Venerdì 18 settembre 2015
Tshimangadzo Benedict Daswa, un laico, padre di famiglia, un nostro contemporaneo è stato proclamato il 13 settembre il primo beato sudafricano. Benedict fu ucciso nel 1990 a 43 anni, per essersi schierato contro le credenze e le accuse di stregoneria, una pratica ancora diffusa in tanta parte dell’Africa. In quegli stessi giorni, il presidente De Klerk dava l’annuncio della prossima liberazione di Nelson Mandela. In Sudafrica si chiudeva una stagione, quella dell’apartheid, ma continuava la battaglia contro il male, nel segno di una resistenza mite, ma tenace, che, come ha ricordato papa Francesco all’ultimo Angelus, rifiutava abitudini «mondane e pagane», la ricerca ossessiva di un capro espiatorio.

L’Africa, chi la conosce e la ama lo sa, è ancora percorsa dalla superstizione, i suoi drammi fanno sì che per tanti sia facile credere che un’anziana stia "rubando" la vita ai neonati facendoli morire, che i bambini di strada o gli albini abbiano poteri da stregoni, che quanto accade di spiacevole e doloroso possa essere addossato a qualcuno, in genere a qualcuno più debole. È qualcosa che la Chiesa e le comunità cristiane combattono da tempo. Benedetto XVI denunciava il 21 marzo 2009 a Luanda: «Tanti africani vivono nella paura degli spiriti, di poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare i bambini di strada e anche i più anziani, perché - dicono - sono stregoni». E si chiedeva: «Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri?».

Daswa è stato un africano che voleva portare una buona notizia del genere, intendeva liberare i propri connazionali dalla prigione della mente e del cuore, da una prigione amara quanto quella della segregazione razziale. Nato non cristiano, da giovane aveva chiesto il battesimo, era divenuto insegnante, si era sposato, si era offerto come collaboratore della parrocchia divenendo catechista. Sfidando usi e costumi locali, aiutava la moglie nelle faccende domestiche, fatto non considerato consono per un uomo in una certa mentalità. Ma il suo cristianesimo lo avrebbe reso ancor più diverso.

Siamo nel gennaio 1990, quando la regione rurale in cui vive, nel nord-est del Sudafrica, è sconvolta da nubifragi, fulmini si abbattono sui tetti delle capanne mandandoli in fiamme e i capivillaggio chiamano uno sciamano perché individui il responsabile della maledizione, della stregoneria, Benedict reagisce. Discute con il villaggio, spiega che i fulmini sono un fenomeno naturale, avverte che ne andrà di mezzo qualche innocente, si rifiuta di pagare la quota per il compenso da dare allo sciamano: «La mia fede cristiana - dice - mi impedisce di partecipare a questa caccia alle streghe». È netto il suo dissociarsi da una cultura di morte che cerca un capro espiatorio da sacrificare ai fenomeni naturali. La sua è una battaglia per la vita, nel nome del Vangelo. Una battaglia che paga cara: il 2 febbraio 1990, mentre torna a casa in auto è vittima di un’imboscata: una folla minacciosa, armata di pietre e bastoni, lo lincia.

La fede di Daswa - con la sua beatificazione - è divenuta esemplare per tanti africani, ma allo stesso tempo mette in luce un percorso che molti uomini e donne stanno vivendo o hanno vissuto, testimoni africani di umanità e di giustizia. Il pensiero va a Floribert Bwana Chui, giovane congolese di Sant’Egidio, che a Goma, nel 2007, dice "No" a una proposta di corruzione: «In quanto cristiano non posso accettare», e viene barbaramente ucciso.

Quella di Daswa, è una storia africana, ma appartiene a tutta la Chiesa perché il martirio è un fatto universale. Ci parla di un’umanità mite, che si spende per la vita e la giustizia nel nome di Gesù e aiuta a combattere violenze, durezze, e ignoranze che avvelenano tante società.

La beatificazione di Daswa è un messaggio significativo e pieno di speranza a pochi mesi dalla visita di papa Francesco in Kenya, Uganda, Repubblica Centrafricana.