Mercoledì 4 marzo 2015
Il funzionamento, la visione e gli sforzi prioritari della neonata Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) sono stati presentati durante un incontro di coordinamento tenutosi il 2 e il 3 marzo a Roma. La persona di riferimento della Repam – è stata scelta ieri – è il cardinale Cláudio Hummes (nella foto), presidente della Commissione per l’Amazzonia della Conferenza episcopale del Brasile. Repam è nata nel settembre 2014 a Brasilia in occasione di un incontro fra vescovi che includono nel loro territorio regioni amazzoniche, sacerdoti, missionari – tra cui i Comboniani – e missionarie di congregazioni che lavorano nella giungla amazzonica, rappresentanti di alcune Caritas nazionali e laici appartenenti a varie strutture della Chiesa. (Vedi allegati e il video della Repam su Youtube).

 

REPAM

Rete ecclesiale panamazzonica


Nel 2013 a Rio de Janeiro, in occasione della Giornata mondiale della gioventù, Papa Francesco parlando ai vescovi brasiliani disse che «L’Amazzonia è un banco di prova per la Chiesa e per la società» e fece «un forte richiamo al rispetto e alla custodia dell’intera creazione che Dio ha affidato all’uomo non perché lo sfrutti selvaggiamente, ma perché lo renda un giardino». La Chiesa latino-americana — già da diversi anni impegnata per rispondere alle sfide regionali che presenta il contesto amazzonico — ha raccolto questo invito e lo scorso settembre ha dato vita al progetto della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam). La Rete ha realizzato un incontro di coordinamento a Roma, il 2 e il 3 marzo e, nell’occasione, è stata presentata in una conferenza tenutasi nella mattina di lunedì 2 marzo nella Sala Stampa della Santa Sede. L’incontro è stato guidato dal vicedirettore padre Ciro Benedettini.

L’appuntamento è stato voluto a Roma — ha spiegato il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace che patrocina il progetto — a testimonianza dell’impatto transnazionale della problematica e del coinvolgimento di tutta la Chiesa che vuole dare la più ampia visibilità a questo modello operativo, un modello che potrà diventare utile in diversi e fondamentali ambiti quali la giustizia, la legalità, la promozione e la tutela dei diritti umani, lo sviluppo inclusivo ed equo, l’uso responsabile e solidale delle risorse naturali.

 

La conferenza stampa di presentazione della Repam il 2 marzo nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede a Roma. Nell’occasione hanno intervenuto: il Cardinale Peter Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; il Cardinale Cláudio Hummes, Presidente della Commissione per l’Amazzonia della Conferenza Episcopale del Brasile; Mons. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo in Perù e Presidente del Dipartimento Giustizia e Solidarietà del Consiglio Episcopale Latinoamericano; Michel Roy, Segretario Generale di Caritas Internationalis; e Mauricio López, Segretario Esecutivo della Rete Ecclesiale Panamazzonica.

 

Comitato esecutivo
della Repam
con membri del
Pontificio Consiglio della
Giustizia e della Pace.

 

Ma cosa è il Repam? Lo ha spiegato in un intervento audio il cardinale Cláudio Hummes, presidente della Commissione per l’Amazzonia della Conferenza episcopale del Brasile: «Nei nove Paesi latino-americani che includono il territorio amazzonico, la Rete vuole unire gli sforzi della Chiesa in favore della custodia responsabile e sostenibile di tutta la regione, al fine di promuovere il bene integrale, i diritti umani, l’evangelizzazione, lo sviluppo culturale, sociale ed economico del suo popolo, specialmente delle popolazioni indigene». La Chiesa in Amazzonia, ha detto il porporato, «vuole “fare rete”, per congiungere gli sforzi, per incoraggiarsi reciprocamente e avere una voce profetica più significativa a livello internazionale».

Ancora più nel dettaglio sono scesi il Mons. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo (Perù) e presidente del Dipartimento giustizia e solidarietà del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), e Mauricio López Oropeza, segretario esecutivo della Repam. Richiamando anche quanto affermato nel documento di Aparecida (2007), il presule ha descritto l’immensa realtà amazzonica e sottolineato come questo territorio sia «devastato e minacciato» dalle grandi imprese estrattive, dalle monocolture, dalla deforestazione, dai cambiamenti climatici; e oltre a questo, non meno devastante è la distruzione della cultura e dell’autodeterminazione dei popoli.

Tutto ciò, ha spiegato López Oropeza, non è solo un problema locale: l’impatto «non riguarda solo le popolazioni direttamente coinvolte, ma tutti noi». Tutti siamo chiamati, ha detto, «a una genuina conversione per rispetto al futuro dell’umanità». Quello dell’Amazzonia è un dramma planetario. «Insieme alla foresta del Congo», ha detto Michel Roy, segretario generale di Caritas internationalis che è coinvolta nel progetto Repam, «l’Amazzonia è forse ciò che resta di più prezioso per il pianeta» ed è «nostra responsabilità “spegnere i motori” e fermarci. Fermarci dal voler produrre a ogni costo, dal saccheggiare e distruggere, fermarci dallo spogliare i popoli dell’ambiente che permette loro di vivere, con la loro cultura e le loro ricchezze umane».


Mons. Fridolin Ambongo Besungu, della RDC,
presidente della locale commissione per le risorse naturali.


«L’Amazzonia — ha tenuto a precisare l’arcivescovo Barreto Jimeno — non è semplicemente il polmone della terra, ma è una fonte di vita nel cuore della Chiesa». Perciò la Repam, come ha spiegato López Oropeza, è in cerca di un «modello solido che permetta di collaborare anche all’esterno della rete ecclesiale»: importante, ha detto, anche il coinvolgimento delle università, cattoliche e non. Tutte le competenze sono chiamate a dare un contributo.

E l’importanza del “fare rete” è emersa anche dal dibattito seguito alle relazioni. È intervenuto infatti il vescovo Fridolin Ambongo Besungu, della Repubblica Democratica del Congo (RDC), presidente della locale commissione per le risorse naturali, il quale ha messo in parallelo la situazione amazzonica con quella della foresta equatoriale, dove «non appena viene scoperta una risorsa, che siano minerali preziosi o petrolio, si sa già che scoppierà una guerra». L’arcivescovo Barreto Jimeno ha immediatamente messo a disposizione l’esperienza della Repam per poter dar vita a un’analoga rete di collaborazione ecclesiale anche in Africa, e il cardinale Turkson ha detto che il Pontificio Consiglio sarà lieto di appoggiare un’iniziativa di questo genere.


La Rete Ecclesiale Panamazzonica

La Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM) è nata nel mese di settembre 2014 a Brasilia, in occasione di un incontro fra: Vescovi di Stati che includono nel loro territorio regioni amazzoniche; numerosi sacerdoti diocesani o missionari e missionarie di congregazioni familiari della giungla amazzonica e delle sue popolazioni; rappresentanti di alcune Caritas nazionali; laici appartenenti a varie strutture della Chiesa. Parteciparono anche rappresentanti dei seguenti organismi: il Dipartimento Giustizia e Solidarietà del Consiglio Episcopale Latinoamericano, la Commissione Episcopale per l’Amazzonia della Conferenza Episcopale del Brasile, la Confederazione dei Caraibi e dell’America Latina di Religiosi e Religiose, il Segretariato Latinoamericano e dei Caraibi di Caritas, e il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

L’incontro di Brasilia è il culmine di un processo di integrazione e collaborazione della Chiesa nella regione amazzonica, attorno alle peculiari sfide di questo spazio: l’opera evangelizzatrice di una Chiesa che cerca di avere sempre di più un “volto amazzonico”; la preservazione di culture e conoscenze ancestrali; la sorte di popolazioni indigene spesso sconvolte nella loro vita da grandi progetti di sfruttamento delle risorse naturali o di infrastrutture – progetti che hanno regolarmente un corollario di intimidazione, di diritti calpestati o di uccisioni; la difesa della vita e della natura; la valorizzazione dei numerosi studi o ricerche realizzati dalla Chiesa in Amazzonia; la promozione di un modello di sviluppo alternativo solidale, che non organizzi la società e lo sfruttamento della natura in funzione dei soli interessi economici.


Partecipanti all’incontro della Rete ecclesiale panamazzonica tenutosi il 2 e il 3 marzo 2015 a Roma.