Venerdì 27 maggio 2016
Il pluralismo culturale è oggi un fatto sociale di dimensioni rilevanti, con il quale è quasi impossibile evitare di confrontarsi. Lo dimostra la frase seguente, il cui autore dichiara letteralmente così: “Il tuo Cristo è ebreo; la tua auto è giapponese; la tua pizza è italiana; la tua democrazia è greca; il tuo caffè è brasiliano; la tua vacanza è turca; i tuoi numeri sono arabi; la tua scrittura è latina. E il tuo prossimo è solo uno straniero?” Queste parole rivelano che la nostra attuale identità collettiva e individuale è plasmata in seguito ad un processo di relazione tra culture diverse e partecipa di esse. Il pluralismo culturale, visto sullo sfondo di queste interdipendenze planetarie, appare allora come una realtà inevitabile e come una vera sfida. Esso costituisce non soltanto un’opportunità di reciproco e mutuo arricchimento, ma porta anche in sé nello stesso tempo un grande potenziale di conflittualità, soprattutto a livello sociale, perché persone appartenenti a differenti culture devono vivere insieme in una unica società e convivere su basi spesso diverse.

 

"Oggi più che mai, una società chiusa (...) costituisce una minaccia per la pace. (...) Se vuoi la pace, considera, rispetta e ama gli altri".

Infatti, per confrontarsi adeguatamente con questo problema spinoso della convivenza multiculturale ci vuole una grande cautela: prima di tutto, ammettere l’evidenza della differenza, le esigenze della tolleranza e del rispetto, nonché l’urgenza dell’interessa- mento o riconoscimento incondizionato di quelli che, di volta in volta, sono chiamati gli “altri”, gli “stranieri”.

Si tratta, quindi, di accettare l’imperativo dell’alterità o della autocomprensione altrui, nella sua singolarità e particolarità – non come una minaccia –, ma come un dono e una promessa (per una più vasta visione che abbracci gli elementi specifici e diversi di vari patrimoni culturali), facendo assolutamente astrazione da qualsiasi forma di a priori o pregiudizi. Ma occorrono anche grandi capacità di adattamento per quelli che arrivano da fuori, nonostante la loro identità percepibile dagli altri, in virtù della quale non hanno bisogno di vergognarsi o giustificarsi.

Se dunque l’esperienza multiculturale viene vissuta in questo modo, la semplice presenza in questo modo, la semplice presenza degli “stranieri” o la coesistenza di più culture dimostra naturalmente ai nativi che il loro modo di essere, di pensare e di fare, i loro criteri di valore, ecc., sono relativi, limitati, e vice versa. Questa consapevolezza dei propri limiti spinge normalmente ad instaurare forme particolari di confronto e di dialogo – propedeutiche alla pace – tra le culture in contatto. Oggi più che mai, una società chiusa, che non si interessa agli altri e non vuole liberarsi dai pesi del regionalismo epistemologico, che sacralizza e dogmatizza la sua visione, relativa, delle cose diventa xenofobia, costituisce una minaccia per la pace. La nostra società mondiale è ormai una sola, unica società: i suoi membri, tutti diversi tra loro, hanno un compito nuovo, quello di imparare a fare i conti con la “conoscenza interculturale”, garante sicura di rispetto reciproco e di tolleranza, quindi, di pace.

Inoltre, al livello delle società occidentali, in particolare con il problema pregnante dell’immigrazione, occorre non dimenticare che gli “stranieri”, ieri erano richiesti e guardati con benevolenza perché erano necessari come forza di lavoro; oggi che cercano asilo e vita migliore di qua e di là, a causa delle condizioni economiche precarie dei loro paesi di origine, sono marginalizzati e trattati con arroganza e disdegno.

Anzi, i paesi ricchi, ex-colonizzatori e maestri dell’ordine mondiale attuale, dovrebbero – tenendo conto che non c’è pace senza giustizia – interrogarsi sulla loro responsabilità in rapporto a questa situazione lamentevole di assoluta necessità dei paesi impoveriti ed ancora sfruttati da loro. Comunque, la disparità delle condizioni di vita a livello mondiale potrebbe mutare soltanto se le persone interessate da questo contrasto verranno considerate parte di una sola e medesima comunità umana, con gli stessi diritti per tutti.

Una cultura politica della multiculturalità appare, quindi, come modello o progetto per eccellenza con il quale si può pretendere di realizzare, nel futuro, una convivenza sociale pacifica di persone provenienti dalle più diverse sfere culturali. La visione cristiana della fratellanza – «Non c’è più né giudeo né greco, non c’è più né schiavo né libero, non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo» (Gal 3,28) –, a nostro parere, potrebbe essere di aiuto per il superamento di ogni forma di discriminazione etnocentrica, senza distruggere le diverse identità culturali esistenti. Il concetto di fratellanza universale costituirebbe, quindi, il programma o progetto più totalizzante – la road map per eccellenza – per essere l’arbitro del modus vivendi tra nazioni o tra persone di culture e condizioni diverse; esso appare proprio come il lievito, l’energia trasformatrice e trasfigurante il mondo, soprattutto contro le ideologie egocentriche e discriminatorie, vere fonti di ingiustizia e di assenza di pace.

In altre parole, per arrivare alla convivenza sociale – quindi alla pace – oggi, in un contesto multiculturale e differenziato, l’adagio «Si vis pacem para bellum» (Se vuoi la pace prepara la guerra) risulta caduco, superato. La verità sembra questa: Se vuoi la pace, considera, rispetta e ama gli altri.
Don Joseph Ndoum