Mercoledì 5 febbraio 2014
L’invito di Papa Francesco a portare il Vangelo nelle strade include anche quelle digitali. Il primo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali – che si celebrerà il 1° giugno – è coerente con la sua preoccupazione di raggiungere le persone ovunque si trovino. Spesso oggi ciò significa i confini virtuali dell’ambiente digitale.

Il messaggio del Santo Padre è incentrato sulla prospettiva dell’incontro autentico in una cultura digitale. Papa Francesco ricorre all’ormai consueta immagine dell’autostrada, paragone spesso fatto da quanti considerano la rete come una “superstrada dell’informazione”. Nella sua riproposizione dell’analogia con l’autostrada, il Papa esamina lo svuotamento delle relazioni che si verifica in un mondo di velocità e di efficienza. «Non basta passare lungo le strade digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi».

Portando l’analogia anche un po’ oltre, l’immagine delle persone inscatolate nelle automobili, chiuse in se stesse mentre corrono da una parte all’altra, sembra rispecchiare il moderno ambiente delle comunicazioni. Le sublimi sottigliezze della natura sono solo una massa indistinta se viste dai confini climatizzati di una macchina o di un aereo. La sofferenza di persone senza casa, arenate o ferite penetra appena la dura vernice dell’acciaio e del vetro, che passano veloci, rincorrendo la massima efficacia.

Francesco avverte che «solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento». Il mondo, così come viene visto attraverso il vetro e il silicone di smartphone e laptop, incoraggia anche una cultura di passaggio, animata da video e immagini seducenti che servono solo da imitazione fugace del reale.

È qui che ci viene ricordata la proposta più straordinaria della nostra fede, la gloria dell’incarnazione. È in questo senso che il Papa usa la parabola del buon samaritano per invitarci a uscire da noi stessi sulla strada digitale, al fine di incontrare le realtà più intime dei nostri compagni di viaggio. La comunicazione non è soltanto trasporto di immagini incorporee, bensì ritualizzazione di esperienze incarnate.

Il buon samaritano «fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino». Per Papa Francesco, la comunicazione può essere «olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria». Come l’olio e il vino, il linguaggio, i simboli e le immagini che costituiscono la comunicazione in rete sono mezzi per esprimere la compassione e la grazia che esige la carità divina. Nella sua opera Gesù di Nazaret, Benedetto XVI riflette con grande carità sulle due persone che passano senza fermarsi nella parabola del buon samaritano: «Non dovevano essere necessariamente uomini particolarmente freddi; forse hanno avuto paura anche loro e hanno cercato di arrivare più presto possibile in città; forse erano maldestri e non sapevano da che parte cominciare per prestare aiuto, tanto più che, comunque, sembrava che non ci fosse più molto da aiutare».

Quante volte in rete ci troviamo in questa situazione! L’anonimato senza volto della comunicazione digitale non ci tocca come invece potrebbe fare la presenza fisica di un’altra persona. Non sappiamo bene, essendo privi dei sottili indizi della presenza altrui, che cosa potrebbe alleviare la loro sofferenza. Inoltre, l’erosione dell’empatia, favorita in parte dagli apparecchi digitali stessi, rende molte persone inermi quando si devono confrontare con il dolore altrui.

Essere immersi in un ambiente digitale di informazioni, immagini e allusioni mentre si cerca di mantenere i piedi nella realtà è un impegno difficile. Papa Francesco propone una soluzione sotto forma di un’altra analogia stradale, questa volta quella di Emmaus. Il misterioso compagno di viaggio che riaccende la fede dei discepoli citando i profeti e la Scrittura rianima la conversazione confusa ma colma di speranza. Solo quando Gesù si rivela a loro attraverso la frazione del pane, però, i loro occhi si aprono veramente. Qui il Pontefice propone una visione cristiana della comunicazione nelle strade digitali. La comunicazione non deve essere vista quale mero mezzo di trasporto come un’automobile o un aereo. Piuttosto, è un incontro rituale in cui si scambia qualcosa di reale e si può far crescere una relazione autentica. Dobbiamo dare l’esempio, ascoltando e inserendoci in un dialogo autentico con le persone, «per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire».

I modi in cui poter manifestare Cristo online attraverso una comunicazione caritatevole sono tanti quanti i milioni di scambi che avvengono ogni giorno in rete. Portiamo il pane vivo di Emmaus nelle autostrade, nelle stradine laterali e negli avamposti della frontiera digitale, privilegiando la presenza rispetto al semplice passaggio.
di Brett T. Robinson, Università di Notre Dame (Indiana)
L’Osservatore Romano, 5 febbraio 2014, p. 5

Tweet in latino? Deliziosi

«I tweet del Papa in latino sono un successo tanto bello quanto inatteso» si legge sul sito in rete del settimanale «Le Point». Due anni dopo il lancio è stata superata la soglia dei duecentosettemila follower, più del numero delle persone che seguono i tweet papali in tedesco o in arabo. Del resto «la concisione del vocabolario non è mai un problema in latino» spiega alla rivista francese monsignor Daniel Gallagher, della Segreteria di Stato, che cura la pagina publica del Papa. «È confortante ricevere ogni giorno un frammento di pensiero puro — chiosa Isabelle Poinsot, una fan parigina di Papa Franciscus @Pontifex_ln — e trovo delizioso questo connubio fra la modernità del mezzo e l’antichità del linguaggio. Così la capacità di comunicazione della lingua di Cicerone supera i secoli: anche «gli epigrammi di Marziale — continua Gallagher — per brevità, freschezza ed efficacia sono già dei tweet».
L’Osservatore Romano, 5 febbraio 2014, p. 5