Aperti all’intelligenza delle Scritture
Don Joseph Ndoum

 

Aperti all’intelligenza delle Scritture

At 3,13-15.17-19; Salmo 4; 1Gv 2,1-5; Lc 24,35-48

Il filo conduttore di questa domenica è suggerito dalle parole di Pietro, nella prima lettura. Egli colloca la vicenda di Gesù, il " Santo e il Giusto", sullo sfondo della fede biblica nel "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri". Egli ha risuscitato dai morti quel Gesù, autore della vita – che i Giudei hanno rinnegato, chiedendo che fosse liberato un assassino, Barabba –, e lo ha costituito fonte di salvezza mediante il perdono dei peccati.

Alla fine, Pietro invita al pentimento e alla conversione, condizioni sine qua non per avere il perdono dei peccati. Questa tematica del discorso di Pietro viene ripresa nella seconda lettura con un altra terminologia, che è anche un po’ difficile: "vittima di espiazione per i nostri peccati". E' una perifrasi del vocabolo greco, hilasmòs, che significa espiazione e/o propiziazione. Non si tratta di un' idea di colpa da espiare attraverso una corrispondente punizione o sofferenza – Dio non è così, cioè vendicativo. E' per questo che l'autore della lettera accosta al termine hilasmòs quello di parakletos (avvocato-intercessore). Viene allora messa in evidenza il ruolo mediatore e salvatore di Gesù, cioè la sua "espiazione – propiziazione" universale come intercessione efficace. Gesù è infatti il Giusto che rimane fedele a Dio, anche nella sofferenza e nella morte, facendosi carico, sul modello del "doulos – servo" di Isaia, dei nostri peccati. Per quanto riguarda il brano evangelico, esso è tratto dall' ultimo capitolo del vangelo di Luca. Al centro troviamo l'episodio di Emmaus, preceduto dalla visita delle donne al sepolcro vuoto e seguito dall'apparizione su cui meditiamo questa domenica.

I tre racconti seguono uno schema comune ben preciso, scandito da tre momenti successivi: l'iniziativa divina (inattesa, sorprendente), il riconoscimento (lento, difficoltoso, con dubbi, incertezze e paure), la missione (cf. "Di questo voi sarete testimoni"). Infatti un incontro col Signore è sempre teso verso l'avvenire, cioè non può essere ridotto all' effimero. "Pace a voi", dice il risorto agli apostoli. Questa parola, rivolta anche a noi oggi, dovrebbe essere accolta come un seme nella profondità del nostro essere e diventare esigenza, ostinazione, passione. Tuttavia, la pace non è un punto di partenza, ma di arrivo, che comporta fatica, combattimento, dominio su di se stessi. Prima ancora che "gridata" e richiamata sulle piazze, la pace deve essere "irradiata" personalmente. Non è un sogno, ma una possibilità. Si tratta di una forza superiore a quella dell'odio, della vendetta e della violenza. "Stupiti e spaventati, credevamo di vedere un fantasma".

Il terzo vangelo pone l'accento sulla realtà del corpo di Gesù, il vivente: "Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Gesù ricorre ad un'ulteriore prova: Egli chiede di poter mangiare nella loro presenza. Cristo Risorto vuole quindi essere considerato non come un fantasma, che mette paura. Il rapporto coi suoi è un rapporto di amore e di amicizia. Dove c'è amore, non c'è più posto per il timore. Chi teme non è perfetto nell'amore (1GV4,18). Se crediamo davvero nella risurrezione di Cristo, non c'è più nulla che giustifichi i nostri timori. Neppure il peso del peccato. Le nostre colpe non sono più grandi del perdono di Cristo. I nostri peccati non riusciranno mai ad esaurire la sua misericordia. Però, non c'è salvezza senza conversione. Da cui questa raccomandazione di Paolo: "vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor5,20). Non è facile lasciarsi riconciliare, però la salvezza consiste in questo. Alla fin fine si tratta di lasciarsi amare da Dio.
Don Joseph Ndoum