Domenica 9 marzo 2014
“Le multinazionali del carbone non pagano gli indennizzi dovuti ai contadini”, informa il quotidiano vaticano, L’Osservatore Romano, citando l’agenzia missionaria MISNA. Il vescovo di Tete, monsignore Inácio Saure, parla di una “vera e propria emergenza sociale”. Secondo il prelato, “la verità è che i contadini stanno vivendo un grandissimo malessere e che presto potrebbero esserci nuove rivolte della disperazione”. Le principali multinazionali impegnate nell’estrazione di minerali a Tete (Mozambico) sono la brasiliana Vale, l’anglo-australiana Rio Tinto e l’indiana Jindal. (Foto: IESE Moçambique).

 

Dovrebbero
essere stati pagati
22.2 milioni di US dollari,
ma solo 7.2 milioni
sono stati versati.
Foto: ‘O País’.

Le multinazionali minerarie non rispettano le leggi, mentre i contadini mozambicani sono costretti a lasciare i villaggi e sono sempre più poveri. In particolare, le multinazionali del carbone non stanno versando i risarcimenti dovuti per legge ai contadini costretti a trasferirsi a causa delle attività estrattive dall’area di Tete, una delle regioni più ricche di materie prime del nord del Paese. Il quotidiano «O País», ricorda che i fondi sono previsti da una legge approvata lo scorso anno. A doverli versare sono tutte le multinazionali impegnate nell’estrazione di minerali, dalla brasiliana Vale all’anglo-australiana Rio Tinto all’indiana Jindal.

Il vescovo di Tete, monsignore Inácio Saure, citato dalla Misna, l’agenzia internazionale delle congregazioni missionarie, ha delineato una vera e propria emergenza sociale e ha contestato la posizione del Governo, secondo il quale le difficoltà sono tanto accentuate solo perché lo sfruttamento dei giacimenti di carbone è incominciato da pochi anni. «La verità — ha detto il vescovo — è che i contadini stanno vivendo un grandissimo malessere e che presto potrebbero esserci nuove rivolte della disperazione».

 

Foto:
‘Jambo Africa’.

Lo sfruttamento del carbone nel nord del Mozambico è stato subito accompagnato da denunce di violazioni dei diritti delle comunità locali, costrette spesso a trasferirsi in villaggi di reinsediamento sorti dal nulla, dove scarseggia la terra coltivabile e mancano le fonti di sostentamento.

L’ultima protesta risale allo scorso maggio, quando gli abitanti della zona bloccarono per ore la ferrovia che collega le miniere della Vale con i terminali per l’esportazione sulla costa dell’oceano Indiano. A erigere barricate di pneumatici in fiamme sui binari erano state le famiglie di fabbricanti di mattoni che avevano dovuto trasferirsi per l’apertura delle miniere.

Secondo Maria de Lurdes Fonseca, direttrice del dipartimento delle Finanze della provincia di Tete, citata sempre dalla Misna, le multinazionali che sfruttano le miniere a cielo aperto di Moatize hanno versato meno di un terzo del totale dovuto, ricordando come a finanziare i programmi di sostegno siano le imposte che le società minerarie devono pagare sulle superfici occupate e sulla produzione. La denuncia appare tanto più rilevante dopo che in passato gli amministratori di Tete erano stati accusati di aver appoggiato la repressione delle proteste.
[MISNA e L’Osservatore Romano]