Vigilanti e operosi nell’attesa
Don Joseph Ndoum

 

Vigilanti e operosi nell’attesa

Sapienza  6,12-16; Salmo  62; 1Tessalonicesi  4,13-18; Matteo  25,1-13

Le ultime domeniche di ogni anno liturgico sono caratterizzate dal tema dell’attesa della “venuta del Signore”. La liturgia della parola si inserisce sempre quindi nel clima del discorso escatologico che raccomanda l’attesa vigile e responsabile della venuta del Figlio dell’uomo. Questa trentaduesima domenica dell’anno A ci propone la parabola della festa di nozze alla quale sono invitate “dieci vergini”, cinque stolte e cinque sagge.

Questa parabola evangelica è preparata dalla prima lettura che parla dei beni promessi a chi ricerca la sapienza. La sapienza personificata qui è la parola di Dio, la sua legge, il suo spirito, la sua luce. Essa va in ricerca dell’uomo, ma bisogna amarla. Essa si presenta a noi come necessaria, ed è facile da trovare, poiché è Dio che ne fa dono all’uomo. Ma occorre esserne degni. Questo tema, che corrisponde anche con la ricerca religiosa e intensa di Dio, riecheggia anche nel salmo responsoriale (62) il cui ritornello è: “Ha sete di te, Signore, l’anima mia”.

La parabola delle “dieci vergini” si svolge in tre fasi: la preparazione, l’attesa e infine l’incontro con lo sposo. Essa si chiude con l’esortazione finale: “ Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”. Gesù vuole insegnarci il significato della vigilanza nella vita cristiana. Vigilanza intesa come lotta contro il torpore, la negligenza e la tiepidezza nell’ascoltare e vivere la parola di Dio. Chi è vigilante è previdente e provvidente.

E’ una parabola difficile. Infatti, la difficoltà non va attribuita alla parabola, ma alla vigilanza. Dire vigilanza significa nel linguaggio biblico avere il senso dell’attesa. Attesa di qualcuno più che di qualche cosa. La parabola si inquadra quindi in una problematica particolarmente sentita nella Chiesa primitiva: i cristiani esprimevano la loro fede nella recente prima venuta di Gesù, ma testimoniavano anche la fede nell’attesa della sua seconda venuta. Si tratta allora della “parusia”. Questo termine viene abitualmente impiegato per indicare il ritorno di Gesù alla fine dei tempi. Tra la prima e la seconda venuta si colloca il tempo presente, tempo dell’attesa, tempo della Chiesa e tempo di misericordia. Gesù dichiara di non essere venuto a fornire precisazioni sul “quando”. Il cristiano non ha bisogno di conoscere l’ora esatta del ritorno del Signore. Più che stabilire una scadenza, Gesù esorta alla vigilanza: “Vigilate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora”.

La distinzione tra le vergini stolte e sagge proviene dal fatto che le prime non si forniscono della riserva dell’olio per alimentare le loro lampade; mentre le sagge, insieme alla lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. Questo fatto risulta decisivo nel momento dell’incontro con lo sposo nel cuore della notte. Di fatto è l’insipienza delle cinque ragazze stolte che alla fine provoca la loro esclusione da la festa nuziale. Una lampada a olio senza olio non esercita più la sua funzione. Si tratta di un invito alla coerenza dei comportamenti. La parabola delle dieci vergini sottolinea quindi l’importanza di procurarsi per tempo l’olio della fede e delle buone opere per le nostre lampade, e così entrare alla festa delle nozze dell’Agnello alla sera della nostra vita.

Infatti, mentre le stolte vanno per comperare l’olio, arriva lo sposo e le sagge che erano pronte entrano con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Inutile è il loro tentativo di farsi aprire. Alla loro richiesta insistente si contrappone la dura ed attristata sentenza finale: “In verità vi dico: non vi conosco”. Questa frase potrebbe essere tradotta così: siete chiamate ad essere la luce del mondo, ma non c’è l’olio nelle vostre lampade… Non vi riconosco, non mi assomigliate, non siete in comunione con me.

Gli esclusi sono assimilati qui agli “operatori di iniquità” di Mt 7, 23, perché non hanno compiuto la volontà del Padre, unica condizione per entrare nel regno dei cieli. In altre parole, non basta l’accoglienza della parola di Gesù o la professione verbale di fede. Al momento dell’incontro finale è decisiva l’attuazione della fede con le opere buone di carità. Si capisce che le sagge non potevano condividere il loro olio con le stolte: non è possibile far valere un’attuazione della fede “per delega”, si tratta di una cosa personale. Cioè, ognuno è l’artigiano del suo proprio destino, e sono le disposizioni personali che decidono sulla nostra sorte eterna. Dobbiamo quindi vegliare, ognuno personalmente, nell’attesa del Signore, e non lasciarci sorprendere sprovveduti dell’olio della fede e della carità nelle nostre lampade.

Le lampade simbolizzano ciò che i fedeli hanno di comune: la fede; mentre le provvigioni d’olio indicano una caratteristica propria delle persone sagge: si tratta della carità o delle disposizioni che si aggiungono alla fede.

L’incontro con lo sposo non si prepara alla fine della storia terrestre di ognuno di noi, è ogni giorno che bisogna plasmare la sua vita all’immagine di Gesù ed essere pronti ad accoglierlo.
Don Joseph Ndoum