibattito sul tema — i vescovi ribadiscono quanto scritto dal Comitato permanente il 25 febbraio scorso nella nota Anno elettorale: che dobbiamo fare?: la posta in gioco consiste essenzialmente nella «costruzione di un Congo realmente democratico, sereno e portatore, grazie a una politica di buon governo, di nuove possibilità di sviluppo per il nostro popolo».

Si tratta quindi di «edificare un Congo soprattutto rispettoso dei diritti umani, un Congo più forte anche per garantire a tutti i congolesi un contesto che consenta loro di far fronte in modo migliore alle sfide del futuro».
L’OSSERVATORE ROMANO, mercoledì 26 ottobre 2011, pagina 7.