Lunedì 8 dicembre 2014
Nell’anno che ricorda il 150° anniversario della prima stesura del “Piano per la Rigenerazione dell’Africa” non si poteva sfuggire alla sfida che esso rappresenta per il modo di gestire le risorse economiche che la Provvidenza mette a disposizione dell’Istituto Comboniano per svolgere la sua missione e affinché si realizzi l’auspicio di “salvare l’Africa con l’Africa”. Ho cercato di accettare la sfida di andare oltre l’“impenetrabile velo” non tanto delle “remote contrade che l’Africa Negra nella sua vasta estensione racchiude” (S 800), ma della nostra scarsa propensione a fare i conti con le realtà economiche. In questo percorso ho trovato che il confronto più provocatorio è con la realtà in trasformazione del nostro Istituto e della Chiesa: oggi l’Africa non si limita a importare missionari, ma esporta e vive l’inebriante consapevolezza che per salvare se stessa ha bisogno di salvare altri.

 

La sfida di andare oltre l’“impenetrabile velo”

Il tema meriterebbe uno studio approfondito per ripercorrere le linee guida che nelle diverse epoche hanno indirizzato l’uso dei beni materiali per la missione. Tale studio non esiste e non si può improvvisare, e la sfida portata dal Piano non può ridursi ad una rivisitazione del passato, anche se da questo non può prescindere.

Per quanto limitato potesse essere il tentativo, nei mesi scorsi, in varie occasioni, ho cercato di confrontarmi con i confratelli sul tema e in maniera sintetica vorrei qui riproporre le riflessioni che ho potuto o saputo raccogliere.

Un’impronta

Una prima doverosa constatazione è che indubbiamente la principale preoccupazione dei Missionari Comboniani è stata quella di dare consistenza alla Chiesa Locale. Nei paesi dove abbiamo lavorato quasi nulla è intestato all’Istituto, ma quasi tutto a diocesi e parrocchie. Ora che la distinzione tra le province “mandanti” e le province “riceventi” comincia ad essere sempre meno marcata, anche nelle province dove eravamo “solo” missionari emerge la necessità di strutture proprie per la formazione, gli anziani, l’amministrazione. Ma è indubbio che questo tipo di preoccupazione rimane minoritaria rispetto a quella di promuovere la crescita del corpo ecclesiale nella sua interezza.

Tanti hanno fatto notare quanto si è investito in educazione, scuole e borse di studio. La formazione del clero e di leader locali (catechisti e altri ministeri) ha consumato enormi risorse e la provvidenza ha benedetto questo impegno.

Innumerevoli strutture (parrocchie, scuole, ospedali, ecc.) sono state “consegnate” con buone dotazioni di mezzi e di risorse per il futuro. “Consegnare” è stata la parola magica per descrivere tante situazioni: passaggi ben gestiti e preparati, altri più dolorosi e quasi brutali, soprattutto quando il “dono” era indigesto e chiaramente destinato a conoscere un tempo problematico di purificazione.

Questi problemi sono spesso determinati dal sovradimensionamento del dono o dalla mancanza di un suo chiaro assetto organizzativo. Su quest’ultimo fronte, ancora oggi c’è un grande cammino da fare, perché non sempre abbiamo favorito una cultura organizzativa (ruoli, compiti, deleghe vs personalismi) per poter garantire la continuità delle strutture.

“Salvare l’Africa con l’Africa”

Questo è il principio fondamentale del “Piano” e oggi assume una concretezza particolare: la quasi totalità dei nostri candidati proviene dall’Africa. Al contrario, la maggior parte del finanziamento dell’attività apostolica è generata fuori dall’Africa.

Dobbiamo chiederci se facciamo abbastanza per promuovere il contributo economico della Chiesa africana per il lavoro di evangelizzazione sia in Africa che altrove. Il XVII Capitolo Generale avvertiva la necessità pressante di questo passaggio (cfr. AC ’09 n. 162).

Talvolta, però, mi chiedo se veramente apprezziamo il contributo economico che potrebbe provenire da questo continente, anche se materialmente esiguo. In tanti casi ho trovato che questo aiuto non viene neanche contabilizzato e così ci troviamo inconsapevolmente a ripetere le parole dell’apostolo Andrea: “c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?” (Gv 6,8). Il resto della storia mostra come Gesù abbia efficacemente smentito questo approccio.

Cercare le risorse all’esterno può risultare più facile e rapido, piuttosto che cercare di valorizzare le risorse umane e materiali locali, che possono essere mortificate dalla possanza dell’intervento alieno.

L’Africa comunque contribuisce con la ricchezza umana e culturale e questo dovrebbe stimolarci a pensare secondo il potenziale presente, programmando sulla base delle risorse locali, piuttosto che su obiettivi preconfezionati o modulati sui gusti dei donatori esterni.

Visione

Comboni aveva la visione di un’Africa arricchita da una pluralità di ministeri e carismi, la “Perla” che doveva raggiungere la maturità e brillare tra le altre perle della Chiesa.

Questo aspetto ci fa interrogare sulla nostra capacità di rapportarci alla Chiesa locale con la consapevolezza di essere di fronte ad un soggetto maturo e responsabile. Oso dire che qualche volta potremmo avere anche qualche lezione da imparare da essa.

La Chiesa locale ha le sue legittime priorità e talvolta anche delle aspettative nei nostri confronti a cui vorremmo sottrarci. Al tempo stesso, anche noi abbiamo priorità che per noi sono decisive (es. Animazione Missionaria) e che ci sembra potrebbero arricchire anche la Chiesa locale. È un rapporto difficile da gestire che, vissuto nel dialogo, potrebbe portare un beneficio reciproco.

Non credo che sia troppo avventato dire che a volte l’uso o la forza delle nostre risorse finanziarie danneggia la relazione con la Chiesa locale. Se hai denaro, sei tu a condurre il gioco e a dettarne le regole e se ci concentriamo esclusivamente nel fare e nel dare, perdiamo molto della ricchezza e della poliedricità della realtà, alla quale non permettiamo di svelarsi.

I contratti con i vescovi dovrebbero includere un’insistenza sulla contribuzione locale, richiesta non solo perché siamo nel bisogno, ma perché è giusto, sia per un missionario locale che straniero. E forse, dovrebbe diventare parte dell’accordo l’autorizzazione a promuovere l’animazione missionaria e a raccogliere le risorse di cui l’opera missionaria necessita.

Penso anche di dover segnalare che qualche volta si percepisce come una specie di rassegnazione circa l’Africa: inutile chiedere trasparenza, come se gli abusi fossero inevitabili. È indubbiamente una mancanza di fiducia e un torto fatto a chi faticosamente cerca di operare con trasparenza. E non sarebbe male chiedere ai missionari quale testimonianza di trasparenza hanno fornito e forniamo mediamente. Certo tutto è andato a fin di bene, ma spesso è stato gestito con totale discrezionalità del singolo.

Metodologia

La creazione di Istituti di Educazione in luoghi strategici era raccomandata dal “Piano” come una strategia efficace per la penetrazione del Vangelo e il suo impatto sulla cultura. Sebbene non con la stessa consistenza del passato, ancora abbiamo importanti iniziative nel campo dell’educazione (colleges, scuole tecniche, università, ecc.).

Non possiamo nascondere a noi stessi il fatto che il livello di dipendenza economica di queste strutture è ancora molto elevato e che il loro governo e la loro gestione non sempre sono effettivamente in grado di indirizzarli secondo il loro obiettivo originario.

Un motivo di frizione di queste opere con le comunità comboniane di riferimento è che talvolta le opere non riconoscono economicamente il lavoro fatto dai confratelli (salario): è una pratica che danneggia la comunità, crea tensione e non permette all’opera di giungere ad una vera maturità gestionale.

L’Istituto Comboniano

È legittimo chiedersi quale sarà il futuro delle province comboniane in Africa dal punto di vista economico. Negli anni, le province sono diventate più piccole in numero di membri, più disperse geograficamente e con una percentuale crescente di membri radicali.

L’immagine stessa di “provincia” sta avendo delle trasformazioni: le province hanno bisogno di un punto di riferimento stabile sia organizzativo che di sostegno finanziario. E al tempo stesso dovranno sempre più pensare a soluzioni locali rispetto alle diverse situazioni di crisi (es. malattie), senza trascurare il beneficio vicendevole della solidarietà interprovinciale.

Il Fondo Comune Totale vuole effettivamente aiutare a crescere come una “comunità di apostoli” e a rafforzare l’immagine di comunità evangelizzatrice, superando i protagonismi.

Talvolta, vi sono parrocchie affidate alla nostra cura che “rendono” economicamente. Esse vengono troppo spesso abbandonate per una doverosa urgenza carismatica, prendendo al loro posto impegni di “frontiera”. Ma gli impegni cosiddetti “di frontiera” sono costosi. Il servizio presso i più poveri presume una copertura e una solidità di fondo garantita dall’Istituto e non sempre messa a tema nelle valutazioni. Alcuni di questi impegni più remunerativi potrebbero restare per permettere agli altri più “carismatici” di esistere. Al tempo stesso, queste parrocchie dovrebbero vivere come vere parrocchie missionarie nel loro stile. E forse potrebbero dare anche qualche vocazione.

Mi avventuro a dire che alla lunga prevarrà un modello misto.

Giustizia

Lo sfruttamento economico dell’Africa è molto forte anche oggi, come lo era nel passato. Si tratta senz’altro di un argomento importante per coloro che lavorano nell’ambito della Giustizia e della Pace. Al tempo stesso, possiamo tentare di guardare a questa questione dal punto di vista delle nostre pratiche amministrative quotidiane.

Anzitutto bisogna chiedersi se le nostre attività e la loro gestione amministrativa seguono pienamente le leggi locali in materia di tasse, leggi del lavoro, ecc. Gli spazi non coperti dalle legislazioni locali sono sempre più ridotti e bisogna abituarsi e tenerne conto.

Occorre anche vigilare affinché le nostre strutture economiche e i nostri investimenti finanziari non partecipino in qualche modo a forme di sfruttamento.

Conclusione

Al termine di questa riflessione, mi rendo conto di essere andato molto a ruota libera, forse mosso da un immaginario molto mio, non sempre esplicito o consapevole. Sono tutte conclusioni provvisorie, in un contesto dove neanche dal magistero papale si deve attendere “una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo” (EG 16).

Ho cercato di accettare la sfida di andare oltre l’“impenetrabile velo” non tanto delle “remote contrade che l’Africa Negra nella sua vasta estensione racchiude” (S 800), ma della nostra scarsa propensione a fare i conti con le realtà economiche.

In questo percorso ho trovato che il confronto più provocatorio è con la realtà in trasformazione del nostro Istituto e della Chiesa: oggi l’Africa non si limita a importare missionari, ma esporta e vive l’inebriante consapevolezza che per salvare se stessa ha bisogno di salvare altri.
Roma, 7 dicembre 2014
P. Claudio Lurati, mccj
Economo Generale