Sabato 23 maggio 2015
Con la beatificazione dell’arcivescovo Oscar Arnulfo Romero — che viene celebrata a nome del Papa dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, oggi, a San Salvador — sale sugli altari un martire della Chiesa del Vaticano II, un pastore che ha misurato la sua azione sulle linee del concilio e sulla successiva riflessione dell’episcopato latinoamericano nelle grandi assemblee continentali. Il martire Romero ci ricorda che non si può separare l’Eucarestia dai poveri. E Papa Francesco non cessa di mostrarcelo con le parole e con i gesti.


L’esempio di monsignore Oscar Romero ha suscitato un’ammirazione straordinaria nella Chiesa cattolica e l’eco della sua morte e della sua testimonianza ha toccato molti dei cristiani delle altre confessioni. E la stessa società civile ne è rimasta ammirata. Le Nazioni Unite, per esempio, hanno proclamato il 24 marzo, data del suo martirio, giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime.

Certo, il mondo è molto cambiato dal 1980, quando Romero venne assassinato perché la sua voce tacesse. Oggi monseñor — così lo chiamava la gente – risuona ancor più che allora. E la sua beatificazione sotto il pontificato del primo Papa latinoamericano conferisce alla testimonianza di Romero una forza particolare. L’affermazione di Papa Francesco: «Come vorrei una Chiesa povera, per i poveri», lega Romero in maniera robusta all’oggi della Chiesa e alla sua missione. Un rapporto non troppo favorevole all’azione pastorale del presule notava: «Romero ha scelto il popolo e il popolo ha scelto Romero». E questa che a taluni appariva una nota negativa, era in verità l’elogio più bello. Egli «sentiva l’odore delle pecore» e queste ne ascoltavano la voce e la seguivano. È commovente vedere ancora oggi i contadini salvadoregni parlare con lui quando sono inginocchiati davanti alla sua tomba.

Romero è stato un vescovo secondo la migliore tradizione tridentina, arricchita poi dall’insegnamento del Vaticano II. Aveva studiato a Roma dal 1937 al 1943; amava i Papi, soprattutto Pio XI , Paolo VI e Giovanni Paolo II che aveva conosciuto personalmente. Fedele al magistero, non mancava di carismi: la parola, la predicazione, il senso pastorale. Non era un intellettuale, un teologo, un organizzatore, un amministratore. Neppure un riformatore. E tanto meno un politico, come qualcuno ha voluto vederlo, strumentalizzando il suo nome. Era un uomo di Dio, un uomo di preghiera, un uomo di obbedienza e di amore per la gente. Pregava molto ed era severo con se stesso, legato a una spiritualità antica fatta di sacrifici, di penitenza, di privazioni. Ebbe una vita spirituale lineare, pur con un carattere non facile. Nella preghiera trovava riposo, pace e forza. Fu la forza della preghiera a sostenerlo. Pochi giorni prima di essere ucciso scriveva: «Temo i rischi a cui sono esposto. Mi costa accettare una morte violenta che in queste circostanze è molto possibile». E aggiungeva: «Le circostanze sconosciute si vivranno con la grazia di Dio. Egli ha assistito i martiri e se è necessario lo sentirò molto vicino nell’offrigli l’ultimo respiro».

Indiscussa la sua fedeltà al magistero, in particolare a quello degli ultimi decenni, dal concilio — di cui divenne divulgatore in El Salvador — a Paolo VI e Papa Wojty?a. Pochi mesi prima della morte, in visita a Roma, annota: «Questa mattina sono andato nuovamente alla basilica di San Pietro e, presso gli altari, che amo molto, di San Pietro e dei suoi successori attuali di questo secolo, ho chiesto insistentemente il dono della fedeltà alla mia fede cristiana e il coraggio, se fosse necessario, di morire come morirono tutti questi martiri o di vivere consacrando la mia vita come l’hanno consacrata questi moderni successori di Pietro».

Sul tema del martirio aveva riflettuto anche per i tanti sacerdoti, religiosi, catechisti, fedeli uccisi nel vortice di violenza che aveva investito il suo Paese, solo perché parlavano di Vangelo, di pace, di giustizia. Romero li riassume tutti. E in certo senso guida la schiera dei nuovi martiri del Novecento.

Egli credette alla sua funzione di vescovo. Si sentiva responsabile del popolo oppresso. Si fece carico del sangue, del dolore, della violenza che esso subiva, denunciandone le cause nella carismatica predicazione domenicale seguita alla radio da tutta la nazione.

Era un vescovo defensor pauperum secondo l’antica tradizione dei padri della Chiesa. Il clima di persecuzione era palpabile nel Paese. Dopo due anni di episcopato nell’arcidiocesi salvadoregna, Romero contava trenta preti perduti, tra uccisi, espulsi o allontanati per sfuggire alla morte, e centinaia di catechisti uccisi e fedeli scomparsi. Perciò contrastò la violenza perpetrata sia dai militari in senso repressivo sia dalla guerriglia in senso insurrezionale. I mandanti del killer con la sua morte volevano far tacere la Chiesa del Vaticano II. Perciò fu ucciso sull’altare. La sua morte martiriale avvenne in odium fidei perché — come mostra l’accurato esame documentario svolto nel processo di beatificazione — essa fu causata non da motivi solo politici, ma dall’odio per una fede che, impastata della carità, non taceva di fronte all’oppressione del popolo.

Giovanni Paolo II — che ben conosceva i due altri santi uccisi sull’altare, Stanislao di Cracovia e Thomas Becket di Canterbury — lo notava con efficacia: «Lo hanno ucciso proprio nel momento più sacro, durante l’atto più alto e più divino». Gli assassini, impedendo a Romero di terminare la messa, volevano come dividere il culto a Dio dalla sua misericordia.

Il martire Romero ci ricorda che non si può separare l’Eucarestia dai poveri. E Papa Francesco non cessa di mostrarcelo con le parole e con i gesti.
di Vincenzo Paglia, Postulatore
in L’Osservatore Romano (sabato 23 maggio 2015, p. 7)