Roma, martedì 11 giugno 2013
“Siamo alla terza fase della crisi economica; dopo la crisi finanziaria del 2007, seguita dalla crisi dell’economia reale, siamo passati alla crisi del default degli stati”. Questa è una delle affermazioni con cui il prof. Carmine Tabarro ha dato inizio al suo intervento del 10 giugno a Roma, nell’aula capitolare dei Missionari Comboniani. Secondo il prof. Tabarro, “la tecnocrazia insieme alla crisi antropologica e valoriale sono i problemi profondi della crisi dell’Europa”.

La relazione del prof. Tabarro rientra in quell’insieme di iniziative che il gruppo di riflessione della Curia ha proposto come approfondimento di tematiche attuali. Quello di ieri, dal titolo “Come la crisi economica è vista e vissuta al di fuori dell’Europa”, è la seconda parte di un’ampia relazione sulla crisi economica la cui prima parte era stata trattata alcuni mesi fa, sempre dal prof. Tabarro.

La crisi finanziaria, sostiene il professore che, oltre ad essere dirigente di banca, tiene corsi all’Università Gregoriana, ha le sue premesse teoriche nella scuola di Chicago, messe in pratica attraverso politiche economiche neo-liberiste dal presidente degli USA R. Reagan e dal primo ministro britannico M. Thatcher negli anni ’80. La dottrina insiste sulla necessità dell’austerità e sui tagli alla spesa sociale. Applicati all’Africa attraverso gli Structural Adjustment Programs e ora all’Europa del sud, hanno avuto e hanno conseguenze devastanti sull’economia reale. Argomenti economici, questi, ultimamente criticati dal Fondo Monetario Internazionale.

La crisi attuale in Europa ha fatto emergere una profonda crisi valoriale che si esprime nell’ideologia tecnocratica che, di fatto, riduce l’uomo a oggetto e considera le soluzioni ai problemi come semplici ‘prodotti tecnici’. Ma la crisi economica ha fatto rilevare le debolezze della costruzione dell’Unione Europea che presenta deficit democratici e mancanza di un governo federale, cose che acuiscono i problemi economico/finanziari. “La necessità di un governo democratico europeo” – ha ribadito il prof. Tabarro – “è percepita sia all’estero sia dai cittadini europei come la causa principale della crisi”.
Pubblichiamo di seguito l’intervento del prof. Carmine Tabarro.


Come la crisi viene vista e vissuta
fuori dall’Europa

0. Premessa

Questo intervento tiene in considerazione diversi centro studi tra cui la Troika (Fmi, UE, Bce), la Banca Mondiale, diversi think tank e premi nobel come Nobel quali Krugman, Stiglitz e Sen. Per trattar questo tema col necessario rigore scientifico, lo sforzo di obiettività – che Max Weber giustamente pretendeva – è imprescindibile, anche se restano scontati i suoi limiti (nel mio caso la formazione culturale cattolica). Appunto la mia cultura cattolica, non mi permette di affrontare i problemi trattati come se io e il volto dell’altro (“Le persone possono essere dal punto di vista sociale relativamente sostituibili, tuttavia v’è in esse fondamentalmente una sorta di fraternità, che oggi è diventata una fraternità senza padre, la cui sorgente è la singolarità di ognuno come imago dei”. Paul Ricoeur: un parcours philosophique, intervista di François Ewald, “Magazine littéraire”, n. 390, settembre 2000, p. 26) ne fossimo artificialmente al di fuori, ho preferito guardarli per lungo e da lontano in modo da imprimere al ragionamento tutto lo slancio che occorre per sporgersi sul futuro e cercare di azzardare i “segni dei tempi” del prossimo futuro.

Come racconta una vecchia canzone blues, in alcuni stati del Sud i neri d’America avevano l’obbligo di camminare nel lato assolato della strada – sunnyside the street – dove più infuocata staffilava la calura, ma dove era possibile dialogare col sole, abbacinati dalla sua luce feconda. I bianchi si riservavano il lato ombroso, senza sapere quante mancate emozioni costasse loro la comodità della frescura.

Questo è il compito di noi cristiani, camminare sul lato assolato per vivere accanto al Cristo Risorto e far presente ai nostri compagni di strada che il Regno di Dio è già presente in mezzo a noi ed è questa calura che toglie il respiro, ma permette di vivere la metastoria che l’ombra nega.

1. La crisi

La crisi, iniziata nel 2007 e aggravatasi drammaticamente nel corso del 2008, ha messo in luce le profonde crepe che caratterizzano l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Le drastiche politiche di austerità, imposte prima ai paesi dell’Est Europa e poi agli stati dell’area mediterranea, sono ora applicate anche ai paesi del Centro- Sud Europa. La crisi ha evidenziato la natura poco democratica della costruzione dell’Unione Europea, come risulta evidente dal comportamento della Commissione Europea componente tecnocratica insieme alla Bce, che acquista sempre maggiori poteri di controllo dei bilanci nazionali, in assenza di qualsiasi seria sorveglianza da parte del Parlamento Europeo.

Circa il pericolo della tecnocrazia diversi sono stati gli interventi del Papa Emerito Benedetto XVI, ne ricordo alcuni.
Il 19 gennaio Benedetto XVI concludendo i lavori dell’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio Cor Unum,
“Negli ultimi secoli, le ideologie che inneggiavano al culto della nazione, della razza, della classe sociale si sono rivelate vere e proprie idolatrie; e altrettanto si può dire del capitalismo selvaggio col suo culto del profitto, da cui sono conseguite crisi, disuguaglianze e miseria. Oggi queste ideologie sono ampiamente screditate, e la Chiesa se ne rallegra. Ma al loro posto sono sorte ideologie nuove, persino più pericolose. Così, purtroppo, anche il nostro tempo conosce ombre che oscurano il progetto di Dio. Mi riferisco soprattutto ad una tragica riduzione antropologica che ripropone l’antico materialismo edonista, a cui si aggiunge però un "prometeismo tecnologico".
Ancora: ”Dal connubio tra una visione materialistica dell’uomo e il grande sviluppo della tecnologia emerge un’antropologia nel suo fondo atea. Essa presuppone che l’uomo si riduca a funzioni autonome, la mente al cervello, la storia umana ad un destino di autorealizzazione. Tutto ciò prescindendo da Dio, dalla dimensione propriamente spirituale e dall’orizzonte ultraterreno. Nella prospettiva di un uomo privato della sua anima e dunque di una relazione personale con il Creatore, ciò che è tecnicamente possibile diventa moralmente lecito, ogni esperimento risulta accettabile, ogni politica demografica consentita, ogni manipolazione legittimata.

Nella Caritas in Veritate, la pretesa di autosufficienza dell’uomo si accompagna all’analoga pretesa di autosufficienza della tecnica che utilizza il «processo di globalizzazione» (ibid., n. 70) per «sostituire le ideologie» (ibidem) e svolgere lo stesso ruolo negativo e si fa a sua volta «ideologia tecnocratica» (ibid., n. 14). Dalle ideologie si passa così alla tecnocrazia, l’«orizzonte culturale tecnocratico» (ibid., n. 70): «la tecnica divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l'umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità» (ibidem). «L'assolutismo della tecnica tende a produrre un'incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia» (ibid., n. 77). e finisce per atrofizzare una parte essenziale dell’umana capacità di conoscenza.

La tecnocrazia promette anche la pace, presentata a sua volta come «un prodotto tecnico» (ibid., n. 72) che dovrebbe prescindere dai valori e si rivela quindi un’illusione e un inganno. Strumento dell’inganno della tecnocrazia sono spesso i mezzi di comunicazione sociale. «Sembra davvero assurda la posizione di coloro che ne sostengono la neutralità, rivendicandone di conseguenza l'autonomia rispetto alla morale che tocca le persone. Spesso simili prospettive, che enfatizzano la natura strettamente tecnica dei media, favoriscono di fatto la loro subordinazione al calcolo economico, al proposito di dominare i mercati e, non ultimo, al desiderio di imporre parametri culturali funzionali a progetti di potere ideologico e politico» (ibid., n. 73). La libertà che protegge dalla tecnocrazia, invece, «non consiste nell'ebbrezza di una totale autonomia, ma nella risposta all'appello dell'essere, a cominciare dall'essere che siamo noi stessi» (ibid., n. 70).

La tecnocrazia insieme alla crisi antropologica e valoriale sono i problemi profondi della crisi dell’Europa.

2. Le cause istituzionali della crisi dell’Europa

2.1 – Mancanza  di un governo europeo. La prima accusa che viene fatta è che l’Europa ha bisogno di un vero governo democratico, perché solo un governo sostenuto dal consenso dei cittadini, può ottenere i poteri necessari – in particolare quelli fiscali e di bilancio – per affrontare la grave crisi internazionale attuale. In effetti, il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi e il precedente Jean-Claude Trichet, hanno più volte con lucidità messo in evidenza il limite dell’attuale Unione Europea: “il Patto di stabilità e di crescita ha bisogno di un bilancio federale e di un governo federale”.

La necessità di un governo democratico europeo è percepita sia all’estero sia dai cittadini europei la causa principale della crisi.

Difatti è del tutto ibrida la formula istituzionale con cui si prendono le decisioni europee. Vi sono competenze, come la politica estera, che sono interamente gestite con il metodo intergovernativo, con decisioni all’unanimità, come avviene nelle organizzazioni internazionali. Vi sono altre competenze, come quelle riguardanti il mercato interno, dove le decisioni vengono prese con il metodo comunitario, con la duplice maggioranza del Consiglio e del Parlamento europeo. Quando si realizza la codecisione tra Parlamento e Consiglio, la Commissione agisce come esecutivo, o governo, dell’Unione. In questo caso, se si include anche la Corte di Giustizia tra le istituzioni comunitarie, il sistema decisionale europeo scaturisce da un nucleo federale, così come è stato concepito originariamente da Jean Monnet .

Purtroppo non da oggi, il ruolo federale delle istituzioni europee è relegato in secondo piano da un’ondata di euroscetticismo. I centri studi esteri e l’opinione pubblica europea percepiscono un’immagine deformata della governance europea. Il governo dell’Europa viene illuminato solo dalle dichiarazioni dei più forti leader nazionali, mentre l’Europa, quella delle istituzioni sovranazionali, rimane in ombra, e condizionata dagli interessi dei paesi più forti.

Al contrario, solo grazie all’esistenza di un governo federale con un bilancio e una politica fiscale federale si potrebbe arginare la crisi recessiva che ha investito non solo i PIIG, ma da qualche tempo anche la Francia, e l’Olanda. Quindi l’esistenza di un governo sovranazionale dell’Europa non significa, automaticamente, che esso abbia anche i poteri sufficienti per affrontare efficacemente le sfide di un mondo sempre più competitivo e globalizzato.

La natura ibrida dell’Unione europea ha stimolato un vivace dibattito, tra gli accademici e politici tanto da meritare la classificazione di “animale politico non identificato”.

Il governo dell’Europa non è fondato su una architettura istituzionale di vero federalismo ma su regole economicistiche..

Viene fatto notare come il Parlamento europeo ha definito l’Unione europea una “democrazia sovranazionale”. In realtà si tratta più di un obiettivo che di una realtà. In verità, l’Unione europea soffre di un deficit democratico, come dimostrano i continui tentativi di riforma e gli sforzi della Commissione e del Parlamento europeo di avvicinare i cittadini alle istituzioni europee. L’esistenza di un governo apparente dell’Europa (una governance), che non riesce a prendere decisioni se non nel quadro delle istituzioni sovranazionali esistenti, alimenta la confusione e la disunione. I governanti dei singoli stati nazionali salgono sul palcoscenico europeo solo per raccogliere gli applausi dei rispettivi paesi d’origine.

Il grande problema istituzionale dell’Europa viene individuato nei  deficit gemelli di democrazia che si traduce in un deficit di governabilità, perché senza un bilancio adeguato, come abbiamo visto, le politiche dell’Unione sono inefficaci: la loro realizzazione dipende dal consenso ad hoc dei governi forti nazionali. Le lamentale della Germania – “non vogliamo pagare per risolvere i problemi degli altri” – sono comprensibili, ma non coerenti. I beni pubblici europei devono essere finanziati da risorse proprie europee. Se il bilancio dell’Unione è insufficiente, è inevitabile che alcuni governi nazionali si debbano, prima o poi, prendere carico di un problema collettivo europeo. Se non si concedono risorse adeguate al bilancio europeo, l’Unione monetaria correrà seri pericoli di disgregazione. Non si tratta di imporre un ulteriore carico fiscale ai cittadini, ma di ripartire meglio le risorse fiscali tra il livello nazionale e quello europeo. E’ solo applicando i principi del federalismo fiscale che questo problema può essere affrontato e risolto. Il Patto di stabilità o meglio fiscal compact è un cattivo sostituto di un bilancio federale e di un governo federale.

Il rimedio ai deficit gemelli – di democrazia e di governabilità – è semplice: occorre abolire il diritto di veto nel Consiglio dei Ministri, che diventerebbe così la seconda camera dell’Unione (la Camera degli stati) a fianco del Parlamento europeo (la Camera del popolo delle nazioni europee). Una volta accettato il principio della codecisione legislativa, la Commissione europea diventerebbe automaticamente il solo esecutivo dell’Unione, anche in politica estera, se lo si vorrà. I deficit sono due, ma il rimedio è unico. Soluzioni più complesse, come la Presidenza stabile del Consiglio europeo o un Direttorio dei paesi più importanti, rappresentano un palliativo, per evitare di affrontare la questione di fondo: l’abolizione del diritto di veto.

2.2 – Le conseguenze della mancanza di una governance solidale nell’Unione Europea

E’ stato fatto notare come la mancanza di una governance comune e solidale in Europa sia deleteria, l’abbiamo visto con le risposte adottate circa la crisi del debito pubblico europeo e i continui attacchi speculativi all’area euro (PIIGS).

Difatti le politiche fiscali come il fiscal compact e il rigore di bilancio hanno lasciato gli stati più deboli nelle mani della speculazione finanziaria, con costi sociali, economici durissimi.

Queste manovre rendono ancora più rigide le disposizioni previste dal Patto di stabilità e crescita; nuovi trattati e accordi intergovernativi, come il Trattato di Coordinamento e Governo, che introduce vincoli più stretti sui bilanci degli stati membri; nuove procedure come il “Semestre Europeo” che dà maggior peso agli incontri annuali durante i quali la Commissione e il Consiglio Europeo esaminano le politiche macroeconomiche e i “programmi di riforma” degli stati membri. L’elemento comune a tutte queste novità è quello di sottoporre i paesi economicamente più deboli a un sistema di tutela generale accompagnandolo con una costante pressione per il taglio delle spese, per l’erosione delle norme sul lavoro e per la privatizzazione e non liberalizzazioni dei beni pubblici (cadendo così da monopoli di stato a monopoli privati, ad esempio in Italia il caso Autostrade). Per quei paesi che hanno beneficiato dei fondi per i “salvataggi” i controlli e i vincoli sono ancora più oppressivi tanto da assumere, come nel caso della Grecia, i contorni di un sistema coloniale virtuale.

L’inevitabile conseguenza di questi sviluppi è stata l’intensificarsi di una durevole crisi di legittimità dell’Unione Europea. Il deficit democratico aumenta sempre più: le decisioni chiave sono protette da ogni forma di pressione democratica (la crescita di partiti populisti ed estremisti oggi in Europa sono circa 30) , mentre le politiche europee e il contenuto della stessa legislazione comunitaria viene influenzato profondamente da  grandi istituti tecnocratici; dalla cosiddetta troika: Banca Centrale Europea (in particolare la potente Banca Centrale Tedesca), dall’Fmi e dall’UE succube delle logiche di austerità.

La troika assume decisioni fondamentali di tipo tecnico contabile, senza essere democraticamente responsabili e i modelli sociali nazionali vengono ridimensionati e smantellati in nome del mercato unico e del consolidamento fiscale.

Pur potendo formulare dettagliate proposte per cambiare le attuali procedure di governance, esse risulterebbero del tutto inefficaci senza un radicale cambiamento di rotta di tutta la politica europea e tale da porre come prioritari i temi della crescita sostenibile, dell’occupazione dignitosa, della giustizia sociale e della lotta alla crescita delle  diseguaglianze. Si deve riconoscere che la crisi di legittimità dell’Unione europea è così profonda che le prevedibili contestazioni dell’attuale regime all’interno degli stati membri saranno viste sempre più come legittime.

3. Ricomporre l’agenda sociale

Le politiche di austerità stanno rovinando la vita di milioni di europei, specialmente nei paesi periferici del Sud e dell’Est-Europa. All’interno dell’Unione Europea, il tasso di disoccupazione è passato dal 2012 10.6% al marzo 2013 12,1%, ma in Spagna e in Grecia ha raggiunto il 55,9%%, Portogallo 38,3%, Italia 38,4%, fino al record del 59,1% della Grecia; mentre in Austria è del 4,7% Germania 5,4%, Lussemburgo 5,7%.

 Invece di contrastare l’evasione fiscale, le politiche di austerità si sono concentrate sui tagli alle spese con l’effetto di rinviare o cancellare programmi infrastrutturali e di ridimensionare le spese per la sanità, l’istruzione, la previdenza e i servizi di welfare.

La buona occupazione e l’occupazione stabile si è notevolmente ridotta in molti paesi e, a causa della recessione e dell’impatto delle politiche di austerità, si è registrato un consistente aumento del numero di persone a rischio di povertà assoluta. Le famiglie più deboli economicamente sono state le più colpite, ma, nei paesi maggiormente esposti alla crisi, anche molte fasce della classe media hanno subito pesanti contraccolpi.

Storicamente le politiche sociali in Europa sono state attuate attraverso o il welfare state o il welfare mix; oggi il welfare, soprattutto nei PIIGS è divenuto minimale, addirittura l'ultimo studio Unicef ci parla di oltre 30 milioni di bambini vivono già in condizioni di povertà assoluta. Non stiamo parlando dell'Africa, ma del nostro mondo industrializzato, dove il 15% dei 200 milioni di giovani oggetto di questa indagine sopravvivono al di sotto della soglia di povertà, e molti altri rischiano di scivolarvi.

Nel recente report di Caritas Europe, sono cinque i Paesi deboli dal punto di vista economico in Europa, si tratta di Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, dove negli ultimi mesi il numero delle persone caduta nella povertà assoluta è cresciuta del 54%.

È difficile dire quanto profonda e duratura sarà la crisi finanziaria in corso. Tuttavia, è fuor di dubbio che continueremo a vederne gli effetti negli anni a venire. Quanto a lungo, dipenderà tanto dalla crisi stessa quanto dalle politiche che sapremo intraprendere per salvaguardare i diritti dei bambini e degli adolescenti.

Allo stesso tempo, la Commissione Europea promuove l’aumento della flessibilità dei mercati del lavoro, ma il blocco delle remunerazioni, i tagli alle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile, insieme a un allentamento dei vincoli ai licenziamenti e la determinazione di tetti ai sussidi di disoccupazione allentano ulteriormente le garanzie del tanto decantato modello sociale europeo.

La crisi dell’Unione Europea e dei suoi principali stati membri nel raggiungere una qualsiasi significativa armonizzazione dell’imposizione fiscale diretta ha favorito la competizione fiscale che, spingendo i paesi a offrire tassazioni più favorevoli agli investitori esistenti o potenziali, ha accentuato la vulnerabilità dei paesi a più basso livello di tassazione. Tutti gli stati membri dovrebbero invece impegnarsi per sostenere il principio di un’imposizione fiscale progressiva con una generale armonizzazione degli scaglioni.

Le imposte sul reddito da capitale e da impresa dovrebbero essere formulate in modo da evitare il trasferimento dei profitti e tutti gli stati membri dovrebbero impegnarsi concretamente per garantire trasparenza e pieno scambio di informazioni sui redditi ottenuti. I paradisi fiscali e i meccanismi che facilitano l’evasione fiscale dovrebbero essere eliminati in Europa e dovrebbe essere aumentata la tassazione sulla ricchezza. È necessario evitare lo spostamento del peso fiscale dalla tassazione diretta verso la più regressiva imposizione fiscale indiretta e andrebbero bloccate le condizioni che permettono una deleteria concorrenza fiscale.

4. Politica economica e finanziaria

L’espansione economica si è arrestata in Europa nel 2012, registrando un prodotto addirittura inferiore a quello del 2008. La recessione economica ha riguardato tutti i paesi della periferia dell’euro, con ulteriori contrazioni del prodotto interno lordo nel corso dell’anno del - 3% in Portogallo e del -6% in Grecia -2,4% Italia . Nella maggior parte dei paesi dell’Est Europa si sono registrati timidi segnali di crescita nel 2012, ma il livello del prodotto è, salvo per la Polonia e la Slovacchia, ancora al di sotto di quello precedente alla crisi. I paesi “core” dell’area euro hanno registrato una crescita, ma piuttosto contenuta, e persino la Germania, cresciuta notevolmente nel  nel 2010 -2011 a partire dal 2012 e in questi primi mesi del 2013 continua a crescere meno del passato a causa della crisi che ha coinvolti i suoi principali partner  commerciali in Europa  assoggettati dai programmi di austerità, voluti dalla Germania stessa.

Su pressione principalmente della Germania, i 25 stati membri, hanno introdotto nei primi mesi del 2012 il cosiddetto “Fiscal Compact”, un vincolo legislativo che impone un limite, pari allo 0.5 % del Pil, al valore massimo del deficit strutturale di bilancio che un paese membro può registrare, un vincolo che impedirà di fatto ai paesi di adottare in futuro politiche fiscali espansive. Nel frattempo, poiché l’interazione tra la crisi del debito e quella bancaria minacciava di aggravarsi ulteriormente, la BCE ha avviato un’Operazione di Finanziamento a Lungo Termine con la quale ha fornito, nel periodo tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012, un prestito alle banche commerciali di 1.000 miliardi di euro con scadenza a tre anni a un tasso d’interesse dell’1%; nonostante questo il credito bancario destinato a famiglie e imprese si è drasticamente ridotto nel corso del 2012 e nei primi mesi del 2013 e nulla di buone di vede per il prossimo futuro. In seguito all’aumento della speculazione sui titoli spagnoli ed italiani durante la metà del 2012, la BCE ha annunciato il programma OMT (Outright Monetary Transactions). Esso prevede un intervento illimitato da parte della banca centrale per sostenere i titoli di stato sul mercato secondario a condizione che i paesi siano disposti ad adottare un programma di politiche concordato con il Fondo di Salvataggio Europeo e secondo il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Sebbene la BCE non sia ancora intervenuta, l’annuncio è riuscito ad assicurare una fragile stabilità finanziaria nella seconda parte dell’anno.

Alcune stime dell’effetto combinato delle varie leggi fiscali introdotte nella zona euro fanno prevedere che tra il 2013 e il 2016 il Pil potrebbe ridursi di circa il 3.5% nella zona euro nel suo complesso, di circa il 5-8% in Italia, Portogallo e Spagna e del 10% in Grecia e Irlanda. Il summit europeo del luglio 2012 ha proposto di creare un’Unione Bancaria Europea che dovrebbe essere costituita da un sistema di supervisione unico da parte della BCE; un sistema di assicurazione sui depositi comune ed un sistema di risoluzione delle crisi. Ma in presenza di circa 6.000 banche si presentano numerose questioni da risolvere, per esempio quali banche sarebbero soggette alla supervisione diretta della BCE e come affrontare l’indisponibilità di alcuni paesi dell’Europa del Nord a procedere verso il sistema unificato di assicurazione dei depositi e a un’unica autorità per la risoluzione delle crisi.

La politica fiscale dovrebbe concentrarsi sulla crescita, sulla riduzione del livello di disoccupazione e delle diseguaglianze piuttosto che perseguire politiche di austerità. La spesa pubblica dovrebbe promuovere i progetti di investimento necessari dal punto di vista sociale ed ambientale. La moneta europea richiede infatti una politica fiscale europea con una spesa intorno al 10% al fine di attenuare le fasi di declino ed assicurare un effettivo trasferimento di risorse dalle regioni più ricche a quelle più povere. Vanno rafforzate le politiche industriali e regionali e la Banca Europea per gli Investimenti, che ha il potere di emettere obbligazioni in euro, dovrebbe agevolare l’attuazione di un consistente programma di investimenti, specialmente nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi nel Sud e nell’Est Europa. Inoltre, i paesi in surplus dovrebbero essere incoraggiati ad attuare politiche di espansione della domanda al fine di eliminare i notevoli squilibri commerciali. La politica occupazionale dovrebbe cercare di promuovere posti di lavoro qualificati e ben retribuiti considerato che la concorrenza salariale al ribasso sarà sempre vinta da qualche altro paese nel mondo. La settimana lavorativa normale dovrebbe esser ridotta a 30 ore al fine di combattere la disoccupazione ma anche come componente di un processo di trasformazione volto alla creazione di una società in cui la vita delle persone non è dominata dal lavoro salariato (cultura del lavoro fordista).

L’eccessiva crescita del settore finanziario va radicalmente contrastata. Il settore delle banche commerciali dovrebbe essere completamente separato dal settore finanziario e da quello delle banche di investimento e le banche commerciali pubbliche e cooperative dovrebbero essere incoraggiate a finanziare progetti sostenibili di investimento. Le banche di investimento, gli hedge funds e i fondi di private equity dovrebbero invece essere fortemente ridimensionati. Tutti i titoli dovrebbero essere scambiati su piattaforme pubbliche approvate e le nuove emissioni dovrebbero essere soggetti a test rigorosi; si dovrebbe istituire un’agenzia di rating europea. Tutte le transazioni finanziarie dovrebbero essere soggette a una specifica imposta sulle transazioni. La BCE dovrebbe essere riportata sotto l’effettivo controllo democratico e il suo principale obiettivo dovrebbe essere quello di assicurare la stabilità finanziaria attraverso la predisposizione di un quadro riferimento per la stabilità a livello europeo che sia complessivo, globale e anticiclico.

5. Se il Leviatano si converte

Nel Leviatano (figura ripresa dal mostro biblico descritto nel libro di Giobbe) Hobbes espone la propria teoria della natura umana, della società e dello stato. Poiché il diritto ha origine naturale per ogni ente, inclusi gli esseri umani (ma anche l'ambiente in cui vivono), è innato in ogni individuo che abbia dei diritti, e tutti gli stessi diritti, e nello stato di natura ognuno ha diritto a ogni cosa e, a causa della scarsità dei beni disponibili, gli uomini ingaggiano una guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes) e l'uomo è un lupo divoratore per ogni altro uomo (homo homini lupus). La sua concezione degli esseri umani come assolutamente egoisti, pericolosi e costantemente bramosi di potere, fotografa benissimo le politiche di austerità imposte ai PIIGS dai paesi forti.

Nel nostra caso il Leviatano è la troika. All’interno della troika, l’Fmi nel rapporto pubblicato il 5 giugno sul Wall Street Journal, ammette di aver gravemente sottovalutato i danni provocati dall'austerità collegata al piano di aiuti alla Grecia e diventata poi il credo di tutta la politica imposta non solo a Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, ma anche a Spagna e Italia, dal 2010. I tagli di bilancio imposti dall'autorità, accompagnati da un aumento delle tasse, hanno creato in modo particolare anche in Italia una gravissima situazione di disoccupazione, miseria, blocco delle imprese e sfiducia nell'azione politica di governi, peraltro sottoposti alle regole della tecnocrazia. Ne è derivato un grave deterioramento delle istituzioni democratiche e la creazione di una continua atmosfera di paura che giustificava ogni stato d'eccezione, perché il rischio del debito eccessivo di Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia costringeva al pagamento di alti interessi sul debito, col rischio di fallimento dello Stato.

Ed è in questi casi che le società democratiche danno fiducia ai tecnici delle Banche centrali e di istituzioni finanziarie, ritenuti demiurghi, poiché i problemi appaiono tecnicamente così complessi da non poterne cercare la soluzione in un voto democratico.

Naturalmente questa austerità, ammantata da scientificità[1] e moralità, s'è rivelata sbagliata, non solo scientificamente, con le inconfutabili critiche provenienti da premi Nobel quali Krugman, Stiglitz e Sen ma anche praticamente, se si considera quello che è capitato in altri Paesi con alti livelli di debito, aumento del deficit, e tuttavia con bassi costi nel collocamento dei titoli come Stati Uniti, Giappone e Inghilterra.

Ai tentativi da parte dell'Fmi di incolpare l'Unione Europea di eccessiva lentezza nell'imporre le corrette misure alla Grecia, la Commissione ha restituito le accuse dichiarandole sbagliate e infondate. Quanto alla Bce, è anch'essa stata accusata di non essere sufficientemente attiva e legata in qualche modo al moralistico mito dell'austerità. Tuttavia, con Mario Draghi, più che con il suo predecessore Trichet, la Bce si è dimostrata pronta ad operare per la salvezza dell'euro, con gli Omt (Outright Monetary Transactions), attraverso acquisti illimitati di titoli pubblici sul secondo mercato, per i Paesi in difficoltà; dichiarazione che ebbe il vantaggio di costituire un deterrente che domò l'incombente speculazione. Ma purtroppo queste politiche hanno l'opposizione della Bundesbank e non è già il mercato a doverle giudicare, bensì la Corte Costituzionale tedesca che le ha ancora sotto esame.

Queste polemiche dimostrano nelle democrazie occidentali uno spostamento dal conflitto di interessi al conflitto di poteri, ed infine al più pericoloso di tutti che è il conflitto ideologico, quando alcune di queste vengono accettate in un'aura di scientismo arrogante vestito di moralismo. L'idea sbagliata e pericolosa di austerity ha condotto il nostro Paese al disastro attuale, non solo con il ricorso a tecnici di governo, ma soprattutto alla sua propagazione, la quale ha origini addirittura nostrane, come documentato sia da un articolo di Krugman sul penultimo numero della New York Review of Books, sia dal libro di Blyth (Austerity, Oxford 2013), che dedica un paragrafo ai "Bocconi boys" (p. 170), con aspre critiche.

Ora, tuttavia, che il Leviatano sembra convertirsi, è forse tempo di comprendere che la soluzione ai nostri problemi non viene tanto dall'austerità, ma da una politica di crescita, in modo tale che banche, imprese e lavoratori riprendano nella crescita le loro corrette funzioni. Governo, istituzioni e burocrazia dovrebbero finalmente realizzare che la giustizia sociale non è data da una politica repressiva, che porta a disoccupazione, povertà, miseria, diseguaglianza, abbandono della cultura e dell'istruzione e di tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti, ma ad una ripresa di uno sviluppo sostenibile con al centro i beni comuni la persona, la comunità.

6. Una strategia per lo sviluppo dell’Europa “periferica”

La divisione tra centro e periferia dell’Europa è antecedente al processo di integrazione, ma l’impostazione neoliberista che esso ha avuto ne ha accentuato le differenze. Nelle nazioni mediterranee (Portogallo, Grecia, Italia, Irlanda, Spagna) l'adesione all'Unione Europea ha portato a una parziale de-industrializzazione, intesa come perdita da parte dei Governi nazionali di poter perseguire proprie politiche industriali e, dopo l'ingresso nell'euro, anche come perdita della propria capacità di proteggere la propria industria con la svalutazione. Il deficit delle partite correnti è cresciuto sensibilmente accentuato dalla deflazione salariale in Germania ed negli altri paesi del Nord Europa. Nei paesi baltici e nell’Europa del Sud-est, la crescita è stata sostenuta dal maggior ricorso al credito, soprattutto in valuta estera. L'afflusso di capitali stranieri ha alimentato un vero boom immobiliare, ma la sopravvalutazione del tasso di cambio si è rivelata dannosa per lo sviluppo industriale, determinando deficit delle partite correnti ancora più rilevanti che per le nazioni del Mediterraneo. Nei paesi del Gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia) i settori industriali sono sempre più integrati con l’industria esportatrice tedesca per cui, ad eccezione dell’Ungheria, i loro disavanzi delle partite correnti sono più contenuti.

Le nazioni del baltico e del Sud est europeo sono state colpite dalla crisi nell'autunno del 2008 e la conseguente riduzione, o addirittura inversione, degli afflussi di capitale ha colpito al cuore i loro modelli di crescita. L’Ungheria, la Lettonia e la Romania sono state le prime nazioni a ricorrere ai piani di salvataggio del Fondo Monetario Internazionale e dell'Unione Europea; l'obiettivo principale del programma era di stabilizzare i tassi di cambio, che è risultata la priorità delle banche dell'Europa occidentale che avevano concesso ampio credito a questi paesi. L'impatto di tali programmi è stato tale da generare un crollo degli standard di vita, specialmente in Lettonia e democratico come in Ungheria . Le nazioni mediterranee hanno dovuto fronteggiare la pressione derivante della contrazione dei flussi di capitale, della fuga dei capitali e dell'attacco speculativo nel 2010, a iniziare dalla Grecia. La reazione dei governi del “core” dell’area-euro è stata molto lenta ed programmi di austerità si sono concentrati soprattutto sui tagli al deficit di bilancio, anche se hanno puntato a ridurre il deficit commerciale con l’estero. Questi programmi hanno permesso alle banche dell'Europa Occidentale di guadagnare tempo per disimpegnarsi dalle esposizioni nei confronti delle nazioni mediterranee, ma le politiche di austerità non hanno fornito una soluzione al problema della loro de-industrializzazione tanto che questi paesi si trovano ora in un developmental cu-de-sac. I paesi dell'Est Europa hanno inizialmente registrato una forte contrazione delle esportazioni alla fine del 2008 e all'inizio del 2009 e il loro successivo recupero è legato alla ripresa delle esportazioni tedesche, prospettiva che è risultata peraltro meno confortante nel 2012 a causa dell'impatto delle politiche di austerità in Europa e del rallentamento della crescita dei mercati-chiave mondiali, quale quello cinese (cfr miei articoli su Zenit).

Le politiche regionali dell'Unione Europea si sono concentrate sullo sviluppo infrastrutturale e non sulla costruzione di una struttura produttiva vitale. Il nuovo bilancio dell'Unione Europea per il 2014-2020, come è stato concordato all'inizio del 2013, si propone di ridurre la spesa per le politiche di coesione di circa il 5% rispetto il livello attuale e di ridistribuirne l'allocazione a beneficio delle nazioni più ricche e medie (quelle “in transizione”) a spese delle nazioni più povere. I c.d. Friends of Better Spending del Nord Europa stanno chiedendo di condizionare la spesa per la coesione alle condizioni macroeconomiche e su questo punto è probabile che si raggiunga un accordo. I paesi periferici dell'Unione Europea sono riusciti a ridurre i loro disavanzi di partite correnti ma ciò è dovuto più alla compressione della domanda interna per effetto dei drastici programmi di austerità che hanno avuto conseguenze sociali disastrose. I leader europei hanno annunciato che le riforme strutturali richieste dai programmi dell'UE, BCE e del FMI – privatizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro – aumenteranno la competitività, mentre politiche industriali proattive sono del tutto assenti in tali programmi.

L'attuale livello di debito pubblico dei PIIGS è chiaramente insostenibile. Tale debito potrebbe essere sottoposto a un audit per determinare le parti legittime e riportare quella rimanente a livelli sostenibili. Il ruolo della Banca Centrale Europea come prestatore di ultima istanza nel mercato dei titoli pubblici dovrebbe essere esteso e reso indipendente dall’adozione di rigorose politiche di austerità. Il bilancio dell'Unione Europea dovrebbe essere aumentato dall'attuale 1% del PIL fino al 10%, in modo di favorire i processi di stabilizzazione macroeconomica, di garantire maggiori investimenti e di sostenere un programma di sviluppo dei paesi periferici del Sud e dell'Est Europa. Sono necessarie politiche regionali e industriali attive per promuovere il processo di sviluppo nei paesi periferici, considerato che lo sviluppo non si realizza solo attraverso processi di mercato. Le attuali politiche regionali e di coesione dell’Unione hanno sostenuto maggiormente le aree metropolitane ma il sostegno delle aree più povere è essenziale per aumentare la produzione e l'occupazione. Le politiche regionali si sono concentrate prevalentemente a livello urbano e regionale ma ciò va a detrimento del livello nazionale che spesso è quello più appropriato per promuovere lo sviluppo. In particolare, la Smart Specialisation proposta dall'Unione Europea, per effetto della quale ogni regione dovrebbe essere un leader mondiale in un determinato settore, non può funzionare poiché non sono molti i prodotti in circolazione che possono svolgere questo ruolo, inoltre vi è il grande rischio di una possibile sovraspecializzazione. Inoltre, mentre il commercio intra-regionale è importante, sarebbe necessario rivolgere maggiore attenzione nel promuovere forme di produzione ecologicamente sostenibili privilegiando l'utilizzo locale di risorse locali, come ad esempio nel caso della produzione e del consumo di cibo o di energia. La politica economica dell'UE deve essere ribilanciata e, al posto delle procedure appena istituite nell'UE a carico dei paesi con disavanzi esterni, si dovrebbe richiedere ai paesi con surplus esterni di adottare politiche più espansive in modo da aumentare le loro importazioni.

7. La crisi della Governance globale

Due fallimenti straordinari hanno caratterizzato il settore della governance globale nel 2012. In primo luogo, nessun passo in avanti sostanziale si è fatto nella riforma della finanza e nel coordinamento economico. La crisi irrisolta dell’area-euro rappresenta una minaccia crescente per un'economia globale in rallentamento. Nonostante le numerose dichiarazioni riguardanti la necessità di affrontare la sfida globale, le cause della crisi finanziaria globale – forti disavanzi nelle partite correnti, disuguaglianze nel reddito e benessere, mercati finanziari volatili e sregolati – rimangono ancora senza soluzione. Lo squilibrio delle partite correnti sono ben al di sopra dei livelli sostenibili. L'attuazione di una nuova regolamentazione finanziaria è in grave ritardo rispetto alle dichiarazione d'intenti. Il problema del too-big-to-fail è lungi dall'esser risolto e le istituzioni finanziarie stanno diventando sempre più smisurate e più concentrate; le attività rischiose sono ancora oggi trasferite, forse su scala crescente, a un sistema bancario ombra non regolamentato

Inoltre, la dimensione ambientale della governance globale abbina situazioni di estrema e crescente urgenza – per esempio cambiamenti climatici e distruzione della biodiversità – con una sempre più ridotta capacità di intervento. Il summit Rio+20 del 2012 si è rilevato incapace di rinnovare l'agenda globale delle politiche sostenibili. La governance ambientale è stata confinata ai margini, ridotta sia a un’adesione solo formale ai temi dello sviluppo economico, sia all’appoggio a interventi disorganici e inadeguati di protezione della natura.

Attualmente, non c'è un'istituzione globale o un gruppo di istituzioni in grado di supervisionare e controllare effettivamente i rischi globali e sistemici, quali gli squilibri globali delle bilance dei pagamenti, le bolle finanziarie, le ampie oscillazione dei tassi di cambio, le fluttuazioni dei flussi di capitale, gli accumuli di riserve valutarie internazionali, la deleteria concorrenza fiscale e l’evasione fiscale. Istituzioni che si suppone debbano assumersi questi compiti o parte di essi - il Fondo Monetario Internazionale, il G20, il Forum per la Stabilità Finanziaria, la Banca dei Regolamenti Internazionale, l'OCSE – non sono in grado di farlo. Nel campo della governance ambientale globale, le politiche ufficiali dell'Unione Europea sembrano aver fatto fin dall'inizio della crisi economica e finanziaria un passo indietro e, laddove ancora esistenti, sono riprovevolmente carenti.

La riforma della governance finanziaria globale deve basarsi sull'imperativo dell'equità e della stabilità economica e finanziaria e deve essere organizzata in modo da garantire rappresentanza e trasparenza. Come proposto dal Presidente della Commissione ONU, Joseph Stiglitz, in luogo del gruppo di nazioni auto-designate che è il G20, si dovrebbe istituire un “Consiglio economico globale” in linea con quanto affermato nella CV da Benedetto XVI, sulla base di criteri oggettivi ed espliciti di selezione. Il FMI richiede una riforma sostanziale della sua governance, del suo mandato e delle sue raccomandazioni politiche. Se ci fosse la volontà politica, una maggiore trasparenza sulle questioni fiscali potrebbe essere assicurata. Come l'ONU rappresenta attualmente il forum di coordinamento più rappresentativo, l'Unione Europea e gli altri membri dell'OCSE dovrebbero trasferire le risorse e il mandato dall'OCSE a una istituzione fiscale di alto livello dell'ONU, fornendole le competenze e i poteri necessari a combattere l'evasione e l'elusione fiscale e ridurre la concorrenza fiscale.

Ogni strategia significativa di politica alternativa nel campo della governance ambientale globale deve escludere la privatizzazione dell'acqua, dell'energia e, in generale, dei beni comuni; deve contestare la monetizzazione della natura; rifiutare l'allentamento della regolazione vincolante o la sua sostituzione con meri meccanismi di mercato. L'UE potrebbe promuovere la propria capacità di sviluppare la sostenibilità di lungo periodo impegnandosi in un nuovo tipo di multilateralismo. Invece di rivendicare continuamente il ruolo di leader per se stessa – o per i suoi principali stati membri – e invece di considerare gli altri come soggetti subalterni che hanno bisogno di una guida, l'Unione Europea e i suoi stati membri dovrebbero praticare un tipo di diplomazia aperta, in cui chi è più avanzato in uno dato settore ne prende la guida.
Carmine Tabarro

 


[1] Ad aprile 2013 la comunità degli economisti è sconvolta. Si è scoperto che uno degli articoli scientifici più influenti degli ultimi anni – oltre 2000 citazioni – era sbagliato. Nel 2010, Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart di Harvard presentano un paper che sembra dare basi scientifiche e inconfutabili alle politiche di austerità: confrontano molti Paesi, tra il 1945 e il 2009, e scoprono che quelli con i conti più in ordine, cioè con un debito sotto il 30 per cento del Pil, sono cresciuti in media del 4,1 per cento. Quelli con debito tra il 30 e il 90 del Pil del 2,8. Invece quelli con più del 90 per cento (tipo l’Italia) hanno avuto una crescita media negativa, -0,1. Traduzione di politica economica: quando il debito diventa troppo elevato, il cappio degli interessi porta il Paese in recessione. Dunque ridurre il debito pubblico a colpi di tagli e tasse è, per quanto sgradevole, necessario per tornare alla prosperità.

Tre anni dopo, due professori della Amherst in Massachusetts, Robert Pollin e Michael Ash affidano a un loro studente, Thomas Herndon, un esercizio classico ma poco praticato: prendere i dati su cui si basa una famosa ricerca e rifare i conti, come forma di esercizio (quello che dovrebbero fare, ma spesso non fanno, le riviste accademiche prima di pubblicare gli articoli). Risultato: i conti di Rogoff e Reinhart erano sbagliati, pare per colpa di un problema del software Excel che ha escluso alcuni Paesi e alcuni anni che avrebbero cambiato il risultato. I “revisori” ottengono infatti numeri assai differenti: i Paesi con il debito sopra il 90 per cento sono cresciuti, in media, il 2,2 per cento all’anno invece che -0,1 come stimato da Rogoff e Reinhart. Forse un po’ poco, ma niente di drammatico. Nessun politico rischierebbe la rielezione per imporre tagli e aumenti delle imposte sapendo che un debito alto comporta soltanto una crescita un po’ più bassa.