La parabola dei vignaioli
Don Joseph Ndoum

Quando l'uomo delude Dio

Isaia 5,1-7; Salmo 79/80; Filippesi 4,6-9; Matteo 21,33-43

L’immagine della vigna come simbolo del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo è il filo conduttore della liturgia della parola di questa domenica. Nella prima lettura ci è offerto dal profeta Isaia un testo poetico noto come il “canto della vigna del Signore”, che già anticipa la parabola del vangelo. Il profeta si presenta come l’amico dello sposo, che ha un ruolo ufficiale nelle trattative del matrimonio, e propone agli abitanti di Gerusalemme una canzone di lamenti per un amore non corrisposto. Il canto si sviluppa in tre fase: la descrizione delle cure prodigate alla vigna e l’attesa delusa, la decisione di ridurre la vigna sterile in pascolo, e l’applicazione finale della parabola alla casa di Israele.

Infatti, Israele è stato oggetto di cure tutte particolari da parte di Dio. Ma la risposta all’elezione e alla grazia è stata quella dell’infedeltà e dell’inadempienza delle clausole di alleanza. Se il popolo di Dio viene poi esposto alle invasioni, distruzioni e deportazioni, questo non può essere imputato a Dio, ma alla conseguenza della sua violazione delle clausole di alleanza. La pazienza di Dio ha un limite, e alla fine c’è un giudizio. In modo paradossale egli si lamenta non perché desideri essere amato, ma perché si pratichi la giustizia, cioè che si ami un altro. Con la sua pedagogia di amore, Dio desidera che Israele rispetti ed ami il prossimo.

La parabola dei vignaioli omicidi nel brano evangelico mette l’accento sul “portare frutti”. La prima sequenza focalizza la figura del proprietario che, costruita con cura una vigna, parte affidandola a dei contadini; la seconda descrive i diversi tentativi di riscossione da parte del padrone, che manda imprudentemente anche il suo figlio. Lo scopo dell’invio dei servi è di raccogliere i frutti della vigna. L’insistenza del padrone nel suo intento è evidenziata nel suo triplice invio prima di alcuni servi, poi di altri più numerosi dei primi, e alla fine del proprio figlio. I vignaioli non si limitano a respingere i servi inviati, ma li maltrattano e li uccidono. L’ostinata speranza del padrone si scontra con l’ostinata malvagità dei contadini: egli è ostinato nelle proposte e nella pazienza, e loro ostinati nel rifiuto.

Il padrone mediante l’invio del proprio figlio nutre la speranza di ristabilire i rapporti con questi vignaioli ribelli (“Avranno rispetto di mio figlio”), ma essi prendono lo spunto da questa misura eccezionale per dare attuazione al loro progetto (“Costui né l’erede; venite uccidiamolo ed avremmo noi l’eredità”).

E’ facile identificare il padrone con Dio, la vigna con Israele, i vignaioli coi responsabili di Israele, i servi coi profeti, e il figlio con Gesù. Infatti, in questa parabola si rispecchia la storia del rifiuto e della condanna a morte di Gesù da parte dei destinatari immediati della sua missione. A motivo degli uomini e per la nostra salvezza, Dio ha esaurito tutte le risorse e possibilità. L ‘ultimo tesoro da rischiare è stato il suo Figlio. Ultimo nel senso di definitivo e tutto, cioè dopo di che non resta più nulla. Infatti, nella sua inguaribile passione per gli uomini, Dio non ha tenuto per se neppure il proprio unico Figlio.

In questa parabola siamo in un quadro giudiziario. Gli imputati sono principalmente i responsabili del popolo eletto; ma neppure Israele, nel suo insieme, è immune dalla colpa: la sua religiosità, infatti, non è sempre quella gradita da Dio, e i suoi frutti non rispondono sempre alle sue attese. La storia può anche ripetersi per noi, che siamo termine di un amore infinito da parte di Dio, e spesso così ingrati.

Il capo di accusa è l’appropriazione dei frutti della vigna, l’aver agito come se la vigna fosse proprietà personale ed esclusiva, il non riconoscere di dover rispondere a Dio della gestione della vigna. In realtà, una vigna dove giochino soltanto interessi personali e si dimentichi ciò che spetta a Dio, è colpevole e condannabile allo stesso modo del fico sterile. Cioè chiunque si appropria dei doni di Dio e pretende monopolizzarli, o volgerli a proprio vantaggio, non porta frutto, è sterile e ladro.

La sentenza nella parabola non riguarda la distruzione della vigna, ma il suo passaggio ad altri coltivatori che gli consegneranno i frutti a suo tempo. Cioè Dio può anche venir sconfitto dalla malvagità degli uomini, non per questo si interrompe il suo progetto di amore per l’umanità. La morte del Figlio non mette fine al suo piano di salvezza.

La vigna designa qui non tanto l’Israele storico, ma una realtà permanente, vivente nel cuore di Dio, che si chiama Regno di Dio. Neppure vengono precisati chi sono gli “altri”, cui la vigna sarà affidata, per farla fruttificare. Basti sapere che sono sempre “altri”, perché d’ora in poi la vigna non si collocherà più in uno spazio o territorio definito, e nessuno può rivendicare il diritto di proprietà sul Regno di Dio. Il titolo di appartenenza alla comunità messianica o al popolo di Dio non è più l’identità etnica, ma la fecondità, “facendo fruttificare” il Regno di Dio.

La Chiesa, alla quale viene ora affidato il Regno di Dio, è il popolo di Dio che prende il posto dell’ Israele storico. Ma non si tratta di un “nuovo popolo” di Dio, perché esso è unico come una sola è la storia di salvezza che include Israele e tutti gli altri popoli. Il criterio per essere accolti nel regno del Padre è l’attuazione della sua volontà, e questa si concretizza nelle opere buone dell’amore attivo verso tutti, soprattutto verso i “fratelli più piccoli” di Gesù. Solo il giudizio finale farà conoscere chi ha praticato questa fedeltà. Il valore definitivo della Chiesa è quindi escatologico.

“La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”. Questa citazione dal Salmo117 travalica la cornice del della parabola. Lo sguardo porta sul figlio ucciso, del quale si annuncia il miracolo della sua esaltazione e del suo permanente significato di salvezza. Si tratta di una testimonianza di fede nell’evento pasquale, che proclama la validità perenne dell’opera di salvezza compiuta da Gesù.
Don Joseph Ndoum