Roma, lunedì 15 luglio 2013
“Se Platone vagheggiava una repubblica di “ottimati” onesti e sapienti, oggi la classe dirigente e molta società civile del nostro paese è mediamente poco interessati al capitale civile, all'etica del bene comune, all'etica della virtù (cfr i vari scandali politici, finanziari, i falsi invalidi, falsi pensionati ecc.)”, ha detto Carmine Tabarro, professore all’Università Gregoriana di Roma. Secondo il prof. Tabarro, “rispettare l'etica del bene comune e civile, comprese quelle che riguardano la vita privata (perché chi non è fedele nel privato non lo sarà certo nel pubblico) è la via migliore per raggiungere quel poco o tanto di felicità che la vita può dare”.

Questi comportamenti stanno uccidendo la speranza e il capitale civile nel paese, alimentando la decrescita economica, sociale e umana, con molti danni provocati alle fasce meno protette del paese. Si tratta di una constatazione abbastanza inquietante, almeno per me, che sono spesso chiamato a parlare di etica del bene comune ed economia.

Qualche tempo fa ne parlavo all’assemblea di imprenditori. Ricordo di aver dovuto rispondere alla domanda sul perché il bene dovrebbe essere sempre meglio del male se il male talora risulta più efficace, sul perché si dovrebbe declinare l'etica dell’onestà e della lealtà anche quando è possibile non esserlo, e non esserlo risulta più utilitaristico e più efficiente.

Si tratta dell'affermazione pratica della corrente filosofica utilitarista e di potenza, che nasce con la riflessione del filosofo inglese, Jeremy Bentham (Londra, 15 febbraio 1748 – Londra, 6 giugno 1832). Si tratta, in sintesi, di una filosofia che persegue il massimo dell'utilitarismo individuale slegato da qualsiasi principio etico. Anzi, secondo Bentham una società virtuosa sarebbe destinata all'estinzione.

Devo dire che ogni volta che devo affrontare questi temi, prima di prendere la parola, sento sorgere dentro di me una sorta di disagio, procurato dal fatto di percepire sui volti che mi osservano il disinteresse e sufficienza per l’argomento di cui sto per parlare.

E allora ripenso a quanto scriveva un grande economista civile Antonio Genovesi:
“Io ho detto che lo spirito motore del lusso sia il naturale istinto di distinguerci. Questo istinto è fino nei selvaggi. Ma non si risveglia mai senza qualche occasione o naturale o civile […] quando l’occasione per risvegliarsi un tale istinto sono gli ordini diversi dei quali è composto il corpo civile, e l’istrumento le ricchezze, non già naturali, ma rappresentatrici, allora le maniere e le qualità per cui ci studiamo di distinguerci sono il vero lusso. […] Quelle cagioni che muovono un particolare a volersi distinguere da un altro della medesima classe, o di emulare una superiore, muovono altresì le classi superiori a trovare sempre nuovi modi di distinguersi dalle inferiori e fra sé medesime. […] Questo gioco, dove le arti sono protette e il traffico libero, genera tre effetti: 1. Fa girare la schiavitù feodale. 2. Solleva quella parte del genere umano, che patisce per la pressione dell’altra che l’è di sopra. 3. Rovina le grandi e vecchie famiglie e ne solleva delle nuove.
Non si può per lungo tempo burlar la natura. Il lusso viene perché i ricchi restituiscano ai poveri quel che avevano preso di soverchio del comune patrimonio, e perché gli schiavi tornino liberi e i liberi schiavi” (Lezioni di commercio, a cura di M.L. Perna, 2005, Parte I, cap. 10, §§ XVI-XVIII, pp. 416-19).

Il self-love di Adamo Smith afferma Genovesi in maniera lucida (probabilmente i due non si conoscevano e non conoscevano i rispettivi scritti, ma respiravano lo stesso clima culturale) non porta al bene comune. Difatti affinché questo avvenga c'è bisogno d'investire nelle virtù civili dei corpi intermedi, della città, delle istituzioni: da qui nasce il significato dell'economia civile secondo Antonio Genovesi.

Ancora più deprimente è sentirmi appellato come “buonista”. Con questo appellativo si viene marchiato come una persona teorica, poco capace di incidere sulla realtà effettiva delle cose. Ma in queste affermazioni spesso arroganti rispondo con un esempio, che sintetizza bene il clima culturale avverso al all'etica del bene comune: gli allenatori delle squadre di calcio quando mandano in campo i calciatori dicono che li vogliono “cattivi” oppure “cinici”, il che per loro significa efficaci. Questa "innocente affermazione" non è altro che il risultato del pensiero dominante: chi è cattivo? chi segue il suo self-love vince, chi è buono no. Questo è "vero" nello sport, come nella vita: chi è cattivo o "furbo" riesce, chi è buono no.

Questo cultura è maggioritaria da qualche secolo a questa parte in Occidente (e "grazie" alla globalizzazione si sta rapidamente espandendo), ed ha trovato la sua consacrazione teoretica nel pensiero di Friedrich Nietzsche, il filosofo preferito da Mussolini e Hitler (in un discorso alla Camera del 26 maggio 1934 il Duce si dichiarò “discepolo di Federico Nietzsche polacco germanico”, mentre il Führer si recò in visita più volte all’archivio del filosofo, gestito, e strumentalizzato, dalla sorella Elisabeth).

Non solo: sempre in questa linea viene divulgata a tutti i livelli l’interpretazione di Darwin che vede l’uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che fa della forza e della furbizia l’arma migliore per vivere, per cui oggi anche da sinistra (dove il darwinismo ha ormai sostituito il marxismo quale riferimento teoretico) si declina l'uomo e la società in questa prospettiva spietata, rapace, darwinistica appunto.

Questo è molto preoccupante. Mi rendo conto che queste affermazioni filosofiche andrebbero più adeguatamente argomentate, ma credo necessario, comprendere l'humus e il telos, del paese in cui viviamo, tratteggiandone alcune coordinate.

Il problema non è tanto o non solo l’immoralità pratica, che da sempre (come c'insegna l'antropologia biblica) accompagna la storia dell'uomo e sempre ci accompagnerà, ma è la debolezza del sentire etico(nel senso delle virtù e del bene comune) che fonda la differenza tra moralità e immoralità, tra civiltà e inciviltà, sostenendo che la prima sia spesso meglio della seconda. Gli uomini e le donne, hanno sempre frequentato le trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione "laica"), oggi l'immoralità è divenuto un valore positivo e ci si sente furbi e vincenti. Questa dimensione, come più volte affermata in maniera esplicita ed implicita da Papa Francesco, vale tanto per chi si dice cattolico quanto per chi si dice "laico".

Il problema, come denunciato in tutta la sua vita teologica e pastorale da Benedetto XVI, è la dittatura del relativismo che include anche l’etica. Torna la domanda che mi è stata posta in un recente convegno in una università: "perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace?"

Io penso che a questa domanda si possa rispondere solo andando ad appoggiarsi al fondamento primo dell’etica del bene comune, e penso altresì che tale fondamento abbia molto a che fare oltre che con la teologia anche con le scienze umane.

È infatti un clamoroso falso ideologico, che la cattiveria e l’immoralità siano più efficienti e più appaganti del bene e della giustizia. Che non lo siano lo dimostrano gli stati nei quali è più bassa la corruzione (Danimarca, Norvegia e in genere i paesi del nord Europa) e nei quali corrispettivamente è più alto il tasso di benessere sociale e individuale. L’etica della virtù e del bene comune, soprattutto quando è aperta all'evento cristiano, fa vivere a livello interpersonale la logica della relazione fraterna ed armoniosa che abita la persona sia a livello fisico sia a livello psichico.

L'uomo e la donna sono felici, come dimostrano diversi studi scientifici interdisciplinari, tanto più sane sono le relazioni (fraterne e armoniose), con Dio, in famiglia, in comunità, a scuola, al lavoro. Viceversa una vita aggressiva, fondata sul self-love, sulla volontà di potenza, è infelice e malata. Ed è tanto più malata quanto più esposta, magari fin da piccoli, a relazioni disarmoniche e violente.

Per il credente, il segreto della vita in tutte le sue dimensioni è questo equilibrio, tra l'uomo e Dio che ci chiama a vivere ed alimentare l’etica del bene comune e delle virtù in una relazione di fraternità inclusiva con-l'altro. Ma lo stesso processo riguarda anche i non credenti che vivono queste stesse relazioni.

Il nostro paese purtroppo c'è un nutrito numero di individui (non a caso uso questo termine) che si credono furbi perché trasgrediscono le regole del etica del bene comune e civile: questo gruppo è formato da una parte da individui che in maniera scientifica e libera aderiscono a questa forma teorica e prassica; un'altra parte (sicuramente maggioritaria) è formata da individui che semplicemente ignorano (mancanza di capitale civile), le conseguenze dei loro comportamenti trasgressivi: caos quotidiano dentro cui siamo costretti a vivere, approssimazione, diffidenza, nervosismo, disattenzione, scarsa fiducia, instabilità politica, decrescita economica, tasse elevatissime cui corrispondono servizi spesso ben poco elevati ecc..

In sintesi rispettare l'etica del bene comune e civile, comprese quelle che riguardano la vita privata (perché chi non è fedele nel privato non lo sarà certo nel pubblico) è la via migliore per raggiungere quel poco o tanto di felicità che la vita può dare.