Lunedì 30 maggio 2016
Stiamo celebrando il Giubileo straordinario della Misericordia. L’Anno Santo indetto da Papa Francesco. Iniziato l’8 dicembre scorso si concluderà il 20 novembre 2016. In questo contesto, P. Carmelo Casile, comboniano, ha scritto una riflessione sulla “Misericordia di Dio e la Gloria di Dio”. Si tratta di una visione di sintesi sul tema della Misericordia, che termina con un invito alla contemplazione dei misteri della vita di Gesù, per arrivare a guardare il mondo con il suo stesso sguardo. Così continuiamo a evangelizzare il nostro mondo interiore, fatto di affetti, pensieri e desideri, e impariamo a essere attenti all’altro con il cuore e non tanto per via di ragionamenti e deduzioni, avendo come “la sua origine e il suo modello nell’amore salvifico del Buon Pastore, che offrì la sua vita sulla croce per l’umanità” (Cfr. Regola di Vita, n° 3). La contemplazione ha il potere di renderci “persone discrete”, persone abituate a leggere gli avvenimenti “al puro raggio della Fede”, come era solito fare san Daniele Comboni (Scritti, 2742).

La Misericordia di Dio e il suo seguito di provocatori:
la Gloria di Dio, la sua collera, la sua gelosia

«L’umanità può essere salvata solo da uomini che rifiutano la forza, proclamano con l'attenzione al prossimo, con la compassione verso lo sventurato, che è possibile opporre alla forza una forza più grande, la forza dell’amore. Questi esseri compassionevoli, per i quali gli uomini esistono davvero, provocano la discesa di Dio, perché il bene che è in Dio, che è Dio, può solo scendere e manifestarsi per loro tramite. Infatti Dio sarebbe assente dal mondo, se non ci fossero quelli in cui vive il suo amore. Essi devono dunque essere presenti al mondo attraverso la misericordia. La loro misericordia è la presenza di Dio quaggiù» (Simone Weil).

La comprensione della misericordia di Dio è il risultato della combinazione di un insieme di altri attributi divini, che a prima vista per noi risultano contrastanti. Fissiamo la nostra attenzione in modo particolare su tre di essi, che sono particolarmente vicini l’uno all’altro: la gloria di Dio, la sua collera, la sua gelosia. Non è facile, infatti, per noi conciliare la misericordia in Dio con la sua gloria o potenza, con la sua collera o ira, che è collegata con la sua gelosia. Dalla difficoltà di conciliare con la misericordia questi attributi e altri come la santità, la giustizia, la fedeltà di Dio ecc., risulta in noi un’immagine della misericordia di Dio carica di tensione.

Anche se l’esperienza di Dio in quanto esperienza del divino è sempre possibile, tuttavia esiste la possibilità del pericolo che essa si realizzi in un’interpretazione soggettiva deformata rispetto alla luce della Rivelazione biblica dell’Antico e Nuovo Testamento. Per tanto un’autentica esperienza della misericordia di Dio ha bisogno di un continuo confronto e purificazione, che possiamo ottenere con la lettura meditata della Parola di Dio, soprattutto del Nuovo Testamento, mettendoci in profonda sintonia con il grande corpo di Cristo che è la Chiesa, vivendo con essa, ascoltando in essa le pulsazioni che scandisce la sua vita liturgica, nei suoi insegnamenti, nei suoi sacramenti, nella sua costante attenzione al Mistero di Dio celebrato, che ci coinvolge nella sua presenza operatrice di salvezza in mezzo agli uomini.

1. La gloria di Dio è la sua potenza al servizio del suo amore

Il potere – solo il potere – è morte; l’amore è vita. Se però allacciamo in un medesimo accordo potere e amore, non vi saranno radici marcescenti che non si sanino, né ossa calcinate che non si rivestano in primavera, né burroni che non si popolino di cipressi, né morte che non si trasformi in festa.

Tu, Dio santo e pieno di amore, sei nello stesso tempo potere e amore. Nulla ti sfugge, Tu puoi tutto. Il Tuo amore senza condizioni raggiunge di preferenza creature fragili come sono io. Solo il tuo amore può guarirmi e redimermi, Amen (Ignacio Larrañaga).

Quando si parla di gloria, si pensa a una situazione in cui si è ammirati e lodati dagli altri. Una persona che aspira alla gloria è avida di lode e di adulazione, diviene facilmente superba, vanitosa e ambiziosa, si isola e cerca il dominio sugli altri: è una persona spiccatamente autoreferenziale, egolatrica. Questa concezione della gloria è una aberrazione umana, è una tirannia che produce sofferenza e morte e non ha niente in comune  con la gloria vera che è quella di Dio e che viene rivelata in modo definitivo da e in Gesù.

Gesù, infatti, da un lato si proclama uguale al Padre (Gv 10,30; 14,9-11), dall’altro chiama gli uomini suoi amici e ripudia esplicitamente il termine “servi” (cfr Gv 15,14-15). Per Gesù la gloria è essere il cibo e la gioia degli altri… L’unione del pane (= cibo) e del vino (= gioia) nell’Eucaristia sono realtà-simbolo della grande gloria di Dio dilagante all’infinito dalla mensa dell’Eucaristia nel «gustate e vedete quanto è buono il Signore (Sal 34,9). Per Gesù la gloria si consuma nella Crocifissione. La Crocifissione, infatti, è una dichiarazione di amore e nello stesso tempo l’atto supremo di amore di Gesù verso gli uomini.

A cuore e braccia aperti egli dice con il dono della vita: «Io vi amo e vi invito a venire tra le mie braccia e dentro il mio cuore aperto sanguinosamente a prezzo di morte tormentosa». La dichiarazione è totalitaria e infinita: «Nessuno ama più di colui che dà la propria vita per l’essere amato» (Gv 15,13).

La risposta che Gesù si aspetta è anch’essa totalitaria «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Con questo gesto supremo di amore Gesù crea anche un’equazione: Io = Dio; Io sono uguale a Dio in Cristo Gesù: «Riconosci che sei divenuto figlio di Dio, coerede di Cristo e, per dirla con una frase ardita, sei lo stesso Dio!» [S. Gregorio Nazianzeno, Ufficio delle letture, Lunedì, I Sett. Quaresima].

Questa è la gloria di Dio! Dio, infatti, in Cristo pone se stesso come prezzo per il riscatto della persona umana, viene macinato sotto la forza del dolore e della morte per essere pane e vino, cibo e gioia di ogni persona. Per tanto, la gloria vera è godere di essere goduti dagli altri. La nostra gloria è che gli altri si cibino di noi in modo inesauribile e noi si goda di essere il loro cibo, la loro vita, il loro bene, la loro esultanza, dimenticando noi stessi, in un’intima fusione di tutti nel Dio della gloria, cioè nel Dio della vita. San Paolo, esaltando l’amore, mette in risalto il concetto di gloria dicendo che l’ideale della vita dell’uomo è « sforzarsi di piacere a tutti in tutto» (cfr. 1Cor 10,33, cioè, divenire per tutti gli altri tutte le cose di cui essi hanno bisogno!

La gloria intesa in modo evangelico ci permette di superare un concetto di Dio distanziato, a volte inquinato di terrore e di tirannia, e così approdare all’altra sponda, dove ci attende Gesù per lanciarci tra le braccia di Dio, bontà infinita.

La Liturgia ci fa assaporare questa gloria di Dio. Il versetto del «Gloria a Dio», che dice «Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam», è un versetto di una esattezza meravigliosa su ciò che è la gloria di Dio, che raggiunge il suo vertice nella persona di Gesù, che la vive e la proclama dal momento del suo concepimento nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo e dalla culla di Betlemme alla cima del monte Calvario, sul quale come mansueto Agnello, “mosso da Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9,14).

La Chiesa canta la sua gioia e la sua gratitudine per la gloria di Dio. E questa gloria che è immensa, è il chinarsi di Dio sulla nostra fragilità, per farci partecipi della sua stessa gloria, che consiste nel comunicarci la sua stessa premura nel farci cibo e felicità degli altri, di tutti gli altri; nell’essere amati da tutti perché si è fonte di gioia per tutti. Glorificare vuol dire esaltare la bontà, il peso sociale di una persona, per confermarle che la sua bontà è efficace ed è gradita, per cui la si ringrazia. Per tanto, «Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa», significa ti ringraziamo per tutti i tuoi doni, sparsi nel giardino della Terra e nel giardino dell’Universo; ma soprattutto perché è apparsa la tua Grazia, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (cfr. Tito 2,11).

La glorificazione ed esaltazione diviene divulgazione, cioè un invito a tutti a venire e gustare i doni e la grazia del Glorificato. La gloria di Dio si manifesta ancora nell’assumere su di sé i nostri peccati: «Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi» (cfr. Gv 1,29.36).

Con il peccato costringiamo la bontà divina, che vuole il bene di tutti, ad essere cooperatrice delle nostre cattiverie con esseri umani; con il peccato sfiguriamo l’immagine divina impressa in noi e in ciascun essere umano. Quando siamo coscienti dei nostri peccati e ne siamo pentiti, la gloria di Dio si manifesta nel fatto che, mediante Gesù Cristo, Dio si rende unico responsabile dei nostri peccati e con ciò toglie i peccati del mondo. «Va’, non peccare più» (Gv 8,11), disse Gesù all’adultera. E già attraverso i profeti Dio aveva annunciato: «Io prenderò le tue iniquità, ne farò un fascio e le getterò nel più profondo abisso del mare e non me ne ricorderò più» (cfr. Ger 31,34; Is 53,11-12; Mi 7,20).

Abisso di iniquità contro il proprio simile. E abisso di bontà e misericordia l’atto con cui Dio in Cristo Gesù assume su di sé tutta la responsabilità di chi è pentito dei suoi peccati. Colui che cammina sopra la via lattea guardò questo mondo, e non vide altra cosa che pietre, ortiche e rovi. Ma allora una tempesta frustò le coste marine del Padre: era la compassione. In seguito un forte vento colpì le sue porte: era la misericordia. Finalmente una brezza soave si mosse nel suo cuore: era la tenerezza. Allora il Padre decise di inviare suo figlio, l’unigenito, non per condannare, ma per salvare il mondo.

O mio Dio, malgrado la Tua immensità e la Tua eternità, la legge che vige nel Tuo cuore è la compassione. E la tenerezza è la musica che fa vibrare la Tue corde. Fa che io non cessi di sentire in ogni istante queste corde, Amen (Ignacio Larrañaga).

2. La Gloria di Dio è la sua misericordia

“Dio non spreca la sua eternità in vendette, non spreca la sua onnipotenza in castighi, e non dobbiamo appiattirlo sul nostro moralismo. […] Dio è compassione, futuro, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, che porta luce e gioia, amore che fa ripartire la vita, luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce” (Ermes Maria Ronchi).

L’espressione «la gloria di Jahavè» designa Dio stesso in quanto si rivela nella sua maestà, nella sua potenza, nello splendore della sua santità, nel dinamismo del suo essere. Il Dio dell’Alleanza pone la sua gloria nel salvare e nel risollevare il suo popolo; la gloria di Dio é la manifestazione della sua potenza al servizio della sua misericordia, fatta di tenera compassione, di amore paterno e materno, di fedeltà all’Alleanza, di ascolto dei gemiti del suo popolo.

La gloria di Dio è un fuoco divoratore; santità che mette a nudo l’immondezza della sua creatura, il suo nulla, la sua fragilità radicale. Tuttavia il suo trionfo non consiste nel distruggere, ma nel purificare e nel rigenerare e vuole invadere tutta la terra per risplendere su una comunità rinnovata dallo Spirito (cfr. Ez 11,22s; 36,23ss; 39, 21-29).

Su questo sfondo luminoso si distacca la figura «senza bellezza, senza splendore» (Is 52,14) del Servo di Jahavè, che ha l’incarico di far splendere la gloria divina fino alle estremità della terra: «Tu sei il mio servo, in te io rivelerò la mia gloria» (Is 49, 3).

Nel Nuovo Testamento la gloria di Dio si rivela essenzialmente legata alla persona di Gesù. La gloria di Dio è tutta presente in Lui. Figlio di Dio, Egli è «lo splendore della sua gloria, l’immagine della sua sostanza » (Eb 1,3); da Lui irradia sugli uomini (3,18). Egli è «il Signore della gloria» (1Cor 2,8).

La manifestazione completa della gloria divina di Gesù avrà luogo nella parusia.

Ma con la risurrezione e l’ascensione Gesù è già «entrato» (Lc 24,26) nella gloria divina che il Padre, nel suo amore, gli ha «dato prima della creazione del mondo (Gv 17,24) e che gli appartiene come Figlio alla pari del Padre.

Questa gloria come «la gloria di Jahavé» nell’Antico Testamento, è sfera di punta trascendente di santità, di luce, di potenza, di vita.

La gloria di Cristo risorto a volte abbaglia come la luce di una nuova creazione, ma sempre accompagna come presenza discreta ed efficace il pellegrinare dell’umanità verso la verità che la farà libera e la vita che la riempie di gioia.

Tuttavia la gloria di Dio non si manifesta soltanto nella risurrezione, ma nella vita, nel mistero e nella morte di Gesù. Anzi questa manifestazione è il cammino «necessario» verso la gloria della risurrezione di Gesù; è il cammino che ci rivela il vero volto del Signore Gesù nella sua gloria e che facendoci sperimentare in modo singolare il mistero della vita che nasce dalla morte, ci rende partecipi della gloria di Dio che è la sua misericordia.

Dio non è partecipe della nostra impazienza, dei nostri timori né dei nostri impulsi di punizione. È giunta l’ora in cui il silenzio prenderà il posto del grido, e la tenerezza della minaccia, e la misericordia della giustizia.

Gesù di Nazaret, mite e paziente; io vivo pieno di impazienza e di timori. Dammi Tu un cuore dolce e umile; fammi comprendere che la tenerezza guarisce più del castigo, Amen (Ignacio Larrañaga).

3. La Misericordia di Dio è per tutti

Ancora la misericordia! Sia sempre benvenuta! Da sempre non c’è parola più adatta per definire Dio; essa esprime mirabilmente gli aspetti fondamentali del volto divino. E’ inoltre figlia prediletta dell’amore e sorella della sapienza; nasce e vive tra perdono e tenerezza.

Oh Dio della misericordia, io so che il Tuo cuore racchiude tutta la tenerezza e tutta la dolcezza. Il mio cuore ha fame della Tua tenerezza. Avvolgimi sempre con il manto della Tua misericordia, Amen” (Ignacio Larrañaga).

Di fronte alla disubbidienza di Adamo ed Eva Dio reagisce con la misericordia. Da allora, il tempo presente, cioè il tempo della vita in questo mondo terrestre, è tempo di misericordia per tutti. Dopo il peccato Adamo ed Eva non si presentano all’abituale incontro di amicizia e di grazia con Dio, all’ora della brezza vespertina, quando Jahavé passeggiava per il giardino. Dio si preoccupa per questa assenza e va in cerca dei due; Dio cerca sempre l’uomo: “Adamo, dove sei?” (Gn 3,8-9).

Nonostante che le conseguenze del peccato dell’uomo sono incalcolabili, a tal punto che si sconvolge l’armonia iniziale della creazione e l’uomo soccombe sotto il peso del peccato, Dio rimane amante della vita e concepisce un disegno di salvezza redentrice in favore dell’umanità decaduta: Sap 11,23-26.

In effetti, dopo che il peccato ha fatto la sua entrata nel mondo, Dio non condanna Adamo ed Eva ad una morte immediata (Gn 2,17 e 3,3), ma annuncia loro la totale vittoria sul male: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3,15). Così dice Dio al serpente.

Nel frattempo, a Adamo ed Eva, essendo rimasti fragili e indifesi, coperti solo con foglie di fico (Gn 3,7), Dio stesso, il Padre di ogni creatura, confeziona per loro tuniche di pelle e li veste (Gn 3,21).

Con il peccato il primitivo disegno di Dio venne ridotto in frantumi. Tuttavia, il peccato non marcò la perdizione “radicale” dell’uomo, perché sulle rovine prodotte dalla disobbedienza umana, Dio continuò ad effondere il suo soffio vitale e creatore, rivestito adesso di misericordia (Gn 3,9-10).

Invitando la prima coppia a portare avanti, nella sofferenza e nella speranza, la loro funzione familiare (Gn 3,16) e sottolineando l’intervento dell’uomo sulla terra (Gn 3,17-19), Dio rilancia verso nuovi orizzonti la sua creatura, orientandola verso un Redentore, che è Cristo Gesù (Gn 3,14-15; Gv 1,3). Dopo il peccato, l’originario disegno di Dio si riveste di una caratteristica peculiare: la salvezza, cioè la realizzazione della vita umana mediante l’amicizia con Dio, si converte in chiamata redentrice, che si compirà in pienezza per mezzo di Cristo Gesù.

In questa dinamica redentrice, lo stesso castigo, espresso con i termini di collera o ira, è sempre strumento e manifestazione della misericordia di Dio.

Nella concezione biblica Jahavé è un Dio morale che non è indifferente rispetto al bene e al male, al vero e al falso, al giusto e all’ingiusto. In tale luce la collera si rivela paradossalmente l’altro volto dell’amore che tutela le vittime e i miseri.

Nella Bibbia, infatti, “collera” e “ira” mai sono in Dio un momento che si alterna con misericordia, longanimità e perdono, mai si rivestono di un qualche carattere di “giustizia vendicativa”; al contrario, sono sempre e solo la conseguenza necessaria e inevitabile del fatto che Dio è unicamente Amore, Misericordia, Perdono, Fedeltà, Salvezza. La giustizia di Dio è così diversa da quella umana che non conosce in se stessa due tempi, premio e castigo, ma unicamente fedeltà alle sue promesse e perdono inesauribile. Collera, ira, giustizia di Dio significano soltanto che egli non può tollerare per nessun motivo il male che l’uomo provoca all’interno del suo progetto divino, e che il giudizio rimane un Decreto irrevocabile di misericordia e di grazia, nel quale si manifesta il fatto che Dio combatte il male fino al punto in cui un Dio, il vero Dio, deponga le sue vesti, lavi i piedi, si faccia tradire e rinnegare dai propri amici, consegni la propria vita, (cf. Gv 13,1-38; Lc 22,14-34) e versi fino all’ultima goccia di sangue, del suo stesso sangue (Gv 19,32-34): «Colui (Cristo) che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2Co5,21; cfr. Gal 3,13). «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (2Pt 2,24). «Il sangue di Cristo - il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purifica la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente» (cfr. Eb 9,14).

Il concetto di collera o ira è collegato con quello di gelosia. La gelosia in Dio significa che egli è tenacemente legato alla sua creatura, è espressione dell’amore totale ed esclusivo che Dio ha nei confronti del suo popolo: «Il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso» (Es 34,14). Dio è geloso, cioè ama la sua creatura e il suo popolo con amore appassionato ma anche severo ed esigente; perciò proibisce ogni amore eccetto il suo, fino al punto che devono pensare che stanno commettendo “adulterio spirituale” coloro che porranno o avranno in altra parte il loro amore, sia che si tratti di cose, parenti, o anche di amor proprio ….

Questa gelosia di Dio acquista un rilievo eccezionale all’interno della Storia di Israele, che è il Popolo che il Signore si scelto, per manifestare la sua gloria, che consiste nella sua presenza operatrice di salvezza in mezzo agli uomini.

Questo aspetto caratterizza ulteriormente il significato della gelosia divina, quando Dio costata che il popolo che doveva irradiare la sua gloria, in realtà la tiene nascosta. Il Libro di Giona accentua con chiarezza queste verità, che dimenticavano quelli del suo tempo. È uno libretto che narra la storia di un profeta disobbediente, che dapprima vuole sottrarsi alla sua missione e che poi si lamenta con Dio dell’esito positivo della sua predicazione. L’insieme del racconto ci suggerisce di situare la composizione dopo l’esilio, durante il secolo V, e costituisce uno scritto didattico, il cui insegnamento segnala una delle vette dell’Antico Testamento.

Superando una interpretazione stretta delle profezie, afferma che le minacce, anche le più drastiche, sono espressione di una volontà misericordiosa di Dio, che aspetta soltanto un segno di pentimento per concedere il suo perdono; rompendo il particolarismo in cui si vedeva tentata a chiudersi la comunità postesilica, predica un universalismo straordinariamente aperto. In effetti, questa graziosa narrazione critica non gli idolatri o gli empi, ma gli stessi pii giudei che, chiusi nel loro nazionalismo, dimenticano facilmente che Dio è il Dio e Padre di tutti gli uomini.

Giona si rifiuta di obbedire alla chiamata del Signore: possibilmente perché non si sente responsabile della salvezza di questi infelici Niniviti. Sta dormendo, mentre i marinai cercano di salvare la nave (la qual cosa non è opera religiosa, ma interessa anche il pio Giona). Gioisce nel pensare al castigo di Dio che sta per cadere sui pagani di Ninive. Si lamenta della misericordia di Jahavé verso i Niniviti, perché la sua riputazione ne va a soffrire.

Ma Dio governa il mondo con una visione ampia e generosa. Essendo il Creatore di tutti, si sente responsabile di tutti e vuole salvare uomini e animali, senza guardare la razza o la religione. Giona, invece, rappresenta i pii fedeli che, anche se conoscono Dio, conservano uno spirito meschino e rancoroso,  e calunniano il bene che fanno gli uomini senza religione, perché hanno paura che la gente faccia un confronto sfavorevole per i credenti.

In questa storia tutti i personaggi sono simpatici: i marinai pagani del naufragio, il re, gli abitanti e perfino gli animali di Ninive; tutti, eccetto Giona! Dio è misericordioso con tutti ed è indulgente perfino con il suo profeta ribelle! L’esempio della sottomissione e del pentimento sincero lo dà a Israele il suo peggiore nemico!

Dio, con la sua pazienza eterna, ottiene molto di più di voi con i vostri scatti d’ira. In fondo si tratta di un tremendo equivoco; vogliamo far andare la macchina di furia, dicendo: “Strappiamo il male fingendo i mali.” In fondo si tratta di una sola cosa: incapacità di amare…

Dio, Padre; voglio pensare che un poco di pazienza ha più potere della correzione, e che la tolleranza e la comprensione possono redimere più di un castigo. Dammi la capacità di amare senza misura, Amen (Ignacio Larrañaga).

La dinamica di misericordia-gelosia, che si realizza nella presenza di Dio operosa di salvezza in mezzo agli uomini, si rivelerà in pienezza nella vita di Gesù, dal primo annuncio degli Angeli (Lc 2,14) al riconoscimento del centurione che, vedendolo morire in quel modo (Mc 15,39), glorificava Dio (Lc 23,47).

In effetti, Gesù manifestò la preoccupazione divina, affinché nessuno si perda. In “Gesù-Visita misericordiosa e festosa di Dio agli uomini”, riceve significato e raggiunge il suo culmine la gelosia divina: «Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo» (Gl 2,18). Gesù, Buon Pastore, va in cerca dei figli dispersi di Dio (Gv 11,52) per il peccato nella Babele del mondo:

  1. È l’amico dei pubblicani  e dei peccatori: Mt 18,12-14; Lc 15,8-10);
  2. va in cerca del peccatore: Mc 2,13-15; Gv 4;
  3. riabilita il peccatore:
  • Pietro: Mt 26,57-58.69-75 >> Gv 21,15-22;
  • Paolo: At 7,54-8,1-3 >> 9, 1-16;
  • Zaccheo: Lc 19,1-18;
  • cercò e riabilitò tante volte ognuno di noi: Sl 103/102

Non si udranno grida nel vento, né clamori nelle piazze. Passerà per le strade al suono di una musica silenziosa. Non calpesterà la canna caduta, né spegnerà il lumicino morente della lampada. È stato inviato per versare balsamo sulle ferite, consolare i disperati, liberare i prigionieri, trasformare il lutto in abiti di festa e fare dei poveri una stirpe d’alto lignaggio.

Oh Gesù, passasti per questo mondo pieno di dolcezza e mansuetudine. Non condannasti nessuno. Portasti speranza dove c’era disperazione. Spargi sopra le ferite del mio cuore balsamo e olio, cosicché io sperimenti in questo giorno la tenerezza e la misericordia del tuo amore. Amen” (Ignacio Larrañaga).

4. Chiamati a guardare il mondo con lo stesso sguardo di Gesù

Il frutto dell’esperienza della Divina Misericordia nei suoi vari attributi, è arrivare a guardare il mondo con gli occhi di Dio, che è Misericordia. Questo sguardo dovrebbe costituire il sogno di ogni cristiano.

Evidentemente a noi non è possibile conoscere direttamente lo sguardo misericordioso del Padre, ma ne abbiamo il riflesso fedele nella persona di Gesù, che è “Visita misericordiosa e festosa di Dio agli uomini” e perciò afferma: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9).

Lo sguardo di Gesù sui suoi contemporanei, come lo possiamo indovinare dai Vangeli, ci rivela lo sguardo del Padre stesso sull'umanità. I Vangeli, infatti, sono molto attenti a mettere in risalto lo sguardo di Gesù e il modo particolarmente toccante di posarsi sulle persone.

In primo luogo è da sottolineare la qualità eccezionale dello sguardo di Gesù. Noi non abbiamo mai incontrato Gesù in carne e ossa e quindi non abbiamo direttamente l'esperienza del suo sguardo, ma nel modo con cui ne parlano, i Vangeli ce ne danno un'idea e la loro testimonianza fa pensare che questo sguardo avesse qualcosa di molto particolare. Esso sconvolgeva per la sua benevolenza poiché raggiungeva la persona nel suo intimo più profondo, là dove si trovano le ferite più profonde, ma anche la sua capacità di amare e di crescere. Pensiamo, per esempio, a ciò che si dice in Luca dell'incontro di Gesù con Pietro, dopo il suo rinnegamento: «Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". E uscito, pianse amaramente» (Lc 22,61-62). Luca non offre dei dettagli su questa scena, ma ciò basta per farci prendere coscienza di quello che è avvenuto. Nello sguardo di Gesù, non c'era certamente nessuna condanna, e senza dubbio nemmeno alcun atteggiamento di rimprovero, ma di tristezza, più ancora per Pietro che per quello che aveva fatto. In questo sguardo di amore ferito, Pietro si sentì toccato nel più intimo di se stesso, sia nella sua viltà ma anche nelle sue potenzialità d'amore che Gesù desiderava ardentemente risvegliare. È così che uscì dal cortile della casa del sommo sacerdote piangendo la sua viltà, ma senza tuttavia lasciarsi andare alla disperazione poiché aveva scoperto nello sguardo di Cristo un invito a esprimere ciò che aveva di meglio. In questo sguardo di Gesù, egli era stato toccato nella sua povertà ma più ancora nella sua ricchezza poiché, anche in queste circostanze così drammatiche, lo sguardo di Gesù era pieno di benevolenza, gli "voleva bene".

Il Signore, andando diritto per la sua strada verso la croce, si è voltato verso Pietro, per ricordare a lui e a tutti noi che nessuno, anche quando la paura o il compromesso ci fa nascondere prima a noi stessi che a Lui, resta escluso dallo sguardo di Gesù. Solo così si può avere il coraggio di passare a vita nuova.

Considerando insieme questo sguardo di Gesù a Pietro con quello rivolto a Matteo (Mt 9,9-28) e al giovane ricco (Mt 19,16-22) al momento della loro chiamata, possiamo affermare che la chiamata può essere ascoltata solo dentro uno sguardo, o meglio nasce da un lasciarsi guardare e amare.

Altri cenni evangelici dello sguardo di Gesù aiutano a scoprire delle sfumature complementari. Pensiamo all'incontro di Gesù con il giovane ricco. In Mc 10,21, dopo che il giovane ha detto a Gesù di avere osservato i comandamenti fin dalla sua giovinezza, Gesù fissatolo, lo amò: ritroviamo qui la benevolenza. Poi gli disse: "una cosa sola ti manca, va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi".

Questo sguardo di amore benevolo rivolto all'altro che lo raggiunge nella sua parte migliore è dunque anche uno sguardo esigente che, proprio perché egli ama, invita l'altro ad andare oltre nel dispiegamento delle sue potenzialità a servizio dell'amore. Quello che fai è già molto buono. Ma puoi fare ancora meglio.

Questa esigenza di amore che Gesù aveva verso i suoi contemporanei ha potuto a volte condurlo a interpellarli, e perfino a scuoterli, con delle parole che possono sembrarci molto dure. Pensiamo a quel passo del Vangelo di Marco (Mc 3,5) in cui Gesù si lascia rimproverare dai farisei per avere guarito un uomo dalla mano paralizzata in giorno di sabato. Marco ci parla esplicitamente dello sguardo "di collera" che Gesù rivolge ai suoi interlocutori "rattristato per la durezza dei loro cuori". Questo sguardo di collera, deve essere ben compreso. È perché ama il suo interlocutore che Gesù va in collera. Egli si sente desolato di vederlo chiuso in un atteggiamento legalista che gli impedisce di esprimere le sue potenzialità di amore a servizio del suo prossimo. Questo vale in particolare di fronte ai farisei. Gesù ha usato parole estremamente dure nei loro riguardi, per esempio nel capitolo 23 di Matteo, in cui li definisce ipocriti, insensati, guide cieche, ecc. In genere noi deduciamo che Gesù e i farisei fossero dei nemici. Ma gli esegeti ci dicono oggi che, al contrario, Gesù era particolarmente vicino ai farisei e che proprio per questa ragione era così duro con loro. Su molti punti i farisei erano vicini al Regno. Gesù li amava molto, ed è perché li amava che era più esigente con loro, e tanto più desolato, ossia in collera, quando li vedeva sbandare, sprecare le ricchezze di amore che erano le loro. Non c'è quindi contraddizione tra la benevolenza fondamentale dello sguardo di Gesù sui suoi contemporanei e l'esigenza contenuta in questo stesso sguardo. Si tratta sempre di aiutare l'altro a esprimere la parte migliore presente in lui.

Una terza caratteristica dello sguardo di Gesù che possiamo sottolineare è che questo sguardo andava oltre le apparenze umane ed era particolarmente attento ai più piccoli, a coloro che noi abbiamo la tendenza di non vedere, perché non si mettono in evidenza, sono emarginati, non appartengono alla cerchia ristretta di coloro che contano. Lo vediamo molto bene in Mc 12,41-44 quando Gesù davanti alla cassetta delle elemosine del tempio osserva la gente che metteva delle monete. Anziché lasciarsi impressionare dai ricchi che offrivano somme cospicue, egli attira lo sguardo sulla povera vedova che avrebbe dovuto passare inosservata fra tutte quelle persone importanti. Il suo sguardo va oltre le apparenze e riconosce nei pochi spiccioli deposti con discrezione un gesto più significativo di quello dei ricchi. In apparenza, la vedova non ha dato granché. In realtà per chi sa guardare al di là delle apparenze, essa ha dato più degli altri.

La grande sfida per il cristiano è lasciasi toccare da questo sguardo fino a divenire riflesso della figura del Cuore di Gesù e a guadare il mondo con i suoi stessi occhi.

4.1. Arriviamo a guardare il mondo con gli occhi di Gesù mediante la contemplazione dei Misteri della sua vita

Anzitutto è importante ricordare che la contemplazione non è un processo automatico, che possiamo mettere in movimento quando noi vogliamo, ma è un dono da chiedere umilmente al Signore fin dall'inizio della preghiera.

La condizione migliore per ricavare frutto dalla contemplazione è di entrare nella preghiera non come turisti ma come amanti, cioè come persone che desiderano conoscere sempre più intimamente il Signore Gesù, il suo Cuore Trafitto di Buon Pastore, per amarlo e seguirlo nelle sue vie. Se entriamo con tutto il nostro essere (corpo, anima e spirito) nelle scene del Vangelo, lo Spirito Santo ci plasma progressivamente ad immagine del Figlio, comunicandoci gli stessi sentimenti di Gesù: cf. Rom 8,29; Fil 2,6-11.

I nostri schemi e ragionamenti si lasciano convertire poco alla volta e allo stesso tempo impariamo a lasciarci misurare e guidare dalla parola di Dio e dalla sua logica. Le nostre reazioni istintive e spontanee si aprono ad una nuova spontaneità più matura e più evangelica. Papa Francesco sottolinea che “entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione” (Veglia Pasquale 2015).

La contemplazione, infatti, è evangelizzare il nostro mondo interiore, fatto di affetti, pensieri e desideri, e ci insegna a vedere le persone dentro, nella loro interiorità profonda, perché ci abitua ad essere attenti all'altro con il cuore e non tanto per via di ragionamenti e deduzioni. La contemplazione ha il potere di renderci persone "discrete", persone abituate a leggere gli avvenimenti "al puro raggio della fede", come era solito fare san Daniele Comboni. La contemplazione di un mistero della vita di Gesù si attua facendosi presenti nella scena raccontata (per es.: il colpo di lancia che trafigge il costato di Gesù morto sulla Croce: Gv 19,21-37) con la finalità di:

  1. Cercare il messaggio di quel mistero;
  2. assumere un atteggiamento personale, affettivo (d’ammirazione, ringraziamento, pentimento, supplica, disponibilità, solidarietà, ecc.) di fronte al messaggio che si sta ricevendo.

Il coinvolgimento affettivo al messaggio del fatto contemplato è l'aspetto più importante, perché così si capisce vitalmente il fatto o la parola, che è oggetto della contemplazione, si arriva a sintonizzarsi con la mentalità e i sentimenti di Gesù, si esperimenta la gioia di vivere Cristo o di essere vissuti da Lui nelle situazioni concrete della vita, facendolo storia nella propria vita.

La preghiera che segue di P. Ignacio Larrañaga ci mostra dove porta l’esercizio di una assidua e appassionata contemplazione dei misteri della vita di Gesù. In effetti la mèta finale di ogni orazione è la trasformazione dell’uomo in Gesù Cristo, altrimenti si riduce in una pura evasione alienante. È pure vero che alla mèta perfetta non si arriverà mai, ma la vita cristiana deve essere un processo di trasfigurazione, un cambiamento da un “immagine” ad un’altra.

«Siamo pietre rozze che il Padre ha estratto dalla cava di pietre della vita; sopra queste pietre lo Spirito Santo scolpisce l’immagine abbagliante del Signore Gesù. Tutta la vita con Dio è volta a questo scopo e questo la giustifica: riprodurre il più fedelmente possibile in noi i sentimenti, atteggiamenti, reazioni, riflessi mentali e vitali, insomma la condotta di Gesù» (Ignacio Larrañaga, Mostrami il tuo volto, Ed Paoline, 13a Edizione 2004, 382).

ALLA LUCE DELLA TUA FIGURA

Signore Gesù Cristo,
che la tua presenza inondi completamente
il mio essere,
e la tua immagine si marchi a fuoco
nelle mie viscere,
perché io possa camminare
alla luce della tua figura,
e pensare come Tu pensavi,
sentire come Tu sentivi,
agire come Tu agivi,
parlare come Tu parlavi,
sognare come Tu sognavi,
ed amare come Tu amavi.
Possa io, al pari di Te,
non occuparmi di me stesso
per preoccuparmi degli altri;
essere insensibile per me
e sensibile per gli altri;
sacrificare me stesso,
ed essere nello stesso tempo
incoraggiamento e speranza per gli altri.
Possa io essere, al pari di Te,
sensibile e misericordioso;
paziente, mite e umile;
sincero e verace.
I tuoi prediletti, i poveri,
siano i miei prediletti;
i tuoi obbiettivi, i miei obbiettivi.
Quelli che vedono me, vedano Te.
E arrivi io ad essere una trasparenza
del tuo Essere, del tuo Amore.
Amen.