Domenica 14 gennaio 2018
Il fenomeno della mobilità umana “sta interessando anche le chiese e il personale ecclesiastico, soprattutto nelle chiese dell’Africa, ma anche dell’Asia, della America del Sud e dei paesi dell’Est europeo”. Così afferma p. Fernando Zolli in un contributo dal titolo ‘Cooperazione tra le Chiese. Decolonizzare il modello’ presentato alla riunione del Gruppo Europeo di Riflessione Teologica (GERT) che ha avuto luogo a Sunningdale (Inglilterra) nel mese di settembre 2017. É necessario passare, sottolinea p. Fernando, da un modello di cooperazione dove predomina il ‘bisogno’ (coprire i bisogni amministrativi e sacramentali) ad uno di cooperazione tra le chiese basato sull’accoglienza delle comunità cristiane, sull’inserimento graduale del presbitero nel contesto italiano e su un maggiore coinvolgimento e corresponsabilità tra le Conferenze Episcopali. Una cooperazione che si fonda sul paradigma di Chiesa come ‘Popolo di Dio’ e a cui, necessariamente, lo stile di vita e il ruolo del presbitero stesso devono cambiare perché “chiamato ad accentuare non solo la dimensione verticale, ma soprattutto la dimensione ecclesiologica, della prossimità e della capacità di toccare le ferite del fratello, e quella pneumatologica: uomo dell’accoglienza, dell’ascolto, del dialogo, della condivisione di vita, del buon samaritano che cura con olio e vino le ferite degli emarginati e, insieme a tutti gli altri ministeri comunitari, cerca soluzioni.”

COOPERAZIONE TRA LE CHIESE
decolonizzare il modello

P. Fernando Zolli e P. Léonard Ndjadi Ndjate, missionari comboniani.

La mobilità umana, accentuata in questi ultimi anni a causa dell’economia di mercato, i conflitti, i cambiamenti climatici e le condizioni di vita affatto dignitose per masse di gente, ha visto milioni di persone muoversi dal  Sud verso il Nord del mondo, ma anche dal Sud verso paesi  del Sud che offrono più condizioni  di vita accettabile.

Questo fenomeno, in minore proporzione, sta interessando anche le chiese e il personale ecclesiastico, soprattutto nelle chiese dell’Africa, ma anche dell’Asia, della America del Sud e dei paesi dell’Est europeo. Il fatto acquista sempre più consistenza per alcuni fattori: in primo luogo perché incrocia la realtà nel mondo occidentale delle chiese di antica data che patiscono l’invecchiamento del clero e soprattutto la diminuzione di vocazioni al sacerdozio; inoltre l’attrazione delle Università Pontificie, specialmente a Roma e infine  la presenza di molte case di formazione di Istituti Religiosi internazionali.

La mobilità ecclesiastica interpella in modo generale tutte le chiese del mondo occidentale. Questa riflessione, tuttavia, prenderà in considerazione prevalentemente l’esperienza italiana e le chiese d’Africa, come un tentativo per allargare e stimolare la ricerca in altre chiese dell’Europa che vivono la stessa problematica.

Il saggio inoltre si limiterà ad approfondire l’aspetto della presenza dei preti stranieri, ma non quello delle religiose venute da altri contesti, che hanno una incidenza numerica più consistente sul territorio italiano; e neanche dei laici, che sono la grande maggioranza dei migranti nei paesi occidentali. Ad altri il compito di allargare e approfondire le sfide e le opportunità di questa presenza.

1. ALCUNI DATI  DELLA MOBILITÀ ECCLESIASTICA

Nonostante i principi e i criteri proposti dal Codice di Diritto Canonico (CIC)[1]; dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e alcuni orientamenti  dati da alcune conferenze episcopali, come per esempio quella italiana (CEI), nel corso del 2003[2] e rivista nella sessione del 22-25 marzo 2010[3]; non mancano casi che esulano dal quadro giuridico-amministrativo della cooperazione tra le chiese, come recentemente ha sottolineato Monsignor Marcellin Yaoo Kuadio, vescovo della diocesi di Yamoussoukro (Costa d’Avorio), che ha apertamente denunciato la partenza di 78 preti della sua diocesi: alcuni spariti, altri emigrati per esercitare il loro ministero. Non mancano casi di religiosi e religiose di diritto diocesano che a volte stipulano contratti con enti sociali e amministrativi locali, assumendo la gestione di asili per bambini, o come badanti per l’accompagnamento a domicilio di persone anziane e non autosufficienti, allo scopo di raccogliere fondi per le comunità e le case di formazione dei loro paesi di origine.

Una quindicina di anni fa, la Fondazione Agnelli, ha pubblicato uno studio a cura di Luca Diotallevi[4] un lavoro di ricerca statistica, presentando un quadro della realtà del clero in Italia. In questo studio, si mette in risalto che nel 2005 in Italia i preti stranieri erano 1.500. Il numero, aggiornato nelle statistiche successive  era salito a 2.300 nel 2008; attualmente, secondo i dati della Fondazione MISSIO, organo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), i preti stranieri fidei donum (impiegati a tempo pieno nella pastorale) e i preti studenti (impiegati solo parzialmente nella pastorale ordinaria), arrivano ad essere oltre 3.000. Una presenza significativa, se si considera che dei 31 mila preti presenti in Italia, i preti stranieri sono il 9,3% sul totale.

Un dato ancora più significativo è la loro media di età che si aggira intorno ai 44 anni; contro i 60 anni di media dei preti italiani, con picchi più alti in alcune regioni: nella Marche e in Piemonte, per esempio, dove la media di età dei preti è rispettivamente di 64 anni nella prima e di 63,7 nella seconda.

La quantità delle presenze invece incide in maniera non omogenea nelle varie regioni italiane: nella regione Lazio per esempio, i preti stranieri sono il 22% sul totale; nel Molise il 18% sul totale; nelle regioni dell’Umbria e della Toscana sono il 12% sul totale; mentre in Lombardia e Veneto incidono del 2% sul totale, ma il fenomeno tende ad accentuarsi anche in queste due ultime regioni.

Questo fatto della incidenza diversificata aiuta a comprendere che in alcune regioni d’Italia non è stata l’immigrazione a favorire la presenza dei preti stranieri, ma altri fattori, come per esempio in Toscana e Umbria probabilmente la secolarizzazione e la carenza di vocazioni; la concentrazione di Università e case religiose nel Lazio e in modo particolare a Roma.

La maggior parte dei preti stranieri proviene dall’Africa: il 45 % circa, soprattutto dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Nigeria, dal Congo Brazzaville, dal Burundi, Togo, Ruanda… il 27 % circa provengono dall’Europa, in modo particolare dalla Polonia, ma anche dalla Romania e altri paesi della Comunità Europea. Dall’America del Sud provengono il 15% dei preti stranieri, specialmente Colombiani, Brasiliani, Peruviani, Argentini. Ultimamente anche dall’Asia provengono il 13 %, specialmente dall’India, dallo Sri Lanka e dal Vietnam.

Complessivamente sono 120 i paesi di provenienza, compresi Iraq, Isole Fiji, Papua, Samoa, Corea del Sud, Russia… Per le statistiche che studiano la loro provenienza si può consultare il dossier pubblicato dalla Fondazione MISSIO, nel 2016, curato da Annarita Turi[5].

Di tutti i preti stranieri presenti nelle diocesi italiane, i due terzi sono inseriti nel lavoro pastorale, quindi entrano nello status di preti fidei donum; ma sempre come collaboratori, raramente in organi di coordinamento o di pastorali specifiche; dovuto all’ordinamento delle leggi dello Stato Italiano, i preti di altre nazioni non possono assumere incarichi amministrativi, né essere rappresentanti legali. Gli altri preti stranieri sono studenti, questi sono arrivati in Italia per conseguire specializzazioni in materie bibliche e teologiche, gestione amministrativa e comunicazione.

La maggior parte di questi preti (fidei donum e studenti), sono inseriti nel programma del sostentamento del clero, secondo le convenzioni firmate dai vescovi interessati, sotto la tutela e il monitoraggio della Fondazione MISSIO, organo della CEI, nel quadro dell’8 per mille.

2. MOBILITA’ COME SFIDA E OPPORTUNITA’ PER LA CHIESA

L’Italia, come tutte le chiese cattoliche del vecchio continente, che hanno visto partire schiere numerose di missionari e missionarie verso altri paesi dette “terra di missione”, oggi si confronta con una realtà di missione che allarga e declina l’ad gentes non solo come invio a senso unico, ma anche in senso circolare, accentuando la dimensione della cooperazione missionaria. Questo fenomeno,  suscita reazioni a volte contrastanti nell’ambiente ecclesiastico e presso gli studiosi.

Per esempio Luca Diotallevi, nell’opera  appena citata: “La parabola del Clero”, parlando delle previsioni  future afferma: “Un aumento del clero diocesano straniero inciderà pesantemente sulle prestazioni religiose e sociali che da questo ci si può attendere. Di per sé, inoltre, una sua presenza già rilevante in alcune aree del paese potrebbe incidere ulteriormente sull’immagine del sacerdote e sul reclutamento di nuovo clero, che dovrebbe fare i conti con una più diffusa percezione di quella sacerdotale come di una professione etnicizzata[6].

Il sociologo delle Religioni, Franco Garelli, esprime una perplessità alquanto diffusa negli ambienti ecclesiastici italiani, sottolineando che  non è scontato il fatto  che la cosiddetta “importazione di preti” dal Sud del mondo sia il modo per risolvere la mancanza di forze; prima di tutto perché Africa, Asia e America Latina non sono Europa; inoltre si rischia paradossalmente di privilegiare l’Occidente, sempre più secolarizzato, togliendo energie e forze a contesti dove la situazione, è all’opposto.

Di opinione più benevola e propositiva invece è il filosofo Massimo Borghesi che sottolinea l’importanza di un cambiamento di rotta, messo in atto in questi ultimi anni da Papa Francesco, che è arrivato a Roma, in Vaticano, dai confini del mondo e che ha avuto una esperienza di un cristianesimo più popolare, vissuto in America Latina.

Questo approccio sta promuovendo un nuovo incontro tra fede e religiosità popolare; puntando sulle persone semplici, con un messaggio evangelico che va direttamente al cuore delle persone, sia coloro che prendono parte al cammino ecclesiale, sia coloro che se ne sono allontanati o che non hanno mai avuto la possibilità di una partecipazione comunitaria.

E’ evidente che la partecipazione alla vita comunitaria non dipende solo dalla novità che rappresenta il pontificato di Papa Bergoglio, perché non va dimenticato che la gente oggi in occidente, sempre più, sente la necessità e l’urgenza di una aggregazione comunitaria, di relazioni vere, autentiche e solidali, e le cerca soprattutto dove trova preti  e comunità che hanno “cuore e umanità

3. ALCUNI NODI DA SCIOGLIERE

Dinanzi a tutte le difficoltà, le perplessità, gli ostacoli, ai chiari/oscuri che la presenza dei preti, consacrati e laici di altri continenti, rappresenta nelle organizzazioni ecclesiali in Italia, si potrebbe ipotizzare un approccio pastorale con più misericordia e meno legge canonica, una comunità con più rapporti interpersonali sinceri, più accoglienza, più ascolto, più cuore e più umanità?

Potrebbe la presenza di questi preti, venuti da lontano, con altre esperienze e con altre tradizioni, diventare una occasione e uno stimolo per una inversione di rotta?

Difficile a dirsi e soprattutto realizzarlo, ma non impossibile!

La presenza di questi preti tuttavia un merito già ce l’ha, perché mette a nudo le fragilità dell’ecclesiologia e della idea di missione in un mondo globalizzato e interculturale; questa presenza infatti aiuta a comprendere che l’invio non può essere inteso esclusivamente a senso unico, ma piuttosto in modo interattivo e circolare, aiutando ad affrontare quei nodi che è necessario sciogliere per un cambiamento di rotta, sia nelle chiese che accolgono che in quelle che inviano.

3.1 Passaggio dall’eurocentrismo al protagonismo della periferia

Per un cambiamento di rotta,  la Chiesa, per prima,  nel suo insieme, è chiamata a promuovere questo passaggio. Non si tratta di subire il fenomeno della mobilità o di rassegnarsi dinanzi al “declino” delle chiese di antica data, ma riconoscere che la vitalità delle giovani chiese, dell’Asia, ma soprattutto dell’Africa, saranno l’ago dove penderà la bilancia per l’Evangelizzazione oggi.

Nel febbraio del 2017, il professore Iwamodi, nell’Istituto Ecumenico di Bossey in Svizzera, alla presentazione del saggio: “L’antologia del Cristianesimo Africano[7], ha sottolineato che nei prossimi anni, un quarto di tutti i cristiani del mondo vivrà in Africa.

Non c’è da meravigliarsi, se si prende in considerazione quanto l’Annuario statistico della Chiesa Cattolica, rivela: i cattolici in Africa sono aumentati del 34%, cioè da 153 milioni del 2005 (17,1% sulla popolazione del continente africano) a 206 milioni nel 2013 (19% sulla popolazione del Continente). Nelle Americhe l’aumento è stato del 10,5% (63% sulla popolazione globale); in Asia l’aumento nello stesso periodo è stato del 17,4% (e passa dal 2,9% al 3,2% sulla popolazione del continente asiatico). Mentre in Oceania e in Europa praticamente la situazione è stabile, ma è prevista una netta contrazione nei prossimi decenni.

Questa crescita quantitativa e il  possibile protagonismo dell’Africa non è casuale; senza dubbio affonda le sue radici prima di tutto nello sforzo di creare e irrobustire tutta una rete di università e centri di ricerca[8]; la formazione e l’istruzione diffusa; la policy adottata dai dicasteri romani nella organizzazione amministrativa ecclesiastica; la creazione di nuove diocesi e l’impegno per l’inculturazione del messaggio evangelico non solo nella liturgia.

Certamente non tutto è oro ciò che brilla; e le chiese d’Africa per assumere questa leadership hanno un cammino da fare, tutto in salita. Ad una progressiva decolonizzazione delle strutture, ancora non corrisponde una decolonizzazione spirituale, che superi il colonialismo di stampo missionario, che voleva forgiare e modificare la cultura locale in base al cristianesimo di impronta latina. Come non è da sottovalutare l’influenza abbastanza consistente di movimenti ed associazioni, nati in contesti diversi, come il Rinnovamento nello Spirito, i Neo-catecumenali, Opus Dei, Comunione e Liberazione e tanti altri, che favoriscono in un certo senso il protagonismo del laicato, ma spesso promuovono spiritualità e modelli di chiesa alternativi agli orientamenti dei vescovi locali e opzioni sociali e politiche neo conservatrici, più vicine agli interessi delle élite che alla massa dei poveri.

Ma è soprattutto nell’aspetto delle risorse economiche e finanziarie che molte circoscrizioni ecclesiastiche e diocesi africane rivelano la propria dipendenza dagli aiuti e dal sostegno esterno. Non sono poche le diocesi che hanno dovuto dichiarare bancarotta, anche se bisogna ricordare che non mancano iniziative e sforzi in questi ultimi anni di diocesi che hanno iniziato un lavoro di formazione e di animazione delle comunità ecclesiali per l’auto-finanziamento della vita ordinaria, il sostentamento del clero e delle opere di base, nelle diverse aree sia rurali che urbane.

3.2 Decolonizzare la cooperazione

Nonostante tutte le buone intenzioni e gli orientamenti espressi nei documenti della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, che invitano alla solidarietà evangelica tra le chiese, alla reciprocità nello scambio di aiuti sia economici sia di risorse umane; l’aspetto predominante nella cooperazione sembra essere il “bisogno”, di per se legittimo, ma spesso così carico di interessi, al punto di caratterizzare la cooperazione  come un “baratto” un “do ut des”, che svuota il vero senso dello scambio e della reciprocità gratuita e solidale, che sono caratteristiche fondamentali della missione.

La preoccupazione delle chiese che accolgono, ansiose in  voler coprire lo spazio e il lavoro amministrativo e sacramentale da una parte e l’urgenza di preparare i quadri per lavori specializzati nella pastorale, nell’insegnamento universitario e la raccolta di fondi per le chiese che inviano dall’altra, svuotano il vero senso della cooperazione e ricalcano i parametri della colonia che nelle scelte e strategie cercava il maggior profitto e il proprio tornaconto.

Per le chiese d’occidente è dunque importante liberarsi dalla pretesa di voler occupare lo spazio territoriale e continuare a pensare di poter soddisfare tutte le richieste dei fedeli che cercano il servizio di messe e di sacramenti sotto casa. La chiesa italiana, con 27 mila parrocchie sparse sul territorio, nonostante le scelte di alcune diocesi di creare unità pastorali o collaborazioni pastorali, spesso però gestite a mo’ di “parrocchioni”, non potrà più sostenere un modello di pastorale sacramentalista che ha bisogno di ministri ordinati, non importa se importati da altri paesi e da altre culture.

Come può ad esempio la diocesi di Torino, in Piemonte, continuare a gestire le 355 parrocchie, sparse in 158 comuni con 260 preti, i quali hanno una media di età di 63,7 anni? Questi preti, obbligati a coprire doppi, tripli e quadrupli incarichi, corrono il rischio di tornarsi dei funzionari del sacro e nella peggiore delle ipotesi stressarsi fino al “burnout![9]

D’altro canto, come valorizzare questi rinforzi, venuti da lontano, coinvolgendoli nel cambiamento di rotta?

La risposta è ancora molto timida dinanzi alla complessità delle sfide. Prima di tutto perché i preti stranieri si lasciano prendere dalla nostalgia delle loro cappelle, chiese fatte di paglia e di zinco, ma soprattutto delle assemblee liturgiche gioiose, colorate, festanti e partecipate. La meraviglia dinanzi alla bellezza delle cattedrali cede subito il posto alla delusione nel vederle poco frequentate e spesso luoghi di turismo.

 Inoltre per ragioni di sopravvivenza, anche per la poca apertura dei parroci che li accolgono, molti si adattano al modello pastorale, senza nessuno sforzo di modificarlo; esecutori di ordini e di programmi che non hanno potuto migliorare con l’esperienza che hanno acquisito nelle loro chiese di origine.

A volte, per la poca conoscenza della lingua, della cultura e dello stile della gente locale, vivono l’isolamento e a volte anche il rifiuto, velatamente razzista, da parte di alcuni fedeli; ragioni che li portano a cercare luoghi di ritrovo e assembramento dei propri connazionali.

Il corpo è presente, ma l’animo è altrove, alla ricerca del maggior profitto sia nella conoscenza del sapere, sia nella ricerca di mezzi per lavori, iniziative e progetti che saranno realizzati altrove. A parte i cappellani etnici che servono le comunità cattoliche presenti in Italia, molti dei preti fidei donum come dei preti studenti rimangono piuttosto passivi dinanzi al dramma dei rifugiati e dei migranti che dopo tante peripezie e difficoltà arrivano nelle città del continente.

La proposta di papa Francesco, nella Esortazione della Evangelii Gaudium, dove parla di “chiesa in uscita missionaria[10] aiuta a comprendere l’urgenza e la necessità per ogni chiesa a decolonizzare l’approccio nella cooperazione missionaria. E’ dunque necessario partire dalla conoscenza della realtà, dalle urgenze e necessità della gente, soprattutto dei poveri, che non mancano in ogni continente, piuttosto che dalla preoccupazione di autoconservazione e di autoreferenzialità.

3.3 La  formazione del prete per un nuovo modello di chiesa

Dal Concilio Vaticano II, la vita della chiesa ha subito notevoli trasformazioni. Il contesto è cambiato notevolmente e la stessa chiesa ha percepito nuove modalità di presenza. I cambiamenti tuttavia sono così consistenti dal punto di vista antropologico, sociale, culturale e finanziario che ci si rende conto della complessità e quindi meno governabili del previsto. Non è che la Chiesa o il prete abbiano perso di consistenza, o che non riescano a manifestare una certa capacità di tenuta. Il prete, in modo generale in Italia come nelle chiese in Africa, riscuote ancora molta stima, e non di rado è un punto di riferimento per molte organizzazioni sociali, culturali, assistenziali, formative e di promozione umana.

Tuttavia moltissimi percepiscono i cambiamenti epocali e si rendono conto che la tipologia del prete come “cura d’anime” sta un po’ stretta; molti presbiteri  proiettano maggiormente il loro ministero come occasione di relazioni, di condivisione, di partecipazione, di coinvolgimento nel tessuto sociale della gente per poterlo sostenere e incoraggiare alla luce del Vangelo nel cammino quotidiano.

Il Concilio Vaticano II aveva ricordato alcune immagini bibliche di chiesa, specialmente nella Lumen Gentium nn. 6,7, come “un ovile”; “il podere o campo di Dio”; “edificio di Dio” e altre come “Popolo di Dio”; “Corpo mistico di Cristo”; “Tempio dello Spirito”, tutte tipologie ricche di senso teologico e di intensa esperienza spirituale. Interessante ricordare quanto la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, proclamava nel Proemio: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS. n. 1).  

Anche all’inizio del Terzo Millennio, Papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera Apostolica Novo Milenio Ineunte, alla fine del Giubileo del 2000, incoraggiava a guardare avanti con speranza: “Ora dobbiamo guardare avanti, dobbiamo «prendere il largo», fiduciosi nella parola di Cristo: Duc in altum! Ciò che abbiamo fatto quest'anno non può giustificare una sensazione di appagamento ed ancor meno indurci ad un atteggiamento di disimpegno. Al contrario, le esperienze vissute devono suscitare in noi un dinamismo nuovo, spingendoci ad investire l'entusiasmo provato in iniziative concrete. Gesù stesso ci ammonisce: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). Nella causa del Regno non c'è tempo per guardare indietro, tanto meno per adagiarsi nella pigrizia. Molto ci attende, e dobbiamo per questo porre mano ad un'efficace programmazione pastorale post-giubilare” NMI n. 15).

Questa visione di genuino ottimismo evangelico e di apertura alla realtà del mondo, soprattutto nella visione del mondo occidentale, doveva man mano cedere il passo ad una visione meno ottimista. Le guerre preventive e punitive dell’inizio del terzo millennio, che tutti aspettavano diverso, prosperoso e solidale con i poveri e gli esclusi, hanno invece acuito i conflitti, la corsa agli armamenti, l’aumento degli attacchi terroristici, il cinismo dell’economia di mercato, i cambiamenti climatici, il flusso delle migrazioni, l’aumento dei rifugiati e l’insignificanza dell’Africa nello scacchiere dell’umanità.

Ora più che speranza, la gente e le masse degli scartati, i giovani e le famiglie guardano al futuro con trepidazione e con scetticismo. Per moltissima gente non c’è un futuro radioso, ma un tempo carico di incognite e di grande instabilità.

I paradigmi ecclesiologici conciliari non hanno perso la loro forza e la loro consistenza; soprattutto Il paradigma di chiesa come “popolo dio Dio”, chiesa tutta ministeriale a servizio dei valori del Regno. Una immagine forte subito dopo il Concilio, ma sbiadita nel tempo, dovuto principalmente alla resistenza clericale, che ha continuato ad impostare l’approccio pastorale e missionario, incentrato sui ministeri ordinati e lasciando i laici e laiche come meri esecutori di programmi, senza coinvolgerli nella programmazione e soprattutto non riconoscendo loro concretamente il ruolo profetico nelle realtà terrene.

Ebbene questo paradigma acquista oggi nuova forza con l’Esortazione “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco, colorandolo di nuovi aspetti e nuove immagini per un rinnovato slancio missionario e ministeriale per affrontare il dramma dei poveri, invitando tutti a vivere una “Chiesa in uscita missionaria”, o quella più carica di senso come “ospedale da campo”; oppure la descrizione di “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (EG 49), scuotono l’immaginario e motivano per il cambiamento di rotta.

Di conseguenza anche il prete cambia stile di vita e il suo ruolo da “medico delle anime”; “alter Christus”; o come qualcuno preferisce “Ipse Christus”, è chiamato ad accentuare non solo la dimensione verticale; ma soprattutto la dimensione ecclesiologica, della prossimità e della capacità di toccare le ferite del fratello; e quella pneumatologica: uomo dell’accoglienza, dell’ascolto, del dialogo, della condivisione di vita, del buon samaritano che cura con olio e vino le ferite degli emarginati e, insieme a tutti gli altri ministeri comunitari, cerca soluzioni.

Il cambiamento allora sarà tanto più efficace e duraturo se  sarà avviato un processo di rinnovamento della formazione di base e permanente del  presbitero, in Europa come in Africa, sempre più come uomo incarnato nella realtà del mondo globalizzato, caratterizzato dal sistema iniquo che genera esclusi e scarti, che non disdegna di sporcarsi la mani e di “puzzare di pecore”.

La presenza di presbiteri, venuti da lontano, non saranno forse la risposta risolutoria, ma potranno essere il lievito insieme a quei preti locali già “in uscita”, che faranno fermentare la massa attraverso il loro modo di relazionarsi, la capacità di accogliere,  nel rispetto e nell’ascolto, potranno aiutare a sciogliere la freddezza di tante comunità, ripiegate su se stesse e le faranno rifiorire in una nuova primavera. Cosi come al loro ritorno nelle chiese di origine, le sosterranno ad assumere con più determinazione e coraggio la dimensione profetica e il riscatto dei poveri e soprattutto delle masse giovanili senza speranza di futuro.

3.4 Parrocchie accoglienti

Forse questo è il passaggio più delicato e più urgente da affrontare, anche se richiederà più tempo ed energie per la formazione e la sensibilizzazione della gente per un cambiamento di mentalità a riguardo del modello di chiesa da adottare.

La mappatura delle parrocchie sul territorio italiano sta cambiando; come accennato sopra, alcune diocesi hanno cercato di rispondere alla mancanza del personale attraverso l’accorpamento di parrocchie cosiddette di “collaborazione pastorale” o di “unità pastorali”. Le modalità adottate sono varie,  in linea con gli orientamenti del Codice di Diritto Canonico[11], Un parroco responsabile di più parrocchie; oppure vari parroci coordinati da un moderatore per garantire un unico orientamento pastorale. Non mancano altri sperimenti, come per esempio in alcune zone l’unità pastorale è costituita da una parrocchia grande che rappresenta l’unico centro di aggregazione e attività sul territorio, attorniata da parrocchie più piccole, nelle quali si celebra la messa domenicale.

Nella maggior parte delle diocesi in Italia inoltre si è favorito il diaconato permanente (risultano presenti in 217 diocesi su 227 (94,27%). In totale nel 2012 i diaconi permanenti  erano circa 3.900, e oltre 1620 i candidati a questo ministero sacro; La loro distribuzione in 16 regioni ecclesiastiche (in ordine numerico decrescente): Campania 593, Emilia Romagna 482, Piemonte 324, Triveneto 316, Lazio 309, Sicilia 303, Toscana 287, Puglia 263, Lombardia 238, Calabria 201, Liguria 121, Marche 121, Umbria 115, Abruzzo e Molise 97, Sardegna 93, Basilicata 37. Secondo le statistiche anche attualmente le vocazioni al diaconato permanente sono in forte crescita, a differenza delle vocazioni al sacerdozio. Il ministero diaconale tuttavia fa fatica a staccarsi del modello ecclesiale sacramentale; anzi pare radicalizzarlo, perché molti diaconi permanenti sono valorizzati molto nei ministeri ad intra, nel servizio del culto; a volte come coordinatori di comunità, della pastorale familiare e della Caritas.

La scelta della Chiesa in Italia di concentrare l’offerta pastorale nel modello parrocchiale, giustificato dal fatto che la parrocchia rimane sempre un luogo di aggregazione e di prossimità con le persone sul territorio, qualora continui a concentrarsi su se stessa, sulla organizzazione interna e fondamentalmente sulla pastorale dei sacramenti; conserverà nella visione dei fedeli l’immagine di un rifugio e luogo protetto e li manterrà nella dipendenza sempre più esigente e restii a qualsiasi cambiamento, standardizzati negli schemi di orari, di gesti, di usanze e di riti spesso incomprensibili. La sfida è allora quella di passare dalla funzione amministrativa a quella di comunità accogliente, ministeriale  e missionaria.

In questo senso papa Francesco afferma che “La parrocchia non è una struttura caduca; (…). Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». (...) La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio (…). Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione” (EG n. 28).

Perché la parrocchia si costituisca come comunità accogliente è necessario che acceleri l’impegno a mettere al centro la comunità ministeriale piuttosto che il prete; il sacramento del Battesimo e meno quello dell’Eucarestia; favorire l’approccio sinodale nella ricerca di soluzioni per le necessità della gente che vive nel territorio; favorire i ministeri e farne nascere dei nuovi, soprattutto quelli che enfatizzano il servizio di una chiesa in uscita che si dirige verso le periferie esistenziali; accentuare la missionarietà, aiutando i credenti a pensarsi e realizzarsi in una testimonianza di vita fuori dalle strutture del tempio[12].

Il cambiamento di rotta si rivelerà soprattutto se la parrocchia sarà una comunità accogliente di gente che viene da lontano, inclusi i preti e i religiosi e religiose, come la casa comune per progettare insieme e realizzare insieme la solidarietà evangelica; così come è stato bene sottolineato da Benito De Marchi in un simposio di Limone sul Garda: “…un laboratorio di una nuova umanità, di una nuova Chiesa e di una fattiva nuova cittadinanza europea, al là degli aspetti puramente giuridici, per quanto importanti essi siano. Queste parrocchie in periferie multietniche e multireligiose dovrebbero essere luoghi dove autoctoni e immigrati, come i diversi gruppi di immigrati tra di loro, possono crescere insieme e costruire una casa comune in cui le differenze hanno il loro spazio ma anche entrano in uno scambio fruttuoso per il bene di tutti”.[13]

3.5 Maggiore corresponsabilità e coinvolgimento delle Conferenze episcopali.

Per un cambiamento di rotta, le Conferenze Episcopali devono assumere con più determinazione e lungimiranza la mobilità del personale, nel prevederla, nel coordinarla e gestirla. Anni fa, questo ruolo era stato svolto di Propaganda Fide, alla quale incombeva la pianificazione delle presenze, la scelta dei territori da evangelizzare, la destinazione di personale, mezzi e priorità da raggiungere.

Attualmente è la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli che delega alle varie conferenze episcopali il compito di gestire le scelte prioritarie e le modalità concrete per attuarle; tutto questo in una prospettiva di decentralizzazione e di contestualizzazione dell’evangelizzazione nei vari continenti e paesi; purtroppo, però, questa opportunità non trova tutte le conferenze episcopali pronte all’appello.

Fanno eccezione alcune conferenze episcopali, come per esempio quella italiana e francese. Quello che in realtà si osserva, in generale, è il rapporto da vescovo a vescovo, spesso facilitato da conoscenze, amicizie e scambio di favori.

La CEI, forse sollecitata dalla quantità di presenze, ha emesso  dei documenti riguardanti la cooperazione missionaria già  nel 2003 e aggiornati nel 2010. A questi documenti hanno fatto seguito tante altre dichiarazioni e riflessioni [14]; soprattutto per coordinare e monitorare efficacemente la reciprocità nella cooperazione, perché venissero rispettati i termini delle convenzioni; programmando l’accoglienza, l’accompagnamento e il ritorno nelle chiese di origine di questi preti, evitando ogni genere di “vagabondaggio” da una diocesi all’altra, praticamente impiegati a celebrare Messe, impartire benedizioni e sacramenti, recitare rosari, e accompagnare pellegrinaggi al di fuori di ogni pianificazione progettuale e pastorale.

Interessante anche l’iniziativa della Conferenza Episcopale Francese, nell’invitare Mons Bernard-Emmanuel Kasanda, vescovo di Mbujimayi (Repubblica Democratica del Congo – RDC)[15] ad una Assemblea generale, tenuta a Lourdes nel 2015. Al prelato vennero poste delle domande specifiche per una cooperazione di reciprocità, secondo la quale le conferenze episcopali della Francia e quella della RDC avrebbero dovuto programmare e agire.

Il vescovo, nel suo memorandum, sottolineò l’importanza di  uno spirito autenticamente missionario nei candidati prescelti; che la cooperazione si realizzasse in un quadro giuridico chiaro; sostenesse una solidarietà dei preti fidei donum con i preti che restano in patria, soprattutto quelli che operano nelle campagne. Stabilisse l’età dei candidati e il periodo di permanenza nella chiesa ospitante, soprattutto organizzasse una preparazione prima dell’invio, possibilmente in un centro nazionale. A riguardo delle chiese che accolgono, il vescovo sottolineava l’importanza dell’accoglienza, il processo di interazione e di acculturazione, l’accompagnamento e la verifica dell’impegno pastorale o degli studi, l’inserimento graduale nella pastorale, la preparazione al ritorno.

3.6 Comunità missionarie mediatrici della cooperazione

La cooperazione decolonizzata e ispirata dal paradigma della “chiesa in uscita” come “Popolo di Dio”, motiva anche i missionari e le missionarie a rivedere il loro servizio in un mondo sempre più globalizzato, marcato dalla interculturalità e dalla mobilità. Saper discernere i segni dei tempi e dei luoghi  che lo Spirito suscita per scoprire i nuovi cammini della missione, tra i quali  anche quello della mobilità e della presenza di migranti  e rifugiati nel tessuto sociale e ecclesiale dell’Italia e di altri paesi dell’occidente.

Dando seguito alla lettera che la Conferenza degli Istituti Missionari in Italia (CIMI) indirizzò alla CEI, nel decimo anniversario della Lettera Episcopale del Consiglio permanente : “L’amore di Cristo ci sospinge” (1999)[16]. La comunità dei Missionari Comboniani di Firenze, ha voluto esprime allo stesso tempo presenza e amore alla chiesa che li accoglieva e amore alle chiese che li avevano accolto in Africa, in Asia e in America Latina. Dal 2009, su sollecitazione della diocesi, per facilitare la cooperazione, la comunità comboniana ha dato via ad un servizio di accoglienza e di inserimento graduale dei preti Fidei Donum e preti studenti per la loro acculturazione graduale, nello studio della lingua, nella conoscenza della cultura italiana, dei piani pastorali e delle priorità della diocesi di Firenze, e della CEI, accogliendoli per un periodo da 6 mesi ad una anno nella propria comunità, condividendo il cammino, la preghiera comunitaria, i pasti e lo scambio di esperienze nel mutuo ascolto e nella fraternità evangelica.

I preti che sono stati accolti nella comunità dal 2009 ad oggi sono stati oltre 40. La maggior parte di loro prevenienti dall’Africa, ma qualcuno anche dall’India, dallo Sri Lanka, dalla Cina e dall’America Latina. La loro presenza ha motivato tutti i membri della comunità ad  approfondire  il senso della presenza nella chiesa locale e qualificarla appunto nel servizio ai migranti e nella cooperazione missionaria tra le chiese. L’esperienza vissuta nei continenti, la conoscenza delle loro culture, delle lingue e dell’esperienza pastorale ha favorito il dialogo e la reciprocità dei membri della comunità con questi giovani preti, che fiduciosi, hanno gradualmente vinte le paure suscitate dalle novità, le difficoltà di comprenderla e di esprimersi nella lingua italiana. La convivenza fraterna ha anche favorito l’approfondimento delle loro motivazioni e del progetto di vita.

Questa esperienza è stata valutata positivamente dai parroci della diocesi di Firenze che hanno apprezzato l’approccio e l’inserimento graduale dei preti nelle comunità parrocchiali, superando lo shock traumatico degli anni precedenti a questa esperienza, quando erano inviati subito, al loro arrivo, nelle parrocchie disposte ad accoglierli. Il dialogo e la mutua comprensione accresciuta ha permesso  di sciogliere i sospetti e i preconcetti da una parte e dall’altra. Ma sono soprattutto i fedeli che apprezzano la loro capacità di ascolto, di accoglienza, di presenza nei momenti particolari della vita familiare, come funerali, battesimi, prime comunioni.

4. ALCUNE BUONE PRATICHE DA PROMUOVERE

Non tutto però è scontato, il ruolo di facilitazione da parte delle comunità missionarie sarà uno strumento efficace se saranno sostenute alcune  buone pratiche sia dalle chiese che inviano, sia da quelle che accolgono; per esempio:

  1. Per i candidati (preti, religiosi e religiose), scelti per questa esperienza di cooperazione, deve essere dato un periodo di preparazione specifica prima della partenza nel proprio paese di origine, meglio se organizzato da organismi legati e coordinati dalle conferenze episcopali locali, o da conferenze episcopali regionali. Il primo scopo di questa introduzione (minimo due mesi) sarà quello di approfondire le motivazioni spirituali e missionarie; la capacità di adattamento e di apertura alla conoscenza della cultura dell’altro; l’attitudine a sapersi relazionare per una sincera cooperazione di reciprocità, senza progetti e agende personali nascosti; la conoscenza elementare della lingua da adottare, la realtà socio-politica-economica del paese; i piani pastorali, le priorità pastorali e le maggiori sfide nell’evangelizzazione.
  2. Che la convenzione sottoscritta tra le due chiese, sia frutto di un discernimento che vede coinvolte le comunità ecclesiali che inviano o che accolgono, seguendo gli orientamenti della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e stipulate dalle conferenze episcopali nazionali. Che sia chiaro nel progetto, l’obiettivo e il periodo. L’esperienza insegna che lasciare il dialogo solo ad alcuni “addetti ai lavori” rischia di essere riduttivo e non aiuterebbe le chiese a sentirsi corresponsabilizzate nell’Evangelizzazione.
  3. Programmare un periodo per la meno di 6 mesi nel paese di accoglienza, o in centri organizzati dalla conferenza episcopale o da conferenze regionali, in contesti e comunità di vita fraterna, perché i nuovi arrivati possano introdursi con gradualità nel nuovo ambiente, imparare la lingua, comprendere lo stile di vita e fare le prime esperienze di inserimento in contesti parrocchiali. Questo periodo li aiuterà anche a conoscere le leggi del paese a riguardo dei migranti, del permesso di soggiorno, dello stato sociale, dell’assistenza sanitaria, del ordinamento giuridico e della convivenza civile.
  4. Il candidato deve conoscere bene i termini del progetto, l’obiettivo principale del servizio: come Fidei donum, a tempo pieno nell’impegno pastorale, o come prete studente per conseguire una licenza o dottorato, prestando una collaborazione a tempo parziale nell’evangelizzazione. Stabilire il contributo economico e la collaborazione per le spese comunitarie. Fissare anche i periodi di riposo e di formazione permanente. Inserire i preti stranieri nella comunità presbiterale, perché siano valorizzati nelle competenze acquisite nelle chiese di origine, coinvolti nella programmazione pastorale, nella esecuzione e nella valutazioni previste.
  5. La cooperazione deve fissare  il termine e le modalità, ma deve sempre essere intesa come provvisoria; rispondere alle specifiche urgenze e necessità delle chiese che inviano e quelle che accolgono. Sia evitato il sostegno economico a progetti personali e scoraggiata l’incardinazione, in ogni caso essa deve sempre essere frutto di discernimento e di decisione comunitari.
  6. La cooperazione favorisca lo scambio di risorse e di valori, perché nella reciprocità dello scambio non ci sono poveri che non hanno niente da offrire o ricchi che non hanno bisogno di ricevere.
  7. Il legame dei preti stranieri con le comunità di provenienza rimane fondamentale; mettere al primo piano l’esperienza di Dio e delle modalità di vita fraterna vissute. La cooperazione non può essere una questione di interesse o di raccolta di fondi.
  8. Le chiese che accolgono devono anche seguire ed accompagnare i preti nella loro crescita spirituale e presbiterale, incoraggiare il servizio nell’evangelizzazione e mantenere i contatti con le comunità della loro provenienza.
  9. Le chiese che accolgono e quelle che inviano devono facilitare il ritorno, programmando per tempo e sostenendo il candidato in questo re-inserimento, a volte non facile. Aiutare il presbitero a condividere l’esperienza vissuta e le competenze acquisite non solamente con la sua comunità di origine ma anche con altre comunità più bisognose di aiuto e carenti di risorse umane.
  10. Ma soprattutto una buona pratica che tocca sia le chiese che inviano come quelle che accolgono è l’impegno a rigenerarsi secondo il paradigma conciliare di popolo di Dio o come è stato sottolineato nel primo Sinodo per l’Africa come “Famiglia di Dio”. Come spesso si sottolinea nelle comunità ecclesiali di Base: il prete non ha la sintesi di tutti i ministeri, ma quello della sintesi, valorizzando quanto viene realizzato da tutta la comunità ministeriale. Prossimità della gente e decentralizzazione, saranno i parametri della Chiesa disposta ad uscire e a realizzare una vera cooperazione missionaria.

5. CONCLUSIONE

Queste sono alcune delle buone pratiche, che possono aiutare a decolonizzare la cooperazione tra le chiese. L’obiettivo principale della cooperazione, in questo nuovo contesto globale, deve essere il coraggio di adattare e rendere comprensibile l’annuncio e la testimonianza del Vangelo.

Il cammino da percorrere è ancora lungo, ma sarà facilitato se tutti, chiese che chiedono e chiese che donano, superano i criteri del protettorato, dell’autoconservazione, della beneficenza e dell’autoreferenzialità. Non più maestri e benefattori da una parte; né alunni e bisognosi dall’altra; ma tutti discepoli missionari del Vangelo.

La cooperazione di reciprocità e di solidarietà sarà sempre più feconda se le differenze di visione e gli approcci pastorali dialogheranno e si feconderanno a vicenda, coscienti dell’urgenza di una comunità di credenti in uscita verso le emergenze sociali, le periferie esistenziali, verso i bisogni reali di una umanità ferita socialmente e spiritualmente.

Questo processo di cambiamento sarà un compito oggi di grande rilevanza teologica e pastorale nella formazione dei presbiteri e nella promozione dei ministeri ecclesiali per un solido impatto sociale.
P. Fernando Zolli


[1] Ai sensi del can. 271 del codice di diritto canonico, le disposizioni contenute nell’Istruzione sull’invio e la permanenza all’estero dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione, emanata dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli il 25 aprile 2001.

[2] Il Consiglio Episcopale Permanente ha approvato una Convenzione per il servizio pastorale in Italia dei presbiteri diocesani provenienti dai territori di missione, una Convenzione  per motivi di studio, e un Atto di accoglienza per i presbiteri costretti a lasciare il proprio Paese per gravi motivi.

[3] Il Consiglio Episcopale Permanente, nella sessione del 22-25 marzo 2010, ha approvato talune modifiche agli schemi di convenzione relativi al servizio pastorale in Italia dei presbiteri diocesani provenienti dai territori di missione e a quello dei presbiteri presenti in Italia per motivi di studio, definendo le formalità richieste per il rinnovo o la proroga e precisando la documentazione da allegare alle diverse convenzioni.

[4] DIOTALLEVI Luca (a cura di). La Parabola del Clero. Uno sguardo socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia. Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, 2005.

[5] MISSIO, Popoli e Missioni, dossier Missione Italia. Preti stranieri nelle diocesi del nostro Paese. Febbraio 2016.

[6] Diotallevi L., Idem p 219.

[7] GILLIO Gian Mario, L’antologia del Cristianesimo Africano. 2017.

[8] Le Università Cattoliche in Africa. La sfida dell’Educazione. Agenzia Fides. Dossier: www.fides.org

[9] CREA Giuseppe. Agio e disagio nel servizio pastorale. Riconoscere e curare il “burnout” nella dedizione agli altri. Edizioni EDB, 2010.

[10] Papa Francesco. Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, n. 17. Città del Vaticano, 2013.

[11] Codice di Diritto Canonico. Can 517 comma 1: can. 526 comma 1.

[12] Segretariato della Missione. Provincia Italiana. Proposte presentate da don Paolo Cugini, prete fidei donum in Brasile e attualmente parroco di una unità pastorale alla periferia di Reggio Emilia.  Laboratorio Comboniano, Pesaro, giugno 2017.

[13] DE MARCHI  Benito. Migrazione: Memoria e Futuro. Limone sul Garda,  2017 p. 16.

[14] Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il primo decennio degli anni 2000 (29 giugno 2001). Il volto missionario della Parrocchia in un mondo che cambia. Nota pastorale CEI. A conclusione di una riflessione che ha impegnato i Vescovi italiani per oltre due anni, soprattutto in tre Assemblee Generali: quella di maggio 2003 a Roma, dedicata all'Iniziazione cristiana; quella di novembre 2003 ad Assisi; infine quella di maggio 2004, la cui riflessione è confluita in questo documento (30/5/2004) [>>>].Questa è la nostra fede. Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo (15 maggio 2005) [>>>]. Dalle feconde memorie alle coraggiose prospettive. Nota della CEI (1 ottobre 2007) [>>>].

[15] Bernard-Emmanuel Kasanda.  Prêtres venus d’ailleurs : témoignage d’un évêque d’Afrique. 2015 /852477.

[16] CIMI. Lettera ai vescovi italiani. Alberto Pelucchi – Carmela Coter. 2009.