“Voi siete i tralci”: potati e fecondi per la Missione. [Atti  9,26-31; Salmo  21; 1Giovanni  3,18-24; Giovanni  15,1-8]. Gesù nel Vangelo si identifica con la vite: “Io sono la vite vera” (v. 1). La vite produce il vino, simbolo di gioia e festa, per l’allegria di bere insieme una bottiglia di buon vino. L’affermazione odierna va collegata alla serie di definizioni che Gesù dà di se stesso, raccolte dall’evangelista Giovanni: Io sono l’acqua fresca (Gv 4); “Io sono il Pane vivo” (Gv 6); “Io sono la luce del mondo” (Gv 9); “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10); “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11)… E oggi: “Io sono la vite, voi i tralci” (v. 5).

Sono affermazioni che ci riportano all’auto-definizione del Dio dell’Esodo: “Io-Sono mi ha mandato a voi” (Es 3,14). Emerge in modo chiaro che le rivelazioni dell’identità di Dio, e di Gesù, sono per sé stesse un Vangelo, una buona notizia, e contengono una missione, un mandato da portare ad altri. Dopo l’ultima cena di Gesù con i discepoli, nel contesto di addio, già di per sé carico di significato ed emozioni, si inserisce il passaggio odierno del Vangelo sulla ‘vite e i tralci’, nel quale Gesù assume la ricca tematica biblica della vite, cantata dai profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele…) e nei salmi (80). Gesù è la vite vera del nuovo Israele, che non deluderà l’attesa divina, perché darà frutto.

Nel brano della vite e dei tralci c’è una rivelazione trinitaria: il Padre è l’agricoltore (v. 1), il Figlio è la vite, lo Spirito Santo è la linfa vitale e amorosa nel seno della Trinità e nel cuore dei discepoli, che sono i tralci. Dell’allegoria della vite e dei tralci è possibile, inoltre, fare una lettura ecclesiale ed eucaristica: il primo “frutto della vite” è l’Eucaristia della nuova alleanza nel sangue di Gesù (Mt 26,29). Egli chiama anche molti altri a seguirlo: perché “portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (v. 8). Questi frutti si trovano nel campo che è il mondo, dove “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!” (Mt 9,37).

La condizione indispensabile per portare frutti sta nell’unione del tralcio con il ceppo. Gesù ci invita ad una vera simbiosi, cioè vita insieme: “perché senza di me non potete far nulla” (v. 5). Su questo punto l’esperienza della vita agricola non ammette alternative né eccezioni: il tralcio tagliato si secca e lo gettano nel fuoco (v.6). Da qui l’insistenza di Gesù: “Rimanete in me e io in voi” (v. 4). Per ben 7 volte, nel corto brano odierno, appare il verbo “rimanere”. Non basta quindi una presenza qualunque, di passaggio, come un volo d’uccello di pianta in pianta, o di farfalla da un fiore all’altro; ‘rimanere’ indica stabilità, dimora fissa, residenza. Cioè amicizia, convivenza, identificazione, preghiera. Papa Francesco ci invita a invocare lo Spirito Santo e ad essere “ben fondati sulla preghiera, senza la quale… l’annuncio alla fine è privo di anima”. (*)  Un’amicizia che si rafforza nella “potatura”, vissuta come necessario passaggio di purificazione e di fecondità, “perché porti più frutto” (v. 2). Ce lo assicura anche Giobbe, che di potature se ne intendeva: felice l’uomo che è corretto da Dio, le cui mani feriscono solo per risanare (Gb 5,17-18).

L’invito a fidarsi sempre di Dio  -anche nei meandri del dolore-  ci viene pure da Giovanni (II lettura), perché “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (v. 20). Egli ci ha dato lo Spirito Santo (v. 24), per aiutarci a non amare solo a parole, “ma con i fatti e nella verità” (v. 18). Una testimonianza di siffatto amore la offre la storia di Paolo (I lettura): dopo aver perseguitato i cristiani, scopre in essi la presenza di quel Signore che gli ha cambiato la vita. Sulla strada di Damasco non nacque solo un cristiano, ma l’apostolo, il grande missionario, che  -grazie alla mediazione di Barnaba che lo presentò agli apostoli-  predicava a Damasco e a Gerusalemme con coraggio, apertamente, nel nome del Signore Gesù (v. 27-28). Va fortemente sottolineato il ruolo di Barnaba come amico, accompagnatore, consigliere e socio di Paolo nella missione. Le paure e i sospetti verso Paolo erano grandi, non solo perché era stato un persecutore, ma soprattutto perché “Paolo manifestava una forza ed una ampiezza di visione che sorprendeva e intimoriva i cristiani che già si erano assuefatti ad una vita senza il soffio missionario che dimostrava il neoconvertito. Egli predicava con coraggio e non aveva paura di intavolare discussioni con Ebrei di lingua greca. Il suo messaggio e la sua veemenza gli creavano problemi. Paolo prendeva sul serio quello che tanto ci costa: amare il prossimo nella sua situazione concreta” (Gustavo Gutiérrez).

Invece di evadere nei suoi progetti personali e seguire la propria strada, Paolo, potato e fecondato nella sofferenza, affronta incomprensioni e divergenze, accetta il confronto con gli altri apostoli, non si isola, ma cerca e mantiene la comunione con il gruppo. Un esempio per coloro che, anche oggi, si dedicano con passione alla causa missionaria del Vangelo e incontrano spesso incomprensioni e contrasti anche all’interno della comunità ecclesiale. La tentazione di abbandonare sembrerebbe la scappatoia più facile. Paolo invece è rimasto, ha resistito, ha rinnovato la Chiesa dal di dentro. Cercando sempre la comunione. Con amore!

Parola del Papa
(*)  Lo Spirito Santo infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia (parresia), a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente. Invochiamolo oggi, ben fondati sulla preghiera, senza la quale ogni azione corre il rischio di rimanere vuota e l’annuncio alla fine è privo di anima. Gesù vuole evangelizzatori che annuncino la Buona Notizia non solo con le parole, ma soprattutto con una vita trasfigurata dalla presenza di Dio”.
Papa Francesco
Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) n. 259

Sui passi dei Missionari

- 29/4: S. Caterina da Siena (1347-1380), laica terziaria domenicana, mistica e dottore della Chiesa; è compatrona d’Italia e d’Europa.

- 30/4: S. Maria dell’Incarnazione Guyart Martin (1599-1672), prima donna missionaria dei tempi moderni (dalla Francia al Canadà), mistica; fondò il monastero delle Orsoline nella città di Québec; è considerata come fondatrice  -insieme ad alcuni gesuiti-  della Chiesa canadese.

- 30/4: S. Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), sacerdote di Torino; fiducioso nella Divina Provvidenza, fondò opere ed istituti per assistere la gente più bisognosa e derelitta.

- 1/5: S. Giuseppe, lavoratore, che insegnò a Gesù a lavorare. - Giornata Mondiale dei Lavoratori.

 - 2/5: S. Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria d’Egitto e dottore della Chiesa; fu perseguitato e varie volte espulso dagli eretici ariani.

- 2/5: Servo di Dio Antonio M. Roveggio (1858-1902), vescovo comboniano di Khartoum (Sudan), dove iniziò l’ardua riapertura delle missioni dopo la rivoluzione mahdista (1881-1898), che aveva distrutto le missioni, imprigionato e allontanato i missionari.

- 3/5: Ss. Apostoli Filippo di Betsaida e Giacomo, il minore, primo vescovo di Gerusalemme.

- 3/5: B. Maria Leonia (Alodia) Paradis (1840-1912), religiosa canadese, fondatrice delle Piccole Suore della S. Famiglia di Sherbrooke, nel Quebec.

- 4/5: B. Giovanni Martino Moyë (+1793), sacerdote della Società delle Missioni Estere di Parigi, missionario in Cina, fondatore di due Istituti (in Cina e in Lorena), morto a Treviri (Germania).

+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++

A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.euntes.net    “Parola per la Missione”

+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++