Martedì 21 ottobre 2014
Non poteva essere scelta una data migliore per la beatificazione di Paolo VI se non quella della celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale e della conclusione del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia. Infatti, è con lui che ha inizio l’esercizio di un pontificato missionario e itinerante che lo porterà a enclave missionarie singolari: Terra Santa, Uganda, Filippine, Colombia, Sede delle Nazioni Unite.


Domenica 19 ottobre, durante la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale e la conclusione del Sinodo straordinario sulla famiglia, papa Francesco ha beatificato Paolo VI in una cerimonia semplice e sobria ma anche solenne e unica perché accompagnato dalla maggior parte dei “padri sinodali”. Erano presenti anche migliaia di credenti convenuti da molte parti del mondo, ma soprattutto da Brescia, luogo d’origine del neo-beato, e dall’arcidiocesi di Milano, della quale papa Montini è stato a lungo pastore e guida.

Paolo VI è stato un papa missionario. Pastore itinerante che ha viaggiato portando il Vangelo di Cristo nei luoghi più impensati, ha anche scritto testi ad alto contenuto missionario, tra cui l’Ecclesiam suam, la Populorum progressio e l’Evangelii nuntiandi, considerata come la magna carta dell’evangelizzazione e della missione.

Che Paolo VI sarebbe stato un papa missionario, lo si è capito sin dall’inizio del suo pontificato. Infatti, nel radiomessaggio urbi et orbi “Qui fausto die”, affermava di avere un “animo trepidante per la vastità del compito (a lui) imposto”, e chiedeva al Signore “la forza vigile e serena, lo zelo instancabile per la sua gloria, l’ansia missionaria per la diffusione universale, chiara, suadente dell’Evangelo”.

A questo si riferiva papa Francesco quando, durante la preghiera dell’Angelus, subito dopo la cerimonia di beatificazione, ha detto: “Egli è stato uno strenuo sostenitore della missione ad gentes; ne è testimonianza soprattutto l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi con la quale ha inteso risvegliare lo slancio e l’impegno per la missione della Chiesa. Questa Esortazione è ancora attuale, conserva tutta la sua attualità! È significativo considerare questo aspetto del pontificato di Paolo VI, proprio oggi che si celebra la Giornata Missionaria Mondiale”.

 

«Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI!
Grazie per la tua umile e profetica testimonianza
di amore a Cristo e alla sua Chiesa!».
Sono le parole pronunciate da Papa Francesco
all’omelia della messa presieduta nella mattina di domenica 19 ottobre,
in piazza San Pietro, per la beatificazione di Giovanni Battista Montini
e la conclusione della terza assemblea generale straordinaria
del Sinodo dei vescovi dedicata alla famiglia.

 

Omelia di papa Francesco per la beatificazione di Paolo VI
e la conclusione del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia

Grazie

Abbiamo appena ascoltato una delle frasi più celebri di tutto il Vangelo: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21).

Alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore, Gesù risponde con questa frase ironica e geniale. È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre.

L’accento di Gesù ricade certamente sulla seconda parte della frase: «E (rendete) a Dio quello che è di Dio». Questo significa riconoscere e professare — di fronte a qualunque tipo di potere — che Dio solo è il Signore dell’uomo, e non c’è alcun altro. Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio.

Lui non ha paura delle novità! Per questo, continuamente ci sorprende, aprendoci e conducendoci a vie impensate. Lui ci rinnova, cioè ci fa “nuovi” continuamente. Un cristiano che vive il Vangelo è “la novità di Dio” nella Chiesa e nel Mondo. E Dio ama tanto questa “novità”! «Dare a Dio quello che è di Dio», significa aprirsi alla Sua volontà e dedicare a Lui la nostra vita e cooperare al suo Regno di misericordia, di amore e di pace.

Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene. È per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita — con i piedi ben piantati sulla terra — e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove.

 

Veglia di preghiera all’inizio
della terza assemblea generale straordinaria
del Sinodo dei vescovi dedicata alla famiglia, a Roma.

 

Lo abbiamo visto in questi giorni durante il Sinodo straordinario dei Vescovi – “Sinodo” significa «camminare insieme». E infatti, pastori e laici di ogni parte del mondo hanno portato qui a Roma la voce delle loro Chiese particolari per aiutare le famiglie di oggi a camminare sulla via del Vangelo, con lo sguardo fisso su Gesù. È stata una grande esperienza nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità, e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza.

Per il dono di questo Sinodo e per lo spirito costruttivo offerto da tutti, con l’Apostolo Paolo: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere» (1 Ts 1, 2). E lo Spirito Santo che in questi giorni operosi ci ha donato di lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività, accompagni ancora il cammino che, nelle Chiese di tutta la terra, ci prepara al Sinodo Ordinario dei Vescovi del prossimo ottobre 2015. Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza, nella certezza che è il Signore a far crescere quanto abbiamo seminato (cfr. 1Cor 3, 6).

In questo giorno della beatificazione di Papa Paolo VI mi ritornano alla mente le sue parole, con le quali istituiva il Sinodo dei Vescovi: «scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi ... alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società» (Lett. ap. Motu proprio Apostolica sollicitudo).

Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!

Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante — e talvolta in solitudine — il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.

Paolo VI ha saputo davvero dare a Dio quello che è di Dio dedicando tutta la propria vita all’«impegno sacro, solenne e gravissimo: quello di continuare nel tempo e di dilatare sulla terra la missione di Cristo» (Omelia nel Rito di Incoronazione: Insegnamenti I, 1963, p. 26), amando la Chiesa e guidando la Chiesa perché fosse «nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza» (Lett. enc. Ecclesiam suam, Prologo).