L’umiltà : l’unica via che tiene l’uomo saldamente ancorato nel cuore di Dio
Don Joseph Ndoum

 

L’umiltà:
l’unica via che tiene l’uomo saldamente ancorato nel cuore di Dio

Malachia  1,14-2,2.8-10; Salmo 130; 1Tessalonicesi  2,7-9.13; Matteo  23,1-12

Il brano evangelico di questa domenica registra una serie di invettive contro scribi e farisei, e risulta quindi una critica contro i capi religiosi del giudaismo. Questo tono di denuncia è preparato dal testo di Malachia, nella prima lettura, che si rivolge ai sacerdoti del tempio che non sono fedeli alla legge e fanno un cattivo uso dell’autorità. Dalla loro fedeltà alla trasmissione della legge dipende l’efficacia della loro benedizione promessa da Dio a chi osserva l’alleanza. Può rientrare in questa prospettiva anche il brano della seconda lettura, dalla lettera di Paolo ai Tessalonicesi. Paolo dice tutta la sua gioia perché essi hanno accolto in pienezza il vangelo da lui annunciato. Egli ha nel cuore sentimenti di tenerezza materna per questa giovane comunità. E nella sua disponibilità a dare la propria vita per loro, si mostra modello di quell’autorità intesa come servizio, che è proposta da Gesù alla comunità cristiana del vangelo.

E’ tutto il capitolo 23 di Matteo che comporta alcune verità brucianti contro i nemici di Gesù e gli oppositori fanatici alla sua missione. Bisognava forse che una buona volta il maestro “mite” esplodesse e dicesse apertamente che cosa pensava di questi scribi e farisei. Infatti, in questa energica tirata di orecchi, Gesù non mette in discussione l’autorità di questi maestri o la legittimità del loro insegnamento, né invita alla loro disobbedienza. Avverte soltanto di non imitare la loro condotta. Ciò che viene loro rinfacciato non è la dottrina, ma l’ipocrisia. Egli intende colpire il formalismo o il “fariseismo” come malattia contagiosa che aggredisce spesso persone ed istituzioni di tutti i tempi. Quindi, l’intenzione di Gesù non è tanto di denigrare proprio i maestri della sinagoga, ma di mettere in guardia i responsabili della comunità cristiana di fronte a riprodurre le stesse deviazioni e deformazioni.

I singoli capi di imputazione sono: l’incoerenza, la doppia misura, l’ipocrisia, l’ostentazione religiosa, le ambizioni e vanità.

Per prima cosa, Gesù li rimprovera l’incoerenza nei confronti dei principi che insegnano: “Dicono e non fanno”. Come diceva qualcuno: predicano l’acqua e bevono il vino. Invece, belle sono le parole nella bocca di chi le pratica. Gesù condanna qui un insegnamento sostanzialmente ortodosso, ma che non è accompagnato ed illustrato da una prassi ugualmente ortodossa.

Il secondo rimprovero riguarda la doppia misura: “Impongono pesi sulle spalle della gente, ma non li smuovono neanche con un dito”. Si tratta di un legalismo oppressivo e puntiglioso nei confronti degli altri, ed una indulgenza o delle abili scappatoie per sé. Tutto si fa come diceva con umorismo un autore: “A me piace tanto il lavoro: passerei ore e ore seduto a vedere gli altri lavorare”.

Gli altri rimproveri portano sull’ipocrisia, l’ostentazione, la vanità e le ambizioni. Tutte queste espressioni sferzanti servono soprattutto per individuare il fariseo e lo scriba (di ogni tempo) nascosti nel segreto dei nostri cuori. Gesù dice in effetti: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini; allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche farsi chiamare “rabbi” dalla gente”. L’accusa iniziale (“Fanno tutto per essere ammirati dagli uomini”) viene specificata con diversi esempi. Mentre gli scribi e i farisei mancano ai loro doveri fondamentali, si mostrano grandi osservanti delle esteriorità della legge con gesti spettacolari di pietà. La religione diventa così un vestito che copre interessi personali e vani; e la pratica religiosa viene utilizzata a fini egoistici; e Dio, soprattutto, viene strumentalizzato allo scopo di esibirsi e di costruire il proprio monumento idolatrico.

Dette queste cose, Gesù si rivolse ai discepoli per istruirli: “Ma voi, non comportatevi così”. Cioè, devono fare l’esatto contrario di ciò che è stato condannato prima (una religiosità vuota, formalista, caratterizzata dall’esteriorità e da un legalismo inutilmente crudele, dominata da uomini avidi di potere, onori e successi personali), adottando la coerenza, la modestia e la discrezione, il disinteresse, la dimenticanza di sé, una vera sconfessione inesorabile di tutte le piccole e grandi vanità.

Gesù sistema poi la faccenda dei titoli onorifici: niente rabbi (maestri), niente padri tra voi, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo (l’unico interprete autorevole e definitivo della volontà del Padre), e uno solo il vostro padre, quello del cielo, e voi siete fratelli. Al seguito di Gesù i discepoli non diventano maestri; essi rimangono sempre discepoli e servi che si ispirano al modello del loro maestro e Signore. Gesù non intende mettere fine ai ruoli sociali, ma vorrebbe che i rapporti tra i cristiani fossero sempre ispirati da questo principio basilare: “Voi siete tutti fratelli”. Di conseguenza, nelle comunità o famiglie cristiane, non può esserci altro che una relazione fraterna. Ciò che veramente importa è avere un cuore di fratello. Aveva capito bene questo brano evangelico san Giovanni Bosco, che si comportava davvero come padre, ma voleva sentirsi chiamare col nome amico dai suoi ragazzi.

Al posto negativo di una religiosità vuota, Gesù contrappone una comunità evangelica; alla fine del brano, egli va al nocciolo del problema, e presenta la sua nozione di autorità, che i discepoli devono incarnare: “Il più grande tra voi sia vostro servo”. Si tratta di vivere l’autorità come servizio. Questa parola (auctoritas) deriva da un verbo latino (augere) che vuol dire promuovere, fare crescere. Ecco: la vera autorità è persona che fa crescere gli altri, li aiuta a svilupparsi, a espandere la loro personalità. Fuori di questa prospettiva tutta cristiana, c’è solo l’autoritarismo, il dominio, la dittatura, il disagio. L’autorità non deve avere la pretesa di sostituire la presenza dell’unico capo, Dio, ma la dovrebbe rendere visibile con la sua umiltà e capacità di scomparire.

“Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.
Don Joseph Ndoum