Lunedì 16 novembre 2015
«Il risorgere dell’Unione dei Membri delle Curie Generalizie (UMCG) è una risposta all’appello del Papa e potremmo considerarlo come uno dei frutti dell’Anno della vita consacrata. Questa unione, come l’Unione dei superiori generali (USG) e l’Unione internazionale delle superiore generali (UISG) sono una modalità per crescere nella comunione e per elaborare insieme progetti comuni. In particolare la serie di incontri cui abbiamo dati vita quest’anno, hanno una meta precisa: la condivisione delle esperienze sui nostri rapporti con i laici che condividiamo il carisma dei nostri istituti e con la costellazione di istituti, maschili e femminili, nati da un comune carisma, quelle che il Papa ha chiamato ‘famiglie carismatiche’», scrive P. Fabio Ciardi, omi. Nella foto: P. Ezama Ruffino, comboniano ugandese, con laici missionari comboniani degli Stati Uniti (USA).

 

Famiglia comboniana:
suore, laici,
secolari e
missionari comboniani.

 

Religiosi e laici insieme
nella stessa ‘famiglia carismatica’

Una delle attese di Papa Francesco per l’anno della vita consacrata riguarda la comunione tra i diversi Istituti: “Mi aspetto che cresca la comunione tra i membri dei diversi Istituti. Non potrebbe essere quest’Anno l’occasione per uscire con maggior coraggio dai confini del proprio Istituto per elaborare insieme, a livello locale e globale, progetti comuni di formazione, di evangelizzazione, di interventi sociali? In questo modo potrà essere offerta più efficacemente una reale testimonianza profetica. La comunione e l’incontro fra differenti carismi e vocazioni è un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi, né solo con le proprie forze, ma riconoscendosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto, all’aiuto reciproco e ci preserva dalla malattia dell’autoreferenzialità”.

Il risorgere dell’Unione dei Membri delle Curie Generalizie (UMCG) è una risposta all’appello del Papa e potremmo considerarlo come uno dei frutti dell’Anno della vita consacrata. Questa unione, come l’USG e l’UISG sono una modalità per crescere nella comunione e per elaborare insieme progetti comuni.

In particolare la serie di incontri cui abbiamo dati vita quest’anno, hanno una meta precisa: la condivisione delle esperienze sui nostri rapporti con i laici che condividiamo il carisma dei nostri istituti e con la costellazione di istituti, maschili e femminili, nati da un comune carisma, quelle che il Papa ha chiamato “famiglie carismatiche”, come leggiamo nella medesima lettera: “Con questa mia lettera, oltre che alle persone consacrate, mi rivolgo ai laici che, con esse, condividono ideali, spirito, missione. Alcuni Istituti religiosi hanno un’antica tradizione al riguardo, altri un’esperienza più recente. Di fatto attorno ad ogni famiglia religiosa, come anche alle Società di vita apostolica e agli stessi Istituti secolari, è presente una famiglia più grande, la "famiglia carismatica", che comprende più Istituti che si riconoscono nel medesimo carisma, e soprattutto cristiani laici che si sentono chiamati, proprio nella loro condizione laicale, a partecipare della stessa realtà carismatica. […] Incoraggio anche voi, laici, a vivere quest’Anno della Vita Consacrata come una grazia che può rendervi più consapevoli del dono ricevuto. Celebratelo con tutta la "famiglia", per crescere e rispondere insieme alle chiamate dello Spirito nella società odierna. In alcune occasioni, quando i consacrati di diversi Istituti quest’Anno si incontreranno tra loro, fate in modo di essere presenti anche voi come espressione dell’unico dono di Dio, così da conoscere le esperienze delle altre famiglie carismatiche, degli altri gruppi laicali e di arricchirvi e sostenervi reciprocamente”.

1. Con i laici nella Chiesa comunione

Una riflessione adeguata su questo tema domanderebbe un’ampia visione su almeno tre dimensioni: 1) il laicato nella Chiesa comunione, 2) i laici associati tra loro in gruppi, associazioni e movimenti, 3) quelli che condividono un’esperienza di vita con i religiosi e le religiose. Basterà una panoramica sintetica.

1.1. Una nuova coscienza della missione profetica dei laici

Lungo la storia spesso si è avvertita una tensione tra consacrati e laici, che si esprime nella stessa terminologia non sempre felice. Se noi siamo dei consacrati i laici possono pensare di venire considerati quasi come degli sconsacrati. Quante volte, dichiarandomi religioso, mi sono sentito dire dai laici: Anche noi siamo religiosi. La visione della vita consacrata come stato di perfezione ha portato ad una tacita ma quasi conseguente opposizione ad uno stato di imperfezione o di non piena perfezione dei laici. Ancora alla vigilia del Concilio era opinione corrente che il Vangelo offrisse una duplice via di salvezza: quella dei precetti, che obbliga ogni cristiano, e quella dei consigli, riservata ad alcuni. Quest’ultima, propria dei consacrati, era considerata superiore, lasciando i laici in uno stato di inferiorità. Igino Giordani, uno dei grandi protagonisti del laicato del XX secolo, la cui causa di beatificazione è ben avanzata, lamentava che il laicato veniva considerato come il proletariato della Chiesa. Non vogliamo entrare nella valutazione della teologia soggiacente a tale terminologia. Ci basta notare come essa, di fatto, abbia ingenerato un certo disagio e delle incomprensioni di cui sentiamo ancora le conseguenze.

Anche la prassi ha contribuito al reciproco distanziamento tra le vocazioni nella Chiesa. Monaci e religiosi si sono spesso ritirati in un loro mondo, con una propria vita liturgica staccata da quella della chiesa locale, con opere proprie, con una clausura che accentuava le distanze, con uno stile di vita che li allontanava da quello degli altri cristiani fino a farli sentire troppo remoti, quasi irraggiungibili. Anche qui non parliamo della legittimità o meno di certe forme di vita, del valore del ritiro dal mondo, della solitudine, della clausura, ma solo di alcuni effetti negativi che un certo modo di vivere questi valori ha ingenerato e che continua ad alimentare un senso di disagio nei rapporti reciproci.

Il richiamo a questo passato non è puramente accademico. Dopo le conquiste ecclesiologiche del Concilio Vaticano II è davvero superata tale mentalità di una volta? O non si possono notare rigurgiti di “restaurazione” di una certa superiorità clericale?

Non possiamo tuttavia negare il grande cambiamento provocato nella Chiesa dalla presa di coscienza della “universale vocazione alla santità”. Sì, anche i laici, per il fatto di essere cristiani, sono chiamati alla santità. Questo fatto, nota l’Istruzione Ripartire da Cristo, può diventare «motivo di gioia per le persone consacrate; sono ora più vicine agli altri membri del popolo di Dio con cui condividono un comune cammino di sequela di Cristo, in una comunione più autentica, nell’emulazione e nella reciprocità, nell’aiuto vicendevole della comunione ecclesiale, senza superiorità o inferiorità» (n. 13).

È stata superata, almeno dal punto di vista dottrinale, una duplice tentazione sempre ricorrente lungo la storia della Chiesa.

La prima è restringere la cerchia di quelli che sono chiamati a vivere il Vangelo nella sua integrità. I laici sarebbero i primi ad essere “esentati” da certe pagine evangeliche, forse proprio da quelle che Gesù dettava alle “folle”, a “tutti”. È una tentazione che troviamo già nei primi tempi della Chiesa e alla quale si opponeva un Giovanni Crisostomo che rivendicava per tutti i laici l’integrità del dettato evangelico. Parlando al suo popolo così si esprimeva: «Alcuni di voi dicono: “Io non sono un monaco” (...). Ma è qui che vi sbagliate, perché credete che la Scrittura riguarda solo i monaci, mentre essa è ancor più necessaria a voi fedeli che siete in mezzo al mondo». Rimprovera quelli che «ritengono che non convenga loro prendersi cura di leggere le divine Scritture» per il fatto che «convivono con la moglie o militano nell’esercito, o perché hanno preoccupazioni per i figli, cura per i familiari o impegni in altri affari».

La seconda tentazione è restringere l’ambito della vita cristiana alla vita interiore, quasi riguardasse soltanto la dimensione spirituale. I laici di conseguenza, essendo impegnati nel mondo, vivrebbero un cristianesimo minore. Di conseguenza, non è raro, anche oggi, identificare la “promozione del laicato” con il suo accesso all’ambito liturgico e catechetico: si mette un camice al laico, gli si fanno leggere le letture alla messa, lo si fa ministro straordinario dell’Eucaristia, gli si affida la catechesi… ed eccolo “promosso”… allo stato quasi clericale. Per la donna in particolare la “promozione” significherebbe accedere allo stato “clericale”.

Oggi viviamo tuttavia un’era fortunata nella quale è stato riconosciuto al laicato il suo pieno stato cristiano. L’esperienza dell’Azione Cattolica e della altre associazioni laicali, la teologia del laicato che si è snodata lungo tutta la prima parte del XX secolo, il magistero del Concilio Vaticano II hanno aperto definitivamente una nuova intelligenza della vocazione del cristiano laico ed una nuova prassi ecclesiale. Basterà richiamare quanto scrive Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Vita Consecrata, rispondendo alla domanda sul rapporto tra consacrazione battesimale e quella “religiosa”: «Tutti i fedeli, in virtù della loro rigenerazione in Cristo, condividono una comune dignità; tutti sono chiamati alla santità; tutti cooperano all’edificazione dell’unico Corpo di Cristo, ciascuno secondo la propria vocazione e il dono ricevuto dallo Spirito». Ne sono nati nuovi rapporti, per cui «le vocazioni alla vita laicale, al ministero ordinato e alla vita consacrata (…) sono al servizio l’una dell’altra, per la crescita del Corpo di Cristo nella storia e per la sua missione nel mondo» (n. 30).

Bisognerebbe rileggere soprattutto l’Esortazione apostolica Christifideles laici che vede «i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli laici, tutti ad un tempo oggetto e soggetto della comunione della Chiesa e della partecipazione alla sua missione di salvezza». A tutti e a ciascuno si riconoscono carismi e ministeri diversi e complementari che consentono di lavorare nell’unica e comune vigna del Signore (cf n. 55). Non ci sono più vocazioni di serie A o di serie B… Vi sono modalità diverse di vivere l’unica vocazione e l’unica missione.

Questa visione ecclesiologica ha aperto la strada ad un rapporto nuovo di comunione tra consacrati e laici. Già i superiori generali quando, in preparazione al Sinodo, si interrogavano sugli elementi di maggiore novità che emergevano nell’esperienza dei loro istituti, vedevano in tale rapporto un autentico segno dei tempi[1].

Chi sono dunque i laici? Possiamo dire tranquillamente: tutti i cristiani che le persone consacrate incontrano nella vita quotidiana, con un’eccezione infinitamente piccola, data dal clero e dalle altre persone consacrate. Per i Paesi cosiddetti cristiani il rapporto con i laici si identifica sostanzialmente con il rapporto con ogni prossimo, quello che incontriamo nelle parrocchie, nelle nostre istituzioni educative e caritative, fino all’impiegato di banca, alla commessa del negozio, all’autista del bus, ai vicini di casa, agli amministratori pubblici…

Naturalmente l’unità nella comunione ecclesiale e della missione non vuol dire uniformità. La ricchezza ecclesiale è data proprio dalla diversità delle vocazioni e dei ministeri. Il Concilio Vaticano II ha riaffermato con coraggio l’indole profetica del laicato e la sua specifica vocazione a portare Cristo nelle strutture sociali umane «perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale», e possa esprimersi «anche attraverso le strutture della vita secolare» (Lumen gentium, 35). Diverso è il modo di vivere l’unico Vangelo e diverso il modo di attuare l’unica missione. Proprio per questo siamo indispensabili gli uni gli altri e non possiamo vivere a compartimenti stagno.

L’Istruzione Ripartire da Cristo prende atto che «si sta instaurando un nuovo tipo di comunione e di collaborazione all’interno delle diverse vocazioni e stati di vita, soprattutto tra i consacrati e i laici», ed indica alcune linee concrete: «Gli Istituti monastici e contemplativi possono offrire ai laici una relazione prevalentemente spirituale e i necessari spazi di silenzio e di preghiera. Gli Istituti impegnati sul versante dell’apostolato possono coinvolgerli in forme di collaborazione pastorale. I membri degli Istituti secolari, laici o chierici, entrano in rapporto con gli altri fedeli nelle forme ordinarie della vita quotidiana» (n. 31).

Si può entrare in comunione anche con i laici… del cosiddetto mondo “laico”, ossia con quanti si professano non credenti o di convinzioni non religiose. Il rapporto con loro può aiutarci a valorizzare, ad esempio, il loro senso del dovere, della giustizia, del lavoro, così come tanti altri valori profondamente umani. Inoltre le loro domande ci obbligano a scavare più in profondità nella nostra fede.

1.2. Laici con vocazioni particolari

Accanto alle persone che vivono il loro impegno cristiano in maniera ordinaria nell’ambito della famiglia, della parrocchia e della normale vita sociale, la vita della Chiesa conosce molteplici forme di associazioni laicali, recepite dal Codice di Diritto Canonico. «La ricca varietà della Chiesa – leggiamo in Christifideles laici – trova una sua ulteriore manifestazione all’interno di ciascun stato di vita. Così entro lo stato di vita laicale si danno diverse “vocazioni”, ossia diversi cammini spirituali e apostolici che riguardano i singoli fedeli laici. Nell’alveo d’una vocazione laicale “comune” fioriscono vocazioni laicali “particolari”» (n. 56).

Non si tratta ancora di gruppi legati alle nostre famiglie religiose, ma di associazioni di preghiera, caritative, di impegno culturale, sociale… Spesso nascono e si organizzato in base ad una autentica vocazione particolare. In questo ambito potremmo considerare anche i movimenti ecclesiali e, per certi versi, alcuni delle nuove comunità in quanto entrambe queste forme di vita raccolgono gran numero di laici tra i loro membri, se non la maggioranza. Con questi gruppi vi è una sintonia carismatica: come la comunità religiose spesso sono nati da autentici carismi.

Quale il rapporto con questi gruppi di laici? Una risposta mi sembra sia stata indicata in una Assemblea generale dell’USG (27-29 novembre 2003). Fatto nuovo, oltre ai 140 superiori o vicari generali, erano presenti 50 membri di 14 movimenti e associazioni (Associazione Teresiana, Azione Cattolica, Communité de Beatitudes, Communautés Chemin Neuf, Comunione e Liberazione, S. Egidio, L’Arche, Le Verbe de Vie, Movimento Schoënstatt, Focolari, Movimento Salesiano, Ordine Francescano Secolare, Rinascita Cristiana, Rinnovamento dello Spirito).

Il tema dell’Assemblea dei superiori generali non era tanto sul rapporto tra religiosi e movimenti ecclesiali, come era avvenuto ad esempio nell’assemblea del maggio 1987, quanto su come affrontare insieme le grandi sfide che il III millennio ci apre davanti. È un enorme cambiamento di prospettive che dice quale deve essere il tipo di comunione e di collaborazione che religiosi e associazioni laicali devono instaurare. «Non si tratta di guardarci l’un l’altro – ha detto fratel Alvaro Rodriguez Echeverria, superiore dei Fratelli delle Scuole Cristiane e Presidente dell’USG, citando St. Exupery del Piccolo Principe –, ma di guardare insieme nella stessa direzione, il che non può essere altro che il piano salvifico di Dio. Dobbiamo unire i nostri carismi per rispondere con creatività alle nuove forme di disumanizzazione, alle nuove povertà, ai richiami che ci rivolge il mondo degli esclusi. Una presenza solidale ci deve stimolare ad una creatività feconda di iniziative in proprio e alla collaborazione in iniziative congiunte». Cinque le grandi priorità a cui si è guardato insieme. Per ognuna venivano offerte delle testimonianze concrete da parte di un Ordine e di un Movimento. Per la sfida della guerra la Comunità di sant’Egidio e i Comboniani, per la povertà l’Arca e i Gesuiti, per la comunicazione del Vangelo Comunione e Liberazione e i Domenicani, per la spiritualità il Rinnovamento nello Spirito e i Carmelitani, per il dialogo interreligioso il Movimento dei focolari e i francescani.

Poi gli incontri di gruppo per andare in profondità nella conoscenza e nella comunione e per vedere cosa si può fare insieme. Si è trattato di un’esperienza di comunione intensa e ricchissima tra carismi antichi e nuovi. Più che le conclusioni a cui si è giunti, tutti hanno percepito la novità e la bellezza dell’evento in sé: trovarsi insieme tante forze carismatiche nella Chiesa: un vero dono di Dio che avrà un grande futuro.

Partecipando a questa assemblea mi è sembrato di vedere un’attuazione di quanto leggiamo in Ripartire da Cristro là dove invita i consacrati e le consacrate ad aprirsi alla comunione con gli altri Istituti e le altre forme di consacrazione, nella convinzione che «non si può più affrontare il futuro in dispersione. (…) Anche nei confronti delle nuove forme di vita evangelica si domanda dialogo e comunione. (…) Infine dall’incontro e dalla comunione con i carismi dei movimenti ecclesiali può scaturire un reciproco arricchimento. I movimenti spesso possono offrire l’esempio di freschezza evangelica e carismatica, così come l’impulso generoso e creativo all’evangelizzazione. Da parte loro i movimenti, così come le nuove forme di vita evangelica, possono imparare molto dalla testimonianza gioiosa, fedele e carismatica della vita consacrata, che custodisce un ricchissimo patrimonio spirituale, molteplici tesori di sapienza e di esperienza ed una grande varietà di forme di apostolato e di impegno missionario» (n. 30).

Mi auguro vivamente che anche l’UISG proceda su questa linea. Era anche il desiderio dei laici presenti all’incontro USG, abituati a relazionarsi con le religiose nella loro vita quotidiana, e meravigliati di dover confrontarsi soltanto con la parte maschile.

1.3 I laici nell’ambito degli istituti di vita consacrata

Veniamo ora ad un terzo tipo di laici, quelli legati direttamente ai nostri Istituti.

I laici legati direttamente ai nostri Istituti sono quanti chiedono di condividere la nostra spiritualità e missione, animati dal carisma del Fondatore. È davvero un capitolo nuovo dell’esperienza della vita consacrata di questi anni: famiglie, coppie, persone singole, giovani desiderano impegnarsi più strettamente con noi manifestando un attaccamento particolare al nostro carisma…

Da sempre nei grandi Ordini c’è stato un rapporto di comunione tra consacrati e laici, basta ricordare il fenomeno dei Terz’Ordini. Altri istituti hanno una lunga storia nella animazione del laicato e nella sua collaborazione. Eppure anche queste esperienze secolari oggi vengono attualizzate in maniera nuova, offrendo una maggiore autonomia, favorendo un collegamento internazionale, puntando sulla formazione, sulla spiritualità, sulla comunione.

Nello stesso tempo nuove forme associative, inedite, sono nate anche nell’ambito delle congregazioni religiose. Vi sono istituti missionari ad gentes che puntano sulla collaborazione dei laici alla missione all’estero. Altri istituti insegnanti o con precise finalità apostoliche integrano gli associati nel progetto educativo o sanitario e nella spiritualità relativa.

È davvero un capitolo nuovo dell’esperienza della vita consacrata di questi anni. Lo affermava, ad esempio, il Capitolo Generale degli OMI del 1992, esprimendo quanto sta avvenendo un po’ ovunque: «Sta nascendo una nuova realtà: famiglie, coppie, persone singole, giovani desiderano impegnarsi più strettamente con noi manifestando un attaccamento particolare al nostro carisma… Questo fenomeno, relativamente nuovo, è un segno dei tempi. Noi non siamo proprietari del nostro carisma: esso appartiene alla Chiesa. Siamo perciò felici che dei alici, chiamati da Dio, vogliano condividerlo»[2].

L’Esortazione apostolica Vita consecrata afferma in modo molto positivo che «oggi non pochi Istituti sono pervenuti alla convinzione che il loro carisma può essere condiviso con i laici… è iniziato un nuovo capitolo, ricco di speranze, nella storia delle relazioni tra le persone consacrate e il laicato» (n. 54). Riconosce in questo fenomeno «uno dei frutti della dottrina della Chiesa come comunione», rilanciando il rapporto di comunione e di collaborazione con i laici come un tipo di risposta efficace alle sfide del nostro tempo. «Una espressione significativa di partecipazione laicale alle ricchezze della vita consacrata – leggiamo al n. 56 – è l’adesione di fedeli laici ai vari Istituti nella nuova forma dei cosiddetti membri associati o, secondo le esigenze presenti in alcuni contesti culturali, di persone che condividono, per un certo periodo di tempo, la vita comunitaria e la particolare dedizione contemplativa o apostolica dell’Istituto, sempre che ovviamente l’identità della sua vita interna non ne patisca danno».

Sempre secondo Vita consecrata questa esperienza di comunione non è soltanto l’occasione per una migliore attuazione del lavoro apostolico e pastorale, ma l’occasione per una autentica e positiva fecondazione reciproca. I laici, condividendo i valori fondamentali del carisma, «saranno introdotti all’esperienza diretta dello spirito dei consigli evangelici, e saranno così incoraggiati a vivere e a testimoniare lo spirito delle beatitudini, in vista della trasformazione del mondo secondo il cuore di Dio» (n. 55). I consacrati, da parte loro, saranno portati ad approfondire, grazie al contributo dei laici, alcuni aspetti del loro carisma.

L’Istruzione Ripartire da Cristo ricorda che «se, a volte anche nel recente passato, la collaborazione è avvenuta in termini di supplenza per la carenza delle persone consacrate necessarie allo svolgimento delle attività, ora essa nasce dall’esigenza di condividere le responsabilità non soltanto nella gestione delle opere dell’Istituto, ma soprattutto nell’aspirazione a vivere aspetti e momenti specifici della spiritualità e della missione dell’Istituto. (…) Se in altri tempi sono stati soprattutto i religiosi e le religiose a creare, nutrire spiritualmente e dirigere forme aggregative di laici, oggi, grazie ad una sempre maggiore formazione del laicato, ci può essere un aiuto reciproco che favorisce la comprensione della specificità e della bellezza di ciascun stato di vita. La comunione e la reciprocità nella Chiesa non sono mai a senso unico» (n. 31).

Prima di procedere ad analizzare questo nuovo tipo di rapporti tra religiosi e laici converrà soffermarsi un attimo a considerare il cammino di questi anni.

2. Il cammino di comunione religiosi-laici

Sono soprattutto tre i fattori che sono all’origine dell’attuale rinnovamento del tipo di rapporti:

- l’ecclesiologia di comunione e la riscoperta del ruolo del laicato, a cui abbiamo già accennato,

- una nuova presa di coscienza delle potenzialità del carisma di ogni istituto, capace di essere vissuto non soltanto dalle persone consacrate,

- il calo vocazionale e la mancanza di personale per sostenere le opere dell’Istituto.

Quest’ultimo fattore è stato probabilmente quello che inizialmente ha smosso le acque.

2.1 La necessità di “manodopera”

Con gli anni ’70 inizia la diminuzione delle forze effettive a causa del calo delle vocazioni, delle uscite, dell’invecchiamento. Contemporaneamente aumentata la complessità gestionale dell’opera, e di conseguenza un accresciuto carico di lavoro. È particolarmente evidente negli istituti che svolgono opere sociali, assistenziali, ospedaliere, educative. L’inserimento dei laici, in questo primo periodo, avviene nei posti ritenuti “secondari”. È giocoforza chiamarli ad occupare i posti lasciati “vacanti” dai religiosi e religiose.

La presenza sempre più consistente di laici nelle opere non è sentita come una realtà positiva in se stessa ma come un “male minore”, indispensabile per assicurare la sopravvivenza dell’Istituto. I laici sono inseriti nelle opere più per necessità che per convinzione; li si considera “aiutanti”, “collaboratori”, “impiegati”, “dipendenti”. Non intervengono nelle decisioni fondamentali e non viene loro riconosciuta una funzione specifica d’ordine ecclesiologico.

L’inserimento progressivo dei laici, che gradatamente costituiscono la maggioranza degli operatori, trasforma le gestioni familiari delle opere in aziende, in cui i religiosi e le religiose divengono i datori di lavoro e non svolgono più quell'apostolato diretto che li aveva entusiasmati entrando in congregazione. Non sono infrequenti le contrapposizioni sindacali, anche perché la comunità religiosa, abituata a conduzioni familiari, non è attenta al rispetto di elementi contrattuali tipici della gestione di una azienda.

2.2 La “scelta” ecclesiologica del laicato

Alla fine degli anni ’80 la collaborazione con i laici diventa una scelta positiva nella conduzione delle opere. Ecclesiologicamente si è più attenti al rispetto della varietà delle vocazioni e alla loro complementarità in vista della testimonianza. Si afferma che i laici possono arricchire la vita spirituale della comunità, ed arricchirsi nel riferimento al carisma spirituale e apostolico di un fondatore, così da collaborare più profondamente con la congregazione nelle attività specifiche.

Si affidano ai laici non soltanto ruoli gestionali, ma anche educativi, mentre il ruolo dei religiosi si identifica soprattutto in una testimonianza di spiritualità, nel curare i rapporti personali, nella formazione spirituale e nell’animazione.

Progressivamente ci si convince che per la teologia del laicato la “cura del mondo”, affidata ai laici, non riguarda soltanto ruoli gestionali, ma anche ruoli educativi (formatori, insegnanti, animatori) e che il ruolo dei religiosi si identifica soprattutto in una testimonianza di spiritualità, nel curare i rapporti personali, la formazione spirituale e l’animazione.

Ma ciò è ancora poco presente nella sensibilità comune ed anzi non mancano le diffidenze che una troppa apertura ai laici metta in discussione l’identità della vita religiosa. Le persone consacrata a volte vengono a trovarsi alle dipendenze dei laici.

Questa fase è bene espressa negli interrogativi che si pone, ancora nel 1987, il superiore generale dei Giuseppini: «Consideriamo i laici davvero some soggetti di apostolato, con i quali possiamo e dobbiamo collaborare, e cristiani che rispondono alla propria vocazione battesimale, o invece li consideriamo solo nostri aiutanti, e sostenitori delle nostre opere? Il loro inserimento è visto come dovere ecclesiale, e caratteristica del nostro carisma e quindi arricchimento, o invece come una necessità dettata da insufficienza di personale o da altre esigenze esterne? Talora li troviamo impreparati spiritualmente e culturalmente o discontinui, o invadenti. Ma d’altra parte è vero anche che i nostri laici solo talora essi stessi dispiaciuti nel constatare che qualcuno di noi sia meno aperto di loro allo spirito del Concilio e non si impegni in quella formazione permanente di cui molti di loro invece sentono forte bisogno»[3].

2.3 La comunione con il laicato come “prospettiva”

Sotto l’incalzare dell’ecclesiologia di comunione e l’evolversi della situazione di fatto i religiosi non si sentono più come membri autonomi del popolo di Dio, ma come parte del corpo ecclesiale e avvertono che il loro compito deve essere svolto con il contributo di tutti, nel rispetto delle diversità vocazionali. Cambiano i rapporti personali: ci si pone rispetto ai laici non solo in atteggiamento di servizio ma di accoglienza grata, perché si è convinti di non aver solo qualcosa da dare, ma anche molto da ricevere. Ci si sforza di escludere ogni forma di superiorità in una collaborazione che rinuncia, quando necessario, al diritto di proprietà sulle iniziative e ai posti direttivi.

Lo stesso carisma spirituale e apostolico è considerato dono alla Chiesa di cui la Congregazione che lo incarna è responsabile ma non proprietaria, e dunque si riconosce che anche dei laici possano farlo proprio a seconda del loro stato di vita. «Oggi si riscopre sempre più il fatto che i carismi dei fondatori e delle fondatrici, essendo stati suscitati dallo Spirito per il bene di tutti, devono essere di nuovo ricollocati al centro stesso della Chiesa, aperti alla comunione e alla partecipazione di tutti i membri del popolo di Dio» (RdC 31).

Solo insieme si può dar vita ad una comunità che trasmetta la cultura evangelica, e “corresponsabilità” nella gestione delle opere. Lentamente viene acquisito il concetto di “Famiglia”, spirituale o carismatica, che si fonda sul riconoscimento che il carisma del fondatore trova incarnazione non solo nella consacrazione religiosa, ma anche in altri modi di vivere la vita cristiana e questo crea legami profondi tra tutti coloro che sentono animata la propria vita dallo stesso carisma.

Si ripensa addirittura il proprio carisma originario a partire dal rapporto con i laici. Possiamo leggere, come esempio tipico, quando scrive il superiore generale dei Fatebenefratelli: «Sono convinto che san Giovanni di Dio, oggi, non creerebbe nuovi ospedali, né si metterebbe a dirigerli, ma dedicherebbe il suo impegno a formare uomini, a creare nel laicato menti e cuori in grado di assicurare alle nostre opere quel clima professionale, umano e gestionale che spesso fa difetto. Lo ripeto: noi non diventiamo frati, priori, provinciali, generali per essere dei manager, bensì per testimoniare, per orientare, per formare i nostri collaboratori alla missione di assistere in modo integrale il malato, il bisognoso […]. Il grande compito che ci attende nel prossimo futuro è proprio questo: essere, all’interno delle nostre opere, guida morale, cioè coscienza vigile e, se necessario, critica, affinché i nostri collaboratori si alleino a noi nel servizio al malato. È una scelta decisiva non più rimandabile, che ci costerà notevole fatica, forse anche la perdita di prestigio in qualche caso, ma permetterà alle nostre opere di funzionare meglio anche sotto il profilo gestionale […]. I laici posseggono un’unica e indivisa “identità”, in quanto insieme sono membri della Chiesa e membri della società. Dalla loro peculiare condizione essi derivano coerentemente la loro partecipazione alla missione salvifica della Chiesa; in quanto battezzati possono e devono vivere la loro responsabilità apostolica non solo nelle realtà temporali e terrene, ma anche in quelle propriamente ecclesiali»[4].

3 – Le convergenze delle esperienze in via di attuazione

Innanzitutto occorre essere consapevoli che vi è una grande varietà di esperienze. Possiamo distinguere diversi livelli di impegno dei laici nei confronti del carisma. Può essere utile rileggere la sintesi offerta al riguardo dall’Esortazione apostolica Vita consecrata.

3.1. Carisma e laici cristiani

Essa parla innanzitutto del rapporto con i laici in generale, con tutti i laici, sempre arricchente per loro e per noi (cf. 54-55). In questo caso si può parlare di “irradiazione di operosa spiritualità al di là delle frontiere dell’Istituto”. Questo consente ai laici di essere coinvolti in certe forme tipiche di servizio, e ai religiosi di vedere che alcuni aspetti del carisma possono portare inattesi e fecondi approfondimenti.

Non necessariamente gli uomini e le donne che lavorano nelle nostre opere o che ci sono particolarmente vicini con l’affetto, la stima, l’aiuto concreto sono chiamati a condividere il nostro carisma. Con loro il rapporto è sul piano evangelico: sono il prossimo da amare come noi stessi. Con loro, con ognuno di loro, possiamo giungere a vivere la reciprocità dell’amore, il comandamento nuovo, cuore stesso del Vangelo.

Nello stesso tempo il nostro carisma specifico può irradiare verso di loro a partire dalla nostra testimonianza di vita. Anche così si attua l’auspicio espresso dall’Istruzione Ripartire da Cristo: «i carismi dei fondatori e delle fondatrici, essendo stati suscitati dallo Spirito per il bene di tutti, devono essere di nuovo ricollocati al centro stesso della Chiesa, aperti alla comunione e alla partecipazione di tutti i membri del popolo di Dio» (n. 31).

L’Esortazione apostolica passa quindi a parlare in maniera più specifica dei “membri associati” e delle “persone che condividono, per un certo periodo di tempo, la vita comunitaria e la particolare dedizione contemplativa o apostolica dell’Istituto” (cf 56).

3.2 Laici associati tra di loro

Il secondo livello è dunque quello dei membri associati. Associati all’istituto o associati tra di loro? In genere i laici si associano tra di loro per vivere secondo la loro specifica indole secolare il carisma. È auspicabile una loro autonomia, nelle forme di associazione laicale prevista dal codice di diritto canonico. Soltanto così potranno trovare la loro strada e le loro espressioni di vita tipicamente laicali: il carisma specifico del fondatore o dell’istituto deve essere interpretato e vissuto in modo laicale o secolare.

È soprattutto la spiritualità ad attirare questi laici ad associarsi attorno Istituti religiosi, per ricevere “un supplemento d’anima” nel loro impegno cristiano e sociale. Tutti gli Istituti vi insistono e manifestano anche le vie alla santità loro consone, mostrando soprattutto l’itinerario del fondatore e della fondatrice: il loro esempio di cammino spirituale attira più che le scuole teoriche.

Il carattere secolare e laicale degli associati è costantemente richiamato. Per questo nella formazione dei giovani consacrati si tende a trasmettere la teologia del laicato e della missione e non solo l’iniziazione al carisma specifico.

Le strutture proprie degli associati laici tra loro devono essere trovate da loro stessi in un discernimento realista, che rispetti la vita e la missione dei diversi gruppi e dei diversi contesti. Questo non esclude l’aiuto dei religiosi e religiose, anzi lo auspica. Le strutture di interdipendenza tra religiosi e associati invece devono essere trovate nel dialogo e nel rispetto reciproco delle due parti, in modo che tutti possano attingere l’acqua dalla stessa sorgente carismatica, assumendo le forme concrete di incarnazione secondo il proprio stato.

In genere si sottolinea il carattere di famiglia carismatica che unisce insieme religiosi, religiose e laici nella comunione, la complementarietà, l’arricchimento reciproco. Per la crescita dell’unità della “famiglia” si trovano modi di incontro e di informazione e formazione comune.

Da qui nascono forme ed evoluzione della collaborazione che potremmo così sintetizzare:

- Dal sostegno esterno alla collaborazione. Non si chiede ai laici solo di sostenere, in modo esterno con la preghiera e con gli aiuti finanziari, l’opera dei religiosi/e, ma si offrono possibilità di collaborazione nell’apostolato.

- Dalla dipendenza alla partecipazione. Al posto della figura del religioso/a che comanda e del laici che esegue emerge la figura dell’animatore/trice che coinvolge i collaboratori più stretti nella consultazione, nella decisione e nella esecuzione.

- Da oggetto a soggetto della missione. I laici non sono solo oggetto delle cure pastorali, ma partecipando alla missione diventano soggetto attivo.

- Dalla collaborazione parziale a quella integrale. In una scuola o nella catechesi non si collabora solo all’insegnamento ma alla formazione integrale dei candidati, in una parrocchia non si attua solo l’aspetto settoriale assunto, ma si tiene conto del piano d’insieme, grazie anche ai consigli parrocchiali. Così in una missione parrocchiale il laico non dà solo una testimonianza, ma è coinvolto nella sua realizzazione globale.

- Dalla collaborazione nelle attività alla comunione nella vita. Non ci si incontra soltanto per fare qualcosa a profitto dei giovani o dei poveri, ma si condivide in qualche modo la visione, le motivazioni, la spiritualità, la vita. Il laico non solo sostiene la missione, l’opera, partecipa ad essa, ma è chiamato a condividere la spiritualità.

- Da collaboratori a condiscepoli. L’attore della missione non è il religioso, la religiosa, ma Cristo stesso attraverso lo Spirito. Religiosi e laici devono mettersi alla scuola del Maestro Gesù e all’ascolto dello Spirito protagonista della missione. Si può quindi dire più giustamente che siamo tutti collaboratori e condiscepoli di Cristo, piuttosto che dire che i laici sono nostri collaboratori.

3.3 Membri associati all’istituto

Il terzo livello è costituito da persone che condividono vita comunitaria e impegni dell’Istituto. Sono i laici che si associano all’istituto, anche per periodi determinati, in vista di missioni particolari. La missione e il ministero proprio dell’istituto fanno parte dei loro impegni. Per gli Istituti missionari ad gentes questi laici in genere prestano un servizio missionario all’estero; al ritorno possono continuare ad essere associati, coinvolgendosi nell’animazione missionaria o nella formazione di quelli che sono in partenza. In altri Istituti si sottolinea la condivisione dell’impegno apostolico dell’Istituto: aiuto ai ragazzi bisognosi, l’apostolato tra i giovani, aiuto ai poveri, agli ammalati…

La dimensione comunitaria è vissuta in modi diversi secondo gli istituti. Negli impegni all’estero c’è preponderanza per équipe miste integrate di religiosi e associati. In altre esperienze ci sono incontri regolari, talvolta settimanali, tra laici e religiosi. In altri istituti questi associati formano delle fraternità laiche con incontri regolari tra loro e con la partecipazione di uno o più religiosi. La comunità religiosa locale è un normale punto di riferimento, il nucleo animatore.

L’accettazione di un associato all’istituto esige una preparazione di mutua conoscenza, un discernimento personale, un periodo di formazione, una domanda ufficiale da valutare e approvare dal provinciale, il consenso del consorte in caso di sposati. L’accettazione è fatta spesso all’interno di un rito liturgico. Viene stipulato anche un contratto, con particolare attenzione alla parte economica, specie quando c’è la partecipazione a una attività. La durata dell’impegno è precisato e varia secondo gli Istituti. Può essere di un anno, di tre, rinnovabile fino a giungere a una associazione definitiva. Gli impegni all’estero hanno una durata per lo meno di tre anni.

L’organizzazione degli associati all’istituto è molto varia. Per lo più avviene a livello provinciale. È il provinciale, la provinciale che, in ultima istanza, accoglie gli associati e approva i contratti e le convenzioni. La formazione e le strutture sono determinate a quel livello. Negli istituti missionari più centralizzati il contratto è approvato dal Superiore Generale (presso i Colombani perfino la destinazione missionaria all’estero è data dal Superiore Generale). In alcuni casi c’è un coordinatore internazionale.

3.4 Un’associazione “previa” per laici e consacrati

Una ulteriore forma di condivisione spirituale e carismatica, si ha quando la “Famiglia” precede, idealmente e a volte anche giuridicamente, la distinzione tra le differenti vocazioni. In questo caso si entra a fare parte di una famiglia, all’interno della quale successivamente si differenziano le vocazioni: laicale, familiare, presbiterale, religiosa…

4. “Condivisione” del medesimo carisma

Dobbiamo infine domandarci, al di là delle strutture organizzative, o meglio, prima ancora che nascano strutture organizzative di legame tra laici e istituto, in che modo i laici pervengono a “condividere” il carisma. Abitualmente si è pensato, e talora lo si continua a pensare, che il carisma del fondatore e della fondatrice sia una realtà di cui religiosi e religiose sono detentori.

Il carisma di un fondatore, di una fondatrice, lo sappiamo, è una realtà complessa. Mutuae relationes lo descrive come «un’esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita». Quindi parla di una “indole propria” che comporta «anche uno stile particolare di santificazione e di apostolato, che stabilisce una sua determinata tradizione in modo tale che se ne possano convenientemente cogliere gli elementi oggettivi» (n. 11).

Se questo è il carisma, quando ci viene domandato: «Qual è il carisma del tuo fondatore, della tua fondatrice?», sarebbe fortemente riduttivo rispondere indicando un fine, un’azione, un compito. Dovremo sempre raccontare un’esperienza, l’esperienza di lui, di lei, la sua scelta di vita, le intenzioni fondanti, le motivazioni ideali. Fondatori e fondatrici hanno fatto una particolare esperienza nello Spirito, si sono lasciati condurre da lui in una nuova comprensione esistenziale del mistero di Cristo, del Vangelo, della vita cristiana, fino a delineare la fisionomia di un’opera che si esprime in un determinato servizio alla Chiesa e alla società come risposta ai segni dei tempi.

La loro esperienza, per sua natura, è comunicativa, ha una valenza collettiva, viene partecipata ad altri. Essa contiene come un codice genetico destinato a permanere e insieme ad essere riattualizzato in maniera sempre creativa dai seguaci di ieri, di oggi e di domani. I contenuti di questa esperienza costituiscono quello che abitualmente chiamiamo “carisma del fondatore”.

Pensando a questa valenza collettiva, parliamo di “trasmissione di una esperienza” da parte del fondatore-fondatrice, ma propriamente non dovremmo parlare di trasmissione del carisma da parte del fondatore-fondatrice. Essi non sono detentori di un carisma; lo ricevono e lo vivono, ma il dono li trascende, rimane sempre dono libero dello Spirito. Ne sono soltanto gli strumenti per il suo esercizio nella Chiesa, i servitori, mai i padroni. Per questo essi possono testimoniare il carisma ricevuto, mostrarne la ricchezza, la bellezza, l’efficacia e con questo attirare altri e suscitare il desiderio di condividere la medesima esperienza. Ma non è il fondatore o la fondatrice a trasmettere il carisma, che rimane sempre dono libero dello Spirito. Ogni nuovo membro della famiglia religiosa che nasce attorno al fondatore-fondatrice ha una vocazione personale da parte di Dio, nella quale si ritrovano, in maniera analoga, gli stessi elementi di quella suscitata nel fondatore-fondatrice. È una sintonia, una consonanza vocazionale e carismatica infusa dallo Spirito Santo.

Lo stesso si verifica nel rapporto tra le persone consacrate, e i laici. Il carisma non è una realtà che appartiene alle persone consacrate e di cui esse usare e disporre a loro piacimento. È un dono ricevuto di cui nessuno può appropriarsi e che sempre sorpassa la persona che lo riceve. In questo senso non si può pensare che siano le persone consacrate a rendere partecipi i laici del proprio carisma. Analogamente a quanto avviene per esse, sarà lo Spirito che dona anche ai laici il carisma che ricevuto dal consacrati. Sarà lo Spirito che li chiama a condividere una esperienza particolare di vita evangelica. Certo da parte delle persone consacrate occorrerà, come per fondatori e fondatrici, saper testimoniare una esperienza di vita, mostrarne la ricchezza, la bellezza, l’efficacia e con questo attirare e suscitare il desiderio di condividere la medesima esperienza. Ma questo vale anche per gli stessi laici, che possono diventare strumento di attrazione per altri alla vita consacrata.

Spesso il fondatore e la fondatrice sono persone consacrate o, nel caso dei fondatori, a volta anche sacerdoti. Inoltre abitualmente essi trasmettono la loro esperienza a persone che a loro volta si sentono chiamate alla consacrazione o al sacerdozio. Questo farebbe pensare, in un primo momento, che le sua modalità di attuazione siano esclusivamente nella linea della vita consacrata. Più ancora, il fatto che l’esperienza carismatica in un primo tempo sia stata incarnata in una modalità religiosa non significa che tale modalità esaurisca le potenzialità insite nel carisma. Gli antichi Ordini lo sanno per esperienza: lo stesso carisma fin dagli inizi era vissuto in modalità consacrata maschile (primo ordine), in modalità consacrata femminile (secondo ordine), in modalità laicale (terzo ordine). Si trattava sempre di tre Ordini distinti anche se, al loro interno, vi era una gerarchia.

Per le congregazioni raramente c’è stata questa esperienza, ma una più profonda comprensione del carisma ce ne può rendere consapevoli: il carisma, dal punto di vista teorico, precede la sua modalità di attuazione e può essere vissuto in modalità consacrata e in modalità laicale.

Se per secoli un determinato carisma è stata vissuto esclusivamente nello stato religioso, potremmo ipotizzare che esso in un futuro possa essere vissuto esclusivamente nello stato laicale. È la prospettiva verso la quale si stanno orientando diversi istituti religiosi che vedono diminuire la vocazioni religiose e si sentono vicini all’estinzione. Estinzione dei religiosi e delle religiose nelle quali fino ad ora è vissuto il carisma o estinzione del carisma? Se viene meno la vita religiosa che incarna quel carisma, il carisma non potrà rimanere nella forma laicale? Di qui, per tanti, la scelta di una intensa formazione di quei laici che si sentono chiamati al carisma e l’affidamento ad essi del patrimonio spirituale dell’Istituto e delle opere e iniziative ad esso legate; opere e iniziative che naturalmente evolveranno con il passaggio della modalità religiosa a quella laicale del carisma.

Penso tuttavia che il gruppo dei religiosi e delle religiose che ne hanno assicurato la continuità sia comunque chiamato a rimanere un punto di riferimento costitutivo fondamentale e imprescindibile. Difficilmente il carisma dei nostri fondatori e fondatrici può essere vissuto senza una comunione tra persone consacrate e laici.

Potremmo inoltre pensare – ed è già una realtà in atto – che i laici stessi sono chiamati a testimoniare il carisma a tal punto da suscitare vocazioni laicali e anche consacrate all’istituto.

Conclusione

Essere associati a un carisma particolare è una vocazione speciale a cui alcune persone sono chiamate all’interno della vocazione fondamentale cristiana. Vi si aderisce per vocazione, la cui autenticità deve essere verificata attraverso il discernimento. La condivisione al carisma non è quindi la partecipazione a una compagnia di lavoro, né a un club di interesse sociale e religioso comune. È la partecipazione alla vita dello Spirito, che spinge a vivere tutta l’esistenza cristiana secondo un’angolatura speciale.

Questo implica il rispetto della vocazione specifica del laico con i suoi impegni e la sua santificazione nel mondo.

Tra religiosi e laici che condividono lo stesso carisma c’è un rapporto di complementarità, non di subordinazione. I laici, infatti, sono direttamente associati al carisma dato alla Chiesa attraverso un fondatore e, indirettamente, all’Istituto religioso. Come i religiosi hanno un modo proprio di integrare e di vivere il carisma, adattandolo ai bisogni dei tempi, anche gli associati hanno un modo proprio di interpretare e vivere tale carisma, adattandolo al proprio stato di vita e di azione.

I rapporti mutui chiedono di essere improntati alla comunione e alla complementarità, a partire dalla conoscenza e apprezzamento reciproco, dalla simpatia per le persone e per i cammini rispettivi, dalla condivisione dei doni.

Questa complementarità si evidenzia anche nella realizzazione della missione, che esige vie e attività diverse, come nelle relazioni interpersonali si diversificano i rapporti tra consacrati e tra coniugati.

Da questa comunione e complementarità nasce un arricchimento e un sostegno reciproci tra religiosi e laici, in una vera esperienza di comunità ecclesiale, che porta a superare l’anonimato e l’appartenenza strutturale pur rispettando le diversità, verso l’unità dei un’unica “famiglia carismatica”.

Come ultima parola vorrei condividere un sogno: vedere riuniti per un grande evento ecclesiale consacrati e laici delle più varie Famiglie carismatiche. Potrebbe essere una giornata nell’Aula Paolo VI per condividere le esperienze, prendere maggiormente consapevolezza della novità dei percorsi in atto, crescere insieme nella comunione tra carismi. Una celebrazione eucaristica in Piazza san Pietro attorno al papa. Tutto eventualmente preceduto da uno, due, tre giorni di convegno a livello particolare di ogni Famiglia carismatica.

Potrebbe essere un modo per rendere cosciente la Chiesa intera della nuova realtà che sta nascendo nel suo seno.

UMCG, Roma 6 novembre 2015
P. Fabio Ciardi, omi

Bibliografia essenziale

M. Zago, Un charisme pour l’Église : Charisme oblat et laïcs, « Vie Oblate Life” 48 (1989) 39-46.

M. Zago, Oblates and laity can cooperate in the light of the charism, “Vie Oblate Life” 54 (1994) 3- 16.

G.F. Poli, Osare la svolta. Collaborazione tra religiosi e laici al servizio del Regno, Ancora, Milano 2000.

CISM, Laici e Religiosi: quale relazione ecclesiale? Nuove progettualità per i nostri istituti, Il Calamo, Roma 2001.

C. Fasano, Un’esperienza riuscita. Religiosi e laici insieme, Ancora, Milano 2002.

G.F. Poli, Laici e religiosi insieme, “Supplemento al Dizionario teologico della vita consacrata”, Ancora, Milano 2003, p. 200-226.

S. La Pegna, Il rapporto fra consacrati e laici nella vita religiosa. Un capitolo nuovo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008.

S. La Pegna, Le associazioni di laici legate agli Istituti Religiosi, “Religiosi in Italia”, n. 383 – marzo aprile 2011.

 

[1] Cf la relazione nella quale ho presentato i risultati dell’indagine promossa dai Superiori generali: Identità e comunione: a che punto è oggi la vita religiosa, “Vita consacrata” 29 (1993) 16-42.

[2] Atti capitolari OMI, Testimoni in Comunità Apostolica, n. 40.

[3] P. Mietto, Circolare 15, In comunione con i laici partecipi dell'unica missione, Lettere Giuseppine 1987, 3.

[4] P.L. Marchesi, L’Ospitalità dei Fatebenefratelli verso il 2000, PSIK, Roma 1986, p. 50?52.