Venerdì 17 ottobre 2014
Ieri P. Felix Mushobozi, CPPS, co-segretario della commissione di Giustizia e pace e integrità del creato (GPIC) dell’Unione dei superiori e superiore maggiori (USG/UISG) a Roma ha fatto girare una richiesta di preghiera per l’Iraq. “Il gruppo islamista radicale – dice il comunicato – controlla Quaragosh, la più grande città cristiana in Iraq. Centinaia di bambini, donne e uomini cristiani sono stati decapitati. Una preghiera per l’Iraq ci è ardentemente richiesta. Prendete un minuto di tempo per pregare per loro. (…) Ciò che chiedono è solo preghiera!”. Pubblichiamo di seguito un articolo sulla situazione drammatica dell’Iraq, apparso sulla prima pagina del giornale “L’Osservatore Romano” di oggi.

 


Amaro bilancio dell’inviato speciale statunitense in Vicino oriente

L’Is guadagna terreno in Iraq

I miliziani del cosiddetto Stato islamico hanno «guadagnato terreno in territorio iracheno». Non è un bilancio positivo quello tracciato dall’inviato speciale degli Stati Uniti in Iraq e Siria, John Allen. Ieri per la prima volta il generale ha ammesso che lo Stato islamico sta facendo «progressi significativi» e che i raid aerei della coalizione internazionale «non producono né vincitori né vinti».

Parole, quelle di Allen, in parte confermate dalla situazione di stallo che si registra a Kobane, la città siriana a pochi chilometri dal confine turco dove si gioca ormai una partita decisiva nell’evoluzione del conflitto. Secondo informazioni non verificabili sul terreno — diffuse dall’Osservatorio siriano per i diritti umani in Siria — le formazioni dei curdi peshmerga sono riuscite, ieri, a riprendere alcune postazioni. Ma i combattimenti continuano sempre più cruenti e la coalizione ha intensificato i raid sulla zona: nelle ultime 36 ore ne sono stati lanciati diciotto. L’Is ha avviato l’offensiva contro Kobane lo scorso 16 settembre: da allora sono stati occupati settanta villaggi intorno alla città e oltre trecentomila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Nei combattimenti — secondo bilanci non verificabili — sarebbero morte finora oltre seicento persone.

Sul fronte iracheno, l’Is ha circondato ieri una base militare dell’esercito ad Amiriya, a ovest di Baghdad, a soli quaranta chilometri dalla capitale. E al confine orientale della regione di Al Anbar sono accorsi alcuni consiglieri militari statunitensi a sostegno delle truppe governative. Dall’altra parte della frontiera, nella regione orientale siriana di Dayr Ezzor, ricca di risorse energetiche, i miliziani dell’Is devono fronteggiare una nuova offensiva delle forze di Damasco. Sempre più cruenta, invece, la battaglia ad Aleppo, dove i ribelli siriani devono fronteggiare la doppia offensiva delle forze del presidente Assad, sostenute anche dagli uomini del movimento sciita libanese Hezbollah, e dai miliziani dell’Is.

Nel frattempo, sul piano politico, all’indomani del vertice di Obama con i responsabili militari dei Paesi della coalizione, il premier turco, Ahmet Davuto?lu, ha replicato ieri sera al presidente francese, François Hollande, che aveva chiesto l’ap ertura di un corridoio a sostegno della resistenza curda. Solo i siriani possono tornare a combattere a Kobane — ha detto Davuto?lu — ma non combattenti di altre nazionalità.

In merito al ruolo di Ankara nel conflitto, pochi giorni fa il segretario di Stato americano, John Kerry, aveva smentito le voci su presunti attriti tra la Casa Bianca e il Governo turco. E ieri Damasco in un comunicato ha fatto sapere che «i tentativi della Turchia di creare una zona cuscinetto sul territorio siriano costituiscono una flagrante violazione delle convenzioni delle Nazioni Unite e delle leggi internazionali». Il regime siriano «respinge categoricamente l’ipotesi della creazione di una zona cuscinetto in qualsiasi parte del suo territorio».

Intanto, è giunto ieri un dramma tico appello da uno dei due velisti tedeschi rapiti nelle Filippine dal gruppo terroristico Abu Sayyaf che sostiene la lotta dell’Is. «Hanno scavato una fossa profonda tre metri — ha affermato Werner Wallert medico di 73 anni — e hanno detto: questa è per te». In cambio della liberazione dell’ostaggio Abu Sayyaf chiede circa quattro milioni di euro. Se non li otterranno, dicono di esser pronti a decapitare Wallert e l’altro ostaggio. Il gruppo chiede a Berlino di non sostenere il conflitto contro l’Is e il ritiro dei cento soldati mandati dal Governo locale nell’isola di Jolo per contrastare l’organizzazione terroristica.
L’Osservatore Romano”, venerdì 17 ottobre 2014
Foto: © tempi.it