Saper ascoltare è un vero comandamento
Don Joseph Ndoum


Saper ascoltare è un vero comandamento

Gen 22,1-2.9; Salmo 115/116; Rom 8,31b.34; Mc 9,2-10

La seconda domenica di quaresima ci parla della trasfigurazione di Gesù. Fatto reale o semplice allucinazione degli apostoli ? con tre testimoni, Pietro, Giacomo e Giovanni, sarebbe il caso di accettare il fatto storico dell'evento.

Facciamo dunque tre tende...". Pietro, progettista propone l'installazione di tre tende, cioè egli interpreta quella visione come segnale di riposo (e vuole organizzarsi in tal senso), mentre essa costituisce un segnale di partenza, un invito a comminare. Anche poco prima, in occasione della rivelazione, da parte del Signore, dell'itinerario (sofferente) che conduce al Calvario, egli ha la pretesa di tracciare per il maestro una strada diversa, senza riuscire a capire che è già stata tracciata dal Padre. Oltre ad essere "uno che non capisce" (tema che ritorna con insistenza nel vangelo di Marco), Pietro è anche "uno che non sa quello che dice".

Non è questione di umiliare l'apostolo Pietro, ma si tratta di indicare continuamente i pericoli che minacciano i discepoli di Cristo, e di precisare poi l'atteggiamento corretto: ascoltare le parole del Maestro ("Ascoltatelo"). Il vero discepolo è colui che ascolta ciò che dice il Maestro. Dio in persona offre la propria garanzia : Gesù, suo figlio, il diletto, è il profeta che devono ascoltare (ascolto-ubbidienza). La peregrinazione, il commino di ogni cristiano dovrebbe essere illuminato da questa voce e di questo lampo di luce che Pietro e gli altri hanno captato sulla montagna. Ne abbiamo la conferma prima nella lettura che ci invita, come Abramo, a rifiutare nulla a Dio : donandoci il suo unico figlio, egli ci ha dato tutto e ci chiama a condividere la sua vita.

In questa quaresima, proviamo a prendere i rischi per vivere secondo la nostra fede e di staccarci da alcune abitudini ( brutte e cattive) per aggiungere le attese del signore.
Don Joseph Ndoum

Il monte e il Figlio amato

Questa II Domenica di Quaresima ci colloca in uno spazio ben preciso, siamo posti su un alto monte ed è proprio dalla cima di questa montagna che siamo chiamati ad osservare come tutta la liturgia di oggi ci giuda a tenere lo sguardo fisso sulla medesima linea d’orizzonte.

Nella prima lettura di oggi incontriamo Abramo, uomo ormai anziano, chiamato da Dio a stravolgere tutte le sue certezze, a cui il Signore chiede di offrire in sacrificio suo figlio: “prendi tuo figlio, l’unigenito che ami, Isacco” (Gn22,2). Il Signore è chiaro e la sua Parola è inequivocabile: proprio il figlio amato sarà offerto in olocausto.

Abramo, non senza fatica, decide di affidarsi al Signore e di consegnarsi a Lui; Abramo è disposto ad offrire quel figlio, è disposto cioè a sacrificare se stesso, la sua discendenza, ciò che più ama, è disposto a restituire quello che gli era stato promesso e donato da Dio stesso.

Abramo ci è davvero padre nella fede. Davanti a questa consegna fedele di Abramo, Dio gli ferma la mano e provvede Lui ad un olocausto, ad un ariete morirà al posto di Isacco. Il Signore perciò benedice Abramo e con questo grande dono benedice anche noi, sua discendenza.

Paolo nella seconda lettura ci indica chiaramente chi è l’olocausto offerto da Dio (cfr. Rm 8,32) e ci mostra un altro monte sul quale avviene il sacrificio: l’olocausto questa volta si chiama Gesù Cristo, e il monte sul quale ci conduce è il Golgota, qui “Cristo Gesù è morto” (Rm 8,34). Paolo ci sta consegnando il punto di vista da cui guardare le cose; ai piedi della Croce del Signore non solo ci mostra cose nuove ma rinnova il nostro sguardo. Solo dimorando lì possiamo contemplare tutta la bellezza del Vangelo di questa Domenica, guardando a quell’amore dato fine alla fine, insieme con Lui, anche noi veniamo trasfigurati.

Gesù, ora prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e con loro decide di prendere con sé la nostra umanità fragile facendoci scalare la montagna della fede. Quando siamo soli con Lui egli si trasfigura, ma questa è in verità una solitudine un po’ particolare: Gesù infatti “fu trasfigurato davanti a LORO” (Mc 9,2). La relazione con Gesù si compie quando il rimanere soli con Lui ci mostra anche il volto dei fratelli. Quella sul monte è perciò una solitudine abitata non solo dal Signore ma anche da coloro che con noi condividono la vita. Nel rapporto con Dio l’altro è fondamentale perché ci costringe ad una verità sempre più profonda di noi e alla verità profonda che è il Signore.

L’affermazione di Pietro “E’ bello per noi stare qui, facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Mc 9,5) non avrebbe nulla di illogico o di errato, se nonché esclude da questo “rimanere” se stesso e gli altri due discepoli. Per loro non vuole costruire una capanna. Pietro in fondo è spaventato da quel luogo e non vuole prendervi dimora. Ma guardare Gesù nella sua gloria non basta per essere trasfigurati con Lui.

E’ interessante poi pensare che la prima frase che Gesù pronuncia nel Vangelo secondo Marco, come abbiamo ascoltato Domenica scorsa, riguarda un cambiamento di pensiero: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Qui ci viene chiesto di capovolgere il nostro modo di pensare.

Il Vangelo di oggi, invece, ci fa vedere un vero e proprio cambiamento di forma: su quel monte vediamo la gloria del Signore e vediamo chi siamo realmente, la nostra vocazione, come siamo stati pensati e plasmati dall’inizio. Il monte della Trasfigurazione è il monte dove Gesù cambia forma per noi. Lì vediamo l’aspetto che assumerà sulla croce “assumendo una condizione di servo e divenendo simile agli uomini, dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,7) e vediamo già il compimento della risurrezione.

La liturgia di oggi è una finestra aperta posta all’inizio del cammino Quaresimale che già ci fa scorgere il mistero Pasquale, dove le vesti candide saranno quelle del ragazzo che in Marco reca l’annuncio della risurrezione alle donne (“Entrate nel sepolcro videro un giovane seduto sulla destra, vestito di una veste bianca ed ebbero paura” (Mc 16,5) e dove il colloquio con Elia e Mosè si tradurrà nel colloquio con i discepoli di Emmaus nel Vangelo di Luca “E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a Lui”(Lc 24,27).

Le donne al sepolcro, come i discepoli sul monte della trasfigurazione, ebbero paura:“[Pietro] non sapeva infatti cosa dire perché erano spaventati”(Mc 9,6). Anche noi oggi davanti a questo annuncio possiamo scontrarci con le nostre paure, con i nostri dubbi e con le nostre resistenze ma ecco che una voce risuona dal cielo: “Ecco il figlio mio, l’amato: ascoltatelo”(Mc 9,7). Poniamoci in ascolto di questa voce e lasciamo che il Signore cambi forma per noi, non scandalizziamoci davanti a questo amore, davanti al dono totale del figlio amato, ariete data in riscatto per Isacco, l’agnello crocifisso per l’umanità.

Signore Gesù, Tu che ti sei fatto povero per raggiungere la nostra povertà: donaci un cuore docile capace di accoglierti così come Tu vorrai mostrarti a noi per imparare ad amare Te in tutti i nostri fratelli, custodisci sempre noi, tuoi figli amati, con la tua Grazia. Amen
Clarisse Sant’ Agata