La parabola dei vignaioli
Don Joseph Ndoum

 

Beati i “no” che diventano sì

Ezechiele 18,25-28; Salmo 24/25; Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32

La parola di Dio di questa domenica è dominata dalla parabola dei due figli che viene proposta nel vangelo. Di fronte all’invito del padre di andare a lavorare nella vigna, il primo figlio a parole aderisce all’ordine del padre, ma non con i fatti, perché non va a lavorare nella vigna. Il secondo invece non accoglie in un primo momento l’invito del padre, ma poi, pentitosi, ci andò. La domanda finale di Gesù è questa: “Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. La risposta ovvia degli interlocutori (Dicono: “L’ultimo”) prepara la dichiarazione finale di Gesù: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”.

Il vangelo non vuole esaltare i peccatori e disprezzare i devoti, ma vuole invece insegnarci che le buone intenzioni non bastano, se non sono seguite dai fatti: non basta dire di sì all’esterno alla volontà di Dio, e poi non compierla. Gesù giunge allora a dire che i peccatori con la loro fede e pentimento, sono capaci di precedere nel regno di Dio quelli che si ritengono “giusti”. Egli infatti afferma che il regno di Dio è misericordia e perdono, perciò i peccatori ne sono i primi destinatari. Si tratta anche della sorprendente vicinanza di Dio, che offre sempre la possibilità di ripensare le proprie scelte e di cambiare vita. Malgrado i nostri “no”, il Signore non ci rifiuta.

Il testo del profeta Ezechiele, nella prima lettura, insiste da sua parte sulla responsabilità personale nelle azioni. Con la propria libertà l’uomo compie azioni malvagie o azioni buone, ed è in base a questa libertà che egli viene o condannato o fatto vivere. Il capitolo 18 di Ezechiele, da cui è tratta la prima lettura, è uno dei più importanti di tutto il libro, perché in esso la teologia dell’Antico Testamento fa un notevole passo in avanti, maturando il concetto di responsabilità personale, fino ad allora non sufficientemente considerato. Se è vero che esiste una solidarietà, nel bene e nel male, che lega tutti i membri del popolo santo di Dio, va pero primariamente annunciata la responsabilità personale: ognuno innanzi a Dio è padrone del proprio destino. La conversione personale rompe il legame con il peccato e il mondo del peccato, ed ottiene dal Signore il perdono.

Nel capitolo 21, da cui è tratto il vangelo di questa domenica, Matteo sottolinea attraverso tre parabole il costante rifiuto dell’offerta di salvezza da parte dei capi di Israele: la parabola dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze. Ciò che emerge dall’insieme, è il rifiuto, pur cambiando l’identità degli inviati (profeti dell’Antico Testamento, Giovanni Battista o evangelizzatori cristiani). Tutti questi messaggeri del regno di Dio patiscono lo stesso destino di rifiuto. Tutta questa vicenda assume i tratti di un processo contro soprattutto le guide autorevoli di Israele.

Nella parabola dei due figli, la non corrispondenza tra il dire e il fare è comune a entrambi i figli. Nessuno dei due figli può vantare un’ obbedienza perfetta, tra la parola e la prassi. Ciò non sembra determinante. La salvezza non risiede in questa perfetta coerenza o conformità, ma nella capacità di ricredersi, nel coraggio di mettersi in discussione. Si tratta della conversione o del pentimento, che risulta la sorgente ispiratrice della decisione finale. Al centro della proposta biblica di questa domenica vi è quindi la conversione profonda e radicale. Bisogna sempre riesaminare la nostra situazione di creature e figli, ed entrare con consapevolezza nel progetto di Dio, di farlo nostro. Così, possiamo fare molto meglio che i due figli della parabola.
Don Joseph Ndoum