Lunedì 17 novembre 2014
L’arcivescovo di Bukavu chiede all’Ue una legge sulla tracciabilità delle risorse del sottosuolo. «Chiediamo ai parlamentari e ai governi europei di soddisfare le aspettative dei consumatori dell’Unione europea che vogliono garanzie che i materiali utilizzati per i loro telefoni cellulari, computer o macchinari non siano legati a violazioni dei diritti umani e alle guerre ». È quanto scrive monsignor François-Xavier Maroy Rusengo, sollecitando le istituzioni comunitarie europee ad approntare una legge sulla tracciabilità dei minerali.

 

Nella foto sopra:
Una miniera d’oro a cielo aperto nella regione di Ituri. Secondo i ricercatori di Human Rights Watch, nella Repubblica Democratica del Congo ci sono i giacimenti auriferi più vasti e inesplorati del mondo. L’estrazione dell’oro è un elemento centrale nell’economia dell’est del Congo, un’area molto estesa dove il governo di Kinshasa non ha una presenza forte.
A destra:
Nyamurhale, nella provincia del Sud Kivu. Le miniere d'oro artigianali generano redditi per uno o due miliardi di dollari l’anno e rappresentano la più grande fonte di reddito per le regioni orientali del Congo.

Mons. François-Xavier Maroy Rusengo, arcivescovo di Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo e presidente dell’assemblea provinciale dell’episcopato, è noto per il suo impegno per le persone più vulnerabili in questa regione orientale del Paese africano. Il presule è anche uno dei promotori della Commissione episcopale per le risorse naturali, che da tempo denuncia e tenta di porre fine all’estrazione illegale dei minerali della regione, attività che finisce per finanziare i gruppi armati. «Lo sfruttamento delle risorse minerarie non ha prodotto alcun miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali», ha affermato nei mesi scorsi un documento della stessa commissione episcopale.

 

Il 29 giugno 2006
Benedetto XVI impone il pallio
a mons. François-Xavier Maroy Rusengo.

«Come arcivescovo africano che segue il lavoro delle comunità minerarie a Bukavu — scrive adesso il presule — attendo con grande interesse la prossima discussione del Parlamento europeo sulla strategia per il commercio responsabile di minerali da zone di conflitto». Infatti, circa l’80 per cento delle riserve mondiali di coltan — una sabbia nera che viene utilizzata per i microprocessori di computer, pc, telefonini, palmari, tablet — si trova proprio in Congo, nelle province del Kivu. Un’area che da vent’anni è al centro di violenze e instabilità dove si sovrappongono interessi diversi — locali, regionali e internazionali — ma che viene alimentata quotidianamente proprio dallo sfruttamento illegale delle risorse (oltre al coltan si trovano oro, rame, diamanti, cassiterite e stagno). Una rete di interessi che non coinvolge solo i gruppi ribelli, ma anche i Paesi vicini (in particolare Rwanda e Uganda), politici locali ed elementi dello stesso esercito congolese. A farne le spese, come sempre, la popolazione civile. Uno scenario da cui si potrebbe uscire approvando norme per la tracciabilità dei minerali. Monsignor Maroy Rusengo ricorda dunque come «le risorse dal sud del mondo, estratte dagli europei, sono state utilizzate per alimentare le più grandi guerre e i conflitti di tutti i tempi. Solo successivamente, quelle risorse hanno contribuito a costruire la pace e la prosperità».

La sfida che si trova ad affrontare l’Ue è quindi quella di essere «un promotore coerente di pace anche oltre i confini dell’Europa, prendendo la sua parte di responsabilità affinché le risorse naturali in Africa, Asia e America latina non siano più combustibile per i conflitti, ma piuttosto un contributo alla nostra prosperità ». Di qui l’auspicio che il Parlamento europeo vari una severa normativa sull’estrazione dei minerali.

Anche perché, ribadisce ancora il presule, «in molti Paesi del sud del mondo, il controllo, l’estrazione, la trasformazione e la commercializzazione delle risorse minerali, del legno, del petrolio e del gas rappresentano una fonte di finanziamento per i gruppi armati e le forze militari che commettono gravi violazioni dei diritti umani». Al contrario «queste risorse hanno urgente bisogno di contribuire allo sviluppo umano». Infatti, «c’è una sorprendente contraddizione tra le cattive condizioni umane della popolazione nei distretti di estrazione mineraria nel mio Paese e le ricchezze minerarie che sono sotto terra». Così, «la ricchezza delle risorse naturali della regione non ha sempre portato benefici al comune bene», ma anzi ha provocato lo sfruttamento e la morte di tante persone.

Monsignor Maroy Rusengo è uno dei settanta presuli firmatari di un documento diffuso nei giorni scorsi dal Catholic development agencies (17 ong cattoliche dell’Europa e dell’America del Nord che lavorano nel campo dello sviluppo e della promozione umana) per chiedere, in particolare all’Unione europea, l’imposizione di una tassa obbligatoria alle ditte che sfruttano e commerciano i cosiddetti “minerali dei conflitti”, e cioè, le risorse minerarie il cui possesso, sfruttamento e commercializzazione spesso sono appunto cause di numerosi conflitti e violenze di ogni tipo. I presuli chiedono all’Ue la stesura di un regolamento che metta fine a questa tragedia il cui alto costo in vite umane è insopportabile.

Nell’appello si rileva come «i vescovi stanno mettendo in discussione la validità di certe politiche commerciali che contribuiscono finanziariamente ai conflitti». E ricordando che l’Ue è un rilevante importatore di molte di queste risorse, i vescovi scrivono: «Questa situazione è intollerabile. Gli Stati membri dell'Unione sono tenuti a fare ogni sforzo per garantire le condizioni della pace, non solo nel proprio Paese ma in tutto il mondo».
L’Osservatore Romano