Martedì 22 marzo 2016
P. Carmelo Casile, comboniano, ha scritto una riflessione intitolata “Viviamo nel cuore del Signore Gesù, nuovo Tempio della divina misericordia, in cammino verso le Afriche di oggi”. Si tratta di considerazioni nate da letture recenti e passate, da note prese in varie occasioni, come esercizi spirituali e incontri di formazione, viste nella cornice del cammino dei missionari comboniani. “Ho cercato di mettere assieme alcune riflessioni sul Cuore di Cristo, Tempio della divina misericordia, – ha detto P. Carmelo – e mi è sembrato che ci possono essere utili nel nostro cammino in quest’Anno della Misericordia e per accogliere e approfondire gli orientamenti di vita che ci propone il nostro ultimo XVIII Capitolo Generale”.

 

Viviamo
nel CUORE del Signore Gesù,

nuovo TEMPIO
della divina MISERICORDIA,

in cammino
verso le AFRICHE di oggi

 

«La misericordia divina che scaturisce da Dio Padre ha trovato un canale in cui scorrere. Il letto del fiume non è più asciutto. Il corpo del Cristo risorto è diventato il mezzo attraverso il quale tutta la vita, l’amore e la misericordia raggiungono le nostre anime. Il Signore risorto è lo strumento supremo della misericordia. Egli è il Nuovo Tempio da cui sgorgano le acque viventi: Ho visto l’acqua che sgorgava dal lato destro del Tempio, alleluia: e tutti quelli cui giunse quest’acqua furono salvi, e dissero Alleluia»[1].

«Padre, tu sei la fonte dell’amore. In mezzo alle difficoltà della vita, noi viviamo felici nel Cuore di Cristo, che palpita del più puro amore per gli uomini. Ravviva in noi l’energia del tuo Spirito che viene dal Cuore di Cristo, affinché possiamo offrirci ogni giorno assieme ai popoli fratelli, quale oblazione a Te gradita per un mondo più giusto e solidale».[2]

1. Dal Tempio di Gerusalemme al Tempio del Corpo di Cristo Signore

Nella Storia della Salvezza la presenza di Dio accompagna il suo popolo e si trasferisce, si sposta continuamente e progressivamente: dalla Tenda nel deserto (Es 40; Sam 7,6s) al Tempio di Gerusalemme, dal Tempio di Gerusalemme al Corpo di Cristo (Gv 2, 18-22), dal Corpo di Cristo alla Chiesa, suo Corpo Mistico.

Per questa ragione Paolo esclama: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3, 16)[3]. E Papa Francesco, nel suo pellegrinaggio al Santuario di Guadalupe (13/2/’16) descrive così questo Tempio: “Il santuario di Dio è la vita dei suoi figli, di tutti e in tutte le condizioni […]. Il santuario di Dio è il volto di tanti che incontriamo nel nostro cammino”.

L’epoca del Tempio di Gerusalemme è terminata con l’Incarnazione-Morte-Risurrezione di Gesù Cristo e divenne visibile con la sua distruzione ad opera dei Romani; a questo punto l’incontro con Dio non si realizza più mediante luoghi e riti come avveniva al Tempio di Gerusalemme o al monte Carizim per i samaritani, ma in una persona, il Signore Gesù, il Crocifisso-Risorto, nuovo e definitivo Tempio (cfr. Gv 2,13-22), sorgente della Divina Misericordia in mezzo a questo mondo desertificato dal peccato (cfr. Gv 19,31-37).

Tuttavia questo capovolgimento non elimina la necessità di mediazioni nel rapporto con il Signore Gesù, a cominciare dalla mediazione della Chiesa e in essa, in modo particolare, della Liturgia, come ci ricorda il Concilio Vat. II con la Costituzione sulla Liturgia “Sacrosantum Concilium”.

A questo proposito c’è da notare che il Vangelo di Luca, rivolto ai pagani, cominci proprio nel Tempio con l‘annuncio della nascita di Giovanni Battista (Lc 1,5-25) e termini con i discepoli che «tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (Lc 24, 52-53).

Secondo lo stesso Vangelo di Luca, Gesù comincia la sua missione nei riguardi del Tempio e dell’intero popolo nel mistero della Presentazione (Lc 2,22-40). In questo episodio Luca oltre a sottolineare l’osservanza della legge da parte di Giuseppe e Maria, indica la città santa di Gerusalemme come punto di partenza della salvezza portata da Gesù. I due vecchi, Simeone e Anna, che incontrano Gesù, rappresentano il popolo di Dio in attesa della salvezza promessa. Perciò la festa della Presentazione è chiamata Hypapanté, cioè festa dell’incontro.

E ancora il ministero pubblico del Signore è inaugurato in sinagoga e in giorno di sabato (Lc 4).

A partire degli elementi che ci offre il Vangelo di Luca e gli altri Vangeli, appare chiaro che, al pari dei profeti, Gesù professa per il tempio un profondo rispetto; vi si reca per le solennità come ad un luogo d’incontro con il Padre suo; ne approva le pratiche cultuali, pur condannandone lo sterile formalismo; con un gesto profetico, scaccia i mercanti dal tempio e afferma che esso è casa di preghiera. E tuttavia annuncia la rovina dello splendido edificio, di cui non rimarrà pietra su pietra, mettendoci così in situazione di attesa: che avverrà dopo?

Procedendo in questo modo, non si vuole forse sottolineare la continuità dell’esperienza della fede che porta in sé i semi di nuovi e rinnovati raccolti, come avviene per un albero secolare dalle profonde radici, piuttosto che pensare al Signore come a un contestatore del Tempio e delle altre osservanze cultuali della tradizione di Israele?

Il Vangelo di Luca termina dicendo che i discepoli “stavano sempre nel tempio adorando Dio” (Lc 24,53), ma lo stesso Gesù li aveva già iniziati ad un culto non più legato al Tempio o a qualsiasi altra località geografica o sacra. Si tratta del culto che Cristo compie nell’offerta della sua vita, adempimento efficace e definitivo di tutti i molteplici sacrifici e riti antico testamentari (Lc 24, 13-35).

Quando i due discepoli di Emmaus invitano il pellegrino a rimanere con loro, anticipano il sacramento della Chiesa. Essa, infatti, riconosce il Signore «quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24,30-31).

Nella comunione della Parola e della Eucaristia la Chiesa incontra e riconosce il Signore. Ascoltando, sotto l’azione dello Spirito, la Parola delle Scritture che rendono testimonianza di Lui (At 10,43), la Chiesa ricorda ciò che disse Gesù, crede in Lui, rivive il Mistero della Pasqua e aspetta la venuta dello Sposo.

Da parte sua, Giovanni nel suo Vangelo ci fa notare che la prima volta che Gesù chiama Dio “Padre mio” avviene a Gerusalemme quando caccia i venditori dal Tempio (Gv 2,14-17) e in quella stessa occasione chiama il Tempio “casa del Padre mio”: “Non fate della casa del Padre mio una casa di mercato” (v. 16).

Mentre i Vangeli Sinottici parlano del Tempio come “casa di preghiera” (cf. Mt 21,13; Mc 11, 17; Lc 19,46), il quarto Vangelo specifica che per Gesù il Tempio è la “casa” del Padre suo, che egli, come Figlio, prima di prenderne possesso, deve purificare dalla profanazione del commercio.

Questo gesto polemico di Gesù si riallaccia ai profeti, i quali hanno spesso polemizzato con il culto che si svolgeva al Tempio, non certo per abolirlo, ma per purificarlo. I profeti ricordavano continuamente che il culto non è solo adorazione: è – al tempo stesso – conversione e missione.

Un fatto è certo: per penetrare nell’intimità del nuovo e perfetto Tempio che è il Corpo del Cristo Crocifisso-Risorto, il Nuovo Testamento ricorre al complesso mondo dell’antico Tempio e del suo culto. In pratica del vecchio Tempio rimane la sua valenza di metafora rispetto al nuovo.

Così, nel suo Vangelo Giovanni annuncia esplicitamente e solennemente che la stessa persona di Gesù è il Nuovo Tempio, l’ambiente vitale dell’inabitazione reciproca del Padre e del Figlio, il vero luogo della comunione intima con il Dio trinitario, a cui sono chiamati tutti i credenti (cf. 14,2; 1Gv 1,3).

Il Cristo risorto è il Nuovo Tempio da cui sgorgano le acque viventi (cfr. Gv 19,33-34).

L’acqua che scaturisce dalla ferita del Costato trafitto di Cristo ci rimanda alla visione della sorgente del Tempio descritta dal profeta Ezechiele (47,1-12).

In questa sua visione mistica il profeta vede una sorgente di acqua che esce dal Tempio di Gerusalemme, scorrere verso est e poi giù per la valle del deserto fino a gettarsi nel Mar morto, che è chiamato morto perché è saturo di sale al punto da essere completamente mortifero per qualsiasi essere vivente. Proprio il Mar Morto e tutto ciò che viene a contatto con l’acqua viva che scorre dal lato destro del tempio ne ricevono vita.

L’acqua che scorre dal Nuovo Tempio è l’amore-misericordia di Dio, che scorre dalla ferita del costato del corpo di Cristo e fa rivivere l‘umanità ferita a morte dal peccato.

Gesù è il Redentore, è la Verità che, Crocifissa il Venerdì santo, vedremo splendere il giorno di Pasqua e accoglierci dentro il nuovo Tempio del Suo Corpo. Perciò “mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi predichiamo Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati […] potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23-24).

Inoltre, nella Lettera agli Ebrei, nella quale il tema centrale è il sacerdozio di Gesù ed il conseguente culto cristiano, l'autore rompe gli schemi tradizionali e dà un senso nuovo all'istituzione sacerdotale ebraica. Alla nostalgia di un’istituzione e d’una pratica complesse, l’autore non oppone una dottrina ed un'altra pratica, ma una persona: Gesù Cristo, Figlio di Dio, che si fa fratello degli uomini. È il grande mediatore superiore a Mosè (3, 16). È il Sommo Sacerdote, paragonabile solamente alla figura eccezionale e misteriosa di Melchisedek (7). È mediatore dell’Alleanza nuova e migliore, annunciata in Ger 31.

Il collegamento tra Gesù vittima e Gesù Sacerdote rappresenta l’apporto più decisivo che la Lettera offre sull’identità sacerdotale di Gesù. L’autore dimostra che Cristo non è stato soltanto una vittima, ma anche Sacerdote, anzi Sommo Sacerdote, e che egli conserva questa posizione per sempre. Quest’obiettivo viene ottenuto, stabilendo un confronto tra il sacerdozio veterotestamentario e il sacerdozio di Gesù mediante la dinamica del compimento tra figura e realtà.

In questa dinamica del compimento non è difficile verificare un elemento di continuità ed uno di discontinuità con l’Antico Testamento: da una parte, infatti, la nozione di sacerdozio mantiene nei due casi la stessa connotazione formale di mediazione; ma dall’altra essa si carica di un contenuto nuovo, poiché la mediazione di Cristo si realizza non in termini rituali (sacrificio distinto dal Sacerdote) bensì personali (sacrificio identico al Sacerdote) e non attraverso un progressivo allontanamento dagli uomini (distacco dalla sfera profana verso quella sacra) bensì attraverso una progressiva ‘assimilazione’ (cf 2, 17) ad essi, che trova il suo punto culminante nella passione e nella croce: è questa la ‘consacrazione’ sacerdotale di Gesù, in quanto è realizzazione piena della mediazione, è il momento cioè nel quale, in Cristo, si realizza la perfetta obbedienza al Padre (cf 5, 8-9; e 10, 4-10) e la perfetta assimilazione ai fratelli (cf 2, 4-18). Nel suo sacrificio Gesù personalizza la volontà di Dio e l’offerta: “Ecco io vengo per fare, o Dio la tua volontà”; è il sacrificio che consacra Lui stesso (5, 9; Gv 17, 9) e può consacrare i suoi, quelli che a Lui si avvicinano.[4]

Per entrare nell’intimità del nuovo e definitivo Tempio del Corpo di Cristo, è di vitale importanza cogliere il significato delle tappe della storia del primo Tempio nella sua valenza di metafora rispetto al nuovo. Il ricordo della manifestazione della Misericordia di Dio attraverso le vicende del primo Tempio, ci offre la possibilità di accostarci con maggiore consapevolezza alle acque viventi della Misericordia, che sgorgano dal Nuovo Tempio.

2. L’azione liberatrice di Dio e il culto nel Tempio:
Esodo - Levitico / Via alla liberazione e vita liturgica

La realtà dell’antico Tempio, anche se distrutto, contiene valenze di un’attualità perenne, che ci aiutano a cogliere la centralità della Liturgia nella Storia della Salvezza.

Per rendercene conto basta soffermarci a considerare il ruolo del tempio nell’itinerario biblico dell’Esodo, che ci dà la carta d'identità del Dio della Bibbia, presentandocelo come "Il Dio Liberatore" (cfr Es 6,2-13).

L'Esodo, infatti, fa risaltare il fatto che Dio é Dio proprio perché libera. Il suo nome fa storia, e la sua azione si concentra in un gesto di liberazione. Dio ha visto la miseria del suo popolo e interviene in suo favore: "Venne fra la sua gente". Esodo straordinario di un Dio che condivide la sofferenza di un popolo che chiama suo. Dio parla, Dio salva, Dio crea un popolo. Il passaggio dalla schiavitù alla libertà é presentato dalla Bibbia come una "azione creatrice" di Dio.

Così si può affermare che, mentre il Libro della Genesi narra la creazione del cielo e della terra ad opera di Dio, il Libro dell'Esodo narra la creazione che Dio ha fatto di un "essere libero". Sia la creazione dell’universo e dell'uomo sulla terra, sia la creazione dell'uomo da schiavo a libero, sono opere divine.

Per questo, nella Sacra Scrittura Dio è presentato come creatore sia nel Libro della Genesi, dove si narra la creazione del cielo e della terra, sia nel Libro dell'Esodo, dove si narra la storia della liberazione dell'uomo.

Queste due opere sono eminentemente divine e la potenza di Dio che scende nel mondo, forse ha più difficoltà nel convertire l'uomo da schiavo in libero che nel creare dal niente il cielo e la terra. È vero che questo modo di parlare non esprime adeguatamente la realtà; tuttavia rimane il fatto che per descrivere la creazione, la Bibbia si serve di un capitolo, mentre per descrivere la liberazione dell'uomo, ha bisogno di 14 capitoli dell'Esodo, e solamente dal capitolo quattordicesimo l'uomo passerà, con grande fatica, dall'Egitto al deserto in cammino verso la Terra Promessa.

Quanto più meravigliosa ed immensa sarà ? sotto il punto di vista spirituale – l'opera divina di far raggiungere all'uomo la libertà interiore!

Ecco il grande compito dell'uomo, per questo la Mishna afferma: "In ogni generazione, ogni uomo deve considerarsi come se fosse uscito dall’Egitto personalmente. Infatti é scritto (Es 13,8): "Questo è in memoria di ciò che ha fatto Jahvè, perché con la sua mano potente ti ha fatto uscire Jahvè dall'Egitto" (Pesahim,10).

Forse si trova qui la ragione per cui l'ultima parte del Libro dell'Esodo, dopo la conclusione dell'Alleanza (Es 24), si dilunga con insistenza sulla descrizione della pratica del culto divino (Es 25?31; 35?40). Considerando con attenzione la narrazione, l’Esodo non si conclude con la entrata di Israele nella Terra Promessa attraverso il Giordano che è narrata nel Libro di Giosuè, ma con l’erezione e la consacrazione del Santuario, che era mobile e seguiva gli Israeliti per tutto il tempo del loro viaggio (Es 40).

Seguendo questa logica, il libro del Levitico viene immediatamente dopo il libro dell’Esodo, interrompendo la trama storica dei due libri che lo precedono, ed ha carattere quasi esclusivamente legislativo liturgico. Descrive, infatti, dettagliatamente ciò che riguardava i sacerdoti d'Israele, i quali appartenevano alla tribù di Levi, e le prescrizioni che regolavano il culto all'unico Dio da parte del popolo eletto.

Il popolo (e nel suo seno ogni individuo) rimarrà libero nella misura in cui dà il primo posto all'adorazione di Dio. Il Tempio è segno che Egli è presente, e che la sua azione liberatrice continua e garantisce la conservazione delle mete umane raggiunte nel cammino di liberazione.

Il popolo di Dio rimarrà sotto questo influsso benefico e sarà libero, se dà il primato ad un atteggiamento interno di adorazione di Dio, espressa e alimentata attraverso il culto.

Infatti, il culto è un modo regolare e sistematico di realizzare ed esprimere la relazione dell'uomo con Dio secondo "il modello" rivelato all'uomo dallo stesso Dio in tutti i suoi dettagli, per sottolineare la trascendenza divina e la continuità dell'azione salvifica di Dio nella storia. Attraverso il culto il popolo celebra e vive il fatto che Dio è sempre il primo impegnato nella liberazione del suo popolo, che quindi guarda con fiducia al futuro.

3. Il Tempio nell’epoca della stabilità raggiunta da Israele con la monarchia

Ad un certo momento della storia d’Israele, è costruito e s’impone il Tempio (cf 1Re 5?9). La tradizione ebraica vede in esso il punto esatto su cui Salomone, fece costruire il primo Tempio (verso il 970 a.C.), circa nove secoli dopo che Abramo accettò di offrire a Dio l’unico figlio del suo amore.

Il Tempio, apparso nell’Esodo legato alla figura di Mosè, appare di nuovo legato al Re Davide nel tempo in cui Israele ha ormai trovato la sua stabilità socio-politica. Per rendersene conto basta prendere in considerazione il primo libro delle Cronache che costituisce una ricapitolazione di tutta la storia del popolo di Dio. Il nucleo del messaggio sta nell’affermare che il vero senso della storia non sta nel senso politico degli avvenimenti, ma piuttosto in quello religioso. Così dopo una lunga introduzione fatta di genealogie, da Adamo fino a Davide (1-9), viene narrata la storia del regno di Davide (10-20) e quindi viene sottolineato il ruolo del re Davide come organizzatore del culto. A lui sono, infatti, attribuite la progettazione del tempio e le disposizioni per l'attività del personale (21-29).

Il Tempio in questa situazione di stabilità è “quel luogo”, “hammaqom”, in cui risiede e si manifesta agli uomini la presenza di Dio. Dalla dimora del suo santo Nome, il Santissimo ascolta ed esaudisce la preghiera, bagna di pioggia la terra, perdona i peccati, concede la vittoria sul nemico, dispensa la sua misericordia anche agli stranieri venuti a causa della grandezza del suo Nome, perché tutti i popoli della terra riconoscano il suo Nome e lo temano, come fa il suo popolo, Israele, e sappiano che il Tempio porta il suo nome (2Cr 6, 32-33). “Il mio Tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56, 7)”[5].

A questo punto della storia d’Israele, il Tempio è il luogo dove l’israelita esce dalla sua profanità e s’incontra direttamente con Dio, e Dio, quasi superando le barriere della sua trascendenza, si mette a disposizione dell’uomo. Il popolo, per mezzo dei suoi pellegrinaggi e delle grandi feste, tutte centrate sul Tempio, esce dalla sua vita normale, s’incontra con Dio, viene purificato, offre i suoi sacrifici per il peccato e per tutto ciò che può aver indebolito l’Alleanza; in virtù di questo contatto con Dio, si rinnova e ritorna alla sua vita quotidiana, con la ferma volontà di essere “se stesso”, cioè il Popolo di Dio nella quotidianità della vita davanti alle Nazioni.

Un elemento importante, unito al Tempio, è l’aspetto di novità, che caratterizza l’incontro con Dio. Infatti, quando il popolo si presenta davanti a Dio nel Tempio, si rinnova. Ma questo rinnovamento non si limita al semplice mettersi in ordine, togliendo gli ostacoli del peccato, ma comporta “qualcosa di nuovo”, che è “quel qualcosa di più”, che il popolo riesce a captare riguardo al Mistero di Dio e che lo lancia verso nuove prospettive, esigenze, conoscenze, cammini e mete. Dio si comunica, e l’Infinito non può essere accolto in una sola volta dal cuore umano, che è finito, ma con capacità di continua espansione. Per questo, Dio, offrendo e chiedendo sempre più, spinge i cuori umani a penetrare sempre più nel suo Mistero.

Per tanto, una volta che Israele ha trovato la sua stabilità, il Tempio si erge come punto di intersezione tra l’essere umano finito e l’Infinito, tra lo spazio sacro e la storia: è «la tenda dell’incontro» tra Dio trascendente che ascolta dal luogo della sua dimora, dal cielo» (1Re 8,27.30) e l’uomo che lo cerca e lo incontra nello spazio sacro ove eleva la sua preghiera e il suo culto. Il Tempio è quindi un grande segno spaziale e fisico, la metafora, di una realtà più profonda e vitale; chi lo frequenta con le dovute disposizioni interiori diviene pellegrino in cerca dell’Approdo finale dell’esistenza umana personale e dell’umanità ed è spinto a perdere l’istinto del possesso; chi lo frequenta anela al cielo e impara ad amare la terra, coglie il piano di Dio sull’umanità ed esce in “strada” pronto a impegnarsi a unire fede ed esistenza, culto e opere, preghiera e giustizia, secondo il costante appello dei profeti.

Nel contesto del Giubileo della Misericordia, Papa Francesco ci ricorda che il Tempio è il luogo dove il credente, pellegrino alla ricerca del volto di Dio, si incontra con Lui e con la comunità cristiana; è il luogo strategico dove avviene la fusione tra la fede e il rito, tra l’attesa di incontro con Dio e la forma celebrativa/sacramentale. Nella comunità e nel sacramento incontriamo Cristo, volto della misericordia del Padre: “chiunque entrerà (nel tempio) potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza” (MV 3); nel Tempio “ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi” (MV 14).

4. Il Tempio e il Salterio

Dopo la caduta della monarchia, il Tempio è sostituito dal Salterio[6].

Il Salmo 2 propone come tema di fondo del Salterio il tema del regno di JHWH. L’altro grande tema, introdotto già nel Salmo 1, è la torah, la Legge di Dio. Torah (Sal 1) e regno (Sal 2) sono inscindibili, come è anche nel Padre nostro: « Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà ». Il regno di Dio si realizza là dove si compie la sua volontà, cioè dove si vive secondo la legge di Dio. Il Salmo 119 è il canto della torah, uno dei monumenti più caratteristici della pietà israelita alla rivelazione della volontà divina, finalizzata a dare la vita al popolo. La stessa divisione del Salterio in cinque libri è chiaramente voluta come imitazione della torah mosaica (il Pentateuco), e la tradizione ebraica attribuisce a Mosè i Salmi 90-100. I Salmi, per tanto, sono considerati come un piccolo Pentateuco, una piccola torah.

Dopo la caduta della monarchia e durante l’esilio, Israele può ritrovare la sua identità ritornando alla torah di Mosè. Israele non ha più il Tempio o è lontano da esso, ma in questa situazione gli rimane la torah, e siccome la torah di Dio è difficile da imparare a memoria, il Salterio offre un condensato di essa, più facile da imparare. Allora il Salterio diviene il sostituto del Tempio; la preghiera dei Salmi è il santuario, dove il salmista, costretto a vivere lontano dal Tempio, trova il luogo del rifugio in “Dio”, dove fa esperienza della presenza di Dio, tanto che egli può dire a Dio: «Tu abiti le lodi (tehillôt) di Israele» (Sal 22,4).

Gesù, venuto tra i suoi, fece l’esperienza di non essere accolto (cfr. Gv 1,11), fece l’esperienza del profugo e del rifugiato. Dovette fuggire dal Tempio, perché volevano prenderlo per lapidarlo (cfr. Gv 10,40-42). E in fine venne crocifisso lontano dal Tempio fuori le mura di Gerusalemme. Tuttavia, Lui che predisse la distruzione del Tempio, nella sua vita di nomade e di rifugiato e nel dramma della sua Passione ha trovato rifugio nel Santuario dei Salmi fino al momento della sua morte.

5. Superamento della realtà spaziale e fisica del Tempio

La realtà fisica e spaziale del Tempio viene progressivamente superata e trova la sua definitiva realizzazione nel Tampio di pietre vive, cioè nell’esistenza umana. La Presenza di Dio, infatti, si sposta continuamente: dalla tenda nel deserto al Tempio di Gerusalemme, dal tempio di Gerusalemme al corpo di Cristo, dal corpo di Cristo alla Chiesa suo Corpo mistico e al Corpo del singolo battezzato, in cui Cristo abita per la fede e lo consacra Tempio dello Spirito Santo.

Il passaggio dal Tempio di pietre al Tempio di pietre vive comincia nel Mistero dell’Annunciazione. Dall’incontro dell’Ecce ancilla di Maria con l’Ecce venio di Gesù (Eb 10,9), cioè del Verbo che bussa alla sua porta, avviene l’evento dell’Incarnazione: Maria, “spazio vitale donato dalla terra al cielo”, diventa madre e comincia a tessere nel suo grembo la carne al Verbo di Dio. Sono così superati definitivamente i limiti della riduzione della presenza divina circoscritta all’area del Tempio, giacché «il Verbo si fece carne e pose la sua tenda [tempio] in mezzo a noi». (Gv 1,14).

A partire da questo evento l’uomo diventa «il luogo di Dio» e Maria di Nazaret è la prima persona che viene fatta Tempio del Dio vivente sotto l’azione dello Spirito Santo, e alla quale vengono dischiusi i segreti della vita trinitaria. In Maria è prefigurato il cammino e la meta che attende ogni vivente: l’assunzione dell’umano, di tutto l’umano, nel divino.

Il Tempio di pietre vive comincia, pertanto, con Maria, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore, terra del cielo, «icona e personalità corporativa del popolo dei credenti perché è la Figlia di Sion, l’Israele santo da cui è nato il Messia, ed è anche la Chiesa, la comunità cristiana che genera figli al Signore sotto la croce» (Enzo Bianchi, Dare senso al tempo, pp. 137-139).

6. Dalla Vergine Maria nasce Gesù, nuovo e definitivo Tempio

Nel N.T., la persona di Gesù, Cristo-Signore, ha la stessa funzione che aveva il Tempio per gli Israeliti: Egli è il vero Tempio (Gv 1,14; 2, 19-22).

“All’inizio del grande shabbath di Pesah, quando Gesù in croce mise il suo spirito nelle mani del Padre, il velo del Tempio si squarciò. Il suo corpo prezioso (tutta la sua umanità offerta in dono) è allora misteriosamente incorporata al Tempio, diventa pietra di carne, roccia spirituale, ricettacolo della Shekhinah. Il Tempio è il suo corpo, e il suo corpo è vero e proprio Tempio, luogo di culto”[7].

Il nuovo Tempio, per tanto, è anzitutto un Corpo dato: «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Il Volto di questo Corpo è la perfetta Icona del Padre: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). Il Cuore che palpita in questo Corpo, è il simbolo della suprema Kenosi divina, tabernacolo di carne della Misericordia che esprime il Mistero della Passione-Morte-Risurrezione. È il Cuore del Signore Gesù che ci inviata a trovare “ristoro” in Lui e a imparare da Lui: «Venite a me …, e io vi darò ristoro … Imparate da me che sono mite e umile di Cuore» (Mt 11, 28-30). Per imparare da Lui, ci indica il segreto del suo successo, cioè la sua piena dipendenza dalla volontà del Padre: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34).

Il Cuore che palpita in questo Corpo è il Cuore del Signore Gesù, che si identifica con le sofferenze e le necessità degli esseri umani e in particolare con gli oppressi ed esclusi dalla società (Mt 25, 21-46). Siamo così di fronte alla Teofania e Cristofania nell’oppressione, che possiamo considerare come un’ulteriore estensione del Tampio di pietre vive, bisognose di rigenerazione.

Attratto dalla visione di questo Tempio, cioè dalla Teofania e Cristofania nell’oppressione, san Daniele Comboni intraprende il suo itinerario missionario verso l’Africa Centrale come un autentico pellegrinaggio verso questo Santuario, in cui il suo amore a Cristo Redentore e al prossimo si fondono “in una cristofania nel nero oppresso[8], dalla quale gli giunge chiarissima la chiamata ad essere strumento di liberazione della Nigrizia. E morirà crocifisso con Cristo in questo Santuario, radicato nella certezza di essere “una pietra nascosta sotterra che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte del fondamento di un nuovo e colossale edificio, che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo…» (S 2701).

7. Il Tempio metafora dell’Eucarestia

Il Tempio non è solo metafora dell’Incarnazione, che inaugura il nuovo e definito Tempio, ma anche dell’Eucaristia[9]. L’Eucaristia, infatti, è l’ultimo atto dell’Incarnazione, l’apice della costruzione del nuovo e definitivo Tempio che è la persona di Gesù, Cristo-Signore, e traduce meravigliosamente il legame che Dio vuole stabilire con l’umanità intera. In essa la conversione della sostanza del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo è il segno che ci fa meglio comprendere la realtà, il senso profondo dell'Incarnazione.

L’Eucaristia, infatti, costituisce la continuazione e la dilatazione dell’Incarnazione: ciascuno di noi è «un piccolo universo in cui l’Incarnazione si attua ... con un'intensità e delle sfumature incomunicabili» (cf Teilhard de Chardin, La messa sul mondo, Queriniana, Brescia 1990). In questo senso l’Eucaristia si pone quindi sia come punto culminate dell’azione di Dio verso l’uomo, sia come punto culminate dell’incontro dell’uomo con Dio. Tutti gli aneliti della creatura verso il suo Principio e il suo Approdo hanno quaggiù piena risposta in questo santo Segno, in questo Santo dei Santi.

Il Tempio in cui siamo introdotti e il Dio che vi adoriamo è il Dio-fatto-carne, la cui "carne" si è fatta "pane" per la vita del mondo. Egli non è solo il Dio che si è dato per noi, ma che ci ha assicurato che sarebbe rimasto sempre con noi.

Dimensione cosmica dell’Eucaristia
Ma, alla luce dell'Incarnazione e della sua dilatazione e continuazione nell’Eucaristia, l'intero Cosmo assurge a una dimensione divina e riacquista un carattere sacramentale. Così la materia e la vita raggiungono un dinamismo e una potenzialità che si esprimono nel Corpo e nel Sangue del Signore. «Adoro un Dio palpabile ... », afferma Teilhard de Chardin. Gli fa eco il cardinale C. M. Martini quando scrive che l'Eucaristia è «comunione di vita con l'essere e con tutti gli esseri, è il luogo in cui il creato e la sua storia passano dal sesto al settimo giorno della creazione, quando Dio sarà tutto in tutti».

La celebrazione eucaristica offre l'umanità e il Cosmo al fuoco dello Spirito santo che trasforma il tutto in nuova creatura. La Messa è quindi l'evento con il quale il Verbo incarnato "prende corpo" nell'umanità e nel Cosmo. Attraverso di essa, viene restituito all'uomo e alla materia il suo originario carattere sacramentale, ossia di realtà che contiene e manifesta il sacro, il divino.

Le conseguenze sul piano esistenziale ed ecologico di questa visione sono decisive per il pieno compimento dei destini umani, in quanto aiutano a superare un rapporto desacralizzante con la persona propria e altrui e a rapportarsi con il creato in modo rispettoso e non in spirito di dominio e di sfruttamento.

L'umanità e tutta la creazione diverranno in tal modo la fidanzata/sposa condotta alle eterne nozze dell'Agnello. Si tratta di un insegnamento così ripreso dal Vaticano II: «Un pegno di questa speranza e un viatico per il cammino il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli clementi naturali coltivati dall'uomo vengono tramutati nel corpo e nel sangue glorioso di Lui, come banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito del cielo» (Gaudium et pes, 38).

Il processo di cristificazione dell'umanità e del cosmo ha il suo avvio a partire dalla risurrezione di Cristo e viene riproposto, attualizzato e vissuto sacramentalmente attraverso il banchetto eucaristico. Un frammento di “materia" si trasforma in "corpo" del Signore e quanti se ne nutrono diventano "con corporei" di Cristo.

Nella tradizione dell'Oriente cristiano si parla di "liturgia cosmica" per porre in rilievo come i sacri riti culminanti nell'eucaristia coinvolgano l’umano e il divino, il mistico e il cosmico, il temporale e l'eterno.

Il Vaticano II insegna che «con il genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente restaurato in Cristo» (Lumen gentium, 48). Infatti «Dio intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo in una nuova creazione» (Apostolicam actuositatem; 5), così che «l'intera pienezza del mondo si trasforma nel corpo del Signore e nel tempio dello Spirito santo» (Lumen gentium, 17).

Ora, è con l'eucaristia che si attua la trasformazione cristica del cosmo, in quanto il mondo intero è fatto oggetto di un processo di rigenerazione (palingenesi), del quale l'uomo è il sacerdote: riceve il mondo come dono che "custodisce e coltiva"; e lo restituisce a Dio come un'offerta che sostanzia il suo culto. Il creato è l’ “Ostia totale", costituita dal "pane" delle nostre azioni e dal "vino" delle nostre fatiche, del nostro sacrificio delle nostre sofferenze: «Su ogni vita che in questo giorno germinerà, crescerà, fiorirà, maturerà, ripeti: Questo è il mio Corpo. E su ogni morte che si prepara a rodere, a guastare, a stroncare, ordina (mistero della fede per eccellenza!): Questo è il mio sangue», scrive Pierre Teilhard de Chardin, che aggiunge: «Al contatto della sostanziale Parola, l’Universo, immensa Ostia, è diventato Carne» del Cristo cosmico. […]

Pietro Parente, parlando dell'esperienza eucaristica nei mistici, nota: «L'ostia nella sua piccola orbita racchiude l'universo visibile e invisibile, l'umano e il divino, il tempo e l'eternità».

Questa visione, cara all'Oriente cristiano, è stata ripresa da Giovanni Paolo II nell'Orientale lumen (2 maggio 1995), dove parla della «potenzialità eucaristica del mondo creato: esso è destinato a essere assunto nell'eucaristia del Signore, nella sua Pasqua presente nel sacrificio dell'altare» (n. 11).

L'intero mondo creato ha dunque una vocazione mistica, una destinazione eucaristica: è convocato a farsi eucaristia, perenne rendimento di grazie e incessante inno di gloria a Dio per essere uscito dalle sue mani ed essere stato assunto nel disegno salvifico di rigenerazione universale. Ripetiamolo: con l'eucaristia il mondo è accolto come un dono divino e viene restituito a Dio come offerta sacra.

8. L’antico Tempio e la persona umana

Paolo coglie un parallelo fra l’antico Tempio e l'uomo: "Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?": 1Corinzi 3,16.

Come Dio aveva anticamente stabilito la sua dimora nel Tempio, così oggi lo Spirito Santo dimora nell'uomo. Paragonando l'uomo al Tempio, viene messa in risalto la visione unitaria e tricotomica della persona umana, che è tipica della Bibbia e ripresa dai padri della Chiesa Orientale. In questa visione viene completata la dicotomia filosofica (corpo-anima) con la tricotomia teologica (spirito-anima-corpo). La Bibbia, infatti, non fa mai confusione fra lo spirito e l’anima, come se i due termini fossero sinonimi, e ha quindi una visione tricotomica dell’uomo: concepisce l’uomo come un essere tripartito: spirito, anima e corpo.

Paragonando l'uomo al Tempio, si può vedere chiaramente come i tre elementi costitutivi dell'uomo risalgano alla struttura del Tempio. Sappiamo, infatti, che il Tempio di Gerusalemme era diviso in tre parti. La prima era rappresentata dal cortile esterno (o vestibolo) che era visibile a tutti e visitato da tutti. Più internamente c'era il Santo (il Luogo Santo), nel quale soltanto i sacerdoti potevano entrare per offrire a Dio olio, incenso e pane. Si trovavano abbastanza vicino a Dio, ma non proprio a contatto con Lui, perché stavano ancora al di qua della cortina e quindi non alla presenza immediata di Dio. Dio abitava più internamente, nel Santo dei Santi (il Luogo Santissimo), dove nessun uomo poteva entrare. Benché il Sommo Sacerdote vi potesse entrare una sola volta all'anno, questa disposizione stava a indicare che nessun uomo poteva entrare nel Santo dei Santi prima che la cortina fosse strappata.

Anche l'uomo è il Tempio di Dio, ed è composto di tre parti. Il corpo è come il cortile esterno, con la sua vita esteriore, visibile a tutti. È lì che l'uomo dovrebbe ubbidire a tutti i comandamenti di Dio. È lì che il Figlio di Dio si sostituisce all'uomo e muore per tutte l'umanità.

Più internamente c'è l'anima dell'uomo che costituisce la vita interiore della creatura umana e che comprende le emozioni, la volontà e l'intelletto. Tale è il Santo dell'uomo rigenerato, poiché il suo amore, la sua volontà e il suo pensiero sono pienamente illuminati per essere in grado di servire Dio come faceva l'antico Sacerdote.

Più interiormente, oltre la cortina, si trova il Santo dei Santi in cui nessuna luce umana è mai penetrata e che nessuno sguardo umano ha mai sfiorato. È la "dimora segreta dell'Altissimo", l'abitazione di Dio. Non può essere raggiunto dall'uomo se Dio non strappa la cortina. È lo spirito dell'uomo. Questo spirito sta di là della coscienza dell'uomo e al di sopra della sua sensibilità. È qui che l'uomo si unisce a Dio ed entra in comunione con Lui.

Non c'è nessuna luce nel Santo dei Santi, perché Dio vi dimora. La luce del Santo è fornita dal candelabro dalle sette braccia. Il cortile esterno sta alla luce del giorno. Tutte queste cose servono come illustrazione e sono l'ombra della realtà di una persona rigenerata. Lo spirito è come il Santo dei Santi, permeato della presenza di Dio, dove tutto avviene per fede, di là della visione, della comprensione riguardanti sia il mondo delle idee, sia la realtà materiale. Il corpo è paragonabile al cortile esterno, chiaramente visibile a tutti. Le azioni del corpo possono essere viste da chiunque.

L'ordine in cui Dio ci presenta questa realtà è perfetto: "lo spirito, l'anima e il corpo" (1Tessalonicesi 5, 23). Non è detto "anima, spirito e corpo", oppure "corpo, anima e spirito". Lo spirito è la parte preminente e quindi è menzionato per primo. Il corpo è la parte inferiore e quindi è menzionato per ultimo. L'anima sta in mezzo ai due e quindi è menzionata per seconda. Conoscendo l'ordine stabilito da Dio, possiamo apprezzare la saggezza della Bibbia, quando paragona l'uomo al Tempio e l'uomo riguardo sia all'ordine, sia ai valori.

Tutto il servizio nel Tempio si svolge secondo la rivelazione che avviene nel Santo dei Santi. Tutte le attività nel Santo e nel cortile esterno sono regolate dalla presenza di Dio nel Santo dei Santi. Questo è il punto più sacro, verso il quale convergono i quattro angoli del Tempio. Possiamo avere l'impressione che nulla avvenga nel Santo dei Santi, perché l'oscurità è totale. Tutte le attività si svolgono nel Santo. Anche le attività del cortile esterno sono controllate dai sacerdoti del Santo. In realtà, tutte le attività del Santo sono dirette dalla rivelazione che avviene nel silenzio e nella pace del Santo dei Santi.

Non è difficile intuire l'applicazione spirituale di quest'ordine di cose. L'anima, l'organo della nostra personalità, è composta dalla mente, dalla volontà e dalle emozioni. Sembra che l'anima controlli tutte le nostre azioni, in quanto il corpo ne segue le indicazioni. Prima della caduta, tuttavia, l'anima, nonostante le sue molte attività, era governata dallo spirito. E questo è l'ordine che Dio vuole ancora oggi: prima lo spirito, quindi l'anima e infine il corpo. (Watchman Nee).


Missionari comboniani:
P. Donato Goffredo,
P. Mennas Mukaka,
P. John Baptist Keraryo Opargiw,
e Fr. David Enríquez Sánchez
a Balaka (Malawi).

 

9. La liturgia del Nuovo Tempio libera energie d'amore: Il Vangelo è la vera forza di pace

Andrea Riccardi si domanda: Come essere cristiani, uomini di pace in un mondo sempre più segnato da guerre e violenza?

La sua risposta ci ricorda che l’adorazione di Dio “in spirito e verità” consegue nella celebrazione liturgica un’espressione imprescindibile: «I cristiani che entrano in questo secolo sono chiamati a rinnovare la loro fede con l'ascolto della parola di Dio, con la preghiera, con la liturgia. Da qui bisogna sempre ripartire. Questo è il cuore della vita cristiana [...]. Liturgie belle, significative, che celebrano il mistero della presenza di Dio in mezzo a noi, sono già una rottura di quel clima di impotenza e di pessimismo di cui parlavo. La liturgia libera energie d'amore. Questo avviene in misura maggiore di quanto possiamo credere e di quanto la nostra pastorale possa pensare o programmare. Per questo la celebrazione liturgica dev'essere sempre bella, espressiva della realtà di Dio che entra nel nostro mondo. La preghiera e la liturgia ci liberano dalla rassegnazione di fronte alle montagne di odio e di incomprensione, da quel clima di impotenza che poi, alla fine, genera solamente il pensare a sé, magari in maniera rassegnata.

In assenza della speranza finisce per dominare il vangelo di questo mondo, quello dell'amore per se stessi....»[10].

Il significato della Liturgia nella vita spirituale del cristiana e il suo ruolo nell’evangelizzazione è delineato con chiarezza da Segundo Galilea nel suo libro «Affascinati dal suo splendore. Contributo alla spiritualità della bellezza» (Ed. Messaggero 2005, pp. 69-71; 81-88).

10. Il Signore Gesù, Nuovo Tempio,
è sempre in cammino

Il Signore Gesù, Nuovo Tempio, è colui che non può essere trattenuto in nessuna parte (Mc 1, 35-39), perché è venuto per andare altrove, la sua missione cioè non conosce limiti geografici o etnici o di classe. Gesù è venuto per andare all’incontro di tutti gli uomini. Per questo vuole mettersi su tutte le strade dell'uomo, entrare in casa sua e prendere parte attiva nei suoi drammi, nelle sue aspirazioni, nelle sue lacrime e nelle sue gioie e speranze: «Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap, 3,20).

«Tutto il Vangelo, a pensarci bene, è un gran camminare. Cammina la Madonna , e in fretta, per andare da Elisabetta. Camminano la Madonna e Giuseppe da Nazareth a Betlemme. E poi, da Betlemme all’ Egitto, e dall'Egitto a Nazareth. Cammina Gesù su tutte le strade della Palestina. E ai suoi discepoli domanda: “Andate e predicate il mio vangelo”. Hanno cercato di fermarlo definitivamente, inchiodandolo alla croce e sigillando il suo sepolcro. E se lo sono ritrovato che camminava sulla strada di Emmaus, in compagnia di due discepoli in preda allo sconforto. Niente può fermare il Cristo...

“I suoi discepoli lo volevano circoscrivere alla Palestina con la scusa che era un ebreo, e se lo trovarono in Antochia, in Alessandria, in Atene, a Roma prima ancora che gli apostoli vi ponessero piede. Gli volevano dare la cittadinanza romana, ed egli era già di là, con i barbari. Gli fabbricarono basiliche stupende di travertino, ed egli aveva già accettato l'ospitalità sotto la capanna del monaco sulle sponde della Mosa, del Reno, del Danubio. Gli avevano fissato come mare il Mediterraneo, ed egli passava l'Atlantico con Colombo.

La cultura greca gli rivestiva di ragione i paradossi del suo Vangelo, e egli compitava con gli indotti. Il feudalesimo gli offrì il castello, ed egli faceva casa con i servi della gleba. I re lo nominarono ciambellano o cappellano di corte, ed egli si faceva galeotto con San Vincenzo de’ Paoli. I nobili già pensavano di poterlo avvolgere negli stucchi dorati, tra santi ed angeli, in mezzo ai santi e agli angeli sotto le volte delle loro chiese barocche, quando la rivoluzione francese lo mandava in esilio. Dopo averlo deriso, la borghesia è andata in cerca di lui, e la povera gente credette e continua a credere che sia rimasto di là, con coloro che non le vogliono bene, mentre cammina con le sue pene e le sue speranze” (Mazzolari)»[11].


P. Vincenzo Balasso,
missionario comboniano,
a San Lorenzo, in Ecuador.

 

I discepoli, per tanto, seguono un Gesù che cammina, che è sempre in cammino, impegnato ad arrivare tra gli ultimi della terra... Perciò è necessario sopportare la mancanza di alloggio, non possedere neppure una pietra sulla quale appoggiare il capo (Lc 9, 57-58). I compagni di Gesù neppure devono salutare nessuno per il cammino (Lc 10, 4), cioè non debbono accettare per nessun motivo l'ospitalità orientale, che è qualcosa che non finisce mai, perché consiste in molti discorsi e cerimonie, in modo tale che l'ospite riceve pressione a rimanere il più possibile; essi devono badare all’essenziale che è il bene spirituale di tutti. È vero che Gesù ha avuto i suoi amici di Betania; tuttavia si mantenne libero di fronte ad essi; non lo accaparrano, non interferiscono sul suo modo di parlare improntato alla franchezza. La stessa indipendenza Gesù rivendica davanti ai suoi familiari.

Paolo dichiarerà che conserva la sua indipendenza nei riguardi dei Filippesi, che gli inviavano aiuti durante la sua prigionia (Fil 4,10-19). L'apostolo non è il cappellano di una famiglia, né di un clan; mai sarà a servizio di una ideologia o di una fazione umana (PO 6f); mai neppure a rimorchio di un club di partito.

Perciò, il missionario comboniano come discepolo missionario che ispira la sua vita alla testimonianza di vita di san Daniele Comboni, è spinto dallo Spirito a seguire Cristo-Signore (RV 21) nel mondo e per il mondo, cioè intimamente legato al mondo e alla sua storia (RV 16). Perciò cammina vigilando per non cadere nella tentazione di «fermare Cristo», imprigionandolo nella sua mediocrità spirituale e nei suoi piani apostolici secondo schemi fissi che gli danno sicurezza.

Gesù cammina, è sempre oltre, è sempre “in uscita”, ama le strade. Il missionario “cammina con Lui e con il popolo che evangelizza, prendendo sulle spalle la croce ogni giorno (Lc 9,23), esperimentando e testimoniando la presenza del Signore risorto (At 2,32)” (RV 21.2).

Il Capitolo del 2015 nel n. 1 degli Atti Capitolari ci ricorda che questa è l’ “esperienza fondante” che ci fa vivere felici nel Cuore di Cristo che ci dà la forza di attraversare molti elementi negativi e ombre che ci accompagnano” (cfr AC 31-32) e che ci consente di continuare a sognare “un istituto di missionari in uscita; pellegrini con i più poveri e abbandonanti; evangelizzati ed evangelizzatori; testimoni della gioia e della misericordia; ispirati al Cuore di Gesù appassionato per il mondo; in ascolto di Comboni e dell’umanità”(cfr AC 21 e 22).

«Discepolo dei tempi nuovi, /vado, come Daniele Comboni, verso le Afriche di oggi, /per portare Gesù, l’amore della sua vita, e che Lui possa divenire /anche per me l’Amore capace di riempire /tutta la mia esistenza».

P. Carmelo Casile
Casavatore, febbraio 2016

 

[1] Da un’omelia di Fr. Martin Bernhard, O.S.B.

[2] Da: Famiglia Comboniana in preghiera, pp. 368-369.

[3] A. Pronzato, Vangeli scomodi, p. 135s.

[4] Cf. Consacrati a Dio per la missione, p. 82.

[5] Da: Sulle orme di Gesù-1, Ed. audiovisivi, Paoline, p. 16.

[6] Cf Giovanni Barbiero, Il tuo amore è meglio della vita. Salmi commentati per la preghiera, Ed. Paoline 2009, p. 12- 13.

[7] Da: Sulle orme di Gesù-1, Ed. Audiovisivi, Paoline, p. 16.

[8] J. M. Lozano, Cristo è anche nero, pp. 78-79.

[9] Antonio Gentili, Mistica cena. Dimensione misterica dell’Eucaristia, Quaderni di Eupilio, pp.45-47; 59; 62-64.

[10] Testo tratto dal capitolo 2º del libro di Andrea Riccardi: La pace preventiva, San Paolo, 2004.

[11] A. Pronzato, Vangeli scomodi, Gribaudi, pp. 34?35.