Mercoledì 10 giugno 2015
“La passione per il denaro ci presenta il conto, perché essa c’è e si muove dentro di noi. Non imparare a confrontarci con questa realtà potrebbe portarci a forme di sudditanza inconsapevoli, come l’alcolizzato che a tavola rifiuta sdegnosamente il vino che gli viene offerto, perché tanto si rifarà altrove. La 'passione' per il denaro è un dato di fatto: malgrado tutto l’immaginario retorico con cui mistifichiamo la realtà ('servire la gente', 'i poveri', 'l’intenzione del donatore', ecc.), i soldi ci interessano, eccome”.
[P. Claudio Lurati, economo generale dei Missionari Comboniani].

 

Incontro
di economi e procuratori
comboniani a Roma
nel 2014.

 

Quali complessi!
Tu tieni 'n'orchestra intera 'ncap, Robbè”

“Quali complessi!
Tu hai un’orchestra intera in testa, Roberto

(Massimo Troisi in Ricomicio da tre)

 

Quasi un’orchestra

Sono trascorsi più di cinque anni da quando ho assunto l’incarico di Economo Generale. Questo tempo ha rappresentato un corso di formazione molto intenso su tanti aspetti del mondo amministrativo di cui mai avrei pensato di dovermi occupare. I viaggi, la partecipazione a numerose assemblee di vari livelli e innumerevoli occasioni di condivisione hanno costituito un utilissimo (per me) osservatorio sul modo in cui, come religiosi e missionari, ci rapportiamo con i beni materiali e la loro gestione.

Da questo patrimonio di esperienze nasce la mia riflessione, nella quale penso di avere l’obbligo di partire dalla constatazione che il Signore si prende veramente cura di noi e provvede tutto il necessario per realizzare il compito che ci ha affidato. È lo spettacolo di cui siamo continuamente testimoni: la Provvidenza. Non riconoscerlo, darlo per scontato, come se fosse una cosa ovvia, equivarrebbe a farci perdere la sensazione di essere di fronte ad un miracolo che continuamente si rinnova, ci priverebbe della sensazione impagabile che è il suo Regno che stiamo costruendo. Un economo è anzitutto un “testimone della Provvidenza”. Quando non parte da questa evidenza, tradisce il suo compito.

Al tempo stesso, vorrei anche mettere in evidenza alcuni atteggiamenti non esattamente positivi che mi è capitato di incontrare e che cercherò di descrivere, forse anche con un pizzico di ironia. Si tratta di atteggiamenti che in questo articolo chiamo “complessi”: sono diffusi, in vario grado, un po’ dappertutto e io stesso non credo di esserne esente. Non escludo la possibilità che talvolta sia io a leggere negli altri degli atteggiamenti particolari, solo perché riflettono qualcosa che mi porto dentro. Nessuno riesce mai veramente a evitare di parlare di se stesso.

Nell’identificare questi atteggiamenti, ho trovato utile avvalermi di alcune situazioni bibliche riferibili a protagonisti concreti, che hanno poi finito per dare il nome al “complesso” descritto.

1. Il complesso di Giuda

Si avverte una preoccupante trascuratezza per quanto riguarda la gestione delle risorse materiali: come se la negligenza potesse essere scambiata per povertà.

Nella nostra vita il lavoro amministrativo prende una parte considerevole del nostro tempo. Lo scorso anno, durante un incontro con i partecipanti all’Anno Comboniano di Formazione Permanente, ho condotto un piccolo test. La domanda era: nel tuo ultimo incarico, quanto tempo dedicavi all’amministrazione? Il risultato del test sorprese tutti: tra i presenti, in media, il tempo dedicato quotidianamente al lavoro amministrativo, nell’attività precedente, era di oltre due ore. Senza dubbio il test rimane un dato episodico, raccolto tra un campione troppo limitato. Esso però sembra confermare che “amministrare” occupa una parte importante della nostra vita e non solo per alcuni.

Forse sarebbe il caso di cominciare a considerarla come una necessità della nostra vita, dove presto o tardi dovremo amministrare; oppure dovremo esprimere un parere su una gestione ed un bilancio. È un dato di fatto da accettare, evitando di atteggiarci a quello che non siamo, e riconoscere che non ci prepariamo abbastanza per quello che poi effettivamente incontreremo nel quotidiano.

Sembra di trovarsi di fronte ad un peccato originale mai riscattato che provocatoriamente chiamerei il complesso di Giuda, il cassiere degli Apostoli, successivamente “caduto in disgrazia”. Da allora, vi è una sorta di maledizione che i beni materiali sembrano portarsi addosso. Parliamo dei massimi sistemi e dell’economia mondiale, vogliamo moralizzare Wall Street, ma non ci chiediamo come viviamo la dimensione quotidiana del rapporto con il denaro.

Illudendoci di dominare la passione “per il denaro”, gestiamo il denaro senza passione, con snobismo. Dopo averlo toccato, facciamo le abluzioni, con sorrisini imbarazzati verso chi ci vede, come per esorcizzare l’impurità dell’atto.

Poi, però, la passione per il denaro ci presenta il conto, perché essa c’è e si muove dentro di noi. Non imparare a confrontarci con questa realtà potrebbe portarci a forme di sudditanza inconsapevoli, come l’alcolizzato che a tavola rifiuta sdegnosamente il vino che gli viene offerto, perché tanto si rifarà altrove. La “passione” per il denaro è un dato di fatto: malgrado tutto l’immaginario retorico con cui mistifichiamo la realtà (“servire la gente”, “i poveri”, “l’intenzione del donatore”, ecc.), i soldi ci interessano, eccome.

Per il voto di obbedienza diciamo che esiste un’obbedienza passiva e una attiva (RV 35.1 – PC 14). Credo che non sia diverso per la povertà: passiva è quando prevale l’altero disinteresse per i beni, che poco ha a che spartire con la responsabilità; diviene attiva nella gestione responsabile, nell’uso comunitario e trasparente dei beni.

2. Il complesso di Giuseppe

Facciamo fatica a ritagliarci degli spazi per il discernimento, a creare il distacco necessario per farlo; a “stare in disparte” (Mc 6,31) tirandoci fuori dalla mischia per un momento. Così accade che la realtà ci supera, mentre noi riproduciamo gli schemi consueti in modo acritico, sperando che questi ci proteggano da un mondo che da un giorno all’altro si trasforma.

Mi permetto di chiamarlo il complesso di Giuseppe: nasce qualcosa e, siccome non l’ho generato io, non me ne accorgo (Mt 1,19). Senza rendersi conto, ci si trova a combattere la novità o a non percepirla perché travolti dalla routine; il termine di paragone è la mia aspettativa, il mio progetto o semplicemente la consuetudine. Il riferimento non è la realtà che, invece, si permette di sorprenderci, ci obbliga a rincorrerla senza concedere pause. La tomba è vuota, Gesù è già andato oltre e non c’è modo di ricollocare la pietra al suo posto (Mt 28,2-6).

Negli anni caldi della contestazione, il cantautore italiano Fabrizio De André cantava “ed io contavo i denti ai francobolli, dicevo grazie a Dio è Natale, mi sentivo normale….”. Fuori infuriava il ’68 parigino e il personaggio descritto dal cantautore continuava imperturbato con le sue piccole abitudini.

Spesso, discutendo del Fondo Comune Totale, ho avuto questa impressione: tutto è cambiato nell’Istituto, nella Chiesa locale, nella società e noi ci illudiamo di poter continuare ancora con il sistema di sempre e siamo disposti a trascinarlo fino al suo definitivo collasso.

Dopo la Resurrezione, anche Maria Maddalena ha conosciuto il trauma di incontrare un Gesù così trasformato da non riuscire a riconoscerlo; e dopo il riconoscimento in quell’abbraccio che non poteva più esserci ha capito che qualcosa di nuovo e straordinario era accaduto e l’orologio non poteva essere riportato indietro.

Ma, per tornare a Giuseppe, il Vangelo lo definisce un uomo giusto: il riconoscere la nuova realtà era certamente parte di questa giustizia.

3. Il complesso di Andrea

È il turno di Andrea che, nel Vangelo di Giovanni, in occasione della moltiplicazione dei pani e dei pesci, di fronte ad una folla smisurata di persone e di bisogni, viene citato mentre dice: “C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?" (Gv 6,8-9).

Il neobattezzato complesso di Andrea consiste nella paura, fin troppo diffusa, che condividendo si riducano le risorse, che mettere in comune impoverisca la creatività e riduca l’efficienza. L’esperienza e il Vangelo insegnano che avviene esattamente il contrario: ciò che si condivide viene moltiplicato; quando si collabora le forze si moltiplicano e aprono spazi impensati.

Vi è un altro tipo di paura altrettanto diffuso e da cui guardarsi: il timore che il poco che abbiamo sia insignificante. In realtà, non conosciamo il valore e il potenziale di quanto ci è stato affidato. Il poco non è giustificazione per la rassegnazione. E soprattutto in relazione a tante giovani Chiese che serviamo, dobbiamo notare che talvolta neanche ci premuriamo di contabilizzare il contributo economico locale e le risorse della povera gente. Altre volte decretiamo arbitrariamente che sono irrilevanti e ininfluenti, mentre invece siamo di fronte “all’obolo della vedova”.

In entrambi i casi, vi è una mancanza di stima dei doni che il Signore generosamente distribuisce tra i suoi figli.

4. Il complesso di Abramo

Questo complesso ricorda l’incapacità di superare l’individualismo: l’opinione personale, il programma individuale viene elevato a criterio, con l’illusione di essere al di sopra di tutto e delle regole comuni. In altre parole, se un’opera o un’attività non viene condotta a modo mio, non vale. Se essa non porta il mio nome, non merita di spendervi la vita, il tempo e le risorse. E se non esiste un’opera che porta il mio nome, quale sarà la mia discendenza?

Nulla meglio dell’esperienza del nostro comune padre nella fede può aiutarci a capire e per questo ho pensato di chiamare questo atteggiamento il complesso di Abramo: arrivare a cinquant’anni senza avere un figlio, malgrado una promessa di compimento. Abramo pensò di arrangiarsi con una schiava.

La vertigine della missione viene esaurita dall’identificazione con un’opera, talvolta con un’aggravante: ci si serve dell’Istituto e del suo “marchio” per costruirsi uno “status” o una posizione.

5. Il complesso di Pietro

La vita nel mondo è impegnativa e non concede tregua. Non ci si può permettere di essere irresponsabili circa l’uso del denaro, non si può non rendere conto del proprio operato.

Non è raro trovare che qualcuno, in virtù dello stato di religioso, si ritenga esentato da ciò che per qualsiasi uomo sul pianeta costituisce una preoccupazione: abbiamo rinunciato a possedere, non a vivere responsabilmente.

Anche per questa situazione possiamo trovare un nome che è il complesso di Pietro: la presunzione di essere esenti perché “stiamo facendo il bene”. È un atteggiamento da cui il principe degli Apostoli ha dovuto imparare presto a guardarsi, come ci testimonia l’episodio che lo vede protagonista quando Gesù lo manda a cercare la moneta per il tributo nella bocca del pesce (Mt 17,24-27). Con sorpresa Pietro apprende che Gesù, pur essendo figlio, non reclama alcuna esenzione dagli obblighi fondamentali della vita.

Esenzione e privilegio non fanno parte del vocabolario di Gesù.

6. Il complesso di Tommaso

Talvolta, un certo ritegno nei confronti di chi svolge un servizio impegnativo e difficile come quello dell’Economo, trattiene i superiori dall’esercitare i controlli che sono, invece, dovuti. Non si vuole ferire, pensando che controllare corrisponda a un atto di sfiducia.

Da parte sua, l’economo potrebbe sentirsi minacciato da controlli che invece dovrebbero costituire una consuetudine. Un economo dovrebbe considerare la disponibilità ai controlli non solo come un suo dovere, ma addirittura come un suo diritto. Il controllo costituirà la conferma pubblica del suo buon operato.

Oserei chiamare questa situazione il complesso di Tommaso: ci si illude che nell’ambito amministrativo si possa vivere sulla fiducia, “anche senza aver visto”. I controlli ci devono essere e devono essere condotti al momento richiesto. Il monito di Gesù a Tommaso – “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!“ (Gv 20,29) – non si applica all’ambito amministrativo.

Conclusione

Qualcuno potrebbe pensare che il senso di questo articolo è di convincere che dobbiamo essere tutti economi e che tutti i comboniani debbano trasformarsi in amministratori. Non è questo ovviamente lo scopo. Vi sono doni diversi e la molteplicità di doni – per fortuna – continuerà ad accompagnarci. Ma la diversità dei doni non è motivo per non vivere la responsabilità. Per poterla esercitare occorrono degli strumenti e delle conoscenze elementari. È come imparare a guidare: lo si fa una volta sola nella vita e poi si è attrezzati, anche se i modelli delle auto e la viabilità cambiano. Certamente, su questo standard minimo dobbiamo ragionare un po’, perché succedono troppe cose poco edificanti.

Per questo, non ci stancheremo di lavorare affinché la zizzania diventi grano, il brutto anatroccolo si trasformi in cigno e perché dal concorrere di tanti complessi stonati nasca un’orchestra capace di suonare una meravigliosa sinfonia a gloria di Dio e del suo Regno.
Roma, Lunedì Santo 2015
P. Claudio Lurati mccj
Economo Generale