Sabato 19 ottobre 2013
Tutto cresce nel continente africano, bisogna però vedere come evitare i rischi dell’utilitarismo e della disuguaglianza. “Il grande pubblico conosce il continente africano solo per la povertà, le epidemie e le guerre; mentre secondo molti studi internazionali l’Africa è il continente con le potenzialità di sviluppo più grandi. Dove molto è già accaduto, ma altrettanto deve ancora avvenire”, scrive Carmine Tabarro, professore all’Università Gregoriana di Roma.

Se ne sono accorti in tanti fuori dall'Italia, la Cina per prima. I cinesi sono stati seguiti dalle multinazionali occidentali dell’agroalimentare e delle telecomunicazioni, le banche d’investimento, le major petrolifere, i grandi player delle costruzioni e delle infrastrutture. 

Tra le prime banche d’investimento sbarcate in Africa è stata la russa, Renaissance capital, la quale dal 2005 ad oggi ha aperto sette modernissimi uffici in altrettante capitali dello sviluppo africano – Accra, Harare, Johannesburg, Lagos, Lubumbashi, Lusaka, Nairobi – investendo oltre 1 miliardo di dollari e assumendo 180 persone che lavorano in loco.

La nuova primavera africana è confermata dai report delle banche d'affari e degli istituti di ricerca che indicano nell'Africa il nuovo continente per rimettere in moto l'inceppata economia globale. Secondo il Fmi (Fondo Monetario Internazionale), l'area subsahariana vedrà crescere il Pil fino a quasi il 7%, e la Nigeria sarà presto una locomotiva, mentre i BRICS (ossia Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) stanno dislocando e investendo sempre di più in Africa. Ma dietro queste cifre si nascondono le stesse contraddizioni del capitalismo finanziario, e dell’utilitarismo, perché all'aumento del Pil spesso corrisponde una cattiva distribuzione delle risorse.

Per il rapporto della Banca Mondiale Africa’s Pulse in cui si analizza lo stato dell’economia della regione a sud del Sahara, la regione conoscerà una delle maggiori crescite al mondo.

Nel 2012, circa un quarto dei paesi africani è cresciuto del 7% e un certo numero di paesi – in particolare Sierra Leone, Niger, Costa d’Avorio, Liberia, Etiopia, Burkina Faso e Ruanda – figurano tra quelli con la più rapida crescita al mondo. Lo studio della Banca Mondiale prevede che, a medio termine, le prospettive di crescita rimangano forti e siano rinvigorite e sostenute da un’economia mondiale in graduale miglioramento. Si prevede che con prezzi delle materie prime costantemente elevati ci saranno maggiori investimenti in infrastrutture regionali, con relativa crescita del commercio e del business.

Solo da un punto di vista energetico in Africa c’è il 10% delle riserve mondiali di petrolio, e l'8% di quelle di gas. Secondo lo studio della banca mondiale gli elementi positivi che delineano un futuro di crescita per le economie africane sono: le ricchezze minerarie e la crescita del consumo interno, oltre all’aumento degli investimenti privati.

Le recenti scoperte di petrolio, gas naturale, rame e altri minerali strategici. L’apertura e l’espansione di nuove miniere in Mozambico, Niger, Sierra Leone e Zambia, insieme a una migliore governance politica ed economica, stanno sostenendo una solida crescita economica in tutto il continente.

Guardando al futuro, si prevede che entro il 2020, solo quattro o cinque paesi della regione non saranno coinvolti in uno sfruttamento minerale di qualche tipo, tale è l’abbondanza in Africa di risorse naturali.

La Banca Mondiale afferma che, date le notevoli quantità di nuove entrate derivanti da minerali che si registreranno in tutta la regione, i  paesi africani ricchi di risorse dovranno investire con attenzione e coscienza questi guadagni per migliorare le condizioni sanitarie, l’istruzione e l’occupazione per le loro popolazioni  e ottimizzare le prospettive di sviluppo. Inoltre, secondo le stime dell'Fmi, dal 2013 al 2016, l'Africa potrebbe accogliere il 30% degli investimenti pari a circa 50 miliardi di euro. 

Sempre secondo la Banca Mondiale tra il 2005 e il 2010, sette Paesi africani  sono entrati tra le dieci economie in più rapida espansione, ed entro il 2040 la popolazione di giovani in Africa diventerà la più grande forza lavoro al mondo, sorpassando la Cina entro il 2030 e l'India entro il 2040. 

La crescente massa monetaria fa aumentare i consumi che favoriscono lo sviluppo del Continente.

La mancanza di telefonia fissa fa sì che si registra un boom del settore Ict (Information and Communication Technology). La telefonia mobile serve 700 milioni di utenti su una popolazione di più di un miliardo di persone. Nella telefonia mobile, l'Africa è il secondo mercato in più rapida espansione al mondo. Il primo è l’Asia.

Notizie positive vengono anche dal mondo delle esportazioni. Le esportazioni di macchine e attrezzature per costruzioni verso i mercati subsahariani, che nel 2012 rappresentavano il 6% delle esportazioni mondiali di settore, sono cresciute del 26% nei primi sei mesi del 2013, e sono più che raddoppiate le macchine esportate verso il Sudafrica (110%).

Secondo i dati contenuti  nel “Monitor commercio estero” del Construction equipment outlook realizzato da Unacea (Unione Nazionale Aziende Construction Equipment & Attachments) e Prometeia, le esportazioni a livello mondiale di macchine per costruzioni hanno raggiunto nei primi sei mesi dell'anno la cifra di 1.226 milioni di euro, cedendo il 7,7% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Nel dettaglio, la perdita più consistente interessa le macchine e le attrezzature per il movimento terra (-22%), calano anche le macchine stradali (-4,9%). Risultano invece in crescita le esportazioni di gru a torre (18,2%), di macchine per la perforazione (7,6%) e macchine per la preparazione degli inerti (1,7%). Stabile l'export dei macchinari per il calcestruzzo (0,6%). 

Particolarmente interessante notare come l’export africano verso i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) ha soppiantato in larga parte quello verso l’Europa precipitato dal 40 al 20% del totale. Anche questo è un segno di decadenza dell'Europa.

Alcuni cambiamenti nelle tendenze demografiche  e sociali stanno contribuendo ad aiutare una crescita di lungo periodo dell’economia africana. Cambiamenti in grado di creare nuovi motori per la crescita interna. 

Il primo elemento fondamentale riguarda la crescente urbanizzazione che si registra in Africa.

Nel 1980 solo il 28% degli africani viveva in città, oggi il 40% del miliardo e più di africani che vivono nel continente risiede in centri urbani. 

Secondo gli studi della Banca Mondiale sezione Africa, nei prossimi vent’anni questa percentuale supererà la storica soglia del 50%, e, ad oggi sono già 52 le città africane che contano oltre un milione di abitanti.

Con il trasferimento di milioni di africani dalle campagne alle città, si assiste ad una crescente classe media. Nel 2008, più di 85 milioni di famiglie africane hanno avuto entrate che vanno da 5000 dollari in su. Questa è la soglia identificata dagli esperti oltre la quale si inizia a spendere circa la metà del proprio reddito in beni che non siano quelli alimentari.

Secondo i dati aggregati, il numero di famiglie con un discreto potere di acquisto è destinato a crescere del 50% nei prossimi 10 anni arrivando a quasi 130 milioni di famiglie.

Secondo il rapporto di Mckinsey entro il 2030 le principali 18 città del continente potrebbero avere un potenziale di spesa combinato di quasi 1300 miliardi di dollari.

Nel frattempo la forza lavoro del continente continua a espandersi e, ai ritmi di crescita attuali, nel 2040 è proiettata a raggiungere la cifra di 1,1 miliardi di lavoratori, superando i numeri di Cina e India.

Se l’Africa, il continente più giovane del pianeta, sarà in grado di fornire ai suoi ragazzi l’educazione e le competenze necessarie, questa enorme forza lavoro sarà in grado di rappresentare una fetta notevole della produzione e del consumo globale.

La crescita impetuosa e utilitarista rischia di essere limitata dall'impatto ecologico. Estremamente dannosa risulta essere l’agricoltura slash and burn, letteralmente taglia e brucia, che oltre a deforestare ha danneggiato seriamente due terzi delle terre coltivabili. I  contadini africani nel 1950 disponevano di oltre 13 ettari di terreno pro capite; oggi di poco più di 4 ettari.

La corsa all’accaparramento di terre coltivabili da parte dei BRICS e delle multinazionali è ingente. Il Sudan ha ceduto 1,5 milioni di ettari ai paesi del Golfo Persico. La Cina ha acquistato in Congo 2,8 milioni di ettari di terra per produrre carburanti da olio di palma.

Secondo le stime dell’International Food Policy Research Institute di Washington dal 2006 sono stati ceduti in Africa terreni pari all’intera superficie coltivabile della Francia e firmati contratti per 30 miliardi di dollari. La cifra può fare impressione come valore assoluto, ma rapportato all’estensione complessiva, significa che i terreni sono stati ceduti a prezzi irrisori.

C’è poi il problema della lotta alla povertà. Per la Banca Mondiale, infatti, si evidenzia come “dopo più di un decennio di forte crescita economica, l’Africa è stata in grado di ridurre la povertà nel continente, ma non in misura sufficiente”.

Shanta Devarajan, capo economista per l’Africa della Banca Mondiale e principale autore del nuovo rapporto ha spiegato che “Mentre il quadro generale che emerge dai dati è che le economie africane sono cresciute in maniera robusta e che la povertà sta diminuendo, non possiamo non precisare che il dato aggregato nasconde una grande diversità in termini di prestazioni, anche tra i paesi che in Africa stanno crescendo più velocemente”.

Devarajan ha aggiunto che durante la seconda metà degli anni 2000, Etiopia e Ruanda hanno visto le loro economie crescere dell’8-10 per cento, un dato che ha determinato un calo di 1,3-1,7 punti percentuali ogni anno nei loro tassi di povertà nazionali .

Al contrario, la riduzione della povertà in altri paesi è rimasta molto indietro rispetto alla crescita dei dati macroeconomici. La crescita impetuosa dell’economia africana è confermata dal Rapporto sullo sviluppo umano 2013, presentato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) il 14 marzo scorso. L’enfasi messa dal Rapporto sulla crescita sia economica che sociale in Africa, non dimentica le disuguaglianze. Quattro quinti dei paesi africani risultano infatti quelli con l’indice di sviluppo umano (ISU) più basso del mondo. Gli ultimi 12 posti della classifica di sviluppo umano sono occupati dall’Africa, con la Repubblica democratica del Congo a condividere il fanalino di coda con il Niger. I paesi africani sono anche quelli dove l’indice Isu corretto, tenuto conto della disuguaglianza, è minore.

Ancora una volta viene dimostrata come in problema dell'ingiustizia sociale non risiede solo nella mancanza dei beni e delle ricchezze, ma nell'egoismo e nell’approccio utilitarista che non riesce a dare vita ad una economia al servizio integrale del bene comune. Per quanto riguarda l’Africa è evidente un urgente necessità di scuole, università, ospedali, infrastrutture, strade, ponti… L’alto numero di giovani è un vantaggio che non può crescere se non si trasforma in capitale umano e sociale. Come scriveva Martin Luther King, "L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia dovunque" (Lettera dalla prigione di Birmingham, in Atlantic Monthly, 1963).
Prof. Carmine Tabarro